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giovedì 22 maggio 2014

Tom à la ferme



Tom à la ferme di Xavier Dolan - Genere: thriller/drammatico - Canada, Francia, 2013


L’uscita in DVD del film presentato dal giovane canadese Xavier Dolan alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia è un evento di grande importanza per tutti coloro che non hanno potuto essere al Lido in quelle magiche giornate. Al di là di un discorso che sarebbe necessario fare sulla necessità di realizzare delle edizioni italiane delle pellicole di Dolan, la diffusione sul circuito commerciale di Tom à la ferme non può che riaccendere la volontà di analizzare la pellicola criticamente ed esteticamente, così come la necessità di considerarla all’interno del progressivamente più consistente corpus dolaniano.
Che Dolan sia interessato all’analisi attenta e spesso tagliente delle relazioni umane e sentimentali all’interno di uno scenario contemporaneo sempre tratteggiato con padronanza di mezzi ed eleganza è fuori di dubbio. Tom à la ferme da questo punto di vista si presenta come una conferma e una messa in movimento delle scelte di scrittura a cui eravamo stati abituati: se da una parte è vero che rimane centrale il confronto con la figura materna (che, sin dal titolo, pare rimanere tale anche in Mommy, in questi giorni a Cannes), del tutto inedita è la tematica del lutto e della resilienza post-traumatica a cui Tom si sottopone penetrando all’interno della vita della famiglia del suo defunto compagno. È probabilmente in queste scene d’interno, dove i dialoghi si fanno pregnanti e drammatici che, aiutato da una composizione impeccabile e quasi pittorica per la scelta di alcuni toni cromatici, il film raggiunge i suoi punti migliori. Per quanto Dolan sia senza dubbio un buon attore, sotto questo profilo la performance di Lise Roy rimane toccante e assolutamente impareggiabile.
Anche la costruzione del personaggio di Francis (Pierre Yves-Cardinal) manifesta uno studio attento e preciso, che sullo schermo riesce a regalare un uomo perfettamente rappresentato nelle sue ipocrisie e paure; Francis è in ultima analisi un personaggio di una fragilità senza dubbio fastidiosa, ma necessaria allo sviluppo della vicenda. Meno riuscito, forse a causa di una volontà di suggerire più che di definire certi dettagli, è invece il succedersi dei comportamenti di Tom nei confronti del suo antagonista/oggetto del desiderio, che si altalenano in modo spesso scomposto e senza uno sviluppo preciso: questo rende le sequenze di Tom e Francis spesso poco legate, ma comunque di sicuro impatto (da questo punto di vista la scena del tango è magistrale sia nell’orchestrazione che nella capacità di muovere lo spettatore).
Ancora una volta Dolan cade, almeno parzialmente, nel finale. Per quanto il film sia molto più breve del precedente Lawrence Anyways, l’ultima sequenza precipita dell’aneddoto, palesando quella che fino a quel momento era rimasta semplicemente una storia implicita e per questo molto più affascinante. Al di là di questi dettagli però, anche per il coraggio e la capacità di aver saputo raccontare un thriller a tematica omosessuale con una maestria fuori dal comune, Tom à la ferme è senza dubbio un film che merita di essere visto e apprezzato come segno di una giovane generazione che avanza a grandi passi verso le vette di un riconoscimento internazionale. 
VOTO: 8.50/10 

sabato 26 aprile 2014

La Via Lattea



La Via Lattea di Luis Bunuel - Genere: drammatico/grottesco - Francia, 1969

Bunuel è noto ai più solo come l'autore dei due massimi capolavori del cinema surrealista (non che ce ne siano stati molti altri in quel periodo), realizzati in collaborazione con Salvador Dalì, Un chien andalou e L'age d'or. In realtà Bunuel è stato un cineasta incredibilmente prolifico che è riuscito, pur mantenendo costante una propria linea di ricerca, ad adattarsi ai tempi che cambiavano velocemente. Diventato uno dei massimi maestri del cinema moderno europeo, il regista spagnolo ha fatto sentire la propria influenza soprattutto in America latina dove ha contribuito a fondare per la prima volta il senso di una cinematografia nazionale. Ed è proprio in questo contesto che dev'essere letta La Via Lattea, film impegnativo dal punto di vista teorico e stilistico nel quale Bunuel affronta con disincanto e amara e sferzante ironia, il problema della religione da un punto di vista non solo cinematografico ma, ci verrebbe da dire, filosofico. 

Seguendo il percorso di due viandanti in pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, Bunuel realizza una composizione aperta, dove il protagonismo dei personaggi viene del tutto meno, lasciando il posto a una struttura quasi episodica, in cui i due pellegrini hanno un ruolo a volte persino marginale. Ridotti a osservatori molto spesso impotenti dei siparietti grotteschi che Bunuel realizza, i due vengono ad assumere lo stesso valore epistemologico degli spettatori, di cui si fanno figura. Di fronte ai loro (e dunque ai nostri) occhi si dipana con una sagacia che spesso sconfina nella satira vera e propria un vero carnevale della teologia, nel quale Bunuel - perdendo completamente il senso della coerenza temporale - arriva a cucire un arazzo di frammenti a tratti persino blasfemi. Stilisticamente, non che ci sia bisogno di dirlo, il lavoro è poi curatissimo e diventa un perfetto esempio di uno stile coerentemente lanciato verso la negazione del paradigma classicista, che non viene abbandonato completamente (non siamo al Neoralismo), ma integrato e complessificato con soluzioni più elaborate per quello che riguarda la regia e la fotografia.

Ciò nondimeno La Via Lattea si fa apprezzare, almeno così mi pare, più per il contenuto e il portato filosofico/morale che per la qualità visiva, che sconta i suoi anni almeno in parte. 

VOTO: 7.50/10 

mercoledì 23 aprile 2014

L'age atomique



L'age atomique di Héléna Klotz - Genere: drammatico - Francia, 2012

Ho guardato questo film perché ero incuriosito dal titolo (l'importanza del paratesto quando si presenta un prodotto è - checché se ne dica - fondamentale) e dall'assoluta essenzialità della trama. Ammetto che, da grande fan del regista canadese, mi aspettavo un film alla Xavier Dolan. Sulla carta le premesse parevano esserci: due giovani abitanti della notte parigina, di cui uno a metà fra l'omosessualità e l'androginia e fra i quali si sviluppa un rapporto abbastanza indefinito e a tratti quasi morboso. E' un peccato che piuttosto in fretta io mi sia dovuto ricredere e abbia visto scemare le mie aspettative, forse troppo alte.

Per fare subito chiarezza ci tengo a dire che, al di là di qualche momento poco felice, L'age atomique è un film che sotto il profilo