lunedì 20 maggio 2013

Nekromantik



Nekromantik di Jorg Buttgereit - Genere: grottesco - Germania Ovest, 1987

Negli ultimi due mesi mi sono spesso trovato davanti a film particolari e inquietanti, diversi da quelli che normalmente si vedono in sala o si cercano sui canali di diffusione via internet. Mai come oggi mi sento di dire però che Nekromantik è un film unico nel suo genere, davvero perturbante e nel contempo deprecabile e interessante. Anzitutto ci troviamo davanti a un prodotto che è quasi un unicum, ovvero una pellicola che mette a tema la necrofilia, perversione sessuale che fa dei cadaveri l'oggetto del desiderio.

Diciamo subito che non c'è una vera e propria trama, se non nel senso  più largo del termine; il film si presenta sin dal primo istante come un grottesco e sanguinolento inno che si consuma in sé stesso, senza tentare di costruire qualcosa o di lasciare alcunché allo spettatore (se si eccettua la generalizzata sensazione di disagio). La tematica, data l'originalità, sarebbe di per sé anche interessante ma si deve anche considerare che è una materia difficile da trattare; capisco le intenzioni del regista, ma avrei preferito un discorso più evocativo che esplicativo (ed è proprio in questi casi, credo, che il cinema orientale ha qualcosa da insegnarci, con la sua proposta di pellicole "di sensazione" e non "di narrazione"). 

La caratteristica principale del film è senza dubbio l'amatorialità, che considerando la qualità complessiva finisce anche per rivelarsi un merito. A ciò va aggiunto anche che per moltissimo tempo il film ha circolato solo grazie alla riproduzione illegale e solo in tempi relativamente recenti il successo di pubblico (di nicchia) ha permesso di poter distribuire un DVD del lavoro di Buttgereit. Al di là di questo apprezzamento generale però, non si può fare a meno di notare che la qualità complessiva risente molto della carenza di fondi. A scanso di equivoci preciso che io non sono per nulla d'accordo con chi dice che un basso budget è per forza indice di cattiva qualità, anzi: ci sono film fatti quasi con niente che sono dei veri e propri capolavori. La pellicola di Buttgereit non lo è.

Ciò che ho apprezzato di meno è stata, soprattutto in alcuni momenti, la forte pretenziosità della messa in scena, come che il film volesse rifuggire da quello che è (un prodotto fatto per shockare e poco più) per travestirsi in un film d'autore o simili. La composizione è in alcuni tratti decisamente (e inutilmente) barocca: si sprecano le sovraimpressioni, che forse dimostrano una buona conoscenza storica da parte del regista, ma che nella maggior parte dei casi hanno solo un effetto fastidioso e confusivo (anche se non c'è una trama, non dispiacerebbe capire cosa sta succedendo sulla scena). Anche le inquadrature, spesso spezzate e imprecise, concorrono a definire un quadro non certo felice; unica eccezione (parziale) è la musica, non così disastrosa.

Nel complesso siamo di fronte a un film che sicuramente rimane impresso per la violenza delle immagini, ma che si consuma in breve tempo e in fin dei conti non ha nulla da raccontare. Nekromantik è un film suicida, che non è in grado di esistere se non come pellicola del limite, in bilico fra visione e oblio.
VOTO: 4/10

Predators



Predators di Nimròd Antal - Genere: azione/fantascienza - USA, 2010

"Quando basta una lettera nel titolo per passare da un film all'altro", o anche "Quando non si sa trovare un titolo più originale". Uscito nelle sale nel 2010, il film si propone di riportare sulla scena gli alieni cacciatori del celebre Predator (appunto, senza la "s"), film di John Mc Tiernan del 1987. Di certo già allora non si trattava d'altro che di un titolo di genere estremamente commerciale, ma il Predator che aveva come protagonista Arnold Schwarzenegger ha quantomeno avuto il merito di aver calamitato attorno a sé molti fan e di aver suscitato l'interesse del pubblico. Questa pellicola molto più recente, come spesso succede, non riesce a replicare il successo del suo illustre predecessore.

