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venerdì 16 maggio 2014

Fargo



Fargo di Joel e Ethan Coen - Genere: thriller - USA, 1996

Fargo è senza dubbio uno dei film più noti dei fratelli Coen, osannato dalla critica e apprezzatissimo dal pubblico, si è aggiudicato (giustamente) un premio alla miglior regia al Festival di Cannes e ben due premi Oscar. La forza del film, che mi è decisamente piaciuto anche se devo ammetterlo non mi ha conquistato completamente, sta nel fatto di essere assolutamente innovativo per l'epoca, con una capacità straordinaria di precorrere i tempi, che si esprime nella libertà di alcune scelte registiche e nella complessità della sceneggiatura, firmata dai registi medesimi. William Macy (da me già apprezzato nei panni di Arbogast nel remake vansantiano di Psycho), ad esempio, interpreta un personaggio di una complessità e bellezza disarmanti, un vinto assoluto che ordisce suo malgrado la catena di eventi che si sviluppano nel film a partire da un motore per la verità piuttosto banale. Sì, perché Fargo riesce a reggersi magistralmente su un registro che, pur impreziosito dalla capacità registica e dalle ottime performance, non esorbita di troppo dal canovaccio standard del thriller medio. 

Se tutto si limitasse a questo però potremmo facilmente dimenticarci di questo film, per quanto apprezzabile. Mi pare invece che la sua grande caratteristica sia quella di non prendersi troppo sul serio, vale a dire di offrire tutta una serie di situazioni paradossali o perfino umoristiche, perfettamente cucite all'interno della trama degli eventi. Ad esempio la grottesca fuga della signora Lundegaard nel bianco algido delle spianate del Minnesota, dove la poverina si ritrova a rantolare in preda al panico, è completamente assurda e allo stesso tempo geniale. L'incongruenza ricercata di questi siparietti mi pare che prema sui margini della struttura e la apra inaspettatamente a dei piccoli lampi di genio, che costituiscono la vera e propria cifra di questa pellicola.

Il risultato complessivo è dunque doppiamente interessante, perché Fargo riesce a presentarsi come un film apparentemente conservatore, rassicurante e familiare, ma al tempo stesso a imporsi per la forza di alcune scelte particolarmente felici da molteplici punti di vista. Tutto sommato un film che mi sembra doveroso consigliare per il suo essere bello e divertente, anche se mi duole ammettere che non rientra nel novero delle pellicole che mi porto nel cuore.

VOTO: 7.50/10 

mercoledì 7 maggio 2014

Sonatine



Sonatine di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 1993

Mi sono sempre trovato estremamente colpito dal cinema giapponese e più in genere orientale: il mio amore per Kim Ki-duk e l'insana passione per Takashi Miike saranno certamente note ai lettori di questo blog. Eppure il mio primo approccio con Takeshi Kitano, notissimo cineasta nipponico riportato in quasi tutte le storie nazionali della settima arte, è stato piuttosto problematico. Forse le mie aspettative erano sbagliate e certamente non sono riuscito a comprendere fino in fondo ciò che Sonatine significa e rappresenta; di certo una più completa conoscenza della filmografia di Kitano mi aiuterebbe nell'impresa e senza dubbio i suoi sono film che desidero recuperare al più presto. Eppure, Sonatine per me è un film irrisolto, incompleto, forse troppo criptico per una esegesi matura, almeno attualmente. Spesso si dice che i critici hanno torto o ci vedono poco chiaro e molte volte posso essere d'accordo. Ma se critica e pubblico sono concordi nel ritenere che un film sia meritevole e io in quanto spettatore letterato non lo ritengo tale, qualche domanda vale la pena di porsela, per quanto il giudizio rimanga immutato. Nel caso specifico credo di non essere riuscito a entrare nell'ottica giusta, oppure di non aver guardato con sufficiente attenzione. E' senza dubbio un peccato.

Quel che è certo è che Kitano è riuscito ad aprire alla riflessione (meta?)cinematografica una trama piuttosto scontata come quella della crime story all'orientale, abbandonando progressivamente la fascinazione di una narrazione forte a favore di una diegesi fredda, molto evocativa ma estremamente debole e dilatata sino all'inverosimile. Gli uomini di Murakawa passano con il loro capo delle giornate vuote, in attesa che il loro destino si compia. Il tempo qui si allunga all'inverosimile e lo spettatore non può che seguire con un certo sconcerto le pantomime assurde che gli yakuza mettono in scena su una spiaggia bianchissima e quasi irreale. Di certo siamo di fronte a un'opera fastidiosa, disarmonica, ruvida e difficile da comprendere. Inoltre sono assolutamente certo che dietro alla diafana camicia di Kitano (qui anche attore oltre che regista), alla granitica inconsistenza della sabbia al di fuori del tempo, sia ben presente un lampo di genialità che non sono ancora riuscito ad assimilare. Come per alcuni film di Lars von Trier, spero di arrivare a comprenderne pienamente il senso e la grandezza. Per ora, il giudizio non può che rimanere parzialmente sospeso.

VOTO: 7/10 

martedì 29 aprile 2014

Fuoco cammina con me



Fuoco cammina con me di David Lynch - Genere: thriller - USA, 1992

Oltre a essere un celebratissimo cineasta e artista poliedrico, David Lynch ha firmato anche una vera e propria serie cult, I  misteri di Twin Peaks, datata 1990, di cui Fuoco cammina con me rappresenta il prequel. Preciso sin da subito due elementi, che credo sia necessario tenere in conto nel prendere in considerazione il mio giudizio verso il film. In primo luogo non ho avuto modo di vedere le puntata della serie, quindi non potrò valutare in nessun modo il modo in cui il film si integra rispetto ai contenuti del telefilm. In secondo luogo tengo a dichiarare che Lynch non è un cineasta che amo particolarmente, soprattutto per quanto riguarda le sue ultime produzioni; per quanto film come Lost Highways e Inland Empire siano senza dubbio realizzazioni straordinarie, devo ammettere che in tutta onestà non mi hanno convinto fino in fondo e soprattutto nella sua ultima opera è forte la sensazione che Lynch abbia profondamente travalicato i confini dello spazio filmico, per aprire la sua arte su prospettive che a mio parere non appartengono (almeno non completamente) alla critica cinematografica.

Ciò detto è necessario riconoscere che, almeno per me, Fuoco cammina con me rappresenta la migliore prova registica di David Lynch, una perfetta miscela di avanguardia linguistica, suggestione immaginifica e solidità narrativa. Pur essendo grossomodo spartibile in due parti ben distinte il film mantiene una sua unitarietà stilistica e drammatica, giungendo a compimento nel finale dove si raggiunge l'acme della poetica lynchiana. La trama thriller è raccontata con efficacia, ma non predomina sulle componenti più caratteristiche dello stile di Lynch, come l'attenzione morbosa per gli oggetti che - ripresi a distanza volutamente troppo ravvicinata - sembrano quasi assumere una vita feticizzata che li fa emergere dando loro una dignità simile a quella dei personaggi. A ciò si aggiunge, ovviamente, l'immancabile persistenza sul confine dei registri stilistici, potremmo dire fra il concreto e l'astratto, fra l'onirico e il reale (non si allude ovviamente, almeno non in maniera così ingenua, al Reale nel senso lacaniano del termine). 

