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lunedì 19 maggio 2014

Una commedia sexy in una notte di mezza Estate



Una commedia sexy in una notte di mezza Estate di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1982

Il genio creativo di Woody Allen è sempre stato molto, forse troppo prolifico: la sua filmografia è sterminata e in quest'ultimo periodo è riuscito a proporre un film all'anno fino al suo ultimo Blue Jasmine, premio Oscar di quest'anno. Già nel 1982, comunque, Una commedia sexy in una notte di mezza Estate veniva girato addirittura in contemporanea al già recensito Zelig, a riprova che il desiderio cinematografico di Allen spesso sconfina - mi pare - con la patologia. Comunque mi pare ormai risaputo che io apprezzo particolarmente questa "prima" fase della produzione alleniana e tendo a ritenere gli ultimi lavori un po' meno riusciti (ma non ho ancora visto l'ultimo, quindi la partita è ben aperta!). E' quindi con un po' di delusione che devo ammettere che il qui presente film, primo del sodalizio con la Farrow, sempre e comunque splendida, non è riuscito a conquistarmi come gli altri. 

Ho amato film come Prendi i soldi e scappa per il loro sapore sagacemente assurdo, umoristico fino al parossismo e debitore quasi dell'eredità screwball. Allo stesso tempo ho saputo apprezzare i grandi capolavori della seconda metà degli anni Settanta (Io e Annie e Manhattan - per me il migliore) per il disincantato cinismo, più sofisticato e intriso di una profonda capacità d'analisi dell'animo umano. Una commedia sexy, invece, pur mantenendo inalterati alcuni degli elementi che hanno fatto grande lo stile di Allen, come la ripresa a volte quasi decostruttiva dell'eredità bergmaniana, mi sembra un prodotto insipido e privo dell'autosufficienza degli altri titoli. Pur rimanendo in presenza di un prodotto tutto sommato gradevole, con delle indubbie qualità, il risultato complessivo non mi convince.

A partire da un intreccio piuttosto classico, che più che altrove si palesa debitore della grande stagione della commedia all'americana, l'intreccio si sviluppa attorno a una successione peraltro piuttosto lineare di equivoci e occasioni mancate, sempre sotto il segno dell'erotismo ma con la mancanza quasi completa di quella freschezza e agilità inventiva che ha fatto di Allen ciò che è. Anche il carattere allegramente nevrotico dei suoi personaggi e in particolare del suo alter-ego, un bizzarro inventore, risulta in fin dei conti notevolmente ridimensionato e tanto basta a tarpare le ali al frizzate umorismo che tanto mi ha fatto amare questo autore. Risollevano in parte il giudizio alcuni piccoli dettagli, come le gustose citazioni metacinematografiche che strizzano l'occhio, per nulla sottilmente, alla tradizione della lanterna magica. Un Allen piuttosto deludente, ma in fin dei conti ancora godibile.

VOTO: 6/10 

lunedì 7 aprile 2014

Yattaman: Il film



Yattaman: Il film di Takashi Mike - Genere: commedia/fantascienza - Giappone, 2009

Forse qualcuno oltre a me guardava i cartoni che trasmettevano sulle reti secondarie come Italia 7 Gold, canale su cui sono andate in onda serie anime assolutamente pregevoli come L'uomo Tigre e Ken Il Guerriero. Nella programmazione preserale di questa rete c'era anche Yattaman, sgangheratissimo anime che fondeva elementi di una comicità surreale, battaglie con robot in puro stile giapponese e una ostinata insistenza sulla nudità e la sessualità. Aver scoperto che quel folle di Takashi Mike ha realizzato qualche anno fa un film live action di questa bella serie animata mi ha molto colpito, perché si tratta di un cartone abbastanza datato anche a livello di grafica e disegni, perciò ero molto curioso di vedere il risultato. Il difficile, nei confronti di un prodotto come Yattaman è senza dubbio quello di rendere al meglio l'assurdità delle trovate di spirito che lo hanno da sempre contraddistinto, cosa che poteva risultare impedita o resa più ostica con il cambio di linguaggio insito nella transizione tv/cinema.

Mike è senza dubbio un regista che ci sa fare e la sua capacità indiscussa gli ha consentito di soddisfare appieno la richiesta implicita che tutti coloro che hanno apprezzato la serie gli ponevano. Pur non caratterizzando in modo pienamente soddisfacente i due personaggi positivi (molto più riuscita è l'impresa relativa al Trio Dronio, che anche nella serie era in effetti ciò che contribuiva in maniera sostanziale a reggere l'edificio), la sceneggiatura si basa interamente sui giochi di spirito, che sono sempre divertenti e in pieno stile Yattaman. Viene invece completamente a mancare la componente "erotica" (mi rendo conto che il termine è fuorviante, ma non ne ho di migliori...), ma sinceramente non se ne sente troppo la mancanza. Forse tutto sommato lo Yattaman cinematografico è più adatto ai bambini di quanto non lo fosse quello televisivo, ma in effetti non si tratta di un format in cui la correttezza logica la fa da padrone, anzi forse è vero completamente l'opposto. 

Tutto sommato, pur in presenza di qualche difetto e certamente non presentandosi come un titolo dall'alto contenuto estetico, Yattaman riesce a raccontare con successo le atmosfere del cartone cult grazie a una regia attenta e sensibile a quello che era il vero senso della serie.

VOTO: 6/10 

mercoledì 26 marzo 2014

Amore e Guerra



Amore e Guerra di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1975

Devo ammettere, anche se ormai sarà piuttosto palese, che sono un vero e proprio amante del cinema del primo Allen; per quanto i suoi titoli più recenti non mi entusiasmino (mi manca Blue Jasmine, di cui ho letto molto bene; faccio allusione ad esempio a To Rome with love) è innegabile riconoscere a questo autore una straordinaria capacità comica e un'intelligenza e cultura cinematografica assolutamente fuori dal comune. Come autore di punta dell'ondata di rinnovamento promossa dalla Nuova Hollywood, Allen ha riempito i suoi primissimi film con una serie di citazioni erudite (è evidente il motivo del bergmanismo in questa e in altre opere), che si intrecciano a doppio filo con un uso più libero e sbrigliato degli stilemi moderni messi a disposizione dal nuovo cinema europeo. Così Allen piega una struttura filmica più libera alle sue esigenze comiche, che molto spesso (come accade anche in questo Amore e Guerra) si rifanno ancora una volta a elementi facilmente riconoscibili del comico d'autore. 

