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sabato 24 maggio 2014

La mosca



La mosca di David Cronenberg - Genere: fantascienza/horror - USA, 1986

Remake de L'esperimento del dottor K e indiscusso capolavoro diretto dal genio visionario di David Cronenberg, La mosca è uno dei film più amati del regista canadese e i motivi che giustificano questa passione cinefila sono molteplici. Il più scontato è senza dubbio quello relativo agli effetti speciali, premiati con l'Oscar al miglior trucco nel 1986: Walas e Dupuis (che lavoreranno ancora con Cronenberg in diversi film successivi), sono infatti riusciti a confezionare un prodotto assolutamente straordinario, che racconta la degenerazione di Brundle con una apticità assolutamente fuori dal comune. Raggiungendo un effetto simile a quello di Carpenter ne La Cosa, il make-up de La mosca riesce a rendere concrete e quasi tattili le immagini del film; da questo punto di vista è emblematica la scena in cui Brundle, accorgendosi delle prime preoccupanti mutazioni del suo aspetto, si stacca le unghie delle dita, lasciando scoperta la carne viva e sgocciolante. Le sequenze del genere sono molteplici e non è questa la sede di citarle tutte, ma bisogna rendere merito a un lavoro che ha sicuramente influito fortemente, forse in misura preponderante, alla riuscita del film.

Questo non faccia pensare, però, che la firma di Cronenberg non si percepisca. Tutt'altro: l'intera pellicola, che riesce a fondere perfettamente caratteristiche di genere e riflessione speculativa, è permeata di quell'estetica che ha reso celebre il cineasta, in particolare per quello che riguarda il trattamento e la messa in mostra del corpo nella sua natura squadernata e scomposta (vedasi la scena della primissima sperimentazione della telecapsula su un animale). Questo perché nell'86 Cronenberg aveva già prodotto alcuni film fondamentali, fra cui il capolavoro Videodrome, che avevano messo bene in evidenza le tematiche più care all'autore, che nel caso specifico si declinano forse in un senso più prevedibile e meno elevato ma che rimangono comunque di sicuro impatto. 

L'opera, straordinaria nelle sue caratteristiche, è riuscita a permeare di sé una buona parte della cultura visuale e più genericamente pop successiva, garantendosi il titolo di vera e propria opera di culto. Probabilmente per questo motivo venne prodotto anche l'indecente La mosca 2, ovviamente non firmato da Cronenberg e che prevedibilmente non è riuscito a bissare il successo del capostipite. Personalmente l'ho trovato un film davvero riuscito, anche se meno teoreticamente solido di quanto non lo fosse un Videodrome.

VOTO: 8/10 

lunedì 19 maggio 2014

Una commedia sexy in una notte di mezza Estate



Una commedia sexy in una notte di mezza Estate di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1982

Il genio creativo di Woody Allen è sempre stato molto, forse troppo prolifico: la sua filmografia è sterminata e in quest'ultimo periodo è riuscito a proporre un film all'anno fino al suo ultimo Blue Jasmine, premio Oscar di quest'anno. Già nel 1982, comunque, Una commedia sexy in una notte di mezza Estate veniva girato addirittura in contemporanea al già recensito Zelig, a riprova che il desiderio cinematografico di Allen spesso sconfina - mi pare - con la patologia. Comunque mi pare ormai risaputo che io apprezzo particolarmente questa "prima" fase della produzione alleniana e tendo a ritenere gli ultimi lavori un po' meno riusciti (ma non ho ancora visto l'ultimo, quindi la partita è ben aperta!). E' quindi con un po' di delusione che devo ammettere che il qui presente film, primo del sodalizio con la Farrow, sempre e comunque splendida, non è riuscito a conquistarmi come gli altri. 

Ho amato film come Prendi i soldi e scappa per il loro sapore sagacemente assurdo, umoristico fino al parossismo e debitore quasi dell'eredità screwball. Allo stesso tempo ho saputo apprezzare i grandi capolavori della seconda metà degli anni Settanta (Io e Annie e Manhattan - per me il migliore) per il disincantato cinismo, più sofisticato e intriso di una profonda capacità d'analisi dell'animo umano. Una commedia sexy, invece, pur mantenendo inalterati alcuni degli elementi che hanno fatto grande lo stile di Allen, come la ripresa a volte quasi decostruttiva dell'eredità bergmaniana, mi sembra un prodotto insipido e privo dell'autosufficienza degli altri titoli. Pur rimanendo in presenza di un prodotto tutto sommato gradevole, con delle indubbie qualità, il risultato complessivo non mi convince.

A partire da un intreccio piuttosto classico, che più che altrove si palesa debitore della grande stagione della commedia all'americana, l'intreccio si sviluppa attorno a una successione peraltro piuttosto lineare di equivoci e occasioni mancate, sempre sotto il segno dell'erotismo ma con la mancanza quasi completa di quella freschezza e agilità inventiva che ha fatto di Allen ciò che è. Anche il carattere allegramente nevrotico dei suoi personaggi e in particolare del suo alter-ego, un bizzarro inventore, risulta in fin dei conti notevolmente ridimensionato e tanto basta a tarpare le ali al frizzate umorismo che tanto mi ha fatto amare questo autore. Risollevano in parte il giudizio alcuni piccoli dettagli, come le gustose citazioni metacinematografiche che strizzano l'occhio, per nulla sottilmente, alla tradizione della lanterna magica. Un Allen piuttosto deludente, ma in fin dei conti ancora godibile.

VOTO: 6/10 

giovedì 15 maggio 2014

Violent cop



Violent cop di Takeshi Kitano - Genere: drammatico/azione/thriller - Giappone, 1989

Attenzione, quest'uomo è estremamente percioloso. Questa è la traduzione italiana del titolo originale giapponese del primo lungometraggio diretto e interpretato da Kitano, indiscusso maestro del cinema giapponese (già attore di altre pellicole di tono comico). Per quanto anche la lezione italiana della titolazione rimanga fedele allo spirito della pellicola, la traslitterazione originale dei kanji rende sicuramente meglio il clima anche culturale che sta dietro a questo lavoro. In ogni caso già da questo suo primo film Kitano impagina degli elementi di grandissimo interesse: a partire da un canovaccio piuttosto convenzionale, il regista riesce a far emergere un prodotto decisamente interessante che è stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico. Attraverso gli occhi del poliziotto Azuma, Kitano ci racconta di una discesa ad inferos che sembra però investita di un forte valore morale: per quanto sia indubbiamente uno sconfitto, il personaggio di Kitano assume una valenza quasi titanica nella sua lotta (condotta, come da titolo, con mezzi ben poco convenzionali) contro la corruzione degli altri strati della polizia.

E' un racconto morale, ma non moralistico. Lo stile personalissimo del regista garantisce al film una pregnanza particolare e una discreta qualità complessiva, anche se ancora non ai livelli dei suoi capolavori. Violent cop è a mio avviso un film interessante ma non ancora pienamente maturo, da vedersi per completismo o se si cerca un film di genere diverso dal solito, impreziosito da una regia comunque attenta e intellettuale, che non mancherà di lasciarsi gustare con piacere da chi ha occhio in materia. Per quanto mi riguarda l'eccesso di violenza che lo stesso Kitano ha visto a posteriori in questo suo debutto è del tutto ingiustificato; anzi, mi pare che - conoscendo il coraggio del cinema orientale in questo senso - si sarebbe potuto osare decisamente di più.