Senza dubbio per chi conosce la serie di Twin Peaks il film avrà rappresentato la conferma e la spiegazione di nodi insoluti della vicenda, mentre per chi come me non si è ancora approcciato a questo prodotto, Fuoco cammina con me mantiene una salutare patina di mistero che - ben lungi dall'essere sintomo di incompletezza- garantisce un fascino magnetico al film e alla vicenda così efficacemente raccontata da Lynch. Mi rendo conto che in questo come in altri casi sarebbe forse apprezzabile un commento più circostanziato sulle qualità del film, ma credo che questa non sia la sede adeguata per questo scopo. Di fronte a un'opera potente come questa la soluzione migliore è forse, nell'ambito di una recensione, quella di fornire degli stimoli per suscitare la visione. Concludendo in breve a questo scopo, il film ispirato a Twin Peaks si lascia apprezzare per lo splendore della tecnica compositiva e linguistica di Lynch, cui si unisce in questo caso una sceneggiatura eccellente e fortunatamente lontana dagli eccessi sperimentali e a volte troppo confusivi cui ci hanno abituato le sue opere più recenti.

VOTO: 10/10 

martedì 22 aprile 2014

Fight Club



Fight Club di David Fincher - Genere: thriller/drammatico - USA, 1999

David Fincher, regista che ha dato il meglio di sé alla fine degli anni Novanta, è l'autore (ci sarebbe da chiedersi quanto noto), di uno dei film più noti e citati di tutti i tempi. Dopo lo straordinario successo di Seven (1995) e quello del film qui presente, il cineasta di Denver si è eclissato, fuoriscendo dall'anonimato a partire dall'interessante Zodiac, datato 2007, che ha cercato e almeno in parte è riuscito a rifondare la strada del genere thriller. Dal genio di Palahniuk, Fincher crea una pellicola efficace che riprende e approfondisce alcuni degli aspetti tematici già abbozzati nel film precedente, che vedeva ancora il buon Brad Pitt come protagonista. Forse potrei essere di parte, ma considerando che Fight Club, per quanto mi sia piaciuto non rappresenti per me un capolavoro indiscusso (almeno non ai livelli a cui di solito viene valutato), posso dire sinceramente che Fincher è riuscito a raccontare, molto prima e molto meglio del sopravvalutato Nolan i meccanismi della mente e della psicologia umana.

Fight Club ci propone per la prima volta una struttura drammatica à la Saw, dove tutto è apparentemente a portata di mano per la comprensione della vicenda. Giocando con le aspettative dello spettatore il regista orchestra una diegesi che si rivela solo nell'epifania finale, raggelando la capacità di analisi del pubblico. Tutto orbita attorno alle ottime performance recitative di Brad Pitt e dell'eccellente Edward Norton, vero e proprio centro nevralgico dell'intera opera; seguendo la sua esistenza in modo non lineare, con un uso libero e dinamico della grammatica visiva, Fincher confeziona un'opera agile che sembra girata addosso al suo protagonista (o dovremmo dire ai suoi?), alternando con un ritmo davvero riuscito episodi comico-macchiettistici, riflessioni di carattere più alto (che spesso sono più suggerite che mostrate) e sequenze d'azione/dinamismo molto ben studiate.

Tutto sommato non si può non rendere merito a Fincher per la freschezza e la piacevolezza della sua opera, che per quanto mi riguarda non riesce comunque a eguagliare i livelli di ricercatezza drammatica e formale del suo predecessore Seven. Si mantiene comunque un titolo validissimo, che non sente per nulla il peso dei suoi ormai quindici anni. 

VOTO: 7.50/10 

giovedì 17 aprile 2014

La sottile linea rossa



La sottile linea rossa di Terence Malick - Genere: drammatico/guerra - USA, 1998

Malick è un regista nei confronti del quale ho difficili problemi di rapporto e non mi vergogno certo a riconoscerlo. Di più, posso dire tranquillamente che, per quelli che sono i miei gusti e in base a quello che cerco dal cinema, lui di certo non mi piace e non è uno dei registi che apprezzo in senso assoluto, soprattutto considerando l'impressione abbastanza negativa (The tree of life) o molto negativa (To the wonder) che mi hanno fatto i suoi ultimi film. Probabilmente si tratta di un mio limite e su questo ovviamente si può discutere, ma tant'è. Ero molto scettico dunque quando ho deciso di prendere in mano questo La sottile linea rossa, film arrivato in Italia quasi parallelamente al forse più noto film spielbergeano Salvate il soldato Ryan, il quale senza dubbio costituisce un esempio solo mediocre di come si possa realizzare un film sulla guerra. Ero intimorito dalla durata colossale dell'opera, lunga quasi tre ore, e i miei trascorsi con Malick non mi lasciavano ben sperare. Fortunatamente, posso ammettere in tutta tranquillità, che questo film è veramente ben fatto e mi ha molto colpito (anche se questo, va da sé, non modifica la mia opinione sul regista o sui suoi ultimi titoli). 

Preciso subito: personalmente credo che ci troviamo di fronte a un lavoro del quale si potrebbe parlare per ore, confrontandosi su argomenti molteplici, come l'appartenenza di genere; io stesso sono restio a classificarlo primamente come film di guerra, ma le generalizzazioni a volte aiutano e sono comunque una indicazione fondamentale per il pubblico. Come mi è capitato di fare più volte con film particolarmente complessi, mi limiterò a gettare qualche elemento interessante, senza pretese di completezza o sistematicità; senza dubbio si tratta di una visione che merita di essere fatta. 

Al di là di una regia che, come sempre in Malick (e questa è la parte migliore dei suoi ultimi film) è attentissima e dal punto di vista della fotografia è probabilmente insuperabile in quanto a bellezza e pulizia, il grande merito che dev'essere tributato al regista de La sottile linea rossa è relativo alla sua grande capacità di non ridurre il tema bellico a una sequela di combattimenti infarciti di una retorica stanca e troppo spesso manichea (come nel caso del buon Spielberg). Durante il racconto, non per questo meno crudo, della conquista da parte dell'esercito americano di una posizione strategica in Oceania nella Seconda Guerra mondiale, Malick riesce a ritagliare uno spazio concreto per divagazioni (nel senso più alto del termine) di una voce speculativa che si trova a riflettere su problemi ontologici o comunque smaccatamente filosofici. Questo fa in modo che il film possa elevarsi e assumere un tono speculativo che coinvolge tutti i personaggi, interpretati, in maniera sempre apprezzabile, da un cast importante dove si contano vari nomi del cinema di un certo livello di oggi e dell'immediato passato. 

Ho detto personaggi, perché proprio per evitare i facili eroicismi della guerra (soprattutto della Holy War del 1939-45), Malick sembra rigettare l'idea di uno o più protagonisti e affida il suo lavoro a una conduzione corale che snocciola, domanda dopo domanda, un poema drammatico e toccante che esula dalla guerra e finisce col parlarci profondamente della nostra condizione come esseri viventi. 

