venerdì 14 giugno 2013

House at the end of the street



House at the end of the street di Mark Tonderai - Genere: thriller - USA, Canada, 2012

Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: "ovvero: come prendere una puntata di Criminal minds, l'idea di base di Psycho e farne venire fuori un film". In effetti il film di Tonderai, nelle sale in questi giorni, risulta complessivamente poco originale sia per quanto riguarda l'impostazione generale della storia sia per i continui e malcelati riferimenti ad altre pellicole. Non che l'intertestualità sia di per sé un male in ambito cinematografico, anzi. In questo caso però sembra che il regista non sia riuscito a reinterpretare i suoi modelli e li abbia traslati senza troppi adattamenti al suo prodotto; questo è sintomo di poca originalità, anche se si tratta di una pratica enormemente diffusa oggigiorno (il che non implica che non sia da stigmatizzare!). 

Comunque House at the end of the street risulta, a una prima occhiata, un prodotto accettabile per quanto piuttosto scontato, che si lascia guardare anche se non apporta particolari innovazioni al genere in cui si inserisce peraltro perfettamente. La narrazione è semplice e segue una linea a volte troppo prevedibile; fortunatamente la tendenza si inverte nella seconda parte del lavoro e il coup de theatre messo in scena dalla regia si rivela efficace e interessante; ne consegue un buon ritmo, che riesce a tenere gli spettatori ben incollati al teleschermo.

Al di là di questo però, poco o nulla da segnalare. Se si eccettuano alcuni passaggi piuttosto riusciti a livello di fotografia (che sono - guarda caso - quelli meno funzionali al dispiegarsi della trama) e a un uso del montaggio discreto, di questo prodotto non rimane poi molto. A livello di sceneggiatura, soprattutto nella prima parte del lavoro, emergono dei grossolani problemi nell'impostazione dialogica che - complice anche una prova non sempre felice da parte degli attori - non è sempre convincente. 

Anche in questo caso devo dire che il tutto è decisamente migliorato nella seconda parte della pellicola, ma forse non è abbastanza: è vero che a questo punto si apprezza un intreccio più complesso, meno prevedibile e più strutturato, ma a chiunque abbia un minimo di cultura cinematografica non potrà non essere venuto in mente lo schema di base di Psycho, che qui - come si diceva - sembra essere stato ripreso senza variazioni grossolane. Soprattutto sul finale poi, il riuso sfocia nella citazione più pura e le due pellicole appaiono strettamente interdipendenti. 

La domanda che a questo punto varrebbe la pena di porsi riguarda il senso di questa operazione che, ai miei occhi, è sembrato inesistente; non c'è nessun ragionamento sulla pratica della copiatura dietro questa citazione erudita e il potenziale effetto eversivo ne risulta completamente sopito. Un vero peccato, perché House at the end of the street finisce col risultare nient'altro che uno dei soliti prodotti da cinema di genere. 
VOTO: 5.50/10

giovedì 13 giugno 2013

Tokyo decadence



Tokyo decadence di Ryu Murakami - Genere: drammatico - Giappone, 1992

Il cinema giapponese di qualità sembra essere morbosamente attratto dalle situazioni estreme; ho già più volte avuto modo di commentare questa tendenza e il film di Murakami (tratti dall'omonimo romanzo del medesimo autore) non fa che confermare questa mia impressione. Tokyo decadence è un film visivamente molto potente ma anche profondamente scabroso; bandito in una manciata di Paesi è stato distribuito in Italia in una versione profondamente amputata (90 minuti contro una versione originale di circa 130). Io ho visto proprio la versione arrivata nel nostro paese tramite la Lucky Red (che comunque va ringraziata per averci donato questo film) e quindi anche il commento sarà relativo a quella parte di pellicola che è consentito vedere con il doppiaggio in lingua.

La narrazione è elementare e praticamente non c'è progressione diegetica, se non nel finale che però a mio avviso è uno dei passaggi meno riusciti di tutta l'opera. Il film procede linearmente giustapponendo situazioni estreme in cui la protagonista si trova implicata, dovendo soddisfare i desideri sessuali dei propri clienti. La volontà del regista di riprendere nella loro interezza questi episodi ne ha fortemente ridotto il numero complessivo: in novanta minuti sono tre o quattro le situazioni che vengono rappresentate, ma tanto basta per dare un'idea abbastanza approfondita e della psicologia dei personaggi e delle movenze ideali che stanno alla base della "decadenza di Tokyo", che vengono ben illustrate proprio durante uno degli scambi dialogici migliori del film.

