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giovedì 22 maggio 2014

Tom à la ferme



Tom à la ferme di Xavier Dolan - Genere: thriller/drammatico - Canada, Francia, 2013


L’uscita in DVD del film presentato dal giovane canadese Xavier Dolan alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia è un evento di grande importanza per tutti coloro che non hanno potuto essere al Lido in quelle magiche giornate. Al di là di un discorso che sarebbe necessario fare sulla necessità di realizzare delle edizioni italiane delle pellicole di Dolan, la diffusione sul circuito commerciale di Tom à la ferme non può che riaccendere la volontà di analizzare la pellicola criticamente ed esteticamente, così come la necessità di considerarla all’interno del progressivamente più consistente corpus dolaniano.
Che Dolan sia interessato all’analisi attenta e spesso tagliente delle relazioni umane e sentimentali all’interno di uno scenario contemporaneo sempre tratteggiato con padronanza di mezzi ed eleganza è fuori di dubbio. Tom à la ferme da questo punto di vista si presenta come una conferma e una messa in movimento delle scelte di scrittura a cui eravamo stati abituati: se da una parte è vero che rimane centrale il confronto con la figura materna (che, sin dal titolo, pare rimanere tale anche in Mommy, in questi giorni a Cannes), del tutto inedita è la tematica del lutto e della resilienza post-traumatica a cui Tom si sottopone penetrando all’interno della vita della famiglia del suo defunto compagno. È probabilmente in queste scene d’interno, dove i dialoghi si fanno pregnanti e drammatici che, aiutato da una composizione impeccabile e quasi pittorica per la scelta di alcuni toni cromatici, il film raggiunge i suoi punti migliori. Per quanto Dolan sia senza dubbio un buon attore, sotto questo profilo la performance di Lise Roy rimane toccante e assolutamente impareggiabile.
Anche la costruzione del personaggio di Francis (Pierre Yves-Cardinal) manifesta uno studio attento e preciso, che sullo schermo riesce a regalare un uomo perfettamente rappresentato nelle sue ipocrisie e paure; Francis è in ultima analisi un personaggio di una fragilità senza dubbio fastidiosa, ma necessaria allo sviluppo della vicenda. Meno riuscito, forse a causa di una volontà di suggerire più che di definire certi dettagli, è invece il succedersi dei comportamenti di Tom nei confronti del suo antagonista/oggetto del desiderio, che si altalenano in modo spesso scomposto e senza uno sviluppo preciso: questo rende le sequenze di Tom e Francis spesso poco legate, ma comunque di sicuro impatto (da questo punto di vista la scena del tango è magistrale sia nell’orchestrazione che nella capacità di muovere lo spettatore).
Ancora una volta Dolan cade, almeno parzialmente, nel finale. Per quanto il film sia molto più breve del precedente Lawrence Anyways, l’ultima sequenza precipita dell’aneddoto, palesando quella che fino a quel momento era rimasta semplicemente una storia implicita e per questo molto più affascinante. Al di là di questi dettagli però, anche per il coraggio e la capacità di aver saputo raccontare un thriller a tematica omosessuale con una maestria fuori dal comune, Tom à la ferme è senza dubbio un film che merita di essere visto e apprezzato come segno di una giovane generazione che avanza a grandi passi verso le vette di un riconoscimento internazionale. 
VOTO: 8.50/10 

domenica 18 maggio 2014

Intruders



Intruders di Juan Carlos Fresnadillo - Genere: thriller/horror - Spagna, Regno Unito, 2011

Dopo aver diretto il non completamente riuscito sequel di 28 giorni dopo, Fresnadillo si è preso quattro anni di pausa, prima di tornare sulle scene con Intruders, film snobbato dai cinema italiani e giunto nel belpaese soltanto attraverso la distribuzione DVD. Per fortuna; sì perché il film - fiasco colossale costato 13 milioni di dollari e che ne ha incassati solo 3 in tutto il mondo - si presenta sin da subito come l'ennesimo film situato al crocevia di diversi generi che, pur con qualche idea interessante, finisce col risultare anonimo e poco studiato. In questo caso, la presenza fantasmatica di "Senzafaccia", essere inquietante che si muove piuttosto agilmente fra i due piani della narrazione (che, sul finale, si ricongiungeranno), regala al film un atmosfera piuttosto strana, sospesa fra il thriller, l'horror psicologico, l'horror di possessione, sconfinando pericolosamente perfino nei territori dello sci-fi. Questo, come solitamente accade, diventa il simbolo di una elevata sterilità creativa, o il segno tangibile dell'incapacità del regista di far prendere al suo lavoro una strada ben precisa. 

Pur non essendo a mio avviso particolarmente spiacevole sotto il profilo visivo, Intruders sceglie anche in questo caso la via della sicurezza, rifiutando di osare e proponendosi dal punto di vista tecnico come un film piuttosto anonimo quando non scolastico. Forse dieci anni fa questo non sarebbe stato necessariamente un male, ma considerando la quantità di prodotti che vengono riversati costantemente sul mercato e la pregnanza di alcune scelte estetiche sviluppate negli ultimi anni, nonché le condizioni dell'offerta e della fruizione attuali, mi pare che sia sempre necessario giocare le proprie carte con coraggio, rischiando di intraprendere anche una strada sbagliata. Nel caso di Intruders invece, i personaggi si ripiegano su ruoli ben consolidati della tradizione statunitense, a cui evidentemente Fresnadillo è molto debitore (Clive Owen in particolare è l'ennesimo mimo di una specie di personaggi partoriti a partire dal già non originalissimo Willis de Il sesto senso). 

Complessivamente, per il mio gusto, un film assolutamente senza sapore che pur non essendo completamente sbagliato risulta perdente sotto ogni punto di vista per la mancanza di un qualsiasi timbro stilistico. 

VOTO: 4/10 

venerdì 16 maggio 2014

Fargo



Fargo di Joel e Ethan Coen - Genere: thriller - USA, 1996

Fargo è senza dubbio uno dei film più noti dei fratelli Coen, osannato dalla critica e apprezzatissimo dal pubblico, si è aggiudicato (giustamente) un premio alla miglior regia al Festival di Cannes e ben due premi Oscar. La forza del film, che mi è decisamente piaciuto anche se devo ammetterlo non mi ha conquistato completamente, sta nel fatto di essere assolutamente innovativo per l'epoca, con una capacità straordinaria di precorrere i tempi, che si esprime nella libertà di alcune scelte registiche e nella complessità della sceneggiatura, firmata dai registi medesimi. William Macy (da me già apprezzato nei panni di Arbogast nel remake vansantiano di Psycho), ad esempio, interpreta un personaggio di una complessità e bellezza disarmanti, un vinto assoluto che ordisce suo malgrado la catena di eventi che si sviluppano nel film a partire da un motore per la verità piuttosto banale. Sì, perché Fargo riesce a reggersi magistralmente su un registro che, pur impreziosito dalla capacità registica e dalle ottime performance, non esorbita di troppo dal canovaccio standard del thriller medio. 