Amore e Guerra è a mio avviso uno dei più riusciti film comici di Allen. Pur senza raggiungere il lirismo romantico e disincantato che costituisce la cifra fondamentale dei suoi due capolavori (Io e Annie e soprattutto Manhattan), mi sembra che a partire da qui Allen si allontani almeno parzialmente dalla strada smaccatamente umoristica che aveva caratterizzato ad esempio Prendi i soldi e scappa. La sua comicità si evolve in forme più sofisticate e parodisticamente filosofiche, cosa che si vede molto bene nei dialoghi assolutamente surreali fra Allen e la straordinaria Diane Keaton, qui in una delle sue migliori prove secondo me. Operando una sistematica decostruzione dei miti del romanzo russo dell'Ottocento (penso ovviamente a Guerra e Pace, ma anche a Dostoevskij, con i titoli delle cui opere viene composto un dialogo a mio avviso assolutamente geniale) e di tutta la pomposa stagione del patriottismo anti-napoleonico grazie all'inserimento di parodici anacronismi all'interno della struttura narrativa. L'effetto è ingigantito dalla capacità di Allen di rovesciare di senso anche i più seriosi riferimenti alla storia del cinema, come quelli al cinema muto e in particolare alla poetica di Ejzenstejn (spesso e forse giustamente presa di mira dai film comici realizzati con intelligenza; penso ovviamente alla celeberrima sequenza de Il Secondo Tragico Fantozzi). 

Questa complessa nebulosa di elementi fortemente interrelati fra di loro costituisce secondo me una delle massime espressioni della comicità alleniana, non ancora approdata alle vette dei due capolavori già citati, ma comunque sgrossata dagli elementi ancora incerti delle sue prime produzioni (è da escludere Che fai, rubi? per la particolarità della sua ideazione e messa in opera).

VOTO: 8/10 

martedì 28 gennaio 2014

Essere John Malkovich


Essere John Malkovich di Spike Jonze - Genere: commedia/drammatico - USA, 1999

Spike Jonze è un regista? Questo è un interrogativo senza dubbio interessante, considerando che la maggior parte della sua produzione si sviluppa nel mondo del videoclip (che pure, come è evidente, ha avuto un rapporto dialettico molto intenso con alcune forme cinematografiche contemporanee). Se però riconosciamo questo statuto anche ad altri personaggi che si sono formati in ambienti esterni a quello della settima arte (ad esempio Rob Zombie, che comunque ha dato una buona prova nel recente Le Streghe di Salem), forse anche Jonze merita la nostra attenzione. Più ancora se consideriamo che Essere John Malkovich era in lizza per ricevere una buona manciata di Premi Oscar. La cosa non dovrebbe stupire troppo: il lavoro di Jonze è il tipico film da Academy Award: coinvolgente, con qualche idea originale, un buon cast e una buona sceneggiatura. 

Il film infatti si lascia guardare con piacere e mixa senza difficoltà diverse situazioni surreal-comiche a tratti decisamente più lacrimosi e sentimentalmente coinvolgenti. Un buon mix di sensazioni per accontentare tutti i palati commerciali, insomma. Da un punto di vista formale non c'è molto da segnalare, salvo rendere il giusto merito alle belle soggettive riprese da dentro la testa di Malkovich e la sequenza - di gran lunga la migliore del film - in cui lo stesso Malkovich, entrato nel tunnel che permette agli altri di entrare dentro di lui - si perde in un mondo (quello veramente e profondamente surreale), nel quale tutto è malkovichizzato. 

In generale quindi siamo di fronte a un film senza dubbio piacevole, più di molti altri prodotti che ci sono in giro attualmente. Eppure il fatto che il massimo riconoscimento cinematografico esistente stesse per essere assegnato a un prodotto nella media e ben lontano da qualsiasi forma di ricerca estetica non finirà mai di lasciarmi con l'amaro in bocca. 

VOTO: 6/10 

mercoledì 8 gennaio 2014

Palombella Rossa



Palombella Rossa di Nanni Moretti - Genere: commedia - Italia, 1989

Sebbene Nanni Moretti raggiunga a mio avviso il capolavoro con Bianca, la sua linea poetica mi ha sempre interessato a partire dai suoi primi passi mossi con Io sono un autarchico e soprattutto con Ecce Bombo. Nonostante questo devo ammettere che gli ultimi film del regista, a partire da La stanza del figlio non sono stati di mio gradimento: li ho trovati spesso ridondanti, eccessivamente patetici; lontani insomma da quella lucida e disincantata ironia che aveva fatto di Michele (e delle sue varie incarnazioni) un personaggio da ricordare. Colgo anche l'occasione, Palombella Rossa me la offre, per evidenziare come secondo me - diversamente da quanto mi capita spesso di sentire - la comicità morettiana sia ben diversa da quella di un altro grande come Woody Allen. A prescindere dal fatto che gli ultimi lavori alleniani non sono di mio gusto (ma non ho ancora visto Blue Jasmine) devo dire che spesso si tende a dimenticare che, diversamente da quanto accade per il mostro sacro della comicità statunitense, in Moretti è presente una vena politica che non può essere trascurata e che anzi costituisce l'ideale filo rosso di tutta la sua produzione. L'opera morettiana diventa così una gigantesca metafora della disillusione politica dell'italiano medio, un racconto sagace del tracollo degli ideali partitici che ci ha accompagnato fin alle porte dell'era attuale. 