Al di là di un comparto tecnico che regge decisamente la prova, pur senza situarsi su livelli astronomici, ciò che resta di questo film è la verace sensazione, quasi corporale, che i suoi brani trasmettono. E' come se l'illusione di realtà risultasse profondamente amplificata dalla violenza delle situazioni che vengono rappresentate: più la protagonista scende nella torbida parabola della perversione più la nostra visione si fa aptica e sembra poter toccare la carne ferita dalle frustate. 

A bilanciare questa qualità sensoriale delle immagini contribuisce un modo freddo di riprendere la scena, che rifugge dall'immedesimazione emotiva nei personaggi: non c'è compassione per la nostra infelice protagonista, proprio perché quel destino è stato da lei consapevolmente scelto e abbracciato nella sua interezza. Murakami riesce nella difficile impresa di stabilire una dialettica intelligente fra attrazione e repulsione, facendo in modo che nessuna delle due polarità risulti avvantaggiata. Ne viene fuori un'opera affascinante e perversa, certamente da vedere.
VOTO: 7/10

mercoledì 12 giugno 2013

Canzoni del secondo piano



Canzoni del secondo piano di Roy Andersson - Genere: drammatico - Svezia, Norvegia, Danimarca, 2000

Vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes nel 2000, il film di Andersson, anteriore di sette anni rispetto al già recensito You the living, ne presenta già in nuce tutte le caratteristiche, anche se con alcune leggere variazioni che ne garantiscono l'indipendenza e la singolarità. Rimane comunque inalterata l'impostazione di fondo, tanto a livello linguistico quanto a livello dei contenuti. La diegesi è spezzata e, anche se risulta internamente più coerente rispetto a quanto avviene in You the living, le linee narrative sono praticamente inesistenti. Il regista sceglie di procedere per compartimenti ben definiti, cornici elementari entro cui si compie l'azione drammatica. Sono contenitori chiusi, anche se non ermeticamente: spesso accade che i personaggi si incontrino e si trovino a passare nei medesimi ambienti, anche se non c'è mai interazione fra di essi.

Arriviamo così al grande messaggio esistenziale che sottende tutta l'opera e che rimarrà inalterato anche nel bellissimo film del 2007. Non c'è possibilità di interazione fra gli individui che, per quanto tentino di instaurare dei dialoghi, alla fine risultano sempre irrimediabilmente soli; è una concezione negativa che investe anche la sfera linguistica, defraudata della possibilità di essere elemento cementificante all'interno del consorzio umano. Ogni uomo è un'isola, potremmo dire, anche se Canzoni del secondo piano appare forse leggermente meno pessimista rispetto a quanto non sia You the living in merito a questo aspetto. 

L'idea che anima la regia si traduce anche a livello grammaticale: anche qui la fotografia è ottima, ma disegna ambienti asfittici che opprimono l'individuo in una dimensione che dovrebbe formalmente appartenergli ma che in realtà mette in crisi lo stesso concetto di abitabilità. Lo spazio è autoreferenziale e non è pensato per ospitare gli individui che, anzi, risultano sempre più soffocati quanto più vi entrano. Questo porta anche alla scelta di un montaggio estremo, un grado zero potremmo dire, molto simile a quanto poteva capitare di vedere nel cinema delle origini (prima dell'istituzionalizzazione del montaggio narrativo, prima di Nascita di una nazione, per intenderci). E' un elemento che ritroviamo fortemente anche nella pellicola del 2007, ma in quel caso la sensazione era quantomeno smorzata dall'idea di montaggio tramite la luce; qui questo elemento appare invece solo accennato e a farla da padrone è una sorta di tableaux postmoderno. 