VOTO: 6/10 

martedì 6 maggio 2014

Amore Tossico



Amore Tossico di Claudio Caligari - Genere: drammatico - Italia, 1983

Gli anni Ottanta sono quelli del reflusso, del disimpegno politico, dell'illusione del benessere televisivo, della corsa agli acquisti. Sono anche, così ce li racconta il documentarista Caligari, gli anni dell'eroina. Abbandonando la pure documentalità ma mantenendo una cornice stilistica disadorna e quantomai scarna, Caligari realizza un film dalla grande fortuna di pubblico, che è riuscito a raccontare in medias res la drammatica situazione dei giovani spostati che in una inospitale ed estiva periferia romana, passano le loro giornate cercando la droga necessaria. Mediamente apprezzato dalla critica per la coscienza con cui persegue uno stile "puro", Amore Tossico è stato praticamente canonizzato dal pubblico come un vero e proprio film di culto, per il disincanto non pietistico con cui il regista è riuscito a parlare direttamente e con franchezza della situazione da cui la pellicola trae ispirazione.

La scelta di attori non professionisti che avessero condiviso davvero l'esperienza della tossicodipendenza con i personaggi che avrebbero interpretati è da questo punto di vista vincente e garantisce delle performance fresche e convincenti anche di fronte all'evidente asciuttezza e terrosità dei dialoghi della sceneggiatura. Situandosi a metà fra una ripresa delle scelte più cogenti del Neorealismo e un recupero dell'eredità pasoliniana per quanto riguarda l'utilizzo dei corpi e il racconto degli ambienti, Amore Tossico si lascia apprezzare come un documento valido e di forte impatto emotivo. Questo elemento assolutamente non sottovalutabile non dovrebbe però portare a una valutazione affrettata: la consapevole scelta stilistica di Caligari a volte si rivela poco utile, mentre la caduta di stile del finale lacrimoso chiaramente ispirato alla poetica di Pasolini conferma la tentazione sempre presente di precipitare nel gorgo del banale.

Per tutti questi motivi la pellicola di Caligari è senza dubbio un film che mi sentirei di consigliare più per la sua importanza storico-documentaria che per le sue qualità artistiche. La gravità del tema raccontato non dovrebbe precludere una serena valutazione critica del film e delle sue scelte formali.

VOTO: 5.50/10 

giovedì 1 maggio 2014

Il mio vicino Totoro



Il mio vicino Totoro di Hayao Miyazaki - Genere: animazione - Giappone, 1988

A volte è sorprendente pensare che, in una società che si vorrebbe globalizzata, dominata dai flussi e nella quale ogni informazione e ogni testo parrebbero essere immediatamente reperibili, un film dei tardi anni Ottanta abbia dovuto aspettare più di un decennio per essere presentato in Italia, nei primi anni Duemila. Questo dovrebbe suscitare una riflessione collettiva sul fatto che i film che possiamo ritenere grandi capolavori perché hanno cittadinanza nei nostri cinema in realtà nascondono un sottobosco di titoli, spesso ben più gustosi, che non arrivano sui nostri schermi. Detto questo, voglio precisare che non sono fra gli estimatori sperticati di Miyazaki, pur avendo visto e apprezzato i suoi lavori più noti (La città incantata in primis). Questo non a causa di un qualche demerito artistico ma semplicemente perché il mio gusto mi induce ad apprezzare di più produzioni forse meno liriche (vedasi Akira). 

Detto ciò, ho comunque deciso di approcciarmi a Totoro perché è stato ben apprezzato dalla critica e dal pubblico, oltre che per colmare le mie lacune nella filmografia di uno dei migliori interpreti dell'animazione giapponese. Posso dire sinceramente di essere molto felice della mia scelta. Con grande sensibilità e un lirismo impensabile per un occidentale (o almeno per la maggior parte di essi), Miyazaki è riuscito a raccontare una storia che, per quanto narrativamente piuttosto debole, si fa ricordare con piacere e tenerezza dagli spettatori. Questo perché nel film il regista sposa perfettamente un realismo concreto nella rappresentazione della vita dei protagonisti con la grande libertà inventiva che anima le sue creazioni (lo stesso Totoro, il bus-gatto che pare una citazione piuttosto palese di Alice e i "corrifuliggine" ne sono un chiaro esempio). 

Questi mondi paralleli ma comunicanti grazie alla capacità che le due piccole protagoniste di vederne le interconnesioni si uniscono poi nel finale, dove la ricerca di Mei da a Miyazaki la possibilità di liberare la sua vena creativa in un crescendo di fantasia molto accattivante e dal quale non sono accantonate le derive emozionanti. Per quanto Miyazaki intraprenda una strada fortemente diversa rispetto all'animazione americana (penso ovviamente alla Pixar e alla sua impaginazione della storia dove le figure digitali sono trattate e considerate come corpi attoriali veri e propri), la sua semplicità disegnativa e drammatica risulta forse vincente sotto il profilo dei sentimenti. 

Nel complesso Il mio vicino Totoro è un film decisamente interessante, snobbato all'epoca della sua uscita ma che credo andrebbe recuperato per il profondo lirismo che ne permea le immagini. Gradevolissima anche la colonna sonora.

VOTO: 7.50/10 

martedì 18 marzo 2014

Cruising



Cruising di William Friedkin - Genere: thriller/drammatico - USA, Germania Ovest, 1980

E' indubbio che né William Friedkin né Al Pacino siano ricordati per il film Cruising. Mentre il primo è noto ai più solo come il regista del pur bellissimo L'Esorcista, Pacino è senza dubbio alla storia per interpretazioni ben più memorabili, come quelle de Il Padrino, Scarface o L'avvocato del Diavolo. Questo si giustifica almeno in parte se consideriamo il fatto che Cruising è stato per lungo tempo considerato un film di scarsa qualità in conseguenza delle critiche che si sono levate impietosamente contro di esso da parte della critica gay, cosa che ha senza dubbio influito anche sul suo scarso successo commerciale. Ci sono voluti più o meno dieci anni perché al lavoro di Friedkin venisse riconosciuto il giusto merito; intendiamoci: non si tratta certo di un capolavoro, ma Cruising è comunque un film ben fatto e che sta in piedi sulle sue gambe con forza. Le critiche sostanzialmente si sono appuntate sul fatto che il film presenterebbe una visione distorta della comunità gay e arriverebbe addirittura a proporre una poetica di stampo omofobico. 

Come spesso succede con gli attivisti di qualunque risma, mi sembra che in questo caso si siano persi di vista alcuni degli elementi necessari alla comprensione del prodotto, che sono peraltro consegnati al testo stesso. Sin da subito appare chiaro che la ricerca del nostro agente di polizia non sarà legata alla vita omosessuale mainstream ma lo porterà ad addentrarsi nei circoli sadomasochistici della città. Questo effettivamente gli permette di vedere con icastica evidenza un mondo fortemente connotato, ma non credo in maniera negativa. Friedkin mostra allo spettatore quanto può, censurando il proprio sguardo pur senza risparmiare nulla in fatto di sensazioni e sollecitazioni visive. Friedkin, a mio parere, non giudica. L'unica scena che poi potrebbe permettere di leggere Cruising in chiave omofobica ha a che vedere con l'omicidio del giovane Ted, che viene commesso verso la fine del film. Senza dubbio si tratta di una scena cardine per comprendere la psicologia del nostro protagonista, ma per quanto rappresenti una sorta di cliff-hanger, non mi pare che alla sua sola lettura si possa affidare un significato così netto e che per giunta coinvolga tutto il film.