VOTO: 8/10 

mercoledì 16 aprile 2014

Le Iene



Le Iene di Quentin Tarantino - Genere: azione, thriller - USA, 1992

Nel mio ultimo post, parlando della prima opera di Dario Argento, ho detto che si è trattato di un esordio convincente che si è presto tramutato in uno stile cancrenizzato e insoddisfacente. Quentin Tarantino, regista per il quale ho senza dubbio un rapporto di amore/odio, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, confeziona un film straordinario, di una violenza visiva inenarrabile ma - soprattutto - di uno stile talmente sofisticato e al tempo stesso apparentemente facile da far venire i brividi. Mi pare infatti che una delle caratteristiche fondamentali dei film di Tarantino, penso a Kill Bill e in misura minore a Pulp Fiction, sia la loro grandissima capacità di parlare efficacemente anche ai non addetti ai lavori, o quantomeno al pubblico che dal cinema esige solo un sano intrattenimento. Ho a lungo pensato che questo carattere pop (nel senso etimologico del termine) fosse un potenziale demerito, ma sto lentamente convincendomi a rivedere la mia posizione. 

In ogni caso Le Iene contiene in sé un cocktail esplosivo di elementi che ci raccontano, in una specie di teatro kabuki della violenza gratuita, praticamente tutto il cinema di Tarantino precedente a Bastardi senza gloria, per il quale va fatto senza dubbio un discorso almeno in parte diverso. Siamo di fronte a un film che è davvero una prova registica di grande valore, che ci dice in modo succinto e stringato quanto bisogna sapere sull'estetica di Tarantino e sulla sua capacità mascherare il proprio valore ai più. Intendiamoci, Le Iene è senza dubbio un film difficile da girare e che mette subito in chiaro quella che è la tempra di uno dei registi più controversi ma importanti delle ultime decadi. Anche se forse c'è ancora qualche asperità da smussare, la linea narrativa a intreccio è gestita in maniera egregia e il titolo è già un crogiolo di citazioni che arrivano fino all'ormai ben noto spaghetti western Django.

Tarantino lo si può apprezzare o no, ma è senza dubbio un dovere della critica quello di rendere merito all'importanza di titoli tanto ben realizzati. Forse non eccessivamente rivoluzionari in questo caso, ma davvero egregiamente orchestrati sotto il profilo della tecnica.

VOTO: 9/10 

giovedì 3 aprile 2014

#AngoloTrash: Troll 2


Troll 2 di Claudio Fragasso - Genere: horror/trash - Italia, 1990

Notissima produzione italiana (!!!) dei primi anni Novanta, Troll 2 è uno dei film squallidi più celebri sul web. Ammirato negli USA come il migliore fra i film trash mai realizzati e compreso nei peggiori cento film recensiti su IMDB (anche se ormai è quasi uscito dalla lista... incredibilmente), il film è senza dubbio il motivo principe della fama (negativa) di Claudio Fragasso, autore di una serie assolutamente incredibile di film di bassa lega che ha anche firmato, assieme a Bruno Mattei, il celeberrimo Zombi 3, opera "incompiuta" del maestro Fulci, che ne ha girato solo una piccola parte prima di esserne impossibilitato a causa della sua malattia. Ai limiti dell'umana comprensione per la bassezza dell'intreccio e degli effetti visivi, Troll 2 è senza dubbio un titolo che un appassionato di film trash non può non conoscere. 

La trama è molto semplice: un'allegra famigliola americana va a passare un periodo di vacanza nella bucolica cittadina di Nilbog, seguita dal fidanzato della figlia maggiore e dai suoi amici. Gli abitanti di Nilbog sono in realtà dei goblin (e non dei troll...) che uccidono un po'di elementi del gruppo prima di essere eliminati. Fine. La prima cosa straordinaria da notare è che i goblin, già nella loro forma umana, sono vegetariani... e uccidono le persone per poi trasformale in alberi e potersi cibare delle loro "carni". Se tutto ciò non fosse già abbastanza assurdo, e mi pare lo sia, in una specie di chiesa sconsacrata che sembra un laboratorio alchemico si trova anche una strega, che in realtà è a sua volta un goblin (!!!) e che collabora con i suoi amichetti verdastri con l'obiettivo di eliminare la famiglia di cui sopra. 

Il film è pieno di assurdità sia a livello narrativo che tecnico (celeberrima la scena dei pop-corn, assolutamente impagabile!) ma alla fin fine per come è costruito non riesce a divertire fino in fondo, anche al di là della breve durata. In circa novanta minuti di film succedono tante di quelle cose strampalate e raccontate talmente male che l'effetto complessivo è un po'stordente e comunque si vorrebbe che la proiezione finisse il prima possibile. Peccato che non succeda e fra una recitazione pessima (da vedere anche il celebre Oh my god!) e degli effetti spaventosamente trash, Troll 2 si presenta come un titolo da cui forse, ormai, ci si aspetta un po' troppo. 

VOTO



sabato 29 marzo 2014

Cure



Cure di Kiyoshi Kurosawa - Genere: thriller - Giappone, 1997

A partire dagli anni Novanta e per buona parte del decennio immediatamente successivo l'estremo Oriente ha regalato alla cinematografia mondiale una serie di titoli assolutamente fondamentali per il rinnovamento del genere horror, a partire dal meraviglioso Ring di Hideo Nakata. Cure, film di cui ero a conoscenza ma che ho rivisto con molto piacere grazie al consiglio di Roberta Novielli, si inserisce decisamente in questo filone estetico, seppure con un aroma più thriller e legato al leitmotiv dell'indagine poliziesca. A partire dalle ricerche del detective Takabe su una serie di strani omicidi si sviluppa una trama incredibilmente originale per l'epoca, orbitante intorno al problema del mesmerismo e della suggestione ipnotica. Ma se Kurosawa si fosse limitato a svolgere - seppure con precisione e dovizia - un compitino già scritto il film sarebbe decisamente mediocre. La capacità registica di Kurosawa, invece, riesce a garantire a questo Cure un alto livello di ricercatezza formale, che si traduce in uno stile visivo: inquadrature permeate di un malessere interiore che sembra promanare, come un'aura, direttamente dai personaggi si articolano in lunghi e agonizzanti piani-sequenza che ritagliano campi oblunghi e carichi di un'ansia atavica.

C'è molto Fincher in tutto questo e lo stesso Kurosawa ha ammesso di essersi ispirato a Seven oltre che a Il Silenzio degli Innocenti, anche se in questo caso i riferimenti mi sembrano più estemporanei e contingenti, meno pregnanti insomma. Lo stesso consegnarsi (seppure involontario) alle autorità del responsabili dei crimini ricorda molto più John Doe che non Hannibal Lecter, del cui fascino - purtroppo - non c'è alcuna traccia in Cure. La cosa straordinaria comunque è proprio che Kurosawa sia riuscito a integrare gli stimoli provenienti da questo cinema tipicamente americano filtrandoli, grazie alla sua cultura di origine, sino a creare un prodotto completamente originale e stilisticamente quasi agli antipodi del modello. Kurosawa ricerca un'antispettacolarità intimista e a tratti lirica, basata molto più sulla sottile interazione psicologica che sull'evidenza del macabro (seppure a tratti questo registro diventi evidente, come nel momento in cui la dottoressa viene colta nell'atto di privare la sua vittima del proprio volto). 

Per tutti questi motivi Cure è senza dubbio un film consigliato, da rivedere anche solo per una questione storicistica o per godere di un buon thriller, ben scritto e ancor meglio girato. Astenersi patiti della truculenza gratuita e delle sceneggiature senza spessore, che privilegiano un'inutile esasperazione della violenza visiva.