Canzoni del secondo piano è un lavoro profondo, meno ironico di You the living e profondamente pervaso di uno spirito che si rivela al contempo religioso ed eretico, per quanto paradossale questo possa sembrare. Memorabile è a tal proposito la scena della Prima Comunione (che ricorda molto il dipinto di Ensor, L'entrata di Cristo a Bruxelles) che si traduce nell'omicidio intenzionale di tutti i bambini: gioco mortale fine a sé stesso o recupero di un'ideale vicinanza al Cristo? Certo è che la sfera della religiosità gioca in questo lavoro un ruolo fondamentale ma costantemente ambivalente: anche la figura di Gesù, costantemente evocata nella materia e negli scambi dialogici, rimane vittima di questo gioco. 

Siamo di fronte a un film estremo che, al di là dei gusti, deve essere necessariamente visto e ricordato come il manifesto di un cinema antico e contemporaneo. E' antico nei modi, ma estremamente moderno nei contenuti, sagace e tagliente nel disegnare il degenerare della nostra società, che viene distaccatamente dipinta come un grigio insieme di stanze post-apocalittiche, dove i flussi che tanto stanno a cuore a tutto un certo modo di intendere l'esistenza e l'abitabilità, si ingorgano irrimediabilmente. Ognuno è bloccato nella sua posizione, in uno stallo che non può risolversi, perché muoversi significherebbe essere annientati (o considerati folli).
VOTO: 9/10

Il gatto a nove code



Il gatto a nove code di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, Francia, Germania, 1971

Che secondo me Dario Argento sia ormai un regista all'empasse è un fatto risaputo; lo dimostrano tanto l'infelice conclusione della trilogia sulle streghe (La terza madre) in cui si perde completamente l'atmosfera dei due precedenti lavori, quanto l'imbarazzante riedizione del mito draculiano (Dracula 3D), fatta in modo goffo e approssimativo. Il gatto a nove code si situa in una situazione ben diversa, agli inizi della carriera del regista che ha rifondato il genere del giallo all'italiana, che in questo caso si colora decisamente di tinte thriller, in pieno stile argentiano. Siamo quindi di fronte a un lavoro ben più degno delle ultime tremende prove del cosiddetto "maestro del brivido", quando ancora la sua poetica era innovativa e capace di formare e attrarre le giovani generazioni di registi: da questo genere di film discenderà tutto un filone cinematografico fatto di epigonismo e di copie più o meno riuscite; è per questo genere di film, insomma, che Argento merita di essere ricordato.

Intendiamoci subito specificando che, comunque, si tratta di un prodotto appena discreto: l'apogeo della sua carriera il regista lo raggiungerà con Suspiria e Profondo rosso, ma l'importanza storica della cosiddetta "Trilogia degli animali" (di cui Il gatto fa parte), è innegabile. Nel film considerato è ben presente tutta l'estetica tipica di Argento, tanto a livello formale quanto a livello narratologico. La vicenda è abbastanza lineare e si dipana attraverso una successione di morti perpetrate da un assassino misterioso, cui danno la caccia alcuni individui, mai appartenenti alle forze dell'ordine (in questo caso un giornalista e un enigmista cieco; sulla cecità in Argento ci sarebbe da scrivere credo: è interessante notare come spesso i personaggi più intelligenti nel comprendere la dinamica dei fatti sono ciechi, come qui e in Suspiria: non è da escludersi la presenza di un messaggio metacinematografico, ma la questione andrebbe approfondita). 

A livello linguistico troviamo dispiegati gli elementi tipici della grammatica thriller, con l'aggiunta di un uso molto accentuato della soggettiva, che talvolta diventa quasi esagerato ma che ci fa assumere il punto di vista dell'assassino (in modo simile al brano iniziale di Halloween: la notte delle streghe). Aggiungiamo solo un breve cenno ad alcuni passaggi molto riusciti in cui la percezione distorta della realtà da parte del protagonista cieco trova riscontro in una progressione discontinua, realizzata tramite l'interpolazione di brevi frammenti extra-diegetici all'interno del tessuto narrativo. Nel complesso ci troviamo quindi di fronte a un titolo che è importante più da un punto di vista storicistico che contenutistico, ma che comunque riesce a farsi guardare con interesse e a intrattenere, nonostante i ritmi strutturati in maniera decisamente diversa rispetto al cinema attuale.
VOTO: 6/10