E' bene specificare che non si tratta di un remake, ma idealmente di un terzo episodio della saga (che conta fra l'altro due cross-over con gli altri grandi protagonisti della fantascienza postmoderna, i mostri di Alien). Peccato che praticamente il film sia una specie di clone malriuscito dell'originale; infatti è come se la storia ricominciasse da zero, non essendo presenti connessioni esplicite con gli altri due film.Come spesso succede in casi analoghi a questo il regista ha puntato molto (quasi tutto a dir la verità) sulla spettacolarizzazione dell'azione, potendo sfruttare tecnologie di simulazione molto più avanzate che in passato. Esplosioni, combattimenti fra gli alieni e gli umani, c'è tutto il repertorio del caso; ma non basta.

La narrazione è prevedibile, spenta, poco coinvolgente. Il film ha una durata media ma sembra più lungo di quello che è. Lo spettatore assiste passivo alla carneficina fatta dai Predators ai danni dei malcapitati di turno e in seguito al loro tentativo di sopravvivenza. Come al solito ci sono parecchi salti logici che compromettono il piacere della visione (perché gli alieni all'inizio sembrano invincibili e poi basta un colpo di katana per ucciderli?), senza parlare del comportamento dei personaggi. Su tutti campeggia Adrien Brody, qui davvero odioso nella parte del cinico e spietato soldato mercenario che - grande novità - cattura col suo sguardo da bel tenebroso l'attenzione della Xeena contemporanea della situazione 

Come se questo non bastasse, a prendere parte a questo autocompiacimento del nulla si aggiunge Laurence Fishburne (il Morpheus di Matrix), che qui interpreta un sopravvissuto con qualche rotella fuori posto. Interpretazione didascalica e sottotono, ma almeno risolleva un po' la qualità del film. In conclusione, anche la fotografia e il montaggio non brillano particolarmente, anche se quest'ultimo tenta (senza successo) di creare qualche costruzione interessante sul finale. Nel complesso un film che non ha praticamente nulla da dire, un mal riuscito tentativo di riportare sullo schermo i Predators degli anni Ottanta che alla fine si rivela solo una classica trovata commerciale.
VOTO: 4/10

domenica 19 maggio 2013

I fiumi di porpora 2: Gli angeli dell'Apocalisse



I fiumi di porpora 2: Gli angeli dell'Apocalisse di Oliver Dahan - Genere: thriller - Francia, 2004

Dopo la prova quasi discreta del primo episodio diretto da Kassovitz, recensito qualche settimana fa, vorrei portare l'attenzione sul sequel del film, questa volta diretto da Oliver Dahan (autore fra l'altro de La vie en rose), con Jean Reno ancora una volta nei panni del commissario e docente di criminologia Pierre Niemans. Anche in questo caso si tratta di un lavoro per certi versi abbastanza originale per l'anno di produzione, che evidenzia ancora di più la componente escatologica (elemento che, a mio avviso, avvicina molto i due Fiumi di porpora al successivo Il codice da Vinci). 

Accentuazione dei richiami millenaristici al testo dell'Apocalisse di San Giovanni caratterizzano in particolare un film che, non fosse per questo, apparirebbe grossomodo identico al suo capostipite: ancora una volta Reno è affiancato da un giovane ufficiale di polizia che si diverte in scazzottate con i cattivi di turno; peccato che Cassel fosse almeno un attore migliore; Benoit Magimel invece è anonimo, didascalico e assolutamente eclissato da tutti gli altri personaggi del film. Su tutti infatti (anche sul protagonista) svetta giustamente Cristopher Lee, che anche in questa pellicola interpreta il ruolo dell'antagonista (come sempre nella sua carriera, dal Conte Dracula al Conte Dooku de L'attacco dei cloni), anche se nel caso specifico la sua grandezza oscura avrebbe potuto essere sfruttata molto meglio. 

Detto questo, cioè appurato che la componente teologica è abbastanza ben rappresentata, rimane quasi il nulla da precisare. Non è che il film in sé sia noioso, anche se sul finale l'attenzione scema un po' e tutto si traduce nel classico repertorio da film d'azione americano. Il problema, già ampiamente ventilato nel primo episodio, è un'impostazione della storia decisamente troppo televisiva, che incappa spesso nei tipici cliché dei  telefilm polizieschi Mediaset (non è per forza un male, ma qui si parla di cinematografia). 