Se tutto si limitasse a questo però potremmo facilmente dimenticarci di questo film, per quanto apprezzabile. Mi pare invece che la sua grande caratteristica sia quella di non prendersi troppo sul serio, vale a dire di offrire tutta una serie di situazioni paradossali o perfino umoristiche, perfettamente cucite all'interno della trama degli eventi. Ad esempio la grottesca fuga della signora Lundegaard nel bianco algido delle spianate del Minnesota, dove la poverina si ritrova a rantolare in preda al panico, è completamente assurda e allo stesso tempo geniale. L'incongruenza ricercata di questi siparietti mi pare che prema sui margini della struttura e la apra inaspettatamente a dei piccoli lampi di genio, che costituiscono la vera e propria cifra di questa pellicola.

Il risultato complessivo è dunque doppiamente interessante, perché Fargo riesce a presentarsi come un film apparentemente conservatore, rassicurante e familiare, ma al tempo stesso a imporsi per la forza di alcune scelte particolarmente felici da molteplici punti di vista. Tutto sommato un film che mi sembra doveroso consigliare per il suo essere bello e divertente, anche se mi duole ammettere che non rientra nel novero delle pellicole che mi porto nel cuore.

VOTO: 7.50/10 

giovedì 15 maggio 2014

Violent cop



Violent cop di Takeshi Kitano - Genere: drammatico/azione/thriller - Giappone, 1989

Attenzione, quest'uomo è estremamente percioloso. Questa è la traduzione italiana del titolo originale giapponese del primo lungometraggio diretto e interpretato da Kitano, indiscusso maestro del cinema giapponese (già attore di altre pellicole di tono comico). Per quanto anche la lezione italiana della titolazione rimanga fedele allo spirito della pellicola, la traslitterazione originale dei kanji rende sicuramente meglio il clima anche culturale che sta dietro a questo lavoro. In ogni caso già da questo suo primo film Kitano impagina degli elementi di grandissimo interesse: a partire da un canovaccio piuttosto convenzionale, il regista riesce a far emergere un prodotto decisamente interessante che è stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico. Attraverso gli occhi del poliziotto Azuma, Kitano ci racconta di una discesa ad inferos che sembra però investita di un forte valore morale: per quanto sia indubbiamente uno sconfitto, il personaggio di Kitano assume una valenza quasi titanica nella sua lotta (condotta, come da titolo, con mezzi ben poco convenzionali) contro la corruzione degli altri strati della polizia.

E' un racconto morale, ma non moralistico. Lo stile personalissimo del regista garantisce al film una pregnanza particolare e una discreta qualità complessiva, anche se ancora non ai livelli dei suoi capolavori. Violent cop è a mio avviso un film interessante ma non ancora pienamente maturo, da vedersi per completismo o se si cerca un film di genere diverso dal solito, impreziosito da una regia comunque attenta e intellettuale, che non mancherà di lasciarsi gustare con piacere da chi ha occhio in materia. Per quanto mi riguarda l'eccesso di violenza che lo stesso Kitano ha visto a posteriori in questo suo debutto è del tutto ingiustificato; anzi, mi pare che - conoscendo il coraggio del cinema orientale in questo senso - si sarebbe potuto osare decisamente di più.

VOTO: 6/10 

sabato 10 maggio 2014

La promessa dell'assassino



La promessa dell'assassino di David Cronenberg - Genere: thriller - USA, Regno Unito, Canada, 2007

Finalmente riesco a trovare, nella sempre interessantissima filmografia di Cronenberg, un film potente e realizzato in maniera attenta e sapiente. Dopo Videodrome, devo ammettere che ho faticato a trovare una pellicola altrettanto interessante: Crash, per quanto idealmente accattivante non mi è parso così ben realizzato e Cosmopolis secondo me è un parziale buco nell'acqua. Discreto invece A history of violence, che non a caso si avvicina già dalla scelta dell'attore protagonista (Viggo Mortensen, qui ben più convincente) ma che è affine a La promessa dell'assassino anche per l'idea di base, con Mortensen che impersona un individuo scisso fra due universi esistenziali e sopratutto morali, dei quali uno rimane sotterraneo per la maggior parte del film. A partire da un intreccio per la verità insolitamente banale, almeno a mio avviso, per un film di Cronenberg, il regista canadese riesce a tirar fuori il meglio da una trama thriller piuttosto classica, orbitante attorno alla criminalità organizzata russa.

Pur non presentando sperimentazioni esorbitanti per quel che riguarda l'impostazione registica, La promessa dell'assassino regge molto bene sotto il profilo della composizione e soprattutto della fotografia che, in particolare negli interni, regala alle scenografie un'atmosfera straordinariamente intensa grazie a scelte cromatiche particolarmente indovinate. Tutto o quasi, questa volta, mi pare si regga però sulle interpretazioni degli attori, tutto sommato molto buone anche se devo riconoscere che per quanto mi riguarda Naomi Watts si è rivelata qui piuttosto debole; interessante e molto ben scritto anche il personaggio di Vincent Cassel, attore che non amo particolarmente ma che qui riesce ad uscire parzialmente dalla sua parte stereotipica (che pure gli ha garantito un certo successo in un film come L'odio). 

Personalmente, conoscendo Cronenberg almeno in parte, mi sarei aspettato delle scelte più coraggiose a livello di sceneggiatura (già An history of violence mi era sembrata piuttosto blanda in quanto a scrittura drammatica, ma qui la situazione mi pare ancora più seria; per fortuna la compensazione offerta dal profilo visivo è decisamente meritoria) e forse un maggiore approfondimento di alcuni personaggi, ma tutto sommato La promessa dell'assassino rimane un film che, a fronte di alcune difficoltà, intrattiene molto bene ed è decisamente valido per quello che riguarda la tecnica di messa in scena.

VOTO: 8/10 

martedì 29 aprile 2014

Fuoco cammina con me



Fuoco cammina con me di David Lynch - Genere: thriller - USA, 1992

Oltre a essere un celebratissimo cineasta e artista poliedrico, David Lynch ha firmato anche una vera e propria serie cult, I  misteri di Twin Peaks, datata 1990, di cui Fuoco cammina con me rappresenta il prequel. Preciso sin da subito due elementi, che credo sia necessario tenere in conto nel prendere in considerazione il mio giudizio verso il film. In primo luogo non ho avuto modo di vedere le puntata della serie, quindi non potrò valutare in nessun modo il modo in cui il film si integra rispetto ai contenuti del telefilm. In secondo luogo tengo a dichiarare che Lynch non è un cineasta che amo particolarmente, soprattutto per quanto riguarda le sue ultime produzioni; per quanto film come Lost Highways e Inland Empire siano senza dubbio realizzazioni straordinarie, devo ammettere che in tutta onestà non mi hanno convinto fino in fondo e soprattutto nella sua ultima opera è forte la sensazione che Lynch abbia profondamente travalicato i confini dello spazio filmico, per aprire la sua arte su prospettive che a mio parere non appartengono (almeno non completamente) alla critica cinematografica.