Siamo dunque di fronte a un film ostracizzato, che addirittura ricevette tre nomination per i Razzle Awards (gli anti-Oscar, per capirci; ne ho parlato nella recensione di After Earth), a mio avviso del tutto immeritate. Ho già precisato che senza dubbio non siamo di fronte a un film indimenticabile, ma il talento registico di Friedkin è assolutamente fuori discussione, soprattutto se si considera la sua straordinaria modernità nel raccontare alcuni brani specifici del suo racconto, come l'effetto degli stupefacenti sul corpo e sulla percezione sensoriale dell'agente di polizia infiltrato ben interpretato da Al Pacino. Credo che tutto sommato si tratti di un film che vale la pena di riscoprire, quantomeno (come nel mio caso) per farsi un'idea diversa del lavoro cinematografico di Friedkin, associato sempre e solamente al suo indubbio capolavoro. Senza dubbio, questo è bene precisarlo, non è il film adatto per gente becera o che non è in grado di distinguere la rappresentazione dal giudizio morale. 

VOTO: 6/10 

lunedì 10 marzo 2014

Inferno



Inferno di Dario Argento - Genere: horror/thriller - Italia, USA, 1980

Chi mi conosce sa che non amo i film di Argento e che in linea di massima lo trovo un regista sopravvalutato. Ho apprezzato Profondo Rosso per la particolarità dello stile, l'intricata struttura drammatica e la bella interpretazione della Calamai, ma non amo la poetica di questo autore e il suo modo usuale di raccontare. Peraltro, anche al di là del mio gusto personale, è innegabile che già da Il Cartaio Argento abbia subito una inflessione involutiva veramente sconfortante, a tal punto che Dracula 3D è praticamente inguardabile. Tuttavia ho un ricordo abbastanza preciso di Suspiria, capostipite della Trilogia delle Tre Madri che si è conclusa solo in anni recenti con il tragico La Terza Madre, che non vale un soldo bucato. Inferno è il secondo episodio di questo ciclo ed ha l'indubbio merito di portare a chiarezza gran parte delle questioni che in Suspiria restano poco chiare (il che di per sé non è spiacevole, anzi Suspiria è probabilmente il film, dei tre, meglio riuscito e che ha più senso di esistere anche scorporato dal progetto triadico). 

La diegesi rispetta i classici canoni argentiani: morti misteriose che fanno capo ad una forza oscura (materiale o "fantastica", come nel caso in esame) verranno spiegate e risolte nel finale attraverso le indagini del/della protagonista, sempre caratterizzate da un forte elemento di casualità (non si capisce bene come si arriva allo scioglimento dell'enigma e questo di solito avviene in maniera indipendente dalle azioni indagatrici). Nel nostro caso questo sviluppo non certo originale soprattutto per chi conosce l'opera del regista, porta in primo piano tutta una serie di cliché narrativi fortemente standardizzati e - più ancora - mutuati senza troppa fantasia da un gusto gotico piuttosto fortunato nel cinema italiano. All'interno di scenografie anche ben fatte e dominate dal rosso quasi iridescente di molte superfici, vediamo dispiegarsi i luoghi classici di questo immaginario: il bosco paludoso e nebbioso, la caverna sotterranea, l'antro alchemico etc. La stessa figura della Strega, che qui viene a sovrapporsi a quella della Morte risponde a questo orizzonte di pensiero. 

Stilisticamente il film è anche interessante, fors'anche più di Suspiria, ma devo ammettere in tutta onestà che questa costante evocazione quasi favolistica dell'immaginario oscuro non mi piace assolutamente. In aggiunta questa scelta da' al film un andamento eccessivamente lento, denso di scene inutili e caricato di un'insistenza eccessiva su momenti che avrebbero potuto essere sbrogliati in maniera più celere, favorendo invece una maggiore attenzione al finale, liquidato in fretta e troppo repentinamente. L'impressione che se ne ricava è quella di un film eccessivamente lungo, che non ha le forze di reggere per tutto il tempo di visione e in certi tratti finisce seriamente col risultare noioso.

VOTO: 5/10 

lunedì 3 marzo 2014

Brazil


Brazil di Terry Gilliam - Genere: drammatico/grottesco - Regno Unito, 1985

Terry Gilliam, membro dei Monty Phyton, realizza nel 1985 uno dei miglior film di fantascienza della storia del cinema, secondo alcuni il migliore in assoluto. Non saprei dire se questa affermazione è troppo entusiastica o no, ma sta di fatto che Brazil è veramente un film interessante e originale. Personalissima rivisitazione del capolavoro orwelliano 1984, il mondo che Gilliam mette in scena appare la tragicomica attualizzazione del mondo del Grande Fratello. In una città lacerata dal terrorismo ma in cui non v'è traccia di rovine, il mondo appare dominato dall'esigenza irrefrenabile della burocrazia, dei moduli da riempire, dei timbri e delle procedure tanto lunghe quanto complesse e inutili. Con la sagacia e la pungente ironia che contraddistingue anche i surreali cartoni dei Pyhton, il regista ci racconta il tentativo progressivamente più efficace di un impiegato come tanti altri, perso nei cunicoli labirintici di un archivio, che si sottrae alla routinarietà asfissiante delle sue mansioni in un sogno, dove si figura come un angelo tecnologico in grado di volare al di sopra delle scartoffie e anche di coltivare un sogno d'amore. Scoprirà con piacere che il suo sogno è a portata di mano, ma comporta delle conseguenze non certo secondarie, nella società opprimente di Brazil

Da un punto di vista visivo siamo di fronte a un lavoro di bricolage assolutamente pregevole: Gilliam costruisce un mondo vibrante, vivo e brulicante nella sua eterogenea acefalia a partire dagli spunti più interessanti di tutta un'altra serie di testi, di cui Metropolis e Blade Runner non sono che la punta emergente. L'idea di quanto certosino e geniale sia il lavoro che Gilliam fa sulle citazioni si può avere considerando il fatto che nella parte finale del lungo film il regista riesce addirittura a mimare la celeberrima sequenza della scalinata di Odessa, da La Corazzata Potemkin di Ejzenstejn. Altro riferimento erudito che vale certamente la pena di ricordare ha a che fare con l'architettura della sala delle torture nel Ministero dell'Informazione, che rende visibile il celeberrimo meccanismo pan-ottico teorizzato da Michel Foucault nelle pagine di Sorvegliare e punire

Gilliam ci regala un mondo attualissimo che, al di là delle punte di science fiction, ha degli evidenti e drammatici rimandi alla nostra condizione attuale. A differenza di quanto accade nel romanzo di Orwell e nella sua discreta trasposizione cinematografica, il bilancio complessivo di Brazil, per quanto l'ultima scena dica esplicitamente il contrario, non è per me completamente negativo. Certo, il finale riprende in maniera piuttosto palese quello orwelliano, frantumando le aspettative dello spettatore sull'happy ending. Ma la genialità di Gilliam sta forse soprattutto nell'aver saputo mixare con sapienza e intelligenza la linea distopica e quella grottesco/comica, ponendo un'attenzione particolare ed attualissima sul tema del corpo e delle sue modificazioni. Sorrentino ha vinto ieri l'Oscar per La Grande Bellezza, film meritevolissimo in cui c'è una scena che mette a tema proprio la chirurgia estetica. Ebbene, con uno stile diverso e personalissimo, Gilliam quasi vent'anni fa, raggiungeva un risultato forse anche di maggior impatto.