E' doloroso forse sentirselo dire, ma tutti siamo dei piccoli Michele (probabilmente lo sono di più i nostri genitori). E' finita l'epoca delle grandi narrazioni del Dopoguerra, non esistono più le larghe intese come condivisioni di ideali più alti e quelle che si spacciano come tali sono delle semplici coperture, ormai ce ne siamo resi conto tutti. Viviamo in un'epoca senza modelli, schiavi delle nostre frustrazioni a tal punto da non saper prendere una decisione senza appellarci al parere di uno psicanalista (che siano stati proprio gli strizzacervelli a creare le nevrosi?). I personaggi di Palombella Rossa, protagonisti di una surreale partita di pallanuoto che apre a un racconto del passato sospeso fra il generale (la vicenda politica del PC italiano) e personale (la vita di Michele e la sua discesa in campo) che culmina con una intelligente rappresentazione corale di E ti vengo a cercare, sono delle macchiette che non semplificano la nostra condizione, ma anzi ce la comunicano in una maniera ancora più profonda e incisiva. 

Siamo tutti schiavi delle nostre contraddizioni e questo ci porta ad essere più insicuri, incapaci di decidere e - in generale - profondamente malinconici. Questo si percepisce chiaramente anche nello stile di Moretti, meno mordace e più incline alla meditazione. Il tutto concorre a generare un'opera efficace ma (personalmente) meno riuscita di quelle sopraccitate. Rimane comunque degna della massima considerazione la performance recitativa di Silvio Orlando, che probabilmente ci regala il miglior personaggio di tutto il film. Una giovanissima Asia Argento nei panni della giovane Valentina ci dimostra, ancora una volta, come la figlia del sedicente Maestro del brivido, dia di norma buone prove solo quando non ci si accorge di lei.

VOTO: 6.50/10 

mercoledì 6 novembre 2013

Zelig



Zelig di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1983

Zelig è un film che potrebbe apparire esteriormente atipico all'interno della prima produzione alleniana, essendo un film di completa finzione che decide di vestire i panni del documentario. L'intera vicenda raccontata nella pellicola il cui nome ha avuto una fortuna particolarmente pronunciata proprio in Italia, è completamente frutto d'invenzione ma, nonostante questo, il modo in cui è stata girata e la sottile preziosità dell'intarsio strutturale, la rende credibilmente simile a un documentario sugli anni Trenta in America. All'interno di questa cornice oggettivante che si incarna in uno sguardo distaccato privilegiante (falsi) materiali di repertorio, interviste e inserti successivi, trova spazio una classica storia alleniana, che in questo caso viene proposta allo spettatore in una forma in sé conclusa e successiva allo svolgersi dei fatti. In qualche modo Zelig ricostruisce la storia del suo omonimo protagonista come Welles aveva fatto in Quarto potere, ma lo fa in un modo evidentemente più vicino alla sensibilità medializzata degli anni Ottanta.

Utilizzando un'apparecchiatura di ripresa d'epoca (risalente all'incirca agli anni Venti), Allen infonde nelle sue immagini quello spirito discontinuo, impreciso e a tratti tremolante che le produzioni cinematografiche avevano davvero all'epoca. Pur travestendo (in maniera signifcativamente camaleontica, visto che l'intero film è basato sul meccanismo della metamorfosi) da documento reale, il film esaspera fino al parossismo quella sensazione di incredulità che un certo cinema ha sempre cercato di evitare; possiamo certamente apprestarci a vedere un film d'intrattenimento consci e consapevoli della sua natura finzionale, ma Zelig pur ricordandocelo, finisce con l'impedircelo. La patina di realtà imbastita da Allen è da una parte formalmente credibile ma dall'altra gli elementi di comicità la minano dall'interno, facendo saltare (dialetticamente) la sospensione dell'incredulità nello spettatore.

Lo sviluppo di questo docu-film procede quindi per accumulo (seppure all'interno di una linea narrativa che privilegia il racconto cronachistico/cronologico della vita di Zelig) di materiali eterogenei, tanto che ad un certo punto Allen arriva a fingere l'esistenza di un film dedicato al suo personaggio, che sarebbe stato girato nel giro di anni immediatamente successivo agli eventi, in pieno stile classico con tanto di eroi e spauracchio nazista. Il tutto viene finemente impreziosito dalla presenza di illustri studiosi della contemporaneità, come Susan Sontag, che si sono prestati a ricostruire in maniera del tutto fittizia un edificio speculativo sulla vita mai avvenuta di Zelig, a sottolineare ancora una volta come questo personaggio profondamente alleniano sia prima di tutto profondamente umano.

VOTO: 7.50/10 

lunedì 16 settembre 2013

Harry a pezzi



Harry a pezzi di Woody Allen - Genere: drammatico, commedia - USA, 1997

Nelle pagine virtuali di questo blog ho più volte recensito film di Woody Allen, autore che ammetto di aver scoperto e cominciato ad apprezzare da poco. Harry a pezzi è il più maturo di quelli che ho visto fin'ora e conserva intatte alcune delle caratteristiche stilistiche del cinema alleniano, senza risparmiarsi alcune nuove trovate che ben si adattano, comunque, a quello spirito schizofrenico e un po'paranoide che caratterizza il periodare di questo regista. Anche in questo caso, come in molti altri, il nucleo tematico orbita attorno alla vicenda di un intellettuale outsider, fortemente fuori dagli schemi, che incarna e riflette la figura dello stesso regista, vero e proprio centro di irradiazione del suo cinema. Nevrotico, incline al tradimento eppure fortemente legato al ricordo, ateo e freddo nei confronti del rapporti umani, Harry è il classico esempio di un'umanità cinica e disillusa, elemento tipico del cinema di Allen.