Chacun son cinéma



Chacun son cinéma di Autori vari - Genere: drammatico - Francia, 2007

Giles Jacob, per festeggiare la sessantesima edizione del Festival del Cinema di Cannes, concepì questo film antologico, chiamando a dirigere i più di trenta cortometraggi che lo compongono alcuni fra i registi più in vista del momento (van Sant, von Trier, Ming Liang e altri), componendo un manifesto visivo eterogeneo ma accomunato, nelle sue diverse declinazioni, da un identico spirito cinefilo, da un amore per la settima arte che risulta insopprimibile e profondissimo. Trentatré lavori, di tre minuti circa, cui si aggiunge un cortometraggio di David Lynch, assente nella versione cinematografica e inserito a posteriori per la grande distribuzione e un epilogo, che raccoglie un frammento de Il silenzio è d'oro di René Clair. Il tema di fondo di questa collettanea è il cinema inteso come luogo fisico, un elogio alla sala cinematografica che, nella sua materialità, spesso viene dimenticata. 

I singoli corti affrontano poi i temi più diversi della questione, dal ricordo nostalgico alla critica aspra. Sarebbe veramente difficile riassumere tutte queste suggestioni in poche righe quindi il più grande suggerimento che si può dare è quello di guardare Chacun son cinéma e di rendersi conto di come la medesima materia di base abbia trovato suggestioni diverse (anche se non sempre molto originali e felici) presso i vari interpreti. In generale si può solo notare, per tutti  i corti, l'ottima qualità tecnica mentre duole vedere come non tutti siano stati in grado di interpretare in maniera efficace la spinta propositiva di base, arrivando a volte a dei risultati confusi o poco adeguati. Di ciascuno di questi film, indicati in ordine di apparizione, riporteremo semplicemente una valutazione numerica, essendo praticamente impossibile riassumere tutta la complessità di questi brevi frammenti cinematografici. 

Cinéma d'èté (di Raymond Depardon) 6.50/10

One fine day (di Takeshi Kitano) 7.50/10

Trois minutes (di Theo Angelopopulus) 9/10

Dans le noir (di Andrej Koncalovskij) 5/10

Diario di uno spettatore (di Nanni Moretti) 7/10

The electric princess picture house (di Hous Hsiao-hsien) 7/10

Dans l'obscurité (di Jean-Pierre e Luc Dardenne) 5.50/10

Anna (di Alejandro Gonzalez Inarritu) 5.50/10

En regardant le film (di Zhang Yimou) 6/10

Le Dibbouk de Haifa (di Hamos Gitai) 8.50/10

The Lady bug (di Jame Campion) 6/10

Artaud double bill (di Atomos Egoyan) 6/10

Valimo (di Aki Kaurismaki) 5/10

Recrudescence (di Oliver Assayas) 4/10

47 ans après (di Youssef Chahine) 7/10

It's a dream (di Tsai Ming-Liang) 6.50/10

Occupations (di Lars von Trier) 7.50/10

Le don (di Raoul Riz) 7.50/10

Cinéma de Boulevard (di Claude Lelouch) 5.50/10

First kiss (di Gus van Sant) 8/10

Cinéma erotique (di Roman Polanski) 8/10

No reanslation needed (di Michael Cimino) 5/10

At the suicide of the last Jew in the world in the last cinema in the world (di David Cronenberg) 9/10