VOTO: 8.50/10 

mercoledì 8 gennaio 2014

Palombella Rossa



Palombella Rossa di Nanni Moretti - Genere: commedia - Italia, 1989

Sebbene Nanni Moretti raggiunga a mio avviso il capolavoro con Bianca, la sua linea poetica mi ha sempre interessato a partire dai suoi primi passi mossi con Io sono un autarchico e soprattutto con Ecce Bombo. Nonostante questo devo ammettere che gli ultimi film del regista, a partire da La stanza del figlio non sono stati di mio gradimento: li ho trovati spesso ridondanti, eccessivamente patetici; lontani insomma da quella lucida e disincantata ironia che aveva fatto di Michele (e delle sue varie incarnazioni) un personaggio da ricordare. Colgo anche l'occasione, Palombella Rossa me la offre, per evidenziare come secondo me - diversamente da quanto mi capita spesso di sentire - la comicità morettiana sia ben diversa da quella di un altro grande come Woody Allen. A prescindere dal fatto che gli ultimi lavori alleniani non sono di mio gusto (ma non ho ancora visto Blue Jasmine) devo dire che spesso si tende a dimenticare che, diversamente da quanto accade per il mostro sacro della comicità statunitense, in Moretti è presente una vena politica che non può essere trascurata e che anzi costituisce l'ideale filo rosso di tutta la sua produzione. L'opera morettiana diventa così una gigantesca metafora della disillusione politica dell'italiano medio, un racconto sagace del tracollo degli ideali partitici che ci ha accompagnato fin alle porte dell'era attuale. 

E' doloroso forse sentirselo dire, ma tutti siamo dei piccoli Michele (probabilmente lo sono di più i nostri genitori). E' finita l'epoca delle grandi narrazioni del Dopoguerra, non esistono più le larghe intese come condivisioni di ideali più alti e quelle che si spacciano come tali sono delle semplici coperture, ormai ce ne siamo resi conto tutti. Viviamo in un'epoca senza modelli, schiavi delle nostre frustrazioni a tal punto da non saper prendere una decisione senza appellarci al parere di uno psicanalista (che siano stati proprio gli strizzacervelli a creare le nevrosi?). I personaggi di Palombella Rossa, protagonisti di una surreale partita di pallanuoto che apre a un racconto del passato sospeso fra il generale (la vicenda politica del PC italiano) e personale (la vita di Michele e la sua discesa in campo) che culmina con una intelligente rappresentazione corale di E ti vengo a cercare, sono delle macchiette che non semplificano la nostra condizione, ma anzi ce la comunicano in una maniera ancora più profonda e incisiva. 

Siamo tutti schiavi delle nostre contraddizioni e questo ci porta ad essere più insicuri, incapaci di decidere e - in generale - profondamente malinconici. Questo si percepisce chiaramente anche nello stile di Moretti, meno mordace e più incline alla meditazione. Il tutto concorre a generare un'opera efficace ma (personalmente) meno riuscita di quelle sopraccitate. Rimane comunque degna della massima considerazione la performance recitativa di Silvio Orlando, che probabilmente ci regala il miglior personaggio di tutto il film. Una giovanissima Asia Argento nei panni della giovane Valentina ci dimostra, ancora una volta, come la figlia del sedicente Maestro del brivido, dia di norma buone prove solo quando non ci si accorge di lei.

VOTO: 6.50/10 

mercoledì 6 novembre 2013

Zelig



Zelig di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1983

Zelig è un film che potrebbe apparire esteriormente atipico all'interno della prima produzione alleniana, essendo un film di completa finzione che decide di vestire i panni del documentario. L'intera vicenda raccontata nella pellicola il cui nome ha avuto una fortuna particolarmente pronunciata proprio in Italia, è completamente frutto d'invenzione ma, nonostante questo, il modo in cui è stata girata e la sottile preziosità dell'intarsio strutturale, la rende credibilmente simile a un documentario sugli anni Trenta in America. All'interno di questa cornice oggettivante che si incarna in uno sguardo distaccato privilegiante (falsi) materiali di repertorio, interviste e inserti successivi, trova spazio una classica storia alleniana, che in questo caso viene proposta allo spettatore in una forma in sé conclusa e successiva allo svolgersi dei fatti. In qualche modo Zelig ricostruisce la storia del suo omonimo protagonista come Welles aveva fatto in Quarto potere, ma lo fa in un modo evidentemente più vicino alla sensibilità medializzata degli anni Ottanta.

Utilizzando un'apparecchiatura di ripresa d'epoca (risalente all'incirca agli anni Venti), Allen infonde nelle sue immagini quello spirito discontinuo, impreciso e a tratti tremolante che le produzioni cinematografiche avevano davvero all'epoca. Pur travestendo (in maniera signifcativamente camaleontica, visto che l'intero film è basato sul meccanismo della metamorfosi) da documento reale, il film esaspera fino al parossismo quella sensazione di incredulità che un certo cinema ha sempre cercato di evitare; possiamo certamente apprestarci a vedere un film d'intrattenimento consci e consapevoli della sua natura finzionale, ma Zelig pur ricordandocelo, finisce con l'impedircelo. La patina di realtà imbastita da Allen è da una parte formalmente credibile ma dall'altra gli elementi di comicità la minano dall'interno, facendo saltare (dialetticamente) la sospensione dell'incredulità nello spettatore.

Lo sviluppo di questo docu-film procede quindi per accumulo (seppure all'interno di una linea narrativa che privilegia il racconto cronachistico/cronologico della vita di Zelig) di materiali eterogenei, tanto che ad un certo punto Allen arriva a fingere l'esistenza di un film dedicato al suo personaggio, che sarebbe stato girato nel giro di anni immediatamente successivo agli eventi, in pieno stile classico con tanto di eroi e spauracchio nazista. Il tutto viene finemente impreziosito dalla presenza di illustri studiosi della contemporaneità, come Susan Sontag, che si sono prestati a ricostruire in maniera del tutto fittizia un edificio speculativo sulla vita mai avvenuta di Zelig, a sottolineare ancora una volta come questo personaggio profondamente alleniano sia prima di tutto profondamente umano.

VOTO: 7.50/10 

lunedì 4 novembre 2013

Perfect Blue



Perfect Blue di Satoshi Kon - Genere: animazione - Giappone, 1988

Il 1988 è senza dubbio l'anno di grazia per l'animazione giapponese, il momento in cui una forma cinematografica e/o televisiva come l'anime supera per la prima volta in maniera consistente le barriere geografiche e politiche e trova un concreto diritto di cittadinanza sul mercato occidentale. A questo rinnovamento, di importanza storica capitale per gli sviluppi successivi del cinema d'animazione e non, hanno concorso senza dubbio il meraviglioso Akira di Katsushiro Otomo e il particolarissimo Perfect Blue, di genere completamente diverso ma non per questo meno ricercato sotto molti punti di vista. Il grande pregio di questi prodotti sta nell'aver fatto capire per la prima volta come un certo cinema di animazione possa e debba rientrare all'interno dei canoni della settima arte, uscendo dal limbo indistinto in cui - purtroppo - ancora oggi è da molti collocato.