Non vale la pena spendere troppe parole quindi sui buchi narrativi o sui salti logici abbastanza pesanti, perché nell'ottica di un prodotto proto-televisivo, questo appare in una qualche misura insito nel tessuto stesso delle immagini. Il problema è che gli elementi positivi del primo film e le buone carte in tavola che c'erano in teoria (i riferimenti all'Apocalisse e la presenza di Cristopher Lee), potevano essere sfruttati decisamente meglio. Il risultato non è da buttare via del tutto, ma risulta comunque estremamente mediocre.
VOTO: 4.50/10

Constantine



Constantine di Francis Lawrence - Genere: fantastico - USA, 2005

Sull'onda del successo dei vari Matrix, nei primi anni del nuovo millennio, Keanu Reeves si è visto protagonista di questo adattamento cinematografico di un personaggio letterario, John Constantine, un indagatore dell'occulto a metà fra un esorcista, Van Helsing e Buffy l'ammazzavampiri. Per capire in breve che genere di aria si respira nel film basta prendere il Neo di Matrix e renderlo ancora più americaneggiante e insopportabilmente tamarro, trasportare tutto in una metropoli molto steampunk e il gioco è fatto.

L'aspetto che al contempo risulta più interessante e più pericoloso è quello narrativo: di per se non si tratta di nulla di nuovo se non, come abbiamo già specificato, della traduzione (post)moderna di una figura narrativa ben definita, che ha avuto la sua prima codificazione proprio nell'Abraham Van Helsing di Bram Stoker. Un uomo dalla moralità eternamente in bilico che si appropria degli ultimi ritrovati della tecnica e li fonde con elementi attinti dal mondo del paranormale, del fantastico e dell'alchimia. Così anche Constantine ha il suo repertorio di armi high-tech per la lotta alle forze del Male, che non presenta troppe innovazioni e anzi per alcuni punti risulta essere piuttosto molto banale. 

Anche l'impostazione dei personaggi lascia un po' a desiderare; la recitazione è in realtà buona ma i protagonisti risultano presto molto scontati e si ripiegano senza troppe sorprese su delle macchiette narrative altamente prevedibili. Più interessante invece la rappresentazione delle forze bibliche del Bene e del Male, su cui campeggiano Lucifero (cui è stato dato il medesimo doppiatore italiano di Hannibal Lecter, con buoni risultati) e Gabriele (l'Arcangelo - divenuto incomprensibilmente donna - interpretato da Tilda Swinton). La prevedibilità degli individui si traduce a lungo andare in banalità della trama, che ricalca alcune situazioni tipiche piuttosto stereotipate, come la morte dell'aiutante di Constantine, in pieno stile Hollywood. 

Nonostante questo il film riesce a divertire anche se la durata complessiva risulta un po' eccessiva (due ore sono decisamente troppe per un film del genere). A salvare il tutto dal disastro intervengono una fotografia appena appena discreta, degli ambienti nel complesso curati e degli effetti speciali che (se si escludono alcuni scivoloni) sono credibili. Un titolo piacevole che, sebbene non si lasci ricordare particolarmente per meriti di sorta, non annoia e potrebbe essere il film giusto per un pomeriggio all'insegna del disimpegno.
VOTO: 5/10

sabato 18 maggio 2013

Audition



Audition di Takashi Mike - Genere: drammatico/thriller - Giappone 1999

Avevo sentito molto parlare di Takashi Mike, attualmente in concorso a Cannes con un nuovo film e così ho deciso di prendere la palla al balzo e guardare questa pellicola che mi è capitata davanti agli occhi in una delle classifiche del sito di cultura popolare Complex. Decisamente ne è valsa la pena, essendomi ritrovato davanti a un lavoro molto interessante ed accurato. Il film, che dura all'incirca due ore, viaggia in sordina per tutta la prima parte. Al di là della bella impostazione delle immagini e dell'indubbia qualità della regia, non sembra esserci un motivo particolare per interessarsi alla vicenda (se non la stranezza di fondo, tipicamente giapponese; chi altri sarebbe stato in grado di pensare di trovare una moglie tramite un provino cinematografico?). Durante tutta la seconda metà del film però la situazione si complica, diventa più interessante e coinvolgente a mano a mano che il protagonista precipita nel delirio ai limiti della piscopatia di Asami Yamazaki, affascinante e misteriosa ragazza.