Ciò detto è necessario riconoscere che, almeno per me, Fuoco cammina con me rappresenta la migliore prova registica di David Lynch, una perfetta miscela di avanguardia linguistica, suggestione immaginifica e solidità narrativa. Pur essendo grossomodo spartibile in due parti ben distinte il film mantiene una sua unitarietà stilistica e drammatica, giungendo a compimento nel finale dove si raggiunge l'acme della poetica lynchiana. La trama thriller è raccontata con efficacia, ma non predomina sulle componenti più caratteristiche dello stile di Lynch, come l'attenzione morbosa per gli oggetti che - ripresi a distanza volutamente troppo ravvicinata - sembrano quasi assumere una vita feticizzata che li fa emergere dando loro una dignità simile a quella dei personaggi. A ciò si aggiunge, ovviamente, l'immancabile persistenza sul confine dei registri stilistici, potremmo dire fra il concreto e l'astratto, fra l'onirico e il reale (non si allude ovviamente, almeno non in maniera così ingenua, al Reale nel senso lacaniano del termine). 

Senza dubbio per chi conosce la serie di Twin Peaks il film avrà rappresentato la conferma e la spiegazione di nodi insoluti della vicenda, mentre per chi come me non si è ancora approcciato a questo prodotto, Fuoco cammina con me mantiene una salutare patina di mistero che - ben lungi dall'essere sintomo di incompletezza- garantisce un fascino magnetico al film e alla vicenda così efficacemente raccontata da Lynch. Mi rendo conto che in questo come in altri casi sarebbe forse apprezzabile un commento più circostanziato sulle qualità del film, ma credo che questa non sia la sede adeguata per questo scopo. Di fronte a un'opera potente come questa la soluzione migliore è forse, nell'ambito di una recensione, quella di fornire degli stimoli per suscitare la visione. Concludendo in breve a questo scopo, il film ispirato a Twin Peaks si lascia apprezzare per lo splendore della tecnica compositiva e linguistica di Lynch, cui si unisce in questo caso una sceneggiatura eccellente e fortunatamente lontana dagli eccessi sperimentali e a volte troppo confusivi cui ci hanno abituato le sue opere più recenti.

VOTO: 10/10 

lunedì 28 aprile 2014

Quattro mosche di velluto grigio



Quattro mosche di velluto grigio di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1971

Con questa recensione si chiude la Trilogia degli animali diretta da Dario Argento. Inaugurata dal bel L'uccello dalle piume di cristallo e proseguita con il discutibile Il gatto a nove code, è la serie di film che più di tutti ha contribuito a fondare il genere del giallo all'italiana, che ha avuto una notissima diffusione e fortuna e che meriterebbe di essere rivalutato anche in sede critica più di quanto non si faccia. Per quanto io appartenga più al gruppo degli estimatori del sottovalutatissimo Lucio Fulci e non sia un amante degli argentiani, devo riconoscere che l'inizio e l'epilogo della trilogia sono senza dubbio interessanti. Sebbene con minore freschezza rispetto a quanto mostrato ne L'uccello, qui Argento riesce ancora a proporre uno stile libero e veloce, fatto di inquadrature fortemente influenzate dal cinema moderno. 

Ambientato a Roma, location tipica del regista, il film si sviluppa attorno ai temi più cari ad Argento, senza farsi mancare neppure il riferimento all'omosessualità, questa volta incarnata dal detective privato Arrosio. E' probabile che sotto il profilo della queer theory la scelta di Argento potrebbe essere criminalizzata, per le modalità di rappresentazione, ma devo dire che tutto sommato l'effetto complessivo non è spiacevole e anzi garantisce a Quattro mosche di velluto grigio degli spazi umoristici che difficilmente è possibile trovare nelle produzioni del genere (men che mai nelle successive dell'autore) e che penso ne costituiscano uno dei tratti più interessanti. Risponde a questa esigenza anche il cammeo (decisamente più mediocre, in verità) di Bud Spencer, strappato al suo ruolo caratteristico da scazzotatore di saloon improvvisati.

Nel complesso Quattro mosche risolleva le sorti di una trilogia pesantemente affossata da Il gatto a nove code, vero e proprio fallimento stilistico e di struttura. Pur non trattandosi di un capolavoro assoluto, si tratta di un film del tutto dignitoso, infiocchetato anche da una serie di riferimenti eruditi che non spiacciono nonostante la loro autoreferenzialità. Senza dubbio uno dei migliori lavori di Argento dopo Profondo Rosso.

VOTO: 6.50/10 

domenica 27 aprile 2014

Distretto 13: Le brigate della morte



Distretto 13: Le brigate della morte di John Carpenter - Genere: thriller - USA, 1976

John Carpenter è senza dubbio uno degli autori che ha contribuito a fondare un tipo di cinema, troppo spesso snobbato dalla critica e dal pubblico, che ha condizionato fortemente il nostro immaginario. Universalmente noto (ma mai sufficientemente celebrato) per il capolavoro Halloween: La notte delle streghe, Carpenter si è sempre presentato come un regista abile e dallo stile sorvegliatissimo. Lo dimostra benissimo questo Distretto 13, sua seconda opera immediatamente precedente al primo capitolo della saga di Michael Meyers. Fortemente influenzato da Romero e dalla fondazione dello zombie movie, Carpenter realizza un film profondamente contemporaneo ancora oggi, che si presenta come un'accurata riflessione sulla violenza urbana e su alcune fondamentali caratteristiche della società americana (La notte del giudizio a confronto è un nonnulla). 

Pur senza ricadere nella vacua previdibilità di una analisi sociologica inconsistente, già nel '76 Carpenter era riuscito a diagnosticare con evidenza il ruolo che la violenza ha all'interno della mentalità yankee, adottando significativamente lo stile dell'assalto che di solito - lo abbiamo detto - è tipico della massa di non-morti, agglomerato decerebrato guidato soltanto da un oscuro istinto di morte. In un primo tempo snobbato praticamente da chiunque, Le brigate della morte ha conosciuto una grande rivalutazione negli ultimi tempi, arrivando a presentarsi come un film molto quotato sui maggiori siti di cinema (4/5 per Mymovies e 10/10 per Comingsoon). Pur non condividendo i toni forse eccessivamente entusiastici di questa rifioritura critica, devo riconoscere che il film di Carpenter si lascia apprezzare per la libertà linguistica, soprattutto per quanto riguarda la scelta dei piani e la composizione dell'inquadratura. 