Cosa più unica che rara, anche attualmente, Perfect Blue è - da un punto di vista narrativo - la traduzione animata di quello che potrebbe essere considerato un ottimo film thriller a tinte psicologiche. Il paragone non deve sembrare azzardato, dal momento che il film pullula di riferimenti al genere e in particolare a Il silenzio degli innocenti che all'epoca non esisteva ancora come film (la pellicola con Hopkins è del 1991), ma si potrebbe ritenere che Satoshi Kon possa aver conosciuto il romanzo di Harris (uscito proprio nell'88). Entro una cornice narrativa fortemente connotata, si inserisce - dopo un' ouverture piuttosto prevedibile - il personalissimo stile del regista che ricorda per molti aspetti quello di David Lynch, soprattutto per il taglio delle inquadrature e per un certo gusto nei confronti del dettaglio quotidiano riletto in chiave perturbante . In aggiunta è sorprendente notare come il progressivo frantumarsi della linearità narrativa a favore di una struttura irregolare assimilabile per certi tratti a un nastro di Moebius, paia preludere alle più celebri realizzazioni del cineasta americano (Strade perdute su tutti). 

Il lavoro di Kon mette al centro, con uno sguardo pionieristico su una società ancora non lobotomizzata dall'imperversare della medialità digitale, le conseguenze che lo strapotere dell'immagine televisiva e più in generale mediata ha sullo statuto delle rappresentazioni. Così la storia della protagonista rimane lungamente sospesa e lo spettatore non riesce a comprendere i motivi per cui la sua immagine (unica vera dimensione di esistenza?) pare aver preso corpo e aver cominciato a godere di un diritto di cittadinanza esclusivo. La risoluzione conclusiva dell'enigma che sostanzia la narrazione è ben lungi dall'avere una natura puramente conciliante: le problematiche sollevate dalla visione di Perfect Blue, soprattutto per uno spettatore attuale, rimangono attualissime e hanno delle implicazioni etiche che è difficile sottovalutare. 

Perfect Blue è un film narrativamente piacevole, molto interessante sotto il profilo ideale e contenutistico che - se confrontato con il coevo Akira - denuncia però una qualità disegnativa non certo delle migliori. Il grande lascito di questo lavoro (fra gli altri) sta però proprio nella sua capacità di affermare con forza la propria natura cinematografica, anche a fronte della presenza della tecnica d'animazione.

VOTO: 7/10 

domenica 3 novembre 2013

Videodrome



Videodrome di David Cronenberg - Genere: thriller/fantascienza - Canada, 1983

Cronenberg è senza dubbio il maggior interprete cinematografico della fenomenologia del corpo postmoderno,  il corpo mutato e modificato che ha perso parzialmente o del tutto la propria matrice biologica a favore di una natura ibrida e mutevole. Quasi dieci anni prima del difficile e già recensito Il pasto nudo e con una potenza visiva molto maggiore, Videodrome indaga non tanto il rapporto fra uomo e tecnologia (come capita di leggere molto spesso), quanto più lo statuto dell'immagine televisiva e - in seconda battuta - di quella cinematografica. Nel pieno di quell'età postmoderna che gli anni Ottanta stavano solo cominciando a prefigurare, l'opera di Cronenberg assume tutto il valore di un monito inascoltato o di una possibile evoluzione dello statuto di realtà delle immagini. 

L'uomo cronenbergeano non è più il flaneur alle soglie della nevrosi visiva descritto da Baudelaire, ma si traduce in un'entità indistinta che si perde - al pari del suo illustre predecessore - in un territorio fluido e indistinto in cui non è più possibile distinguere la finzione dalla realtà e tutte le categorie di riferimento risultano inefficaci. Così i personaggi di Videodrome vivono fisicamente in funzione del medium televisivo, che molto spesso li introduce alla nostra vista, condizionando profondamente anche la dinamica del linguaggio filmico; così una figura basilare come il campo-controcampo, pur mantenendo la sua funzione eminentemente dialogica, si trova cambiata di segno e si svolge spesso fra un'individuo e il televisore. Un esempio calzante di questo meccanismo, che scardina il meccanismo del dialogo introducendo un discrimine diacronico all'interno della relazione, è dato dai nastri che il prof. O'Blivion invia al protagonista. Al di là del nome particolarmente significativo del personaggio in questione, è interessante notare come le movenze argomentative del semiologo siano fondamentalmente diverse rispetto a quelle del contatto vis-à-vis e risultino pesantemente condizionate dalla presenza di uno schermo (in questo caso reale ma, soprattutto, ideale). 

Il Videodrome che regala il titolo a quest'opera di Cronenberg è quindi essenzialmente un dispositivo di controllo e comunicazione che, a fronte di un particolare tipo di segnale (e - potremmo dire - di linguaggio), agisce sulla struttura dell'individuo, modificandola. Questo non può non rendere manifesto il collegamento già suggerito al corpo modificato, ibridato dalla tecnologia, che rendere l'uomo simile ad un automa. In un processo di progressiva metamorfosi che si origina dalla presa di coscienza di una frattura percettiva sempre più grave, il destino ultimo degli individui cronenbergeani sembra riconducibile a quello della ben nota Creatura del Frankenstein di Mary Shelley, o almeno all'immagine che un certo cinema ne ha dato. La versione proposta sul grande schermo da Boris Karloff e dai prosecutori (certamente non filologicamente corretta) in effetti punta fortemente l'accento sulla meccanicizzazione del corpo e sulla dipendenza mentale del Mostro da una volontà di ordine superiore. 

Nell'ottica di Cronenberg non c'è più distinzione, nel panorama contemporaneo, fra reale ed artificiale, biologico e meccanico, così com'è andato progressivamente assottigliandosi il discrimine che separava la verità dall'illusione mediale ricostruita. Nei nuovi non-luoghi dell'anestetizzazione senza scopo l'uomo diventa il nodo di una rete di interscambio che lo assorbe modificandone profondamente gli schemi percettivi. Che questo modus vivendi, possa un giorno condurre ad una nuova evoluzione del corpo fisico, come sembra essere suggerito dal Videdrome?
VOTO: 9/10 

martedì 10 settembre 2013

Bianca



Bianca di Nanni Moretti - Genere: commedia, drammatico - Italia, 1984

Devo dire che non ho mai apprezzato molto i (pochi) film di Nanni Moretti che ho visto fino a questo momento. Bianca, commedia surreale nella quale si intrecciano alcune punte di giallo e una buona dose di ironia, mi ha fatto ricredere ampiamente e fra l'altro ha confermato la mia impressione secondo cui la stagione più felice della commedia italiana si è chiusa con l'inizio degli anni Novanta. E' vero che il film è disimpegnato, eppure non rinuncia - anche all'interno di quella logica del riflusso che lo ha partorito - a proporre degli accenti critici alla società italiana dell'epoca; sorprendentemente (e forse è proprio questa la grandezza del lavoro morettiano), sono criticità che possono essere ritrovate anche oggi.