La struttura di base ricorda molto quella del bel Il posto delle fragole, cosa che fra l'altro ci conferma l'amore di questo autore per il bergmanismo, tratto fondamentale di diversi suoi film. Harry sta per essere premiato dall'università che lo aveva cacciato e tutto il tragitto che il film ci porta a fare prenderà le sembianze di un ritorno alle origini a partire dal quale il protagonista intraprenderà un viaggio interiore per riconsiderare la sua esistenza. L'iter attraverso le insoddisfazioni e gli insuccessi di Harry si rifrangerà come in un sistema di specchi attraverso le creature che la sua penna ha creato, che mostreranno i chiari legami che legano la creazione artistica e la vicenda autoriale. Il camuffamento di personaggi ed eventi passa attraverso un linguaggio metaforico che riproponendo le stesse situazioni del mondo reale crea un diverso universo di possibilità: la virtù demiurgico-creatrice della scrittura e più in generale dell'atto artistico emerge dunque come uno degli assunti di base del film.

La formazione linguistica è quindi stratificata e spesso fortemente discontinua: la diegesi si compone grazie a un progressivo gravitare di detriti narrativi attorno al filone principale della vicenda: l'esistenza di Harry diventa quindi il centro propulsivo attorno al quale vengono attratti degli elementi che, presentati in discontinuità, mettono i due universi di riferimento in comunicazione e interscambio. Nel finale, a saldare definitivamente la connessione fra i due mondi interviene, come nel capolavoro bergmaniano, il mondo onirico che - con la sua capacità di travalicare il fenomenico - ricompatta gli elementi e irradia una speranza, mai prima presentatasi, sul destino del protagonista.

Il film è decisamente piacevole e ben strutturato ma, nonostante sia forse più ricercato degli altri film alleniani che ho recensito precedentemente, non mi ha convinto altrettanto. Siamo lontani, mi sembra, dall'intellettualistica drammaticità di Manhattan e ancor più dall'impreciso e scanzonato universo de Il dittatore dello stato libero di Bananas o di Prendi i soldi e scappa. Comunque un lavoro meritevole; sopratutto una valida alternativa alla mediocrità imperante del cinema comico, un melange dei generi e temi che complessifica l'immagine solitamente disimpegnata che viene data di questo tipo di film.

VOTO: 7/10 

martedì 10 settembre 2013

Bianca



Bianca di Nanni Moretti - Genere: commedia, drammatico - Italia, 1984

Devo dire che non ho mai apprezzato molto i (pochi) film di Nanni Moretti che ho visto fino a questo momento. Bianca, commedia surreale nella quale si intrecciano alcune punte di giallo e una buona dose di ironia, mi ha fatto ricredere ampiamente e fra l'altro ha confermato la mia impressione secondo cui la stagione più felice della commedia italiana si è chiusa con l'inizio degli anni Novanta. E' vero che il film è disimpegnato, eppure non rinuncia - anche all'interno di quella logica del riflusso che lo ha partorito - a proporre degli accenti critici alla società italiana dell'epoca; sorprendentemente (e forse è proprio questa la grandezza del lavoro morettiano), sono criticità che possono essere ritrovate anche oggi.

Michele, giovane insegnante di matematica all'istituto Marylin Monroe, edificio surreale perfettamente in linea con la mente un po' delirante del protagonista, è un alienato che vive costantemente alla ricerca di un perfezionamento della realtà che lo circonda, soprattutto dal punto di vista emotivo e relazionale. La sua insicurezza esistenziale si traduce nell'ossessiva ricerca di ordine, nell'atto di schedare con maniacale cura tutti gli individui con cui è entrato in contatto annotando le evoluzioni delle loro vite. Lo stesso linguaggio della matematica, con la precisione inappellabile e il rigido determinismo che lo governa, non è altro che un estremo tentativo di regolarizzare le asperità di un'esistenza imprevedibile, dalla quale Michele espelle continuamente ogni possibilità di sofferenza.

La grandiosità di questo personaggio sta proprio nella sua inconsistenza, nel suo essere costantemente staccato dal reale e nella sua capacità ostinata di vivere in un mondo schizofrenico ma profondamente morale, seppure in un modo estremo e diverso da quello della communis opinio. Così Moretti è l'anti-Allen per eccellenza: tanto l'uno ha il bisogno insopprimibile che tutto trovi la sua giusta collocazione nell'equazione della vita, tanto l'altro nuota con disillusione nella palude limacciosa dell'apatica fragilità dei sentimenti. Quello di Bianca è un mondo alla rovescia, dove gli studenti, bravissimi, cacciano gli insegnanti e dove l'outsider morettiano trova una sua collocazione, al riparo dalle intemperie delle relazioni interpersonali. 

La stessa protagonista femminile del film (una bella Laura Morante), non occupa nell'economia complessiva di questo giallo surreale che una porzione secondaria della vicenda. La storia d'amore che il film propone è più quella di Michele per la felicità altrui che per la propria ("Non sono abituato alla felicità", dirà a un certo punto a Bianca). Il film è splendido a livello ideale e narrativo e, anche se non arriva a un livello di ricerca formale invidiabile, si lascia ricordare con piacere soprattutto per la profondità della sceneggiatura, per l'ottima caratterizzazione dei personaggi (in particolare quello di Michele) e per i numerosi spunti di riflessione proposti (ci sarebbe da pensare, ad esempio, all'immagine dell'istituzione scolastica che esce fuori da qui...). Unica nota dolente, ma è davvero una questione di poco conto, la persistente fastidiosità del tema principale, non sempre ben raccordato con la narrazione anche a livello di intensità. 

VOTO: 7.50/10 

lunedì 9 settembre 2013

Comic Movie



Comic Movie di autori vari - Genere: commedia - USA, 2013

La forma del film antologico è senza dubbio fra le meno frequenti del cinema odierno; lo era molto di più tempo fa, soprattutto per quanto riguarda il cinema italiano (numerose commedie, ad esempio, seguivano questo schema anche tenendo ferma una unità di personaggi e topoi narrativi, come succede in tutti i film della saga di Fantozzi). Questo tipo di prodotti sembra essere legato al passato e gli anni Duemila, salvo rare eccezioni (tutte legate al mondo horror come ad esempio V/H/S) hanno confermato questa tendenza. Comic Movie rappresenta quindi una gradita novità nel panorama dei prodotti comici attualmente disponibili sul mercato e si assicura una fetta di pubblico non indifferente grazie al titolo e ai contenuti che ammiccano alla fortunata formula sperimentata dai vari Scary Movie; mentre in quel caso la parodia era rivolta solamente a un certo ventaglio di titoli tutti accomunati dal medesimo genere, in Comic Movie la scelta si fa più ampia e le situazioni comiche derivano non tanto dal rovesciamento umoristico di stereotipi ormai consolidati, quanto dalla demenzializzazione di elementi quotidiani che tutti viviamo ogni giorno. 