VOTO: 7.50/10 

giovedì 13 marzo 2014

Il Corvo



Il Corvo di Alex Proyas - Genere: thriller/horror - USA, 1994

Tratto da un fortunato fumetto underground, il film di Proyas è senza dubbio uno di quei titoli che, pur non possedendo delle indubbie qualità estetiche o tecniche, è penetrato fortemente all'interno dell'immaginario collettivo fino ad assumere un autentico valore cultuale. Per motivi diversi un discorso simile lo abbiamo fatto nel caso de I guerrieri della notte. Il Corvo è in effetti un film che ha avuto un grandissimo successo e, spiace un po' ammetterlo, forse almeno una parte di quest'ultimo deriva dalla tragica morte del povero Brandon Lee, ucciso per errore proprio durante le ultime riprese del film. Come l'Eric protagonista della pellicola anche Brandon è morto in modo del tutto inaspettato, come per conseguenza di una inarrestabile e generalizzata entropia. 

Riguardo al film, come dicevo, non c'è di per sé troppo da dire. Trovo che il lavoro del regista non sia del tutto negativo e per esempio da un punto di vista visivo riesca a rendere molto bene le atmosfere goticheggianti e degradate che fanno da sfondo al mortifero volo del corvo. Da questo punto di vista la caratterizzazione dei luoghi e degli ambienti è forse troppo fumettistica e quindi debitrice al testo di partenza, ma il salto di qualità avviene per fortuna nel caso dei personaggi: sia Eric che il suo principale antagonista interpretato da Michael Wincott sono raccontati molto bene anche se, soprattutto quest'ultimo, si riduce spesso a una sorta di parodia pseudo-filosofica di sé stesso. I difetti maggiori del film emergono però a mio avviso a livello di sceneggiatura, soprattutto nel caso di alcuni dialoghi che vedono protagonisti la giovane Sarah e il detective Albrecht (il personaggio forse più stereotipato dell'intero film). In questi casi emerge una ingenuità eccessiva a livello di resa drammatica, che stona completamente con alcuni punti ben più efficacemente costruiti e messi in bocca al cattivo/filosofo. 

Nel complesso mi sembra che il film intrattenga molto bene e senza dubbio gli va riconosciuto, quantomeno da un punto di vista storico, un ruolo senza dubbio importante a livello di cultura pop. Per quanto riguarda il lato più eminentemente cinematografico il lavoro di Proyas poteva riuscire senza dubbio meglio, anche se - bisogna dirlo - l'accompagnamento offerto dalla colonna sonora è davvero qualcosa di raro. 

VOTO: 5/10 

mercoledì 12 marzo 2014

Toy Story: Il mondo dei giocattoli



Toy Story: Il mondo dei giocattoli di John Lasseter - Genere: animazione - USA, 1995

Io non sono mai stato un grande amante della Disney; è vero che da piccolo ho consumato la videocassetta de Il Re Leone e ho imparato a memoria tutte le canzoni di Nightmare before Christmas ma non ho mai avuto la passione sfrenata che molti pure hanno per film come La Sirenetta, Pocahontas etc. Meno ancora per i film Pixar, di cui ho visto giusto Alla ricerca di Nemo e molto più recentemente Monsters University. Essendomi trovato più o meno costretto a vedere Toy Story, primo film Pixar e capostipite dei lungometraggi di animazione realizzati completamente in digitale, non ho potuto fare a meno di rimanerne piacevolmente colpito per almeno un paio di motivi fondamentali, che cercherò di sintetizzare qui sotto attorno alla definizione di postmoderno. Va da sé che il termine è inflazionatissimo a partire da quando ne ha parlato il buon Lyotard, ma mi sembra che per un'opera come quella di Lasseter non ci siano indicazioni migliori, che abbiano la capacità di metterne in risalto le caratteristiche precipue pur inserendole all'interno di un panorama più o meno riconoscibile. Ben più e ben prima di Matrix, Toy Story è un'opera profondamente connessa alla "condizione postmoderna".

La caratteristica principale dei film Pixar, che si vede molto bene già da questo primo lavoro (per quanto un po' incerto a livello di animazione) è la capacità di trattamento delle forme digitali. In tutti i film di questa casa produttrice si registra infatti un pregevole tentativo di rendere attoriali le performance dei corpi digitali sintetizzati al pc. I movimenti e le azioni dei giocattoli di Andy mimano senza difficoltà le caratteristiche di un'interpretazione filmica e anche a livello linguistico inquadrature, fotografia e montaggio cercano di emulare effetti di spiccata cinematograficità, riuscendoci quasi sempre in modo certo soddisfacente. Tutto questo si fonde con una colonna sonora che, nel caso dell'edizione italiana, ammetto candidamente di non aver gradito molto: a differenza degli altri film Disney classici mi sembra che anche a livello testuale siano piuttosto carenti. 

L'altro grande pregio del film è senza dubbio la sua capacità di connettersi a un tessuto di conoscenze condivise, citando (anche qui in maniera pienamente postmoderna) tutta una serie di altre pellicole ben sedimentate all'interno della memoria collettiva: Il Re Leone, Shining, Star Trek, Alien sono solo alcuni dei titoli che vengono inseriti nella fitta rete di riferimenti messa in scena da Lasster. E' vero che la citazione si risolve in un semplice gioco di individuazione, ma il tutto - data anche la natura del film - è comunque divertente e raggiunge il suo scopo. Tutto questo rende Toy Story un film ben riuscito nel suo intento, così come meritato è l'Oscar a Lasseter: un autentico premio speciale per la sua capacità registica nel primo film completamente digitale.

VOTO: 7.50/10 

martedì 11 febbraio 2014

The Blair With Project



The Blair Witch Project di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez - Genere: thriller - USA, 1999

I motivi per cui riprendere in mano il fortunatissimo film di Sanchez e Myrick sono molteplici. Il principale è senza dubbio la sua pervasività: un'analisi neanche troppo accurata della produzione di genere dal 2000 ad oggi non potrà non confermare che, se nella prima parte dello scorso decennio, a tenere banco nei film horror sono stati soprattutto gli stilemi mutuati dai capolavori di Nakata, è fuori discussione che dalla metà degli anni zero in poi le caratteristiche formali di The Blair Witch Project hanno generato un vero e proprio stile horror unificato, per quanto spesso utilizzato in prodotti di dubbia qualità. Senza Blair non avremmo avuto Paranormal Activity, R.E.C. etc; forse sarebbe stato meglio, ma non è questa la sede per deciderlo. Non va poi neanche sottovalutata la genialità sottesa a un prodotto del genere: grazie all'impiego di una strategia promozionale virale che per la prima volta o quasi ha utilizzato le potenzialità offerte da un sistema mediale convergente, i realizzatori del film non sono solo riusciti a guadagnare una cifra assolutamente incredibile di denaro (soprattutto se commisurata ai costi di produzione) ma - obiettivo ben più ambizioso - sono riusciti per un po' a far credere che ciò che si vede nel film fosse realmente accaduto. Non è niente di paragonabile all'ondata di panico collettivo causata dallo Welles de La guerra dei mondi, ma considerando l'epoca già disillusa in cui Blair è stato prodotto, il risultato merita la giusta attenzione.