Michele, giovane insegnante di matematica all'istituto Marylin Monroe, edificio surreale perfettamente in linea con la mente un po' delirante del protagonista, è un alienato che vive costantemente alla ricerca di un perfezionamento della realtà che lo circonda, soprattutto dal punto di vista emotivo e relazionale. La sua insicurezza esistenziale si traduce nell'ossessiva ricerca di ordine, nell'atto di schedare con maniacale cura tutti gli individui con cui è entrato in contatto annotando le evoluzioni delle loro vite. Lo stesso linguaggio della matematica, con la precisione inappellabile e il rigido determinismo che lo governa, non è altro che un estremo tentativo di regolarizzare le asperità di un'esistenza imprevedibile, dalla quale Michele espelle continuamente ogni possibilità di sofferenza.

La grandiosità di questo personaggio sta proprio nella sua inconsistenza, nel suo essere costantemente staccato dal reale e nella sua capacità ostinata di vivere in un mondo schizofrenico ma profondamente morale, seppure in un modo estremo e diverso da quello della communis opinio. Così Moretti è l'anti-Allen per eccellenza: tanto l'uno ha il bisogno insopprimibile che tutto trovi la sua giusta collocazione nell'equazione della vita, tanto l'altro nuota con disillusione nella palude limacciosa dell'apatica fragilità dei sentimenti. Quello di Bianca è un mondo alla rovescia, dove gli studenti, bravissimi, cacciano gli insegnanti e dove l'outsider morettiano trova una sua collocazione, al riparo dalle intemperie delle relazioni interpersonali. 

La stessa protagonista femminile del film (una bella Laura Morante), non occupa nell'economia complessiva di questo giallo surreale che una porzione secondaria della vicenda. La storia d'amore che il film propone è più quella di Michele per la felicità altrui che per la propria ("Non sono abituato alla felicità", dirà a un certo punto a Bianca). Il film è splendido a livello ideale e narrativo e, anche se non arriva a un livello di ricerca formale invidiabile, si lascia ricordare con piacere soprattutto per la profondità della sceneggiatura, per l'ottima caratterizzazione dei personaggi (in particolare quello di Michele) e per i numerosi spunti di riflessione proposti (ci sarebbe da pensare, ad esempio, all'immagine dell'istituzione scolastica che esce fuori da qui...). Unica nota dolente, ma è davvero una questione di poco conto, la persistente fastidiosità del tema principale, non sempre ben raccordato con la narrazione anche a livello di intensità. 

VOTO: 7.50/10 

giovedì 5 settembre 2013

Akira



Akira di Katsushiro Otomo - Genere: animazione - Giappone, 1988

Capolavoro indiscusso dell'animazione giapponese recentemente riproposto al cinema in occasione del suo venticinquesimo anniversario, Akira è un film che ha senza dubbio segnato la storia del genere e l'impressione è stata decisamente confermata dal fatto che, alla visione, esso manifesta tutta una serie di situazioni archetipiche che saranno riproposte anche da molti film e anime successivi. La corrispondenza più prossima, per situazione ed evoluzione della vicenda, è senza dubbio con Neon genesis: Evangelion, il cui debito si manifesta sopratutto nel finale del film, quando la trasformazione di Tetsuo in un organismo ameboide non può non richiamare alla mente di chi conosce la fortunata serie (presto al cinema con il terzo capitolo della tetralogia Rebuild of Evangelion) la struttura interna delle unità EVA. 

Sarebbe interessante cercare di capire il motivo per cui una così larga parte della filmografia giapponese sia così fortemente ispirata dalla situazione narrativa della rinascita della civiltà dopo un disastro distruttivo: la terza guerra mondiale che ha distrutto il mondo di Akira portando alla nascita di una Nuova Tokyo (o il Second Impact di Evangelion) sono probabilmente il riflesso ritualizzato delle immagini sconvolgenti di Hiroshima e Nagasaki, come se il Giappone non potesse più fare a meno di richiamare quegli episodi che ne hanno segnato in senso traumatico l'esistenza. Un'esplosione che è anche un momento di rinascita, un momento di crisi profonda dalla quale l'arcipelago nipponico ha saputo risollevarsi sino a imporsi, oggi, come una delle nuove potenze leader dell'economia mondiale.

Nel 1988 questo non si poteva ancora prevedere, forse. Sta di fatto che Akira propone un mondo fortemente contemporaneo e che appare grossomodo valido anche oggi, con le sue ipocrisie e i suoi sogni di progressismo infinito. E' straordinario notare come un cartone animato, solitamente considerato un prodotto non artistico, possa riuscire a tratteggiare con una così tagliente sagacia un ritratto del mondo (seppure condensato in una sola città) che, al di là di alcuni cambiamenti intercorsi negli ultimi venticinque anni, è rimasto isomorfo a sé stesso. Akira rappresenta questo organismo decadente con l'eleganza e la compostezza formale di un film vero e proprio, mentre l'organizzazione delle immagini segue criteri compositivi non dissimili da quelli della classica inquadratura. Tutto questo porta allo straordinario risultato di un prodotto ormai divenuto culto e simbolo di un'intera generazione che riesce a intrattenere sulla smodata lunghezza di circa 130 minuti, superando in qualità non solo prodotti consimili ma anche pellicole cinematografiche non animate.

Al di là dell'innegabile valore storico che ha acquisito, Akira è il titolo ideale per le persone convinte che il cinema di animazione sia qualitativamente inferiore alla filmografia normalmente intesa. Le loro capacità di raccontare e di mostrare non solo sono quantomeno equipotenti; nel caso in esame, in effetti, la capacità creativa dell'animazione è addirittura superiore, in quanto slegata dalle contingenze di un referente fenomenico reale e ancora non del tutto manipolabile (ricordiamo che il film è del 1988 e l'immagine digitale era ancora ben lontana dalle sue possibilità odierne). 
VOTO: 8/10 

lunedì 8 luglio 2013

Grano rosso sangue



Grano rosso sangue di Fritz Kiersch - Genere: thriller - USA, 1984

Come molti altri film che hanno risvegliato la passione di diversi appassionati, Grano rosso sangue è un adattamento di un'opera letteraria del prolifico Stephen King. Il caso di IT è esemplare e spiega bene anche le forti differenze che ci sono fra il linguaggio letterario e quello cinematografico: molti fan sono rimasti fortemente delusi dal finale che la regia di IT ha imposto in deroga al romanzo. Anche nel caso del racconto Childern of the corn la sorte è in parte analoga e lo stesso King si è mostrato fortemente perplesso circa la qualità della pellicola, che comunque ha riscosso un notevole successo di pubblico e ha portato con sé diversi sequels. Ancora una volta devo denunciare il fatto di non aver mai letto il racconto; la recensione quindi non vuole giudicare la qualità dell'adattamento, ma il film nella sua specificità. 

La storia di per sé è molto gradevole e originale, fonde bene un gran numero di elementi tipici del genere thriller/horror, miscelandoli in proporzioni armoniose. Al di là di questo però la realizzazione generale appare ben lungi dalla perfezione. Anzitutto a livello puramente diegetico si registra una grossa quantità di buchi narrativi, elementi non spiegati che rimangono insoluti. E' probabile che una parte di questi interrogativi troverà risposta nei successivi capitoli della saga (?), ma è quasi una legge matematica che i sequel siano realizzati peggio degli originali e tanto basta per scoraggiarci dalla visione. 