I travelled 9000 Km to give it to you (di Wong Kar Wai) 5/10

Where is my Romeo (di Abbas Kiarostami) 10/10

The last dating show (di Bill August) 6/10

Irtebak (di Elia Suleiman) 6.50/10

Rencontre unique (di Manoel de Oliveira) 5/10

A' 8944 Km de Cannes (di Walter Salles) 6/10

War in Peace (di Wim Wenders) 5/10

Zhanxiou Village (di Chein Kaige) 7/10

Happy Ending (di Ken Loach) 6.50/10

Absurda (di David Lynch) 9/10

martedì 11 giugno 2013

V/H/S/2



V/H/S/2 di Autori vari - Genere: horror - USA, Canada, Indonesia, 2013

E' la prima volta che mi trovo nella situazione di dover recensire un film che, al di là del genere di appartenenza (horror/gore in questo caso), presenta una struttura antologica. Si tratta di una tradizione felice del cinema, anche italiano (si pensi a Capriccio all'italiana in cui compare lo splendido Cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini). Per rendere ragione delle diversità degli episodi che compongono questo lavoro internazionale appena uscito nelle sale statunitensi, dividerò la recensione analizzando separatamente la cornice narrativa e le quattro storie che si inseriscono in questa struttura generale. Mi permetto solo di segnalare che nel complesso il film è decisamente interessante e i suoi elementi di forza potrebbero essere considerati come dei punti di partenza per una riscrittura del genere horror; in generale credo che la formazione antologica sia particolarmente interessante proprio perché la breve durata si presta ad essere laboratorio di analisi di nuove strategie linguistiche.

Tape 49 (Cornice narrativa - regia di Simon Barrett)
Sulla cornice narrativa che lega le varie storie narrate nella pellicola, non c'è molto da dire. In realtà è la parte meno riuscita di tutto il lavoro, che si presenta in modo più tradizionale nonostante sfrutti la tecnica della soggettiva e del found-footage. Il problema è che la tecnica qui non lascia spazio a indagini più complesse e il risultato è piuttosto mediocre. Anche a livello di progressione narrativa si tratta di un frammento piuttosto inutile, che lascia tutto avvolto nel mistero e alla fine sfocia in un finale abbastanza prevedibile ed eccessivamente citazionista. 
VOTO: 5/10

Phase 1 Clinical trials (regia di Adam Wingard)
Chiaramente ispirato ai più celebri titoli dell'horror giapponese e orientale in generale, si basa completamente sull'idea della possibilità di vedere i morti, possibilità che viene scientificizzata veicolando il concetto che è possibile percepire le presenze dell'aldilà grazie ad impianti che implementano i sensi e captano delle frequenze che normalmente non sono attingibili. Il lavoro è decisamente ben fatto: i colpi di scena sono un po' prevedibili ma la soggettiva sul protagonista è suggestiva e il rapporto con il suo occhio è la parte migliore di tutto questo nodo narrativo. Il nostro sguardo è costantemente sovrapposto al suo e questo appaiamento mette in seria crisi la nostra percezione: il finale è veramente ben fatto e l'estrazione dell'occhio corrisponde alla nostra separazione dal protagonista, separazione in seguito alla quale lui passa a miglior vita (come a dire che la sua essenza era intimamente cinematografica e che esisteva per farci guardare la sua vita).
VOTO: 8/10

A ride in the park (regia di Eduardo Sanchez)
Classica riproposizione dello schema zombie-movie, mutuato perfettamente da un titolo come REC. Anche qui la progressione narrativa è di per sé molto banale e alla lunga, ripetitiva. Si salvano alcune trovate abbastanza interessanti che concernono, come sempre, la posizione del nostro sguardo in relazione a quella dei personaggi: per la prima volta (?) in tutta la storia del cinema, assumiamo il punto di vista di uno zombie e questo è già un interessante passo avanti rispetto ai prodotti medi del genere.
VOTO: 6/10

Safe Heaven (regia di Gregg Hale, Gareth Huw Evans e Timo Tjahjanto)
Abbastanza scontato che un film come V/H/S/2, che risulta profondamente ispirato dal cinema asiatico, avesse proprio in una non precisata zona dell'Asia, uno dei suoi episodi. A fare da sfondo alla vicenda, molto bella da un punto di vista diegetico e ben realizzata a livello formale, è l'idea (abbastanza masticata) di una setta religiosa che propugna un'imminente fine del mondo, con la relativa salvezza di tutti i suoi credenti. Tutta l'atmosfera, dalla prima inquadratura all'escalation finale in stile Suicide club è profondamente permeata di uno spirito nipponico o più generalmente legato al cinema del Sol Levante. Il finale è decisamente interessante e, anche se assume tinte decisamente gore, risulta gradevole per la realizzazione dell'idea escatologica che sorregge tutto il sistema
VOTO: 7/10