Fin qui tutto bene. Lo stile del film è ovviamente in presa diretta, la qualità delle immagini è imprecisa, scarsa, tremolante; segue insomma tutte le caratteristiche tipiche della ripresa a mano. Interessante anche notare come un film del genere contenga verità profonde sul cinema e sul suo significato: i riferimenti potrebbero essere molteplici, ma basterà ricordare come con una semplicità di mezzi disarmante Myrick e Sanchez siano riusciti a rendere visibile il famoso fuori quadro di Aumont, proprio perché in un prodotto come questo non c'è nessuna distinzione (o quasi) fra produzione e fruizione. Il problema di fondo che ritrovo nel film è sostanzialmente di ritmo. Intendiamoci; ho apprezzato molto che i registi si siano sforzati in tutte le maniere di non visualizzare la minaccia che opprime i tre protagonisti, forse anche per questioni di budget, ma l'estremismo produttivo di questa pellicola segna in un certo senso il suo limite: l'estrema amatorialità del tutto ne rende quasi indecidibili le sorti. Il risultato è paradossale, perché un film pensato come una trovata commerciale e promosso come tale finisce con lo sconfinare nel film-saggio che non riesce assolutamente a intrattenere. 

Forse in tutto questo c'è un che di geniale, ma io non ne sono del tutto convinto. Rimane il fatto che si tratta di un lavoro interessante proprio perché nel '99 si trattava di una novità assoluta, ma che non mi convince appieno. Certamente da vedere per chi vuole cercare di capire da dove si origina la direzione imperante dell'horror attuale. Mi chiedo se in Blair si possa trovare anche un punto di ripartenza, dato che ormai si sente da qualche anno il bisogno di una novità forte in materia. 

VOTO: 5.50/10 

lunedì 10 febbraio 2014

Pulp Fiction



Pulp Fiction di Quentin Tarantino - Genere: thriller, drammatico - USA, 1994

Questo è il primo film di Tarantino che recensisco sul mio blog. Sacrilegio? Forse, visto che ho amato follemente i due Kill Bill ancor prima di sapere qualcosa di come funzionasse il linguaggio cinematografico. Ma la verità è che a me Tarantino non piace, lo trovo una persona fastidiosa e il suo stile non corrisponde a quello che preferisco e ricerco costantemente quando guardo un film. Il senso della critica però, almeno per come la intendo io - e non per tutti è così a quanto sembra -, è quello di formulare giudizi motivati che preludano almeno in parte dalle preferenze personali. E allora, così come i quadri di Monet rimangono assoluti capolavori pur non piacendomi, non posso non riconoscere (forse con un po' d'umiliazione, perché Tarantino alla fine ha vinto?), che Pulp Fiction merita un posto di diritto nella storia della cinematografia mondiale.

I motivi sono molti e su Tarantino e questo suo film sono stati spesi fiumi d'inchiostro reale o digitale, considerando anche che la sua personalità particolare ha favorito l'emergere di fenomeni di fidelizzazione assolutamente significativi. Secondo me una delle ragioni profonde del successo e della genialità di questo film stanno nel fatto che è riuscito a divenire un fantastico trait d'union fra due momenti fondamentali del cinema: il postmoderno come cifra stilistica in qualche modo definita da una unità di intenti chiara e riconoscibile e il variegato emergere di tendenze non banalizzabili sotto un comune denominatore che costituisce una delle cifre più caratteristiche della contemporaneità (o forse della nostra visione di quest'ultima, visto che la distanza storica ci offusca in qualche modo la vista). In Pulp Fiction, crogiuolo citazionista intessuto di rimandi ultrastratificati a formare un arazzo affascinante e inestricabile, sono contenuti in potenza buona parte dei capolavori del passato (un po' di western all'italiana, Easy rider etc.), la produzione futura del regista (il riferimento a Carradine e la sequenza della katana non possono non richiamare Kill Bill) e una buona parte delle tendenze di genere attuali (Hostel, di cui Tarantino è stato non a caso produttore esecutivo). 

Lo stile registico gestisce questo complesso mosaico in maniera fresca e vivace ma sorprendentemente controllata, non c'è niente che sia fuori posto e tutto torna magicamente anche all'interno di una struttura narrativa che scompagina qualsiasi linearità narrativa molto prima di Nolan (e Nolan è un altro autore che non amo, ma questa è un'altra storia). E' difficile scrivere una critica di Pulp Fiction che non ne sia un'analisi dettagliata e non è questo lo scopo di una recensione, probabilmente. Qui più che altrove vale la pena di invitare tutti a confrontarsi con questo capolavoro (un po' mi duole ammetterlo); anche gli scettici non rimarranno delusi.

VOTO: 10/10 

giovedì 6 febbraio 2014

Crash



Crash di David Cronenberg - Genere: thriller, erotico - Canada, Regno Unito, 1996

Sulla locandina di Crash si legge che il Premio della Giuria a Cannes dell'anno in cui venne presentato è stato conferito per l'originalità e l'audacia del film. Niente di più vero; più ancora di Videodrome che stilisticamente è sicuramente migliore, Crash propone una struttura interessante e profondamente disturbante per quello che riguarda i temi. Il concetto basilare ha a che fare - come spesso in Cronenberg - con le tematiche dell'ibridazione corporea e del rapporto uomo-macchina (dove macchina ha in generale il senso di elemento artificiale); rimane sottaciuto l'altro grande tema di Cronenberg che è quello dell'immagine video come elemento perturbante (e, ancora una volta, corporeo; Videodrome docet). Un lavoro che si qualifica senza dubbio come innovativo e che si lascia apprezzare per la spregiudicata disinvoltura con la quale tratta l'elemento sessuale, presentissimo (addirittura il film è catalogato spesso come erotico, e a questa interpretazione ci uniformiamo nella dicitura che diamo poco sopra, per quanto la questione sarebbe meritoria di una discussione un po' più ampia) e ben lontano dall'essere mascherato. Ciò nondimeno non si può fare a meno di notare come perfino in Cronenberg agisca una sorta di sguardo (auto)censurante, per cui molto spesso queste sequenze assumono un'aria di artificialità quasi fastidiosa.

Stilisticamente la pellicola si lascia guardare senza difficoltà, anche se devo dire che da un autore interessante come Cronenberg mi aspettavo qualcosa di più. Anche un film anonimo e non molto interessante come Cosmopolis si lasciava apprezzare per il colorismo algido delle sue inquadrature; in Crash invece non sembra essere presente alcun elemento che esorbita "dalla media", manifestando una forma decisamente tradizionale. Ben realizzata, certo, ma per nulla innovativa. Quantomeno, rispetto al film con Pattinson, non possiamo non notare come la struttura drammaturgica sia meno cavillosa e più agevole: per quanto disturbante e disorientante, la storia di Crash evita il rischio di rinchiudersi in una torre d'avorio di presunta filosofia, al di fuori della quale lo spettatore non può che rimanere un po' confuso e annoiato. 

Rimane senza dubbio un prodotto abbastanza valido, ma che mi ha lasciato con l'amaro in bocca perché un film del genere non sembrerebbe prodotto da uno dei più visionari registi della generazione che ha contribuito a rinnovare il cinema americano. 