La fotografia invece è discreta e soprattutto in alcuni punti le soluzioni adottate anche a livello di montaggio sono particolarmente funzionali a creare un sottile ma palpabile velo di tensione che percorre tutto il film e che ne rappresenta il maggior lascito; lo stesso valga per la colonna sonora e soprattutto per il tema principale che si ritaglia un posto di tutto rispetto, con i suoi echi religiosi, nell'economia del film e nei motivi del suo successo. I personaggi invece sono abbastanza piatti e non sufficientemente analizzati per essere interessanti; lo stesso Isac non raggiunge la levatura titanica di antagonista principale, cui sembrerebbe sin dall'inizio poter tranquillamente ambire.

Nel complesso il film è anche piacevole, ma non possiamo non accodarci ai biasimi che la critica e lo stesso Stephen King hanno levato nei confronti di questo lavoro, che pur presentando spunti di interesse finisce con il risultare piuttosto anonimo e scontato (a tratti anche inutile, come nel caso del finale cliffhanger appena accennato e subito messo a tacere).
VOTO: 5/10 

giovedì 27 giugno 2013

Blade runner



Blade runner di Ridley Scott - Genere: fantascienza - USA, 1982

Parlare di Blade Runner a trent'anni dalla sua uscita è veramente difficile, soprattutto perché non si possono non prendere in considerazione le molte analisi che di questo lavoro sono state fatte. E' comunque certo che il film di Scott merita un posto di primo piano nella storia della settima arte in particolare perché segna un momento di passaggio a livello stilistico e figurativo, inaugurando quella tendenza ancora attuale che possiamo definire schematicamente come postmodernismo. In Blade runner la transizione non è ancora completa e gli stilemi di questo nuovo modo di fare e produrre cinema non risultano ancora pienamente sviluppati; eppure fra le immagini si percepisce già l'avvento di un'epoca nuova.

Insomma, lo sguardo la fa ancora da padrone e il dettato dei fotogrammi non si è ancora annichilito su una sterile spettacolarizzazione immersiva, ma tutto risulta invertito di segno. L'occhio del regista non è più critico e comincia a profilarsi l'ombra di un ludismo che avrà la sua massima realizzazione nel cinema degli anni successivi: siamo di fronte al commiato del moderno, che nel frattempo prelude alla generazione successiva. Il pregio di Blade runner, che molti suoi successori non riusciranno a condividere, è la profondità con cui questa spettacolarizzazione viene ancora realizzata: c'è del senso dietro le immagini di Scott e il portato filosofico e concettuale del film è ancora profondo e attuale.

In particolare la pellicola ci propone una versione della fantascienza molto più problematica di quella a cui ci ha abituato tutto un altro genere di cinema. Nello Star Wars di Lucas (ci riferiamo ovviamente all'episodio IV, datato 1977) la spinta sci-fi si traduce in una riproposizione futuristica dello schema classico della fiaba, in cui è chiaramente possibile identificare tutte le funzioni narrative dei personaggi e la trama è semplice e lineare: siamo di fronte alla quintessenza del divertimento. Blade runner invece ci presenta un mondo gnoseologicamente e eticamente molto più sfaccettato, molto più difficile da accettare e analizzare. 

Quanto è sottile la differenza fra un umano e un replicante? Cosa fa di un essere umano ciò che è? Cosa distingue un essere umano da una copia se il simulacro non sa di essere tale? Sono tutti interrogativi che, sebbene sciolti all'interno di una cornice narrativa ben definita, sono centrali nel dibattito filosofico contemporaneo, in particolare per quanto riguarda l'antropologia della persona. Sono questioni complesse che qui sarebbe difficile sintetizzare ma il problema dell'identità personale (Parfit, Nagel etc.) è uno dei grandi nodi concettuali che Blade runner riesce ad affrontare, in un ultimo omaggio a una stagione del cinema "di pensiero" che andava ormai concludendosi.
VOTO: 8/10

lunedì 10 giugno 2013

Black Cat



Black cat di Lucio Fulci - Genere: thriller- Italia, 1981

La grande difficoltà delle trasposizioni cinematografiche di opere nate in ambito letterario, teatrale etc. è quella di adottare un atteggiamento intelligente. Da un lato si può scegliere di mantenere fede al dettato originale, ma si corre il rischio di perdere di vista le specificità linguistiche dei media utilizzati. Un esempio molto bello a questo riguardo è l'ultima trasposizione sullo schermo di Anna Karenina, che fonde perfettamente un impianto narrativo coerente con un'esaltazione virtuosistica della fotografia e del montaggio come veicoli espressivi propri della settima arte.

Fulci, per mettere la firma al suo Black cat sceglie di sconvolgere quasi completamente la trama del racconto di Poe, che risulta simile al lavoro del cineasta italiano solo a grandi linee: l'allineamento più forte si percepisce solo nel finale. La storia assume così toni più paranormali che oscuri, adattandosi a una tonalità tipica dell'epoca ma che non ho mai apprezzato particolarmente; l'inclinazione allo spiritismo si percepiva già chiaramente in alcuni titoli di Argento e da questo punto di vista il film di Fulci non risulta certo particolarmente felice. Anche la sceneggiatura appare spesso forzata, aneddotica e senza spunti di interesse che possano rendere l'idea di un lavoro più approfondito sul testo dell'autore inglese. Non c'è neanche il tentativo di ricreare le stesse atmosfere che, già da sole sarebbero state sufficienti a creare un prodotto di miglior qualità.

Con questo non si vuole mettere in dubbio la qualità di Fulci come regista (di genere), ma è innegabile che Black cat sia un titolo che stenta a coinvolgere. D'altra parte bisogna pure riconoscere una fattura quantomeno discreta dal punto di vista tecnico, con alcune intuizioni felici che avrebbero potuto essere sfruttate meglio in un contesto diegetico più felice (si vedano le riprese in soggettiva, soprattutto quelle che ci fanno assumere il punto di vista del gatto, molto ben fatte). Per il resto purtroppo il film si spegne molto velocemente e risulta anche un po'noioso, nonostante sia innegabilmente fulciano (l'inquadratura tipica, con il primissimo piano sugli occhi che ritorna incessantemente, ce lo conferma).
VOTO: 4/10

venerdì 31 maggio 2013

La Casa 2



La Casa 2 di Sam Raimi - Genere: horror - USA, 1987

Sequel del titolo originale recentemente riportato al cinema da Alvarez, La Casa 2 vede ancora una volta protagonista Ash, l'eroe della saga, questa volta assieme ad alcuni altri personaggi minori, fra cui la figlia del professore responsabile di aver riportato alla luce il Necronomicon o Libro dei morti. Crocevia narrativo che prelude all'Armata delle tenebre, il film in questione - nonostante sia considerato da molti un vero capolavoro - non mi ha colpito positivamente, non riuscendo a riprendere gli elementi positivi del capostipite e virando in una direzione che non ho trovato adeguata.

Anzitutto ho ravvisato un problema piuttosto grave di ritmo narrativo, con un antefatto - pure tipico dei film del genere - eccessivamente lungo, addirittura nell'ordine dei trenta minuti. Quando la vicenda prende finalmente (e faticosamente) piede, con l'arrivo dei personaggi di supporto al protagonista che faranno (è il caso di dirlo?) una brutta fine uno dopo l'altro, la sceneggiatura si rivela povera e aneddotica. Questo si riverbera anche sulla costruzione dei personaggi, stereotipati all'eccesso, e sulle azioni drammatiche, troppo spesso prevedibili e poco ragionate. 