Completa il tutto una nutrita serie di citazioni erudite che riprendono alcuni stereotipi di genere satellite, come il noir (viene perfettamente mimata una scena originalmente attribuita alla coppia divistica Bogart/Bacal). Questo rende Distretto 13 un film ancora oggi validissimo, che si lascia apprezzare sotto il profilo tecnico forse più che sotto quello drammatico. Certamente un titolo da recuperare per l'ottima gestione del thrilling e del ritmo narrativo.

VOTO: 6.50/10 

martedì 22 aprile 2014

Fight Club



Fight Club di David Fincher - Genere: thriller/drammatico - USA, 1999

David Fincher, regista che ha dato il meglio di sé alla fine degli anni Novanta, è l'autore (ci sarebbe da chiedersi quanto noto), di uno dei film più noti e citati di tutti i tempi. Dopo lo straordinario successo di Seven (1995) e quello del film qui presente, il cineasta di Denver si è eclissato, fuoriscendo dall'anonimato a partire dall'interessante Zodiac, datato 2007, che ha cercato e almeno in parte è riuscito a rifondare la strada del genere thriller. Dal genio di Palahniuk, Fincher crea una pellicola efficace che riprende e approfondisce alcuni degli aspetti tematici già abbozzati nel film precedente, che vedeva ancora il buon Brad Pitt come protagonista. Forse potrei essere di parte, ma considerando che Fight Club, per quanto mi sia piaciuto non rappresenti per me un capolavoro indiscusso (almeno non ai livelli a cui di solito viene valutato), posso dire sinceramente che Fincher è riuscito a raccontare, molto prima e molto meglio del sopravvalutato Nolan i meccanismi della mente e della psicologia umana.

Fight Club ci propone per la prima volta una struttura drammatica à la Saw, dove tutto è apparentemente a portata di mano per la comprensione della vicenda. Giocando con le aspettative dello spettatore il regista orchestra una diegesi che si rivela solo nell'epifania finale, raggelando la capacità di analisi del pubblico. Tutto orbita attorno alle ottime performance recitative di Brad Pitt e dell'eccellente Edward Norton, vero e proprio centro nevralgico dell'intera opera; seguendo la sua esistenza in modo non lineare, con un uso libero e dinamico della grammatica visiva, Fincher confeziona un'opera agile che sembra girata addosso al suo protagonista (o dovremmo dire ai suoi?), alternando con un ritmo davvero riuscito episodi comico-macchiettistici, riflessioni di carattere più alto (che spesso sono più suggerite che mostrate) e sequenze d'azione/dinamismo molto ben studiate.

Tutto sommato non si può non rendere merito a Fincher per la freschezza e la piacevolezza della sua opera, che per quanto mi riguarda non riesce comunque a eguagliare i livelli di ricercatezza drammatica e formale del suo predecessore Seven. Si mantiene comunque un titolo validissimo, che non sente per nulla il peso dei suoi ormai quindici anni. 

VOTO: 7.50/10 

lunedì 21 aprile 2014

Ichi the killer



Ichi the killer di Takashi Miike - Genere: thriller - Giappone, 2001

Takashi Mike è senza dubbio uno dei registi più controversi della cinematografia giapponese e, per alcuni suoi titoli importanti come Audition, pure uno degli interpreti più interessanti della contemporaneità. Ichi the killer è forse uno dei suoi film più noti; non particolarmente apprezzato dalla critica per motivi in parte condivisibili, la pellicola è presto diventata un vero e proprio prodotto di culto entro cerchie ben determinate di fans. Opera fondamentale per comprendere la poetica del regista e il suo rapporto alle cose, oltre che il suo modo di tratteggiare elementi fondamentali dell'animo umano, Ichi è utile addirittura per gettare luce su scelte apparentemente fuori registro della sua filmografia, come il già recensito Yattaman

Delirio ultrapop di una mente apparentemente malata, Ichi propone una struttura diegetica abbastanza tradizionale che si inscrive agevolmente nell'ambito del noir contemporaneo, una crime story di Yakuza che apparentemente potrebbe non avere troppo da dire: il rapimento di un capo mafioso dà il via a uno sviluppo drammatico che in realtà, pur mantenendo una salda compattezza narrativa, si arricchisce di tanti "piccoli" elementi incongruenti che ne costituiscono la fortuna. Il film è talmente gonfio di assurdità apparentemente convenzionali che a mio avviso illumina magistralmente quello strano gusto dei giapponesi per l'assurdo (e che è poi uno dei motivi per cui, almeno un certo loro cinema, o lo si ama o lo si odia; Mike ne è un classico esempio).

Solo a partire da questa considerazione si possono comprendere meglio e forse completamente tutte le sequenze ultraviolente che hanno contribuito a inserire il film nella classifica dei cinquanta titoli più disturbanti stilata da un noto sito di cultura popolare. Una tecnica registica praticamente magistrale si associa così a scene di tortura spinte sino al parossismo e a un gusto per il grottesco e l'atto dello smembramento che spesso supera il limite di sopportazione dello spettatore medio; a tutto ciò si aggiunge poi, integrandosi in maniera inaspettata ma del tutto naturale la sequela di piccole infiorettature pseudocomiche che costituiscono la cifra fondamentale, il gusto autentico del film. 

Nel complesso si tratta di un film molto bello dal mio punto di vista, anche se sono propenso a condividere alcune critiche dei più; di certo non si tratta di un lavoro che consiglierei a tutti. Bisogna essere abbastanza forti da accettare, nel giro di pochi secondi, di passare da un sorriso alla comprensione della grande tragicità sottocutanea che scorre ostinatamente lungo tutto il film, rivelando un lato esistenzialista che a prima vista si potrebbe non cogliere.

VOTO: 8/10 

mercoledì 16 aprile 2014

Le Iene



Le Iene di Quentin Tarantino - Genere: azione, thriller - USA, 1992

Nel mio ultimo post, parlando della prima opera di Dario Argento, ho detto che si è trattato di un esordio convincente che si è presto tramutato in uno stile cancrenizzato e insoddisfacente. Quentin Tarantino, regista per il quale ho senza dubbio un rapporto di amore/odio, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, confeziona un film straordinario, di una violenza visiva inenarrabile ma - soprattutto - di uno stile talmente sofisticato e al tempo stesso apparentemente facile da far venire i brividi. Mi pare infatti che una delle caratteristiche fondamentali dei film di Tarantino, penso a Kill Bill e in misura minore a Pulp Fiction, sia la loro grandissima capacità di parlare efficacemente anche ai non addetti ai lavori, o quantomeno al pubblico che dal cinema esige solo un sano intrattenimento. Ho a lungo pensato che questo carattere pop (nel senso etimologico del termine) fosse un potenziale demerito, ma sto lentamente convincendomi a rivedere la mia posizione. 