Alien abduction slumber party (regia di Jason Eisener)
Una vera e propria caduta di stile, sia a livello narrativo che a livello formale. Al di là della generale implausibilità della trama (cosa che ovviamente era comune agli altri episodi, ma qui si esagera...), tutto il concetto estetico che sottendeva il film sembra venire meno e non si percepisce più la stessa freschezza e la lucidità con cui la retorica del found footage e la ripresa in soggettiva venivano usati nei precedenti tre frammenti. Anche qui possiamo salvare l'intelligenza di alcuni passaggi, ma siamo ben lontani dai livelli illustrati poco sopra; peccato.
VOTO: 4.50/10

La fiammiferaia



La fiammiferaia di Aki Kaurismaki - Genere: drammatico - Finlandia, Svezia, 1990.

Favola nera contemporanea, ultimo episodio di una trilogia che Kaurismaki dedica agli sconfitti e agli umili. La fiammiferaia è la storia dell'arida esistenza di una ragazza eterea e leggera che lavora - appunto - in una fabbrica di fiammiferi. E' un'esistenza ingrata la sua, senza amore. Il motore della vicenda, che illumina con i suoi silenzi una parte sufficiente del passato della protagonista per capire il suo malessere, è proprio il suo tentativo perennemente insoddisfatto di essere amata, di trovare un proprio posto nel mondo. A fare le spese di questa ricerca sono l'immagine tradizionale della famiglia e la concezione positiva della relazione amorosa: la prima diventa luogo vampirico e parassitario, la seconda viene svuotata e si riduce a copulazione carnale.

Il comparto narrativo procede nell'inedia, raggiungendo quasi la noia per riflettere fedelmente la vita arida della giovane Iris, che si trascina senza interesse fra il suo alienante lavoro in fabbrica, la vita claustrale che conduce in casa e la ricerca di un riconoscimento sentimentale che non riesce ad arrivare. La diegesi è lineare e lenta, dilatata all'inverosimile sino a creare un effetto (certamente volontario) di respingimento, che è un ottimo pendant nei confronti del cromatismo anonimo e grigiastro che colora gli ambienti. I personaggi sono ben caratterizzati da un punto di vista psicologico, sebbene con pochi rapidi tocchi. La fiammiferaia è un film che si consegna quasi completamente al silenzio; le battute sono pochissime e gli scambi dialogici quasi sempre a senso unico, come a rappresentare un generale senso di incomunicabilità che avvolge Iris. 

Sulla volontarietà dell'effetto-noia possiamo essere certi, soprattutto se consideriamo la bellezza della realizzazione, che soprattutto nella fotografia trova la sua vera e propria punta di diamante. Nel disegnare spazi angusti e desolati o nel seguire con sguardo vuoto il procedere meccanico dei marchingegni industriali Kaurismaki rappresenta una artificialità morta, uno sfondo esistenziale in marcescenza che accoglie l'incedere devitalizzato di Iris. Soltanto alla fine della pellicola, quando al suicidio subentra la vendetta, la nostra silenziosa protagonista riaffermerà con forza la sua individualità, risarcendo con la morte tutti coloro che l'hanno lentamente uccisa. Poco importa se alla fine due poliziotti la scorteranno via (non sappiamo se per interrogarla o per incarcerarla, questo Kaurismaki non lo dice e forse non lo sa), Iris sarà comunque riuscita a urlare pur senza voce, rivendicando la propria esistenza fino a quel momento passata sotto un'alone di anonimato.
VOTO: 7.50/10

Tre colori: Film rosso



Tre colori: Film rosso di Krzysztof Kieslowski - Genere: drammatico - Francia, Polonia, Svizzera, 1994

Terzo capitolo della trilogia kieslowskiana dedicata ai colori e ai valori cardine della bandiera francese ed ultimo film del regista, prematuramente scomparso dopo la sua realizzazione. Rosso riprende i meriti dei due film precedenti, rinnovandosi profondamente tanto nella forma quanto nel contenuto, per giungere infine a un rovesciamento generale del messaggio complessivo, che ci permette di riconsiderare il senso anche dei due lavori precedenti. Al livido pessimismo di Blu e alla inattingibile ricerca di Bianco, subentra in Rosso una riflessione sul senso del dovere, che schopenauerianamente oscilla fra due estremi.