VOTO: 6/10 

mercoledì 29 gennaio 2014

Il Cattivo Tenente



Il Cattivo Tenente di Abel Ferrara - Genere: drammatico - USA, 1992

Se qualcuno dicesse che oggi una buona parte del cinema commerciale, spesso lacrimoso e ancor più spesso un po' brutto, viene dagli USA, con una buona approssimazione starebbe dicendo una cosa vera. In generale possiamo dire che si tratta di un cinema che ha uno sguardo ammorbidito e poco pungente. Proprio per questo vale la pena tirare fuori dal cassetto quel fortissimo capolavoro che è Il Cattivo Tenente, opera-manifesto di un'America realista, cruda ma non per questo priva di un qualche sentimentalismo. Già la storia in sé fa percepire la novità del tutto, riprendendo con una vicinanza veramente fuori dal comune, la vita di un membro deviato della polizia prima di qualsiasi Dexter e simili. Spiace un po' vedere come il leifmotiv di Ferrara sia diventato un soggetto da telefilm, ma a quanto pare è un destino comune a molti. 

Tutto è già perfettamente raccontato nelle prime inquadrature, che ritagliano un ritratto ravvicinatissimo dell'anonimo Tenente, prima ancora di mostrarcelo nella sua degenerazione fra droga, alchool, scommesse e tutta una serie di altri elementi che forse oggi possono sembrare scontati e noiosi, ma che all'epoca non lo erano; dobbiamo considerare che il già visto di questi brani deriva in massima parte dal fatto che si tratta di stilemi mutuati solo successivamente dal telefilm. Un dramma dunque, quello del Tenente che - al contrario di quanto si potrebbe ritenere se si considera il cinema attuale - non si traduce in una condanna dei suoi comportamenti; nonostante il crudo realismo dello stile di Ferrara, lo spettatore non riesce a distaccarsi completamente dal protagonista (forse proprio a causa del carattere claustrofobico dell'inquadratura?) con il risultato che la palingenesi finale assume il carattere di un'implicita conferma.

Stilisticamente, Ferrara introduce all'interno di una diegesi che si sviluppa attraverso il senso lineare di una caduta (la chiusa è drammatica e - in ultima analisi - il destino del Tenente è senza appello) tutta una serie di elementi linguistici che contraddicono la forma perfettamente rettilinea attorno a cui si struttura la narrazione. In questo senso vanno letti tanto i magistrali jump-cut delle sequenze in auto (omaggio/ripresa del medesimo elemento in Fino all'ultimo respiro) quanto i brani "onirici" dello stupro della monaca e del dialogo con Cristo. Nel complesso un film visionario, a suo modo geniale e tipicamente ancorato a quel gusto New Hollywood che per me è senza dubbio la stagione d'oro del cinema statunitense.

VOTO: 9/10 

mercoledì 15 gennaio 2014

Vive l'amour



Vive l'amour di Tsai Ming-Liang - Genere: drammatico - Taiwan, 1994

Ho visto per la prima volta il finale di Vive l'amour due anni fa e già all'epoca mi era sembrato un finale assolutamente geniale. Finalmente oggi completo la visione del film Leone d'Oro di Tsai Ming-Liang e non posso che confermare l'idea che mi ero fatto osservando il lungo e superbamente orchestrato piano sequenza conclusivo, che culmina in una delle scene di pianto più convincenti e profondamente drammatiche che mi sia mai capitato di vedere. In una struttura semplice che ruota attorno all'idea della casa vuota (il riferimento ad uno dei capolavori di Kim Ki-duk è d'obbligo in questo caso), Tsai riesce ad inserire una vicenda dalla drammaticità esistenziale, che si esprime attraverso quella che si potrebbe chiamare inventando un fantasioso neologismo una relazionalità dell'assenza. I tre protagonisti della pellicola orbitano attorno ad un appartamento sfitto come se fossero dei piccoli insetti indecisi che ronzano confusamente attorno alla luce di un lampadario. I loro rapporti sono in effetti strutturati sul non-sapere, sul silenzio, su dettagli non specificati. Questo garantisce al film una struttura lirica perfettamente equilibrata, in cui il silenzio e l'attesa giocano un ruolo fondamentale: diverse sono le sigarette fumate dai personaggi e la sigaretta in sé è un oggetto che va goduto nel suo progressivo consumarsi. Sarà forse un caso che il film si chiuda proprio sull'immagine della elegante agente immobiliare che da' le prime boccate? E' probabile di no.

Nelle belle stanze di un appartamento d'alta classe si incrociano quindi i destini di tre individui qualunque eppure profondamente connotati nei loro caratteri salienti; sono figure per la verità appena tratteggiate dalla regia esperta di Tsai, che lascia ancora una volta allo spettatore l'arduo compito di interpretare i silenzi, le pause, gli intervalli della narrazione come il segno di caratteri che agiscono in senso pulsionale per emergere pur senza mai riuscirci. Più che la storia di un amore, Vive l'amour è la storia di un sistema di solitudini che non raggiungono mai la condizione di tangenza, la possibilità della condivisione. Non c'è scampo per l'apolide venditore di urne cinerarie né per il venditore abusivo; è significativo poi che tutti gli scambi dialogici con personaggi esterni alla triade dei protagonisti siano frivoli e non pertinenti allo sviluppo di questa sorta di antitrama. E ancora possiamo notare come le conversazioni telefoniche fra la protagonista femminile e l'ambulante siano continuamente troncate e come a noi sia consegnata solamente una metà di quella discussione; è qui visibilmente in atto quel meccanismo di disgiunzione relazionale che citavo prima e che ha senza dubbio dei risvolti anche nella sfera dell'erotismo. Il desiderio perennemente frustrato del giovane omosessuale represso di congiungersi con il venditore di mercato (figura archetipica in questo senso) viene soddisfatto attraverso una mancanza, vale a dire attraverso l'immaginazione dello sfortunato amante che non può che compiere una surrezione sostitutiva mentre un atto sessuale viene consumato sul letto sotto al quale si è nascosto.

Un film drammatico, profondamente reale ma intriso di un lirismo arido e disarmante. Certamente un prodotto di alta qualità ma che per le sue caratteristiche stilistiche e formali potrebbe risultare scarsamente digeribile o noioso a chi non è abituato a questo genere di produzioni.

VOTO: 9/10 

domenica 10 novembre 2013

Kids



Kids di Larry Clark - Genere: drammatico - USA, 1995

Gli anni Novanta sono stati caratterizzati per larga parte da una nevrosi collettiva derivante dallo spauracchio dell'AIDS, come testimoniano egregiamente i numerosi documenti visuali e non solo dell'epoca. Entro questa cornice di riferimento sono letteralmente fioriti, anche sull'onda delle tematiche postmoderniste e poststrutturaliste, dei gender studies e di molti altri importanti filoni di ricerca, tutta una serie di realizzazioni artistiche che mettono al centro della loro indagine l'adolescenza come momento di passaggio e metamorfosi fisica e psicologica. Altri, come Gus van Sant, hanno cominciato ad indagare la figura dell'adolescente come un'entità non determinata, aperta alle possibilità della scrittura storica ma spesso condannata a non poter passare dalla potenza all'atto a causa di un destino incombente che l'occhio registico si limita a testimoniare. 