In ogni caso Le Iene contiene in sé un cocktail esplosivo di elementi che ci raccontano, in una specie di teatro kabuki della violenza gratuita, praticamente tutto il cinema di Tarantino precedente a Bastardi senza gloria, per il quale va fatto senza dubbio un discorso almeno in parte diverso. Siamo di fronte a un film che è davvero una prova registica di grande valore, che ci dice in modo succinto e stringato quanto bisogna sapere sull'estetica di Tarantino e sulla sua capacità mascherare il proprio valore ai più. Intendiamoci, Le Iene è senza dubbio un film difficile da girare e che mette subito in chiaro quella che è la tempra di uno dei registi più controversi ma importanti delle ultime decadi. Anche se forse c'è ancora qualche asperità da smussare, la linea narrativa a intreccio è gestita in maniera egregia e il titolo è già un crogiolo di citazioni che arrivano fino all'ormai ben noto spaghetti western Django.

Tarantino lo si può apprezzare o no, ma è senza dubbio un dovere della critica quello di rendere merito all'importanza di titoli tanto ben realizzati. Forse non eccessivamente rivoluzionari in questo caso, ma davvero egregiamente orchestrati sotto il profilo della tecnica.

VOTO: 9/10 

martedì 15 aprile 2014

L'uccello dalle piume di cristallo



L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1970

Se esistesse una petizione per cacciare Argento dalla scena cinematografica italiana, tutti sanno benissimo che la firmerei. Non sarò mai troppo stanco di ripetere come io trovi la fama di questo regista eccessiva e in larga parte immeritata, soprattutto viste le sue ultime derive. Ciò nondimeno, una serena valutazione critica del suo corpus cinematografico non può non portare alla luce la presenza di alcuni titoli decisamente interessanti, come Profondo Rosso (forse il suo film più noto) e il qui presente L'uccello dalle piume di cristallo, datato 1970, che segna l'esordio del cineasta romano dietro alla macchina da presa. Esordio della cosiddetta Trilogia degli animali (è bene precisare il cosiddetta perché in tutti e tre i film che la costituiscono, come nel mediocre Il gatto a nove code, il referente zoologico risulta poco più di un pretesto), al di là di un indubbio valore estetico per interessanti trovate stilistiche che propongono una linea regista sciolta e gradevole, il titolo in esame merita di essere ricordato senza dubbio per la sua importanza storica. 

Se si cercasse un film in grado di dettare legge, o quantomeno capace di cambiare le carte in tavola nel panorama del giallo italiano, questo sarebbe senza dubbio L'uccello dalle piume di cristallo. Sgravando la tradizione dallo schema di Mario Bava, che ebbe il merito di inaugurare il genere (Sei donne per l'assassino ne è un classico esempio), il film di Argento realizza un perfetto sposalizio fra uno stile registico non aneddotico, in cui predomina l'uso della soggettiva e una struttura diegetica  consistente che detterà praticamente  legge all'interno del cinema italiano degli anni immediatamente successivi e non solo. Questo vale anche (e forse soprattutto) per la caratterizzazione dei personaggi: il ruolo morboso e paranoide affidato alle figure femminili, il protagonismo di scrittori/giornalisti/fotografi che si trovano a diventare detective e l'identità celata dell'assassino, sempre connessa alla doppiezza e ai disturbi dell'identità.

Un film gradevole e molto ben riuscito. Un peccato che abbia dato origine a una posterità tanto sfortunata (sia per quanto riguarda gli altri registi che ne sono stati condizionati, sia per quanto concerne la poetica dello stesso Argento)

VOTO: 7/10 

martedì 8 aprile 2014

Pulse



Pulse (titolo originale: Kairo) di Kiyoshi Kurosawa - Genere: horror/thriller - Giappone, 2001

Forse fra i grandi capolavori dell'horror giapponese, quelli che hanno contribuito a definire il rinnovamento degli anni Zero all'interno del genere godendo di una pervasività enorme legata non tanto ai sequel ma piuttosto ai remake americani, che ho recensito e visto sino ad oggi, Pulse merita il primo posto per quanto riguarda la complessità dell'intreccio e la vastità delle implicazioni teoriche e/o filosofiche che si porta dietro. Ben più dell'osannatissimo Cure, del medesimo Kurosawa, Pulse si presenta come un titolo che è stato in grado, in tempi decisamente non sospetti, di raccontare con una visionarietà disarmante alcuni dei tratti più significativi della contemporaneità attuale. 

Entro la cornice tradizionale dell'horror che potremmo definire con un termine sicuramente improprio "d'apparizione", nel quale delle entità non meglio definite comunicano in qualche modo con il mondo fenomenico, Kurosawa riesce ad inserire, seppure in maniera non sempre convincente, una dimensione cosmica che amplifica enormemente la drammaticità del racconto. Ring non ha avuto questa fortuna, anche se nel romanzo Loop (che conclude il ciclo dal cui titolo di testa il film è tratto), Koji Suzuki fa un ottimo e riuscitissimo tentativo in questo senso. Tornando a Pulse, Kurosawa mette in scena con una grande lucidità e capacità di racconto il Giappone di fine anni Novanta/inizio anni Zero usando il computer come interfaccia di analisi. Questo gli dà la possibilità di analizzare alcuni dei fenomeni oggi più comuni legati all'uso della rete, ma all'epoca incredibilmente innovativi (mi riferisco ad esempio alla condivisione di immagini in streaming, al problema dell'identità dietro lo schermo, alle conseguenze psicosociali delle reti telematiche etc). Il tutto prende corpo attraverso una grande capacità scenica, che si esprime in una composizione solidissima e strutturata su più piani, cui corrisponde un uso libero della macchina da presa e del montaggio.

Ma se il tutto si limitasse a questo, la grande fama di Pulse sarebbe almeno in parte ingiustificata. Ciò che rende questo titolo capace di imporsi a livello mondiale come uno dei titoli capitali dello scorso decennio è senza dubbio la sua capacità di trasfigurare i dati accidentali in universali, cosa che consente a Kurosawa di ipotizzare, nel finale del film (che è senza dubbio la parte meno riuscita) una globalizzazione del dramma di cui l'opera racconta. Più importante sembra però il modo di trattare i corpi fantasmatici, che significativamente si riducono a macchie nere quasi putrescenti o a un pulviscolo fluttuante che è impossibile trattenere. Corpi disintegrati, immagini della catastrofe; per me, concrezioni visive del dramma di Hiroshima.