La presenza della cornice narrativa (la ricerca del Movie 43), lega insieme le disparate situazioni che i vari episodi vanno a proporre, anche se la costante riproposizione della medesima modalità di avvio delle sequenze risulta in fin dei conti abbastanza noiosa. Per quanto riguarda i singoli episodi, data la diversità delle mani registiche, è difficile fare un discorso che ne riassuma in pieno le differenze; basti dire che una buona parte è sinceramente divertente e solo alcuni lasciano un po' storcere il naso solitamente per una volgarità più accentuata. La presenza di un cast importante garantisce quantomeno una buonissima prova attoriale da parte di tutti i partecipanti, cosa che compensa la semplicità della messa in scena, sempre sacrificata in titoli del genere.

Nel complesso un film divertente e valido, ovviamente da guardarsi in compagnia se si cerca una serata all'insegna del disimpegno. 

VOTO: 6/10

martedì 30 luglio 2013

Prendi i soldi e scappa



Prendi i soldi e scappa di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1969

Opera giovanile di Allen, quasi di formazione. Siamo in quel particolare momento della sua carriera, già descritto o quantomeno tratteggiato parlando di Che fai, rubi? in cui il personaggio alleniano per eccellenza muove i suoi primi passi e qui lo fa in prima persona. Se l'opera prima era un'esperimento che metteva in discussione anche il senso della categoria autoriale riguardo un film che in effetti sembrava rubato più che prodotto, Prendi i soldi e scappa è il primo, vero film di quel simpatico e scanzonato regista che molti di noi apprezzano ancora oggi.

L'idea di base è fortunatissima e godrà di largo consenso nella cinematografia successiva, con l'escamotage del finto documentario utilizzato per raccontare la storia di un criminale, interpretato dallo stesso Allen, che è la rivisitazione parodica del classico gangster all'americana. Come sempre, lo abbiamo già detto riguardo a Il dittatore dello stato libero di Bananas, il regista strizza l'occhio con complicità all'America e ai suoi miti. Dopo aver fatto a pezzi l'agente segreto alla James Bond, Virgil (il protagonista del film) rappresenta l'anti-Tony Montana per eccellenza (il paragone è anacronistico, ma funzionale). 

L'assoluta incapacità relazionale e l'impacciato intellettualismo che caratterizzeranno le più alte realizzazioni alleniane (pensiamo a Manhattan o a Io e Annie) si tramutano qui in un'icompetenza che è pratica ancor prima che interpersonale: Virgil ha una moglie che lo ama ma il suo problema è la pertinace incapacità di realizzare il più ovvio disegno criminale. E' ben vero che lo stile registico è ancora incerto e che senza dubbio non siamo di fronte al cinema per cui Allen si fa ricordare nella memoria collettiva, ma Prendi i soldi e scappa è comunque un film interessante e divertente, che prelude ad alcune delle sue più felici realizzazioni.
VOTO: 7/10 

venerdì 12 luglio 2013

Che fai, rubi?



Che fai, rubi? di Woody Allen - Genere: commedia - USA, Giappone, 1966

Primo film di Woody Allen, Che fai, rubi? è un gigantesco esperimento cinematografico sul ruolo dell'autore nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, come avrebbe detto Benjamin. La sperimentazione alleniana tocca qui vette insuperate: il regista si appropria di un film già esistente (il giapponese La chiave delle chiavi), che mantiene inalterato nel comparto figurativo ma che sceglie di ridoppiare scrivendoci sopra una commedia. Già questo è sufficiente per far saltare quella corrispondenza biunivoca e troppo spesso auratica che lega l'autore-genio alla sua opera. Questo film non è di Woody Allen, che nonostante ciò se ne dichiara il regista sia a livello commerciale (il film è di Woody Allen, si legge nelle locandine e sui DVD) sia a livello narrativo (la cornice della pellicola ce lo conferma). La manifestazione dell'autorialità passa attraverso lo scippo intellettuale, che diventa per Allen giocosa riscrittura di un genere non sufficientemente autoironico.

La vera genialità del film, quello che insomma ci può far dire che Che fai, rubi? non è La chiave delle chiavi e di riconoscerlo come appartenente alla produzione alleniana, sta proprio in quel rovesciamento assurdo e fortemente parodico che il regista mette in piedi nei confronti della tradizione 007 in cui il film giapponese defraudato si localizza. L'impostazione spionistica di fondo viene mantenuta, ma viene decostruita ridicolizzandola dall'interno: l'oggetto del contendere di questa favola rivestita di piombo non è una pericolosa arma atomica o simili, ma la ricetta di un'insalata di uova. Attorno a questo motore orbitano tutte le situazioni fortemente didascaliche ma intimamente irreali del film, che grazie alla riscrittura del comparto dialogico raggiungono una comica assurdità.

Nel suo primo film Allen rimane dunque in disparte, non agisce in prima persona diventando il protagonista assoluto del suo lavoro, lo snodo centrale di un complesso quasi teatrale dove lui è unico protagonista. Qui sceglie di rimanere in ombra, ma già in questa prima fatica si intravedono le cifre del suo stile. Sono comunque da segnalare i momenti in cui si registra il suo intervento, come nell'interruzione del film con ritorno alla cornice (funzione puramente discontinua e non narrativamente funzionale), il finale in cui decide di rivolgersi direttamente allo spettatore e soprattutto la sequenza delle mani, dove le mani del regista intervengono fisicamente sulle immagini, muovendole e agendo plasticamente sul loro supporto fisico, materializzato sullo schermo. Anche qui si tratta di discontinuità in atto, che decide però di nascondere il suo valore quando la comicità di Allen lo "costringe" a sdrammatizzare anche questo processo, mostrandoci il gioco delle ombre cinesi.