Durante la ricerca che il protagonista compie per avere notizia della giovane di cui si è sinceramente innamorato, cade nell'abisso sincopato di una mente delirante, che fa riflettere questo potere di distorsione anche all'interno del tessuto delle immagini. Così mentre il film si avvicina alla sua epitome, localizzata nei bellissimi momenti finali, tutto si trasforma in un incubo a stanze permeabili, dove lo spettatore e i personaggi si muovono con una libertà associativa tutta psicologica. Non c'è più un filo a tenere insieme la vicenda e le situazioni si accavallano confusamente senza perdere tuttavia la loro elevatissima carica estetica. 

Il montaggio la fa da padrone e integra la già splendida fotografia che aveva tratteggiato gli spazi e i modi linguistici di tutta la prima ora abbondante di film. La conclusione è la resa materiale di tutto questo disagio che si è propagato nella matrice materiale del film, facendone vibrare gli elementi linguistici. La brevissima e praticamente non mostrata scena di tortura che chiude idealmente la vicenda è il malessere di una donna eterea eppure destinata all'abisso che prende forma. 

Questa pellicola, che ho rintracciato alle prime posizioni nella classifica dei cinquanta film più disturbanti, di certo non ha colpito nel segno pienamente se si considera quello come il metro di giudizio della qualità del lavoro di Mike. In un'ottica più generale, che possa invece tenere conto della resa generale del prodotto, l'impressione che Audition lascia non può che essere molto buona, sia per la gestione della diegesi e dei suoi tempi, sia più in generale per il modo in cui il linguaggio cinematografico ha trovato piena espressione in un film che è comunque dotato di un solido e coinvolgente impianto narrativo.
VOTO: 8.50/10

venerdì 17 maggio 2013

Bimba col pugno chiuso



Bimba col pugno chiuso di Claudio di Mambro, Luca Mandrile e Umberto Migliaccio, Genere: documentario, Italia, 2013.

Il periodo fra la fine di Aprile e l’inizio di Maggio è uno dei più importanti per la memoria collettiva della nazione italiana, essendo il momento in cui trova manifestazione il ricordo della Liberazione e viene data voce ai lavoratori che, oggi più che mai, hanno bisogno di essere rappresentati. Sulla prima di queste due occasioni di riflessione si concentra il documentario Bimba col pugno chiuso, che attraverso la voce di Giovanna Marturano, classe 1912, ci porta proprio dentro la storia di un paese che viene il dramma della guerra e della lotta partigiana.

Seguendo la voce di Giovanna, vedendola raccontare la sua vicenda e quella della sua normalissima famiglia è possibile avere un’immagine diversa di quei momenti così carichi di ideali, meno istituzionale ma certamente più vitale. Rifuggendo lo stereotipo dell’histoire evenementielle, dando cioè il giusto spazio a un racconto personale che riflette in sé il valore di universalità del suo messaggio, si è accompagnati nella rievocazione non solo di un altro mondo ma anche (e soprattutto) di una diversa sensibilità verso la vita.

Intervallata dai piacevoli frammenti animati che, spesso un po' troppo pedissequamente, fanno da controcanto visivo al racconto orale di Giovanna, la pellicola colpisce per la sua intensità disincantata. La drammaticità degli eventi convive con i ricordi aneddotici dell’anziana partigiana e il risultato è un arazzo narrativo dai diversi accenti che si spande in diacronia dal Fascismo alla Liberazione. La voce e il volto di Giovanna acquistano qualità quasi tattile e questo contribuisce ancora di più a riconoscere qualcosa di intimamente vero ed attuale nelle sue memorie.

Particolarmente significativo per questo motivo appare il passaggio in cui il racconto viene portato in una scuola e, attraverso gli occhi degli studenti, si può facilmente capire quale sia il valore di estrema attualità che la parabola esistenziale di Giovanna Marturano ha tracciato, che si concretizza come sempre ha fatto in passato nell’invito a una ribellione continua, che comunque non si riduce a sterile ossequio di un’ideologia partitica ormai irrealizzabile.