VOTO: 9/10 

domenica 30 marzo 2014

Non si sevizia un paperino



Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci - Genere: thriller/horror - Italia, 1972

Che Lucio Fulci sia uno degli autori più amati del thriller all'italiana è assolutamente indubbio. Apprezzato per alcuni lavori anche dalla critica, che comunque non sembra mai avergli tributato le lodi che avrebbe meritato (forse per un disamore pregresso nei confronti del genere o del cinema di genere), ha fatto la sua fortuna presso il pubblico con lavori di indiscusso pregio come Zombi 2, ideale sequel del capolavoro romeriano. Su questo blog ho avuto modo di recensire solo Black Cat, piuttosto bruttino e di certo non adeguato a parlare dell'importanza di Fulci per il nostro cinema. Non si sevizia un paperino è uno dei classici lavori fulciani in questo senso, ritenuto abbastanza mediocre dalla critica (due stelle sul Farinotti) e molto ben riuscito dal pubblico. Nell'impossibilità di stare completamente nel mezzo devo dire che a conti fatti il film è piacevole per quanto non esente da difetti e sotto il profilo formale risponde bene alla necessità di riconoscere al compianto regista romano i suoi meriti.

Scegliendo di ambientare il suo dramma in un retrogrado paesino del Meridione, Fulci compie una scelta originale e azzeccatissima; pur con un'ombra di classismo geografico, questo gli permette di inserire piuttosto bene l'elemento della superstizione magica e popolare all'interno dello sviluppo della vicenda, grazie al personaggio della Maciara interpretata magistralmente da Florinda Bolkan. Gli intenti sociologici, per quanto non forti o preponderanti, sembrano ben presenti e tratteggiati con sicurezza e profondità dalla mano esperta del regista, che articola un discorso visivo coerente fatto di inquadrature ricercate e insistenti piani ristretti sugli occhi che diventano davvero lo specchio della caratterizzazione dei personaggi. Interessante e ben scritto anche il personaggi di don Avallone (Marc Porel), mentre decisamente minoritario appare il contributo del "divo" del cinema di genere italiano Tomas Milian, che qui interpreta un giornalista che per la maggior parte della vicenda se ne sta tranquillamente sullo sfondo.

Solido a livello di sceneggiatura e dialoghi, arricchito da una ricercatezza d'immagine che è propria ai grandi maestri, Non si sevizia un paperino scade inevitabilmente - come molti prodotti a lui assimilabili - quando si fa viva la volontà di shockare il pubblico con effetti sanguinolenti e macabri. Al di là della fattura degli effetti stessi, che dipende anche dall'anno di realizzazione, la necessità quasi fisiologica di scadere nel registro del macabro mi è sempre sembrata inutile e poco funzionale, sopratutto quando il film si regge bene sulle sue gambe come in questo caso. Un lavoro da (ri)scoprire per rendere a un mezzo genio come Lucio Fulci il posto che merita nella storia del cinema italiano.

VOTO: 6.50/10 

sabato 29 marzo 2014

Cure



Cure di Kiyoshi Kurosawa - Genere: thriller - Giappone, 1997

A partire dagli anni Novanta e per buona parte del decennio immediatamente successivo l'estremo Oriente ha regalato alla cinematografia mondiale una serie di titoli assolutamente fondamentali per il rinnovamento del genere horror, a partire dal meraviglioso Ring di Hideo Nakata. Cure, film di cui ero a conoscenza ma che ho rivisto con molto piacere grazie al consiglio di Roberta Novielli, si inserisce decisamente in questo filone estetico, seppure con un aroma più thriller e legato al leitmotiv dell'indagine poliziesca. A partire dalle ricerche del detective Takabe su una serie di strani omicidi si sviluppa una trama incredibilmente originale per l'epoca, orbitante intorno al problema del mesmerismo e della suggestione ipnotica. Ma se Kurosawa si fosse limitato a svolgere - seppure con precisione e dovizia - un compitino già scritto il film sarebbe decisamente mediocre. La capacità registica di Kurosawa, invece, riesce a garantire a questo Cure un alto livello di ricercatezza formale, che si traduce in uno stile visivo: inquadrature permeate di un malessere interiore che sembra promanare, come un'aura, direttamente dai personaggi si articolano in lunghi e agonizzanti piani-sequenza che ritagliano campi oblunghi e carichi di un'ansia atavica.

C'è molto Fincher in tutto questo e lo stesso Kurosawa ha ammesso di essersi ispirato a Seven oltre che a Il Silenzio degli Innocenti, anche se in questo caso i riferimenti mi sembrano più estemporanei e contingenti, meno pregnanti insomma. Lo stesso consegnarsi (seppure involontario) alle autorità del responsabili dei crimini ricorda molto più John Doe che non Hannibal Lecter, del cui fascino - purtroppo - non c'è alcuna traccia in Cure. La cosa straordinaria comunque è proprio che Kurosawa sia riuscito a integrare gli stimoli provenienti da questo cinema tipicamente americano filtrandoli, grazie alla sua cultura di origine, sino a creare un prodotto completamente originale e stilisticamente quasi agli antipodi del modello. Kurosawa ricerca un'antispettacolarità intimista e a tratti lirica, basata molto più sulla sottile interazione psicologica che sull'evidenza del macabro (seppure a tratti questo registro diventi evidente, come nel momento in cui la dottoressa viene colta nell'atto di privare la sua vittima del proprio volto). 

Per tutti questi motivi Cure è senza dubbio un film consigliato, da rivedere anche solo per una questione storicistica o per godere di un buon thriller, ben scritto e ancor meglio girato. Astenersi patiti della truculenza gratuita e delle sceneggiature senza spessore, che privilegiano un'inutile esasperazione della violenza visiva.

VOTO: 7.50/10 

venerdì 28 marzo 2014

Il Ricatto



Il Ricatto di Eugenio Mira - Genere: thriller - Spagna, 2013

Nella recensione de The Woman in Black ho parlato del destino degli attori che sono fortemente legati a una saga cinematografica, facendo l'esempio di Daniel Radcliffe, il quale rischiava di essere marchiato per tutta la vita con il segno del maghetto più famoso della letteratura (e del cinema). Mi sembra che lui sia riuscito a smarcarsi piuttosto bene da questo pericolo e anche in questo thriller spagnolo il cui titolo originale è assai più significativamente Grand Piano (purtroppo gli adattamenti a volte soffrono di alcune peculiari difficoltà) il ben noto Elijah Wood (il Frodo de Il Signore degli Anelli) ce la mette davvero tutta per liberarsi dall'ingombrante ruolo che grazie a Peter Jackson gli ha garantito un grande successo. Come per Radcliffe dico subito che la performance tutto sommato mi è sembrata decisamente accettabile e il giudizio almeno in parte negativo che ho riservato a The Woman in Black e che ho intenzione di comminare a questo Il Ricatto dipendono in larga misura da altri aspetti.