Una dichiarazione d'intenti chiarissima, che rende ragione di alcune scelte cinematografiche successive, ma che vanta anche una vena sperimentalista che non ho più ritrovato nel cinema alleniano successivo. Un esperimento da riscoprire.
VOTO: 7.50/10 

domenica 7 luglio 2013

Il dittatore dello stato libero di Bananas



Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1971

Quando la comicità alleniana non era ancora riconosciuta a livello globale e il suo stile doveva ancora prendere una consistenza che ne facesse un marchio, proprio quando la crisi cubana era ancora dietro l'angolo, sedimentata nella memoria collettiva degli statunitensi, Bananas è riuscito a trattare l'argomento in una maniera leggera e disincantata. Lontano dalle retoriche ufficiali dei piani alti, il film di Woody Allen è un'operazione demistifcatoria che decostruisce i fatti e le sensazioni di quei giorni, mostrandone la paradossale comicità. 

Il personaggio-autore alleniano muove qui i suoi primi passi e lo fa in quel modo divertente e scanzonato che ha sempre costituito il suo marchio di fabbrica. L'insofferenza nei confronti delle strutture sociali e l'incapacità relazionale diventa qui desiderio di fuga, stereotipo tipico della commedia romantica che ancora una volta viene rovesciato in un susseguirsi paradossale e casuale di eventi che porteranno il nostro protagonista ai vertici dello stato di Bananas. I complotti, la rivoluzione, la dittatura, tutto viene riscritto dalla magmatica genialità della regia in un modo assurdo che ne mette in luce la natura dialogica e costruita. 

In questo discorso che - va da sé - accusa fortemente anche l'America come soggetto partecipante in un progetto che gioca con la pelle degli individui, non c'è però nessun intento etico-morale che si ricolleghi direttamente alla politica. L'attenzione di Allen sembra più riversarsi sulla natura finzionale dell'immagine, in particolare televisiva. In svariate occasioni è lo stesso regista a suggerircelo esplicitamente, come avviene nell'incipit (l'omicidio del presidente di Bananas) e nel finale (la prima notte di nozze di Woody che diventa la parodia di un incontro di pugilato). Tutto ciò che vediamo è falso, costruito a tavolino e recitato da una schiera di figuranti inconsapevoli: un messaggio forte, ma raccontato con la leggerezza disillusa e disincantata di uno sguardo che agisce - seppure con forte autonomia - all'interno di quello stesso sistema.

L'altro polo di Bananas che merita di essere giustamente evidenziato è la grande intertestualità che il titolo dimostra nei confronti di molti altri titoli della produzione cinematografica mondiale. Il bergmanismo sempre presente (rievocato a posteriori anche in Manhattan) si accompagna qui a echi piuttosto evidenti dalla Corazzata Potemkin: la scena della rivoluzione nel Bananas diventa l'eco della maestosa scena ejzenstejniana, con un riproposizione pressoché perfetta della scena della carrozzina che precipita dalla scalinata, di fantozziana memoria.

Un film semplice, forse non perfetto in confronto ad altre produzioni alleniane più controllate (si veda anche solo Io e Annie per farsene un'idea), ma che risulta assolutamente geniale per la straordinaria vivacità di un'inventiva ancora non perfettamente canalizzata.
VOTO: 8/10

sabato 29 giugno 2013

Manhattan



Manhattan di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1979

Devo ammettere di non essere mai stato un grande estimatore delle commedia, soprattutto quando hanno dei lacrimosi risvolti romantici. Ma si sa che nella vita non si finisce mai di imparare; così come bisogna continuare a leggere, chi ama il cinema deve continuare a guardare i suoi prodotti sia per rimanere sempre aggiornato sulle ultime tendenze, sia per una questione di conoscenza storica. E' una fortuna quindi che questa tendenza mi abbia condotto a (ri)scoprire i film di Woody Allen, come il già recensito Io e Annie o il presente Manhattan. 

Di entrambi ho adorato quella vena paradossale che li rende un perfetto esempio di commedia sofisticato-cinica e - al tempo stesso- un divertente gesto decostruttivo e parodico dell'autore verso sé stesso. La schizofrenica logorrea di Allen, che rimette in gioco il senso dell'autore postmoderno agendo nei suoi testi filmici a più livelli (dalla regia alla recitazione) conduce lo spettatore entro un disegno relazionale spesso desolante ma sempre dipinto con uno sguardo mordace e colmo di spirito. Come nel suo precedente film che mi è capitato di vedere, la spinta autobiografica sembra essere molto forte, con i drammi e le piccole psicosi del protagonista/autore che vengono messe impietosamente e comicamente in luce. 

Manhattan poi ha il pregio di essere formalmente dissonante, con un'aria che raggiunge quasi il noir per il colorismo e il modo di riprendere gli ambienti e e le situazioni ma che viene costantemente rovesciata e cambiata di segno dal genio magmatico ed eternamente in movimento di Allen. Proprio per questo all'innegabile portato da commedia sofisticata si unisce qui un'attenzione per il corpo e i suoi movimenti che non ho ritrovato ad esempio in Io e Annie e che sembra avvicinare il film a tutto un altro filone della commedia americana, che mette al centro appunto i movimenti dei personaggi che diventano il vettore della comicità. Qui il tutto è molto cristallizzato ma è innegabile che è proprio la danza quasi chapliniana di Allen a condurci entro i motori della macchina narrativa.