Un film molto interessante da un punto di vista ideale per i valori che comunica, realizzato discretamente e che meriterebbe di ricevere un'attenzione maggiore, quantomeno per il messaggio pedagogico che vi è sotteso.
VOTO: 7/10

mercoledì 15 maggio 2013

Laurence anyways

 

Laurence anyways di Xavier Dolan - Genere: drammatico - Canada 2012

Di Xavier Dolan, giovanissimo regista canadese, già due volte partecipante alla sezione Un certain regard del festival del cinema di Cannes ho già avuto modo di parlare. Proprio con Laurence Anyways Dolan ha peraltro vinto un premio in quella manifestazione lo scorso anno, che già lo aveva visto partecipare l'anno precedente. Attendevo quindi con estremo interesse di poter vedere questo suo terzo lungometraggio, uscito in dvd anche se (come per gli altri due film) non è ovviamente disponibile una versione in lingua italiana. 

In generale il film si presenta come una gigantesca summa dei temi cari al regista, che in particolare affronta in questa sua ultima fatica l'itinerario di trasformazione di Laurence, un insegnante che - alla soglia dei trentacinque anni - decide di cambiare sesso e di diventare una donna. Dolan quindi non smentisce la sua predilezione per le tematiche LGBT, sempre declinate in particolare attraverso una lente che ne mette in primo piano le componenti relazionali e sociali. Registriamo comunque, rispetto ai precedenti film, una enorme complessificazione dell'universo diegetico che non appare più chiuso nell'analisi quasi maniacale di rapporti minimi come quello con la madre (J'ai tué ma mère) o quello di amore/amicizia in un triangolo dalle tinte indie (Les amours imaginaries). 

Laurence è il simbolo di una crescita, un film spartiacque che apre a un nuovo momento d'indagine. Lo sviluppo linguistico che ha avuto modo di farsi nei precedenti lavori viene qui fatto esplodere in tutta la sua potenza. Vengono meno le parti più autoreferenziali (sintomatica anche la scelta di Dolan di non prendere parte al film in qualità d'attore, se si esclude un brevissimo cammeo alla Hitchcock) e si privilegia una sinergia molto ben riuscita fra strutturazione narrativa e sperimentazione estetica. Anzitutto va notato che Dolan è stato in grado di gestire egregiamente una pellicola di lunghezza davvero insolita (più di 180 minuti), evitando anche il pericolo sempre presente di scadere nel banale o di sbagliare il ritmo narrativo. La costruzione è infatti sempre molto ben sorvegliata, gli eventi si dispongono bene sulla lunga durata e la sceneggiatura regge egregiamente, anche grazie alla presenza di una cornice (altro elemento topico di Dolan) che commenta e chiude il film. L'unica nota un po' dolente sta proprio nell'ultimo scambio dialogico - piuttosto banale per essere un finale - ma, dopo un film così ben fatto è davvero una questione di poco conto.

Come abbiamo già avuto modo di notare per i titoli precedenti, la fotografia è ottima ed evidenzia uno sviluppo linguistico di Dolan, che è ormai pienamente padrone dei mezzi espressivi che utilizza. Rimangono alcuni relitti delle sue precedenti creazioni (come il primo "in negativo" che si effettua riprendendo le teste di spalle, tipico di Les amours imaginaries) ma la novità è che questi elementi ora non sono più una sorta di autocompiacimento estetico (piacevole ma, a volte, piuttosto fine a sé stesso) ma sono sempre subordinati alla comunicazione di un portato narrativo o extra-narrativo ben rintracciabile. L'abilità registica si vede poi nell'utilizzo di tutta una serie di elementi sintattici molto ben costruiti sia a livello di inquadratura che a di montaggio; si usano inquadrature diverse, slittando senza frizioni sensibili attraverso vari stili di realizzazione. La massima prova di tutto ciò sta nel fatto che Dolan è riuscito a inserire perfino un'interpellazione allo spettatore, in pieno stile moderno (il che oggigiorno è piuttosto raro). 

Un ultima nota va senza dubbio data al comparto musicale, sempre centrale nei film di questo cineasta canadese. Come in Les amours imaginaries si riscontrano diversi brani attinti dallo stile indie-rock (?) che di solito vengono utilizzati in corrispondenza dei pezzi più estetici. A questo repertorio va aggiunta un'ampia selezione (più ampia che in passato) di pezzi classico-sinfonici, che il regista piega magnificamente in alcune sequenze molto piacevoli anche se non narrativamente utili ai fini del procedere della storia. 