Eugenio Mira, il regista che ha partorito il film, è noto soprattutto per essere il compositore di tutta una serie di altre pellicole; a quanto mi risulta questo è il suo esordio dietro la macchina da presa. Lodevole il tentativo di tenere assieme due grandi passioni, quella per la musica e per il cinema, ma a mio modesto avviso non troppo riuscito. Al di là di un'idea originale che aveva tutti i presupposti per funzionare, dando corpo a un film che quanto meno riuscisse a intrattenere senza grosse pretese, mi sembra che Mira abbia perso la direzione nel momento in cui ha cominciato a prendere sé stesso e la propria opera troppo sul serio: tutta la vicenda che sta dietro al ricatto che fa da sfondo alla composizione mi sembra pretestuosa e poco credibile, senza considerare che da un punto di vista visivo è resa in maniera quasi dilettantesca. 

Sotto il profilo del ritmo il film tiene abbastanza bene, sviluppandosi agilmente in un crescendo di colpi di scena che però complicano ulteriormente la struttura, appesantendola fino ad approvare al finale assolutamente sproporzionato rispetto al materiale di base. Anche a livello di sceneggiatura si riscontrano diverse ingenuità evitabili, culminanti nella figura della coppia di amici di Wood e della moglie: per quanto siano proprio loro a dare al film la prima importante svolta narrativa in senso risolutivo, la loro caratterizzazione è del tutto fuori contesto e lascia pensare più ad American Pie che a un thriller degno di questo nome.

Complessivamente Il Ricatto è un titolo che, per quanto non del tutto spiacevole sotto il profilo dell'intrattenimento, deve scontare la presenza di diversi errori tecnici e di struttura che ne compromettono grandemente la godibilità. 

VOTO: 5/10 

martedì 25 marzo 2014

Drive



Drive di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico/thriller - USA, 2011

A partire dal visionario e non sempre compreso Valhalla Rising: Regno di Sangue, Winding Refn si è dimostrato uno dei registi più interessanti attualmente in circolazione, cosa confermata anche dal suo ultimo Solo Dio perdona. E' stato però proprio con Drive che il regista ha visto aumentare vertiginosamente le sue quotazioni, a partire dal conferimento del premio alla miglior regia al Festival di Cannes. Premio decisamente meritato, per fortuna, perché Drive è un vero e proprio gioiello della cinematografia contemporanea, un film talmente ben elaborato da destare meraviglia, pur in presenza di una struttura narrativa lineare e fortemente americana. La regia di Refn riesce infatti nell'incredibile impresa di sposare in maniera perfettamente riuscita due registri stilistici e narrativi assolutamente diversi, come quello del dramma romantico (dominante nella prima parte del film) e quello del gangest movie con alcuni momenti abbastanza truculenti (che prende forma a partire dalla manifestazione della minaccia alla vita dei protagonisti).

All'interno di questo doppio sistema narrativo che nel finale tenta una sintesi non del tutto riuscita, Refn sfrutta la buonissima prova attoriale di Ryan Gosling per confezionare un personaggio estremamente affascinante, caratterizzato dalla paradossale qualità di essere incredibilmente profondo e molto poco descritto. Sappiamo molto poco del nostro protagonista (addirittura non ne conosciamo il nome!), ma tanto basta per garantirgli uno spessore più che sufficiente a reggere praticamente il peso dell'intero film. A fare da collante a questa straordinaria interpretazione concorre un comparto tecnico decisamente buono, soprattutto per quel che riguarda la fotografia e le inquadrature: in tutte le scene in auto Refn sceglie punti di vista inusuali che raccontano con efficacia pur senza annoiare; questo garantisce alle scene d'azione (come quella dell'inseguimento dopo la rapina) una buona riuscita tecnica, pur senza rinunciare all'intrattenimento, che pure in questo film ha ovviamente un peso piuttosto limitato. Vero fiore all'occhiello da questo punto di vista è però la colonna sonora, costruita con intelligenza per integrarsi nella trama e favorire, anche attraverso il ricorso a sonorità elettroniche piuttosto ricercate, la definizione delle situazioni e dei personaggi. Meritatissima quindi anche la nomination agli Oscar per il miglior montaggio sonoro.

Seppure in misura minore che nel successivo Solo Dio perdona, mi pare che Refn abbia cominciato a definire già in questo Drive una interessante direttrice d'indagine cinematografica, senza dubbio foriera di approfondimenti e piccoli perfezionamenti, che mi sembra siano stati apportati nel film già citato e recensito su questo blog. In ogni caso Drive rimane certamente un prodotto raro per forza visiva e coerenza narrativa; l'unico punto debole che si può evidenziare è forse proprio l'eccessiva linearità della trama, elemento che però - come dicevo - è stato ampiamente revisionato da Refn nelle sua fatica successiva.

VOTO: 8/10 

sabato 22 marzo 2014

La casa dalle finestre che ridono



La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati - Genere: thriller - Italia, 1976

Come spesso succede nello scrivere queste brevi recensioni che, mi rendo conto, spesso hanno più la fisionomia di appunti piuttosto sconnessi il cui scopo sarebbe quello di indirizzare la visione dei lettori, devo confessare la mia ignoranza. Ammetto infatti che non conosco bene Pupi Avati come regista e che, anzi, questo è il suo primo film che mi capita sottomano. Ciò nonostante devo dire che per quello che si legge in giro La casa dalle finestre che ridono mi aveva molto incuriosito; considerata da molti uno dei migliori film di Avati si presenta sin da subito come un classico giallo/thriller all'italiana, con la peculiare caratteristica di essere ambientato nella provincia ferrarese. Questo aspetto, che avrebbe senza dubbio potuto far sconfinare tutta la composizione nel ridicolo, è gestito da Avati in modo tanto convincente che alla fine la caratterizzazione padana risulta vincente, arrivando ad assurgere al rango di vero e proprio elemento qualificante del film. L'orgoglioso provincialismo dei personaggi non si riduce a una successione di situazioni macchiettistiche, ma anzi conferisce spessore e credibilità a una vicenda che, almeno per tutta la prima parte, appare giocata su temi meno sanguinolenti di quelli a cui un certo cinema del genere ci ha abiutato, soprattutto in Italia.

Così La casa dalle finestre che ridono si promette come un film più di sensazione, almeno per la buona prima metà della proiezione. I personaggi di Avati, non ridicoli ma fortemente caratterizzati in senso grottesco, rappresentano una sorta di eco ai Freaks di Brownings, seppure calati in un contesto robustamente italiano che, come dicevo, impreziosisce e rende caratteristico tutto il film. Nel complesso, soprattutto dal punto di vista visivo, c'è dunque ben poco da imputare al lavoro di Avati che procede con sicurezza attraverso inquadrature dai tagli insoliti ma fortemente espressivi che ben si sposano con il cromatismo un po' umido e palustre degli ambienti scelti. Purtuttavia sopratutto nella gestione della trama tutta la seconda parte del film appare piuttosto faticosa e carente, per quanto persistano alcuni sprazzi interessanti soprattutto nell'ultimissima sequenza. Questo a mio avviso deriva dal fatto che proprio nella parte caudale della pellicola Avati si lascia prendere dal desiderio del sangue, minando tutto il lavoro che aveva sviluppato precedentemente (improponibile, ad esempio, la versione "zombie" del pittore Buono Legnani; veramente una caduta di stile).