Da una parte un insopprimibile senso del dovere anima l'incedere della protagonista, che maternamente si configura come un elemento di salvazione per tutti coloro che incontra sul suo cammino. Tanto il cane che salva quanto il vecchio giudice in pensione sono entità che filmicamente esistono e agiscono in relazione alla sua presenza. Al contempo è proprio l'anziano giurista che bilancia e rende dinamica questa spinta, con la sua misantropica tendenza a considerare ogni individuo come intimamente malvagio. Vettore di questa sua consapevolezza sono le intercettazioni telefoniche, che diventano per lui una sorta di mania e un infantile ripiegamento ai tempi del suo unico vero amore, un ritorno amniotico alle origini. L'ultimo elemento di questo sistema in movimento è rappresentato dal giovane studente di legge che, come figura dell'arcigno voyeur uditivo, legherà la sua esistenza a quella della modella protagonista.

I pezzi si incastrano perfettamente e il film assume una struttura a puzzle, nonostante un andamento diegetico piuttosto lineare. La forma è quella di un arazzo, sul modello di quello intarsiato da Ioselliani in Addio, terraferma! In questo caso la situazione è analoga, anche se non predomina un uso quasi danzante del piano-sequenza, come invece avveniva in quel caso. In Rosso la composizione è invece semplice dal punto di vista formale; nonostante la perfezione fotografica vengono almeno parzialmente abbandonati o smussati i giochi tecnici che avevano animato Blu e solo parzialmente Bianco. La storia assume un andamento più serrato; sembra essere più importante il cosa che non il come.

Molto interessante è poi tutta la riflessione che può scaturire dall'analisi della prima parte dell'opera, in cui è centrale l'elemento dell'intercettazione telefonica e, più in generale, dell'ascolto delle conversazioni altrui. In effetti è bene notare che il telefono ha una funzione essenziale nell'economia dei rapporti di Rosso, visto che per esempio anima la "relazione" fra la protagonista e il suo anonimo uomo (che esiste e parla solo per tramite del telefono). Come  ne La conversazione di Coppola, anche qui l'idea dell'ascolto è centrale e vale la pena chiedersi quale sia il grado di narratibilità di ciò che si ascolta; come dice Valentine, è giusto che ognuno abbia i propri segreti (?) oppure ci sono dei contesti in cui l'intercomunicabilità deve essere assoluta?

Infine va notata la chiusa di Rosso, che chiude il cerchio di tutti e tre i film con un messaggio ottimistico. I protagonisti di tutti e tre i lavori di Kieswloski si ritrovano su un battello che affonda e, fra tutti i morti a causa del disastro, loro sono fra i salvati. E' sufficiente questo per dare l'idea di uno sguardo che protegge, della possibilità di una salvezza che compensa il vissuto individuale e nel contempo lo trascende. Si annullano così i finali eticamente neutri tanto di Blu quanto di Bianco, che traggono nuovo senso interpretativo proprio da questa breve, ma estremamente significativa, sequenza finale.
VOTO: 8/10

lunedì 10 giugno 2013

Black Cat



Black cat di Lucio Fulci - Genere: thriller- Italia, 1981

La grande difficoltà delle trasposizioni cinematografiche di opere nate in ambito letterario, teatrale etc. è quella di adottare un atteggiamento intelligente. Da un lato si può scegliere di mantenere fede al dettato originale, ma si corre il rischio di perdere di vista le specificità linguistiche dei media utilizzati. Un esempio molto bello a questo riguardo è l'ultima trasposizione sullo schermo di Anna Karenina, che fonde perfettamente un impianto narrativo coerente con un'esaltazione virtuosistica della fotografia e del montaggio come veicoli espressivi propri della settima arte.