Ci sarebbe molto altro da dire su questa pellicola. Per concludere mi permetto di segnalare come Laurence si inserisca perfettamente nell'alveo scavato dai due precedenti film per tematica, idea di fondo etc. Quest'ultimo lavoro fra l'altro sembra veicolare un'idea meno pessimista del rapporto interpersonale mediato dal genere, portando a compimento una parabola di pacificazione che forse apre uno spiraglio di luce sulla nostra contemporaneità. In effetti Dolan, con la sua storia di Laurence Alia (significativamente neutro plurale dell'aggettivo latino alius, altro) sussume una vicenda che è comune quando non universale. Non si vogliono fare eccessivi panegirici al regista, ma questa trilogia d'esordio sembra essere la voce che narra delle vicende dell'oggi (o dell'immediato passato) con disincanto e senza banalità. Walter Benjamin diceva che la storia si fa per chi nel passato è morto senza avere voce, per redimerlo e per narrare la sua vicenda e; di queste storie senza voce, Laurence Alia è il simbolo più eloquente
VOTO: 9.50/10

Begotten



Begotten di E. Elias Merhige - Genere: sperimentale - USA, 1990

Uno dei film più inquietanti e particolari che abbia mai visto. Bandito dallo stato di Singapore dove non può essere mostrato e pesantemente osteggiato anche qui in Occidente dai rappresentanti ecclesiastici, Begotten è un film che più che la trama (pure abbastanza innovativa se si considera che è stato realizzato nei primi anni Novanta), colpisce soprattutto per la violenza visiva ed estetica con cui aggredisce, nel vero senso della parola, lo spettatore. 

Anzitutto è bene specificare che una vera e propria storia non c'è, o almeno così sembra fino a che durante i titoli di coda, non ci viene spiegato il senso del delirio cinematografico che abbiamo appena visto, con lo scioglimento di tutte le allegorie religiose che vengono finalmente svelate. Questo spegne (o almeno, dovrebbe spegnere) le perplessità del pubblico e in effetti grazie a questa chiave di lettura fornitaci dal regista, le stranezze che ci vengono proposte sin dai primi minuti del film appaiono almeno parzialmente comprensibili. Dietro a questa composizione ai limiti della psicosi si nasconde quindi una grande allegoria della Genesi, che decostruisce in negativo il topos della creazione con l'inquietante sequenza d'apertura. 

Considerando i tempi è però subito chiaro che Begotten non è stato pensato né si vuole presentare come un film narrativo: gli eventi diegetici si raccolgono tutti nei primi venti minuti di girato mentre, per tutto il resto del tempo, praticamente non succede nulla. Questo in realtà non dispiace particolarmente dal momento che l'assenza di un qualcosa da dire non zittisce la voce registica, che si concede ampi spazi di lavoro sulla natura stessa dell'immagine, arrivando a risultati decisamente buoni. 

La caratteristica principale del film di Merhige è quella di ricollegarsi a tutta una tradizione di sperimentalismo cinematografico che, a partire dai film delle origini, ripropone anche agli spettatori contemporanei la sensazione di una violenza anche fisica della visione. Begotten infatti è un film che unisce a un'estrema crudezza dei contenuti, una modalità di presentazione che crea anche un vero e proprio fastidio visivo. Il film è quindi insostenibile sia per i contenuti che per la natura stessa dell'immagine; Begotten è un (bel) film al limite della visione, sui limiti della visione. Criptico ma non per questo non meritevole di attenzione.
VOTO: 7.50/10

martedì 14 maggio 2013

Transsiberian



Transsiberian di Brad Anderson - Genere: drammatico/thriller - Spagna, Germania, Regno Unito, Lituania, 2008

Di solito non apprezzo particolarmente i film molto lunghi, a meno che non siano estremamente densi dal punto di vista narrativo (pensiamo ad esempio agli episodi de Il signore degli anelli che, al di là della lunghezza veramente colossale, comunque non annoiano mai). Per questo motivo il film di Anderson mi si prospettava terribile, ma così non è stato. Quello che mi ha sorpreso, soprattutto, è stato notare come questo accadesse anche senza una trama prepotente; la struttura narrativa del film è infatti abbastanza rada e dilatata e lascia ampio spazio a intermezzi estetici molto interessanti.