A ciò si aggiunge il fastidioso protagonismo di Bruce Campbell, che ho trovato per larga parte della sua prestazione, eccessivo nella mimesi e nella carica pseudo-epica che assume la sua funzione. In generale tutto il comparto narrativo, rispetto a La Casa, si è banalizzato, semplificato. Tutto è spiegato chiaramente, non ci sono più misteri, chiaro segno che anche il rapporto fra il pubblico e la visione cinematografica stava rapidamente mutando. A tutte queste problematiche mi sembra doveroso aggiungere anche una nota sugli effetti speciali, utilizzati in maniera molto più sistematica ma, nonostante questo, abbastanza deludenti per quello che riguarda la qualità. 

Complessivamente un film guardabile, ma nulla di più. Sono ben lontane le vette raggiunte con il primo episodio, in un film che appare niente più che un semplice (e semplificato) riempitivo per arrivare al terzo ed ultimo episodio della trilogia ufficiale (non considero appartenenti a questo filone i numerosi sequel apocrifi, fra cui va ricordato almeno l'episodio diretto dall'atroce Claudio Fragasso).
VOTO: 5/10

domenica 26 maggio 2013

Cannibal holocaust



Cannibal holocaust di Ruggero Deodato - Genere: horror - Italia, 1980

Uno dei grossi demeriti del cinema italiano contemporaneo, a prescindere dal genere di riferimento e del regista (qualcuno che si salva c'è sempre, per fortuna),  è l'incapacità di osare, di spingersi oltre alla mediocrità dei prodotti proposti al pubblico sia per quello che riguarda la materia narrata, sia per quanto concerne la messa in forma secondo le categorie linguistiche del cinema. Eppure basterebbe guardare questo ormai abbastanza datato film di Deodato per rendersi conto che c'è stato un momento in cui siamo stati in grado di farlo.

Intendiamoci: umanamente Cannibal holocaust è un film da rigettare completamente. E' abbietto da un punto di vista etico e probabilmente hanno ragione i Paesi (sono più di venti in tutto il globo) che lo hanno vietato o pesantemente censurato. Senza entrare nel merito del racconto della trama, che esula dai fini di questo commento, basti dire che le torture sugli animali rappresentate nelle scene sono assolutamente reali: in particolare è inquietante la scena della tartaruga, dove i protagonisti - per nutrirsi - aprono il carapace di una testuggine e ne rovistano gli organi interni.

Dal punto di vista narrativo, poi, il film non è di per sé nulla di originale. E' un classico del genere e ha dettato l'impianto standard di questa tipologia di film, vantando una generatività molto elevata (sono moltissimi gli omaggi e i riferimenti al lavoro di Deodato in altri film, senza contare un sequel), ma la vicenda è semplice e lineare. Ciò che colpisce, in un film di cannibali che dovrebbe (almeno, così siamo stati abituati a credere) consumarsi in una carneficina autoreferenziale, è la cura posta nel rappresentare ciò che succede. In particolare non viene mai meno nel regista, la presa di coscienza che per praticamente metà del film, il pubblico di Cannibal diventa spettatore di secondo grado e - insieme ai personaggi della pellicola - guarda il girato di altre persone.

Ebbene in tutte queste sequenze (o almeno in buona parte di esse), la regia ha avuto l'accortezza finissima di mantenere il rumore di fondo della bobina che gira, srotolando il nastro a ventiquattro fotogrammi al secondo. Questa consapevolezza, insieme ad altri piccoli trucchi messi in opera in fase di post-produzione, permettono agli spettatori più attenti di trascendere il livello della mera fattualità narrativa e di riflettere sulle implicazioni etiche ed estetiche della visione di una pellicola come questa. Quali sono le condizioni di visibilità di un'opera cinematografica? Ci sono dei confini che non dovrebbero mai essere superati? Quale dev'essere il giudizio della critica su un prodotto controverso?

Cannibal holocaust non è un semplice film di cannibali, tutto sangue e torture. A questi elementi si deve necessariamente aggiungere la considerazione che lo stesso regista era evidentemente consapevole dello statuto di immagine-limite che il suo lavoro si trovava ad avere. La grande intelligenza messa in campo ha consentito di salvarlo dalla stereotipicità e dalla semplice citazione come uno dei film più censurati della storia del cinema.
VOTO: 7.50/10

lunedì 20 maggio 2013

Nekromantik



Nekromantik di Jorg Buttgereit - Genere: grottesco - Germania Ovest, 1987

Negli ultimi due mesi mi sono spesso trovato davanti a film particolari e inquietanti, diversi da quelli che normalmente si vedono in sala o si cercano sui canali di diffusione via internet. Mai come oggi mi sento di dire però che Nekromantik è un film unico nel suo genere, davvero perturbante e nel contempo deprecabile e interessante. Anzitutto ci troviamo davanti a un prodotto che è quasi un unicum, ovvero una pellicola che mette a tema la necrofilia, perversione sessuale che fa dei cadaveri l'oggetto del desiderio.

Diciamo subito che non c'è una vera e propria trama, se non nel senso  più largo del termine; il film si presenta sin dal primo istante come un grottesco e sanguinolento inno che si consuma in sé stesso, senza tentare di costruire qualcosa o di lasciare alcunché allo spettatore (se si eccettua la generalizzata sensazione di disagio). La tematica, data l'originalità, sarebbe di per sé anche interessante ma si deve anche considerare che è una materia difficile da trattare; capisco le intenzioni del regista, ma avrei preferito un discorso più evocativo che esplicativo (ed è proprio in questi casi, credo, che il cinema orientale ha qualcosa da insegnarci, con la sua proposta di pellicole "di sensazione" e non "di narrazione"). 

La caratteristica principale del film è senza dubbio l'amatorialità, che considerando la qualità complessiva finisce anche per rivelarsi un merito. A ciò va aggiunto anche che per moltissimo tempo il film ha circolato solo grazie alla riproduzione illegale e solo in tempi relativamente recenti il successo di pubblico (di nicchia) ha permesso di poter distribuire un DVD del lavoro di Buttgereit. Al di là di questo apprezzamento generale però, non si può fare a meno di notare che la qualità complessiva risente molto della carenza di fondi. A scanso di equivoci preciso che io non sono per nulla d'accordo con chi dice che un basso budget è per forza indice di cattiva qualità, anzi: ci sono film fatti quasi con niente che sono dei veri e propri capolavori. La pellicola di Buttgereit non lo è.

Ciò che ho apprezzato di meno è stata, soprattutto in alcuni momenti, la forte pretenziosità della messa in scena, come che il film volesse rifuggire da quello che è (un prodotto fatto per shockare e poco più) per travestirsi in un film d'autore o simili. La composizione è in alcuni tratti decisamente (e inutilmente) barocca: si sprecano le sovraimpressioni, che forse dimostrano una buona conoscenza storica da parte del regista, ma che nella maggior parte dei casi hanno solo un effetto fastidioso e confusivo (anche se non c'è una trama, non dispiacerebbe capire cosa sta succedendo sulla scena). Anche le inquadrature, spesso spezzate e imprecise, concorrono a definire un quadro non certo felice; unica eccezione (parziale) è la musica, non così disastrosa.

Nel complesso siamo di fronte a un film che sicuramente rimane impresso per la violenza delle immagini, ma che si consuma in breve tempo e in fin dei conti non ha nulla da raccontare. Nekromantik è un film suicida, che non è in grado di esistere se non come pellicola del limite, in bilico fra visione e oblio.
VOTO: 4/10