Fulci, per mettere la firma al suo Black cat sceglie di sconvolgere quasi completamente la trama del racconto di Poe, che risulta simile al lavoro del cineasta italiano solo a grandi linee: l'allineamento più forte si percepisce solo nel finale. La storia assume così toni più paranormali che oscuri, adattandosi a una tonalità tipica dell'epoca ma che non ho mai apprezzato particolarmente; l'inclinazione allo spiritismo si percepiva già chiaramente in alcuni titoli di Argento e da questo punto di vista il film di Fulci non risulta certo particolarmente felice. Anche la sceneggiatura appare spesso forzata, aneddotica e senza spunti di interesse che possano rendere l'idea di un lavoro più approfondito sul testo dell'autore inglese. Non c'è neanche il tentativo di ricreare le stesse atmosfere che, già da sole sarebbero state sufficienti a creare un prodotto di miglior qualità.

Con questo non si vuole mettere in dubbio la qualità di Fulci come regista (di genere), ma è innegabile che Black cat sia un titolo che stenta a coinvolgere. D'altra parte bisogna pure riconoscere una fattura quantomeno discreta dal punto di vista tecnico, con alcune intuizioni felici che avrebbero potuto essere sfruttate meglio in un contesto diegetico più felice (si vedano le riprese in soggettiva, soprattutto quelle che ci fanno assumere il punto di vista del gatto, molto ben fatte). Per il resto purtroppo il film si spegne molto velocemente e risulta anche un po'noioso, nonostante sia innegabilmente fulciano (l'inquadratura tipica, con il primissimo piano sugli occhi che ritorna incessantemente, ce lo conferma).
VOTO: 4/10

Mysterious Skin



Mysterious skin di Gregg Araki - Genere: drammatico - USA, 2004

C'è una scrittura del dramma che, tanto a livello letterario quanto a livello prettamente cinematografico, mette continuamente in discussione la possibilità stessa del narrare. Un ottimo esempio lo troviamo in Tarantino, che con l'ultimo Django veicola fortemente l'idea dissacrante e demitizzante di un'esplosione dell'intera storia Americana così come è stata raccontata dai più. A ciò si collega il fortunato discorso di Benjamin sulla storia come manifesto dei vincitori, portandosi dietro un po' tutte le riflessioni della letteratura postcoloniale (Spivak, Guha, ma in un contesto diverso anche Ranciere). Il grande portato di questa teoresi non può non risultare valido anche per quelle narrazioni che riguardano il disastro privato, l'oscurità dell'intimo troppo spesso tacitata e silenziata in virtù di un non sempre limpido finalismo.

La pellicola di Araki si propone di narrare una vicenda del genere, accompagnando lo spettatore e uno dei due protagonisti nell'itinerario di scoperta "archeologica" della verità, nel lavoro di espoliazione del noumeno dalle incrostazioni diacroniche depositatevi sopra in senso psicologico e negoziale. La storia di poche ore diventa il silenzio e il dramma relazionale di due esistenze tanto diverse quanto uguali; due individualità che si confrontano con uno stesso vissuto reinterpretandolo in maniera opposta (legittimandolo il primo, forcludendolo il secondo). 

Il merito di Mysterious skin è quello di mettere lo spettatore nelle stesse condizioni di conoscenza dei suoi protagonisti, facendo venire quasi completamente meno il dogma dell'onniscenza del pubblico. Si tratta di un'iniziativa lodevole, che però non regge completamente alla prova dei fatti: la percezione interrotta dello spettatore non è assoluta e lo sviluppo della trama è in buona parte prevedibile; ciò che il nostro sguardo può fare è accompagnare in maniera abbastanza passiva i protagonisti nell'itinerario esistenziale di ricerca. 

Questo comunque non compromette la godibilità complessiva del titolo che, soprattutto nei momenti più empatici, si rivela carico di una vena sottilmente perturbante, che mette lo spettatore sul banco degli imputati. E' vero che le scene che trattano dello stupro infantile sono censurate, ma la nostra cognizione non può fare a meno di ricostituire la trama di ciò che non ci viene mostrato, con un effetto psicologico decisamente efficace.

Per il resto non si può non notare come il regista si conceda qualche indulgenza estetica, localizzata soprattutto nella prima parte; sono i momenti più riusciti a livello di fotografia e montaggio, che comunque si mantengono discreti lungo tutto l'evolversi della parabola filmica. Nel complesso un film meritevole che, seppure senza esagerazioni, si fa ricordare per la durezza sincera di una narrazione che ha tutto il realismo di cui la vita è capace.
VOTO: 7/10