Tecnicamente il film si situa, rispetto ad Annie, in una prospettiva più classica: mancano quasi completamente gli stilemi moderni che pure permanevano nel precedente lavoro fortemente piegati alla diegesi. Comunque sono quantomeno da notare la bellezza di alcune inquadrature e lo splendido prologo con voce over e immagini della New York tanto amata dal protagonista. Anche la titolazione non può non far pensare a un gigantesco regalo di un cineasta alla sua città, di cui è evidentemente follemente innamorato.
VOTO: 8/10

domenica 9 giugno 2013

Io e Annie



Io e Annie di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1977

Woody Allen è uno degli autori più interessanti che hanno animato la scena cinematografica americana nella decade Settanta/Ottanta e, nonostante alcuni colpi sbagliati soprattutto con le sue ultime produzioni (Allen è un cineasta quanto mai prolifico), il suo valore all'interno della storia del cinema rimane indubbio. Il suo merito principale è quello di essere riuscito a creare un nuovo tipo di personaggio, un intellettuale tipicamente americano, cinico e pessimista, aggrappato al senso dell'esistenza in modo quantomai precario. Io e Annie è la storia disincantata di un amore che si consuma su sé stesso, implodendo quando il liquido propellente si è ormai esaurito. 

La storia, solidamente ancorata ad un'idea di base che l'estro schizofrenico di Allen si permette di far esplodere scompaginandone l'impianto narrativo, segue con occhio disilluso l'inasprirsi del topos letterario della love story, che ha animato tanti metri di pellicola americana sin dai tempi del cinema classico. Il trasporto sentimentale eminentemente autobiografico non viene mai meno e questo fa assumere al lavoro di Allen dei toni a volte spiccatamente melanconici. La sinfonia però si bilancia e completa con la vena del sarcasmo amaro, di un pessimismo verso l'uomo e le sue falsità che traspare tanto nella diegesi quanto nella messa in scena che il regista fa di questo stesso racconto. Nelle parole del comico Alvin, interpretato dallo stesso regista, c'è la consapevolezza di un mondo che non funziona come un film e di cui la stessa arte cinematografica non è altro che una copia edulcorata e senza asperità. 

Eppure Io e Annie riesce, nonostante questo, a non ripiegarsi nel suo guscio di solipsistica ma umoristicamente valida autocommiserazione; ci riesce grazie all'ottima prova della protagonista, che comunica con uno sguardo e degli atteggiamenti decisamente efficaci la necessità di ognuno di trovare il proprio posto nel mondo a fianco di chi si ama (il che non esclude l'ineluttabilità della fine, beninteso). A tutto ciò si deve poi aggiungere una regia di altissimo livello, grazie alla quale Allen (in un modo che è tipico del suo cinema) fa esplodere i confini del melodramma romantico aprendosi spazi di rapporto con lo spettatore, in cui creare nella discontinuità dei momenti di riflessione metacinematografica molto intensi anche se perfettamente inseriti in un contesto narrativo.

Io e Annie ha il grande merito, a fronte di un'impostazione generale schiettamente tradizionale, di ritagliarsi degli ambiti privilegiati in cui innestare un pensiero essenzialista sul ruolo del cinema, che soprattutto sul finale emerge come specchio riflettente di una realtà che non può essere mistificata, di un realismo lirico che non può essere disilluso.
VOTO: 8/10

mercoledì 2 maggio 2012

Da morire - Recensione


Da morire di Gus van Sant - Genere: drammatico/commedia - USA, 1995

Suzanne Stone è una bionda e bella ragazza di Little Hope con un sogno nel cassetto: sfondare in televisione. Sposatasi all'adorante Larry Maretto, figlio di un ristoratore italo-americano in odore di mafia, si risolve a farlo fuori nel momento in cui l'uomo avanza la richiesta di un figlio e di una vita borghese e provinciale, inconcepibile ostacolo sulla strada di Suzanne per il successo. Sfruttando il suo potere di seduzione su tre adolescenti complessati, la Barbie killer mette a segno il suo colpo, ma non tutto va secondo i piani. 

Film vansantiano del periodo hollywoodiano e per questo molto sottovalutato da alcuni (non a torto, visto che gli altri due titoli del periodo ossia Will Hunting e Scoprendo Forrester sono fra le punte più basse del cinema del regista). E in effetti in Da morire non c'è nulla di estetico, almeno a una prima occhiata. Non c'è il fascino da viaggio on the road di Mala Noche, non c'è la fine indagine linguistica che rende memorabili Elephant o Last days e neanche il melodrammatico intreccio di L'amore che resta. Il film in questione è assolutamente narrativo e non eccelle dal punto di vista linguistico, è veramente molto hollywoodiano, ma al tempo stesso non si riduce a mera imitazione di un modello ormai esasperato.

Ciò che garantisce a Da morire l'originalità necessaria a elevarsi al di sopra del cinema commerciale americano medio sono soltanto - in effetti - alcuni espedienti messi in atto dal regista, attraverso cui Van Sant costruisce un melange transcinematografico che sembra già preannunciare alcune soluzioni dei film successivi. 
Innanzitutto la storia comincia a disarticolarsi, si rifrange in mille prospettive diverse, tanto che per gran parte del film lo spettatore non si sa raccapezzare in mezzo alle testimonianze non sempre collimanti di chi ha vissuto le vicende: in questo pulviscolo di opinioni, voci di corridoio e simili, la vera immagine di Suzanne Stone si compone per addizioni incrementali, un po' come l'immagine televisiva è composta da una serie di unità di grana più fine. 
Van Sant realizza un film che colpisce al cuore il medium televisivo, mostrandone le pericolose pieghe non solo nell'alienazione prodotta nei tre adolescenti, ma anche (e soprattutto) in quella prodotta in Suzanne, che come un Fitzcarraldo contemporaneo, vive assolutamente al di fuori della realtà, in un mondo tutto suo e del quale la televisione è l'unica signora e padrona.

La Kiddman è qui al suo massimo, rende benissimo la parte di Suzanne Stone, che sembra quasi disegnata per lei. Non è un caso in effetti, dal momento che anche l'alter-ego reale della protagonista (il tutto è ispirato a un fatto di cronaca, com'è tipico in Van Sant) viveva nel sogno di fare la televisione e quindi aveva abbandonato la sua reale fisicità per coltivare un'immagine di sé che potesse essere telegenica (sono frequenti i richiami alla necessità di rimanere "in linea" e di non avere imperfezioni).