Kids, in concorso al 48° Festival di Cannes, fonde perfettamente queste linee di ricerca in un'opera visivamente violenta ma grandemente oggettiva, pur nei limiti concessi dal discorso filmico di stampo narrativo. Il regista Larry Clark, fotografo di professione, regala alle sue immagini un'aria solida e persistente; lo stile spesso impreciso e comunque ben lontano da una retorica della perfetta trasparenza rende la regia più simile a una documentazione che a una finzione: è come se lo spettatore si ritrovasse invischiato nel sottobosco sporco e brulicante della metropoli americana anni Novanta, all'interno della subcultura giovanile così spesso ritratta in maniera stereotipata dal medium televisivo. La ricerca visiva di Clark si sposa quindi in maniera perfetta con lo stile lirico di van Sant (produttore della pellicola) e trova un terreno fertile nella sceneggiatura scritta da Harmony Korine (di cui non si può non ricordare il ben più violento Gummo, primo lungometraggio del regista datato 1997, che sicuramente ha tratto un'ispirazione esasperata da questo lavoro di Clark). 

Il mondo di Kids è straniante, defamiliarizzante. L'immagine dei corpi dei protagonisti ci sconvolge anche oggi, a quasi dieci anni di distanza, in una società fortemente cambiata, perché quegli organismi oggettivamente sessuati (Clark disegna, seppure in maniera molto scolastica e autocensurata, scene di sesso abbastanza realistiche) appaiono non strutturalmente pronti all'atto che nonostante tutto stanno compiendo. Il fisico di Telly è asciutto, innaturalmente allungato, probabilmente frutto di una crescita non regolare e sembra che ad ogni movimento dell'atto di penetrazione la sua schiena si possa spezzare. 

Ma il grande lascito di Kids, proprio a partire dalla lezione vansantiana, è l'idea di una oscura causalità casuale che agisce a discapito delle intenzioni e dei progetti dei protagonisti. Così, quando Telly afferma di non poter vivere senza pensare e fare sesso, lo spettatore percepisce la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte a un defunto perché - a quel punto della storia - sa già quale sarà il suo destino e quello della ragazza che - inconsapevolmente e presumibilmente - ha appena infettato. In definitiva Kids racconta una dialettica interessante e vera fra il sesso visto come una ludica attività senza conseguente e il terrore giustificato ma almeno parzialmente condizionato dal discorso mediatico per l'AIDS, entro una prospettiva fortemente condizionata dall'epoca di realizzazione.

VOTO: 6.50/10 

giovedì 31 ottobre 2013

Benny's Video



Benny's Video di Michael Haneke - Genere: drammatico - Austria, Svizzera, 1992

Un film glaciale, che si apre e si chiude con un inserto in presa diretta girato con una camera a mano (?) in modo amatoriale e impreciso. Tutto è sospeso e contenuto entro questi due momenti, che diventano la chiave di lettura e di interpretazione dell'intera - bellissima - pellicola di Haneke, forse più celebre per l'ugualmente ben fatto Funny games. Con uno spirito indagatore, il giovane Benny, filma l'uccisione di un maiale e la sua agonia dopo aver ricevuto il colpo: il suo sguardo si fa portatore di un'indagine morbosa, tradotta formalmente con l'osservazione attenta del volto dell'animale contorto negli ultimi spasimi.
 
L'immagine, piantatasi solidamente nel suo immaginario, inaugura una nuova consapevolezza nel protagonista che, moderno flaneur senza interesse ne consapevolezza, vive guardando le immagini sullo schermo. La sua intera esistenza è in effetti mediata e anzi sostituita dall'artificialità di ciò che viene mostrato dalla televisione, dalle cassette della videoteca o da lui stesso. Anche il panorama al di fuori della sua finestra non esiste in quanto tale, ma solo attraverso la mediazione di un apparecchio di registrazione in diretta, che trasmette su uno schermo le immagini riprese in piano-sequenza del mondo esterno, che così facendo si qualifica come entità completamente separata e inattingibile.
 
Tutto ciò che di significante avviene all'interno della pellicola ha in effetti una natura fortemente mediata, tanto da farci dubitare che ne esista un corrispettivo reale. La stessa uccisione della ragazza, annomima copratogonista di questa vicenda a tratti quasi onirica, viene mostrata in fuori campo proprio su quella televisione che costituisce l'unico elemento di conginunzione fra Benny e il mondo esterno. In questo drammatico disegno esistenziale in cui (a differenza di molti altri commentatori) non vedo una vena di critica sociale alla condizione della gioventù contemporanea, lo spettatore si trova costantemente sospeso fra lo sviluppo di una diegesi particolarmente debole e la rottura di ogni impressione di continuità grazie al costante intervento di frammenti di grana diversa, che costringono chi guarda a ritrovarsi nella stessa condizione gnoseologica del protagonista.
 
Nel complesso un film violento, interessante e formalmente molto ben fatto che meriterebbe di ricevere una maggiore attenzione di pubblico e di critica (almeno, di una certa parte). E' senza dubbio possibile leggere fra le righe un accenno di critica all'alienazione dell'adolescenza assorbita dal flusso anestetizzante delle immagini, ma credo che eleggere questo paradigma di lettura a chiave interpretativa generale dell'intera opera ne riduca fortemente le possibilità e ne faccia purtroppo dimenticare le felici trovate formali (fra cui, vale almeno la pena di ricordare in extremis il ricorso al riavvolgimento dell'immagine registrate che - si ricorderà - trova la sua massima espressione proprio in Funny Games).
 
VOTO: 8/10

mercoledì 25 settembre 2013

L'odio



L'odio di Mathieu Kassovitz - Genere: drammatico - Francia, 1995

Pluripremiato film del francese Mathieu Kassovitz, già autore del fortunato I fiumi di porpora, recensito insieme al suo sequel su questo blog, L'odio è un film certamente più impegnato tanto da un punto di vista etico quanto da un punto di vista tecnico-formale rispetto al precedente analizzato. Una giornata nelle banlieu francesi, da sempre territorio di scontro fra le frange più eversive della popolazione giovanile e l'ordine costituito, diventa tragica metafora delle contraddizioni di un mondo in costante involuzione, che precipita sotto gli occhi distratti di spettatori spesso assenti nella spirale della dimenticanza. Il merito di Kassovitz è proprio quello di essere riuscito a riprendere questo magmatico ribollire di tensioni con uno spirito quasi giornalistico, attento a non prendere una posizione ben chiara nonostante il terzetto di protagonisti appartenga chiaramente a uno solo dei due mondi in conflitto.

Il trio di debosciati svogliati e costantemente sul piede di guerra, su cui spicca il personaggio ben interpretato da un Cassel convincente anche se a volte un po' didascalico, è infatti spesso talmente lanciato nella sua operazione suicida contro il sistema che non si può fare a meno di provare una certa antipatia per questi individui. Lo spettatore ha la capacità e la distanza per vedere le ragioni di ambedue le parti in causa e questo rende fastidiosi e stridenti i continui assalti che i ragazzi di periferia mettono in pratica, apparentemente solo per il gusto di fare rivoluzione. Nessun giudizio morale viene espresso, nel senso che non si prende posizione nel confronto sociale che L'odio rappresenta molto bene; alla fine, e l'expicit in questo caso è fondamentale, rimane solo un vasto senso di solitudine e la coscienza - come si legge in molte recensioni che parafrasano una felice battuta - che "l'odio porta sempre altro odio".