La narrazione miscela sapientemente elementi attinti da diversi registri stilistici, con un'apertura in pieno genere drammatico che vira, nell'ultima parte della pellicola, su stilemi thriller con accenti grotteschi. Nel complesso però le transizioni appaiono piacevoli, cosa aiutata anche dal fatto che alcune di esse vengono annunciate in maniera sotterranea già nel precedente sviluppo della storia. I personaggi appaiono ben caratterizzati e anzi, sono proprio le loro ben definite individualità a far procedere (seppure con qualche caduta nel banale) la vicenda mantenendo inalterata l'attenzione dello spettatore.

A ciò si deve necessariamente aggiungere un comparto tecnico meritevole, che brilla sopratutto per la fotografia veramente ben fatta: le ambientazioni, soprattutto in esterna, sono splendide e spesso la scelta del punto di ripresa costruisce le inquadrature in maniera rigorosa ma tanto bella da apparire quasi casuale. Interessante è anche il fatto che una dei protagonisti sia fotografa e che proprio l'immagine fotografica contamini pesantemente la struttura del film, fondendosi con la successione dei fotogrammi. 

Un altro spunto meritevole di attenzione è quello che si presenta soprattutto nella prima parte del lavoro di Anderson e che vede un continuo cambio della lingua utilizzata nei dialoghi, come se la Siberia che si sta attraversando in treno sia una terra di nessuno, una terra senza storia la cui verità rimane per sempre sepolta sotto la neve, nel silenzio delle persone rappresentate (nell'immagine fotografica come in quella cinematografica) con spunti di ejzenstejniana memoria.
VOTO: 8/10

venerdì 10 maggio 2013

Murder set pieces



Murder set pieces di Nick Palumbo - Genere: thriller/horror - USA, 2004

A parte il nome del regista che ricorda uno dei personaggi dei trailer cinematografici alla Maccio Capatonda, ho deciso di vedere questo film dopo che il sito di cultura popolare Complex lo ha inserito nella classifica dei cinquanta film più disturbanti della storia del cinema. In effetti siamo di fronte a un'opera - per citare la locandina - shockante, orrorifica e controversa. A mio modesto parere si tratta di un film colmo di elementi interessanti che però è viziato da diversi errori piuttosto importanti, che ne compromettono la qualità complessiva.

Anzitutto la trama, molto semplice e per nulla originale (tanto da poter essere riassunta bene in una puntata di Criminal minds o simili per capirci) ha dei paurosi vuoti narrativi, nel senso che le situazioni presentate sono inverosimili e a volte illogiche; questo rende tutta la costruzione molto fragile e costituisce un primo importante elemento di debolezza del film. Sarebbe stato molto più saggio (ed è una scelta che a tratti sembra venire ventilata dalla regia) rinunciare completamente all'apparato diegetico arrivando a confezionare qualcosa di simile al già recensito The bunny game. In questo caso si sarebbero potute facilmente sacrificare le strutture della credibilità narrativa. 

Montaggio attento e fotografia nel complesso discreta accompagnano la discesa dello spettatore nel delirio femminicida del protagonista. Molto belli gli intermezzi psicologici che, quando non risultano didascalici e prevedibili, rappresentano probabilmente la parte migliore di tutta la pellicola. Non siamo certo di fronte a un film di sensazioni, il sangue abbonda e le situazioni sono spesso disturbanti per lo spettatore, ma è comunque piacevole vedere che anche in questo marasma di sangue gratuito (o quasi) c'è spazio per un po' di riflessione estetica.

Alcune scene però sono decisamente inutili, mal realizzate e piuttosto ridicole: su questa linea vanno lette la sequenza della rapina alla videoteca per adulti (incommentabile per realizzazione, qualità dello scambio dialogico e credibilità dell'interpretazione complessiva) e il finale, veramente banale e prevedibile, nonché molto televisivo. Al di là di questo un altro elemento interessante non pienamente sfruttato dal regista è quello fotografico, che avrebbe potuto essere utilizzato per innescare una riflessione sullo statuto dell'immagine cinematografica alla Blow up, con l'aggiunta che in un film così disturbante tutto sarebbe stato amplificato al massimo.

Murder set pieces è insomma un film decisamente disturbante, che sebbene non sia spiacevole, delude parzialmente dal momento che avendo posto delle buone basi, ci si sarebbe aspettati fosse di una qualità generale migliore.
VOTO: 5/10