Il film vansantiano, insomma, pur senza voler toccare le vette artistiche dei suoi capolavori, riesce comunque a destreggiarsi dignitosamente all'interno del panorama filmico, anche grazie alla geniale trovata (che ricorre in ogni film del regista) di ibridare l'immagine filmica con delle sequenze prese da altri supporti (super 8, o immagine televisiva in questo caso). Una commedia nera riuscita, mediamente divertente anche se a volte un po' troppo ingenua e stereotipica.

VOTO: 7/10

mercoledì 21 marzo 2012

Magnifica presenza - Recensione


Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek - Genere: commedia drammatica - Italia, 2012

Pietro Ponte è un giovane uomo che inforna cornetti di notte e sogna di fare l'attore di giorno. Lasciata Catania per la capitale, cerca e trova casa a Monteverde. Entusiasta dell'appartamento e di una vita ancora tutta da realizzare, si accorge molto presto di non essere solo e di condividere il suo spazio con misteriosi inquilini, che ‘appaiono' e ‘scompaiono' turbandone il sonno e le notti. Le presenze, distinte e magnifiche, sono ombre di attori di un'altra epoca e di un'altra storia. Prigionieri di un passato nemmeno troppo remoto, la compagnia chiede a Pietro di aiutarli a recuperare la libertà perduta. Tra provini brillanti e cornetti fragranti, il ragazzo imparerà a convivere coi ‘propri' fantasmi, indicando loro la porta di casa e un nuovo tempo da abitare.

Ultimo film di Ozpetek, appena recensito in questa sede per il bel Hamam. Cambio di genere si potrebbe dire, ma neanche troppo. Come nel film precedente il protagonista (allora Gassman, qui Germano) si trova davanti a un cambiamento di vita e alla possibilità di realizzare un grande sogno.
Altrettante le differenze, però. Per fare un esempio, la colonna sonora orientaleggiante, decadente e suadente del precedente lasciano qui il posto a scelte non sempre azzeccate, con l'inserimento quasi forzato di un accompagnamento musicale anche quando non ci voleva.

Un elemento di forza di questo nuovo film, ed è tutto suo perché non l'avevo ancora trovato nel cinema ozpetekiano, è il gioco che il regista compone con i vari registri stilistici del cinema, passando agilmente e con una certa eleganza dal thriller alla commedia, fino a sposare il suo genere preferito, cioè - appunto - la commedia drammatica. Nonostante non brilli particolarmente per la tecnica, il film riesce comunque a convincere, probabilmente grazie al carisma straniante dei personaggi "magnifici" della compagnia teatrale. In particolare Vittoria Puccini, splendida nella scena in cui imita le attrici dei primi film e poi Greta Garbo e Andrea Bosca, che costruisce un personaggio romantico e perfettamente in linea con il periodo.

Un film comunque da vedere, seppure sottotono rispetto alle altre pellicole di Ozpetek che ho avuto modo di vedere. Sicuramente meglio della maggior parte dei film italiani di successo, è un film simpatico e divertente. L'unico punto poco chiaro è quello riguardo alcune ingenuità che Ozpetek sembra essersi concesso, non riuscendo a capire bene se si tratta di artifici volutamente satirici o di inserimenti che il regista ha fatto in maniera convinta.

VOTO: 6.50/10

venerdì 13 gennaio 2012

Ovosodo - Recensione




Ovosodo di Paolo Virzì - Genere: commedia/drammatico - Italia, 1997


Cresciuto in un quartiere popolare di Livorno, detto Ovosodo, Piero arriva faticosamente al liceo classico, diventa amico del ricco e irrequieto Tommaso, sbanda per una cugina dell'amico, è bocciato alla maturità e, dopo il servizio militare, trova lavoro nella fabbrica del padre di Tommaso finché gli tocca in premio la coinquilina Susy. E si trova sistemato: marito, padre e operaio.


Cinema italiano che ha già qualche anno, ma che risulta ancora valido, attuale, divertente e fonte di interessanti riflessioni, l'opera di Virzì si inserisce bene in un filone pseudo-sperimentale che ha il merito di aver riprotato in auge il ruolo della vecchia commedia all'italiana. Come i film di Dino Risi o di Paolo Villaggio, il lavoro di Virzì ha il merito di saper coniguare efficacemente un umorismo non idiota con delle vene anche drammatiche, facoltà questa che sembra aver abbandonato il nostro cinema, in balia di titoli come "Box office" e i vari cinepanettoni.


Come un piccolo romanzo di formazione, "Ovosodo" allunga i suoi tentacoli lungo la vita di Piero, dal quartiere omonimo di Livorno, fino alla sua assunzione in fabbrica. "Ovosodo" è la rappresentazione dell'Italia della crisi, che negli anni Settanta assume le fattezze dei problemi energetici del '73, delle stragi terroristiche, della marcia dei Quarantamila.Come un Forrest Gump del belpaese, Piero si trova a vivere uno snodo fondante della nostra storia, attraverso non i grandi eventi storici ma i piccoli grandi eventi della vita quotidiana. "Ovosodo" non è un film che si ricorda per indubbie qualità tecniche, ma conta su un buon cast di riferimento e personaggi ben strutturati, che contribuiscono a dare al film un discreto spessore narrativo. In particolare vorrei ricordare il personaggio della Prof.ssa Giovanna, teneramente venerata e costantemente ricordata da Piero in tutte le fasi della sua vita, perfettamente interpretata; si tratta senza dubbio della migliore performance recitativa della pellicola, profondamente drammatica ma comunque estremamente dignitosa."


Ovosodo" è un film che consiglio perchè è in grado di unire diversi registri stilisti e linguistici per creare un interessante "pastiche" cinematografico, che da troppo tempo non si vedeva in Italia. Ho avuto modo di vederlo durante un incontro di cineforum negli anni del liceo e credo che esso trovi la sua ragion d'essere anche in quel contesto, perchè stimola la riflessione e può essere un modo per gli studenti di essere accompagnati dentro la "cultura sottile" di un periodo storico spesso poco esplorato.


VOTO: 7/10