Complessivamente un film decisamente interessante, pieno di spunti stilistici e formali davvero meritevoli, purtroppo minato da alcuni errori piuttosto importanti di formulazione. Nonostante ciò mi pare si tratti di un titolo che andrebbe riscoperto e, azzardo, a sicuro discapito di certi lavori - molto meno riusciti - che godono di maggiore popolarità.

VOTO: 6/10 

martedì 18 marzo 2014

Cruising



Cruising di William Friedkin - Genere: thriller/drammatico - USA, Germania Ovest, 1980

E' indubbio che né William Friedkin né Al Pacino siano ricordati per il film Cruising. Mentre il primo è noto ai più solo come il regista del pur bellissimo L'Esorcista, Pacino è senza dubbio alla storia per interpretazioni ben più memorabili, come quelle de Il Padrino, Scarface o L'avvocato del Diavolo. Questo si giustifica almeno in parte se consideriamo il fatto che Cruising è stato per lungo tempo considerato un film di scarsa qualità in conseguenza delle critiche che si sono levate impietosamente contro di esso da parte della critica gay, cosa che ha senza dubbio influito anche sul suo scarso successo commerciale. Ci sono voluti più o meno dieci anni perché al lavoro di Friedkin venisse riconosciuto il giusto merito; intendiamoci: non si tratta certo di un capolavoro, ma Cruising è comunque un film ben fatto e che sta in piedi sulle sue gambe con forza. Le critiche sostanzialmente si sono appuntate sul fatto che il film presenterebbe una visione distorta della comunità gay e arriverebbe addirittura a proporre una poetica di stampo omofobico. 

Come spesso succede con gli attivisti di qualunque risma, mi sembra che in questo caso si siano persi di vista alcuni degli elementi necessari alla comprensione del prodotto, che sono peraltro consegnati al testo stesso. Sin da subito appare chiaro che la ricerca del nostro agente di polizia non sarà legata alla vita omosessuale mainstream ma lo porterà ad addentrarsi nei circoli sadomasochistici della città. Questo effettivamente gli permette di vedere con icastica evidenza un mondo fortemente connotato, ma non credo in maniera negativa. Friedkin mostra allo spettatore quanto può, censurando il proprio sguardo pur senza risparmiare nulla in fatto di sensazioni e sollecitazioni visive. Friedkin, a mio parere, non giudica. L'unica scena che poi potrebbe permettere di leggere Cruising in chiave omofobica ha a che vedere con l'omicidio del giovane Ted, che viene commesso verso la fine del film. Senza dubbio si tratta di una scena cardine per comprendere la psicologia del nostro protagonista, ma per quanto rappresenti una sorta di cliff-hanger, non mi pare che alla sua sola lettura si possa affidare un significato così netto e che per giunta coinvolga tutto il film.

Siamo dunque di fronte a un film ostracizzato, che addirittura ricevette tre nomination per i Razzle Awards (gli anti-Oscar, per capirci; ne ho parlato nella recensione di After Earth), a mio avviso del tutto immeritate. Ho già precisato che senza dubbio non siamo di fronte a un film indimenticabile, ma il talento registico di Friedkin è assolutamente fuori discussione, soprattutto se si considera la sua straordinaria modernità nel raccontare alcuni brani specifici del suo racconto, come l'effetto degli stupefacenti sul corpo e sulla percezione sensoriale dell'agente di polizia infiltrato ben interpretato da Al Pacino. Credo che tutto sommato si tratti di un film che vale la pena di riscoprire, quantomeno (come nel mio caso) per farsi un'idea diversa del lavoro cinematografico di Friedkin, associato sempre e solamente al suo indubbio capolavoro. Senza dubbio, questo è bene precisarlo, non è il film adatto per gente becera o che non è in grado di distinguere la rappresentazione dal giudizio morale. 

VOTO: 6/10 

giovedì 13 marzo 2014

Il Corvo



Il Corvo di Alex Proyas - Genere: thriller/horror - USA, 1994

Tratto da un fortunato fumetto underground, il film di Proyas è senza dubbio uno di quei titoli che, pur non possedendo delle indubbie qualità estetiche o tecniche, è penetrato fortemente all'interno dell'immaginario collettivo fino ad assumere un autentico valore cultuale. Per motivi diversi un discorso simile lo abbiamo fatto nel caso de I guerrieri della notte. Il Corvo è in effetti un film che ha avuto un grandissimo successo e, spiace un po' ammetterlo, forse almeno una parte di quest'ultimo deriva dalla tragica morte del povero Brandon Lee, ucciso per errore proprio durante le ultime riprese del film. Come l'Eric protagonista della pellicola anche Brandon è morto in modo del tutto inaspettato, come per conseguenza di una inarrestabile e generalizzata entropia. 

Riguardo al film, come dicevo, non c'è di per sé troppo da dire. Trovo che il lavoro del regista non sia del tutto negativo e per esempio da un punto di vista visivo riesca a rendere molto bene le atmosfere goticheggianti e degradate che fanno da sfondo al mortifero volo del corvo. Da questo punto di vista la caratterizzazione dei luoghi e degli ambienti è forse troppo fumettistica e quindi debitrice al testo di partenza, ma il salto di qualità avviene per fortuna nel caso dei personaggi: sia Eric che il suo principale antagonista interpretato da Michael Wincott sono raccontati molto bene anche se, soprattutto quest'ultimo, si riduce spesso a una sorta di parodia pseudo-filosofica di sé stesso. I difetti maggiori del film emergono però a mio avviso a livello di sceneggiatura, soprattutto nel caso di alcuni dialoghi che vedono protagonisti la giovane Sarah e il detective Albrecht (il personaggio forse più stereotipato dell'intero film). In questi casi emerge una ingenuità eccessiva a livello di resa drammatica, che stona completamente con alcuni punti ben più efficacemente costruiti e messi in bocca al cattivo/filosofo. 

Nel complesso mi sembra che il film intrattenga molto bene e senza dubbio gli va riconosciuto, quantomeno da un punto di vista storico, un ruolo senza dubbio importante a livello di cultura pop. Per quanto riguarda il lato più eminentemente cinematografico il lavoro di Proyas poteva riuscire senza dubbio meglio, anche se - bisogna dirlo - l'accompagnamento offerto dalla colonna sonora è davvero qualcosa di raro. 

VOTO: 5/10