Il dettato registico è sorvegliatissimo e attento, cosa che non può che confermare la scelta della giuria di Cannes '95, che ha premiato il film con il riconoscimento alla miglior regia. Lo stile di Kassovitz è meno maestoso e televisivo di quello adottato per I fiumi di porpora e qui emerge in tutta la sua efficacia una retorica della discontinuità che sembra fondare i nessi fra le inquadrature non tanto sulla trasparenza, quanto più sulla libera connessione tematica, cosa che emerge soprattutto nei titoli di testa e comunque nella primissima parte della pellicola. La scelta del punto di ripresa è sempre felice e appare il frutto di una riflessione ben chiara, cosa che è confermata anche dall'uso frequente e felicissimo di numerose interpellazioni (sguardi in camera), che chiamano direttamente in causa lo spettatore come costituente del significato ultimo dell'immagine. Una nota meritoria hanno anche le due sequenze, piuttosto brevi in verità, in cui l'universo mentale/immaginario di Vinz (Vincent Cassel) si mescolano in maniera molto felice.

In conclusione, un film decisamente valido che - fra l'altro - non risente assolutamente dei suoi quasi vent'anni e tratteggia con uno stile ricercato ma non barocco un panorama ancora oggi attuale.

VOTO: 8/10 

lunedì 23 settembre 2013

Un giorno di ordinaria follia



Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher - Genere: drammatico, thriller - USA, Francia, Regno Unito, 1993

Prendere il sogno americano e rovesciarlo di segno, mostrare il lato oscuro della tranquilla vita borghese. Il film ormai non più recentissimo di Schumacher ci proietta nella spietata crudeltà del mondo metropolitano, con le sue ipocrisie e le sue contraddizioni: il logorante immobilismo di un inutile ingorgo autostradale, ripreso con una maestria fuori dal comune, fa da incipit al drammatico scivolamento di un convincente Michael Douglas nella spirale della follia. La parte più convincente di questo lavoro sta proprio nella prima metà, quando il desiderio pseudoanarcoide del protagonista non è ancora completamente definito e risulta estremamente affascinante. Il montaggio alternato mette lo spettatore in guardia sullo sviluppo della storia, segnalando la presenza di un filo rosso che si inspessisce progressivamente connettendo fra di loro i vari personaggi, in verità in modo piuttosto prevedibile. 

Man mano che la vicenda si definisce e le relazioni si fanno più chiare la vicenda perde di smalto e risulta in fin dei conti abbastanza accademica. Rimane buona la caratterizzazione psicologica del personaggio interpretato da Douglas, che non perde il fascino oscuro e delirante che lo caratterizzava. Lo stesso non si può dire per tutti gli altri interpreti che finiscono con il ricoprire dei ruoli standardizzati e, per quanto riguarda il detective Prendergast, addirittura televisivo. Anche le modalità della progressione narrativa non sono, in realtà, molto originali: tutta la vicenda assume quasi un sapore videoludico con Bill Foster che, a spese delle sue vittime, si guadagna delle armi sempre più pericolose fino che, sul finale, non si ritrova praticamente disarmato. 

Lo stile della pellicola è trasparente e rende facile la lettura allo spettatore: i personaggi sono costruiti su opposizioni binarie destinate a rovesciarsi nella conclusione e l'unico elemento di interesse da questo punto di vista potrebbe riguardare il giudizio morale nei confronti del protagonista. Da un punto di vista etico come giudicare un individuo che, in fin dei conti, è vittima della nevrosi urbana contemporanea? L'incapacità di intendere e volere potrebbe forse essere un discriminante e bisogna ammettere che, soprattutto nella seconda parte del film, quando la vicenda si fa via via più aneddotica si potrebbe essere tentati di ritenere che Douglas sia dalla parte del giusto. Proprio a questo serve il detective Prendergast, monito vivente alla necessità di resistere di fronte alle brutture della propria vita. Il giudizio registico è dunque ben definito e anche questo elemento, unito ad un insieme di reminiscenze topiche dal sistema classico dei generi cinematografici, contribuisce a rendere ancor più inoffensivo e conciliante il portato del film.

Il film in generale si lascia guardare con piacere, ma è davvero un peccato che i buoni spunti che ne animavano la prima parte si siano poi placidamente ripiegati nel proseguo della vicenda.

VOTO: 5.50/10

lunedì 16 settembre 2013

Harry a pezzi



Harry a pezzi di Woody Allen - Genere: drammatico, commedia - USA, 1997

Nelle pagine virtuali di questo blog ho più volte recensito film di Woody Allen, autore che ammetto di aver scoperto e cominciato ad apprezzare da poco. Harry a pezzi è il più maturo di quelli che ho visto fin'ora e conserva intatte alcune delle caratteristiche stilistiche del cinema alleniano, senza risparmiarsi alcune nuove trovate che ben si adattano, comunque, a quello spirito schizofrenico e un po'paranoide che caratterizza il periodare di questo regista. Anche in questo caso, come in molti altri, il nucleo tematico orbita attorno alla vicenda di un intellettuale outsider, fortemente fuori dagli schemi, che incarna e riflette la figura dello stesso regista, vero e proprio centro di irradiazione del suo cinema. Nevrotico, incline al tradimento eppure fortemente legato al ricordo, ateo e freddo nei confronti del rapporti umani, Harry è il classico esempio di un'umanità cinica e disillusa, elemento tipico del cinema di Allen.

La struttura di base ricorda molto quella del bel Il posto delle fragole, cosa che fra l'altro ci conferma l'amore di questo autore per il bergmanismo, tratto fondamentale di diversi suoi film. Harry sta per essere premiato dall'università che lo aveva cacciato e tutto il tragitto che il film ci porta a fare prenderà le sembianze di un ritorno alle origini a partire dal quale il protagonista intraprenderà un viaggio interiore per riconsiderare la sua esistenza. L'iter attraverso le insoddisfazioni e gli insuccessi di Harry si rifrangerà come in un sistema di specchi attraverso le creature che la sua penna ha creato, che mostreranno i chiari legami che legano la creazione artistica e la vicenda autoriale. Il camuffamento di personaggi ed eventi passa attraverso un linguaggio metaforico che riproponendo le stesse situazioni del mondo reale crea un diverso universo di possibilità: la virtù demiurgico-creatrice della scrittura e più in generale dell'atto artistico emerge dunque come uno degli assunti di base del film.

La formazione linguistica è quindi stratificata e spesso fortemente discontinua: la diegesi si compone grazie a un progressivo gravitare di detriti narrativi attorno al filone principale della vicenda: l'esistenza di Harry diventa quindi il centro propulsivo attorno al quale vengono attratti degli elementi che, presentati in discontinuità, mettono i due universi di riferimento in comunicazione e interscambio. Nel finale, a saldare definitivamente la connessione fra i due mondi interviene, come nel capolavoro bergmaniano, il mondo onirico che - con la sua capacità di travalicare il fenomenico - ricompatta gli elementi e irradia una speranza, mai prima presentatasi, sul destino del protagonista.

Il film è decisamente piacevole e ben strutturato ma, nonostante sia forse più ricercato degli altri film alleniani che ho recensito precedentemente, non mi ha convinto altrettanto. Siamo lontani, mi sembra, dall'intellettualistica drammaticità di Manhattan e ancor più dall'impreciso e scanzonato universo de Il dittatore dello stato libero di Bananas o di Prendi i soldi e scappa. Comunque un lavoro meritevole; sopratutto una valida alternativa alla mediocrità imperante del cinema comico, un melange dei generi e temi che complessifica l'immagine solitamente disimpegnata che viene data di questo tipo di film.

VOTO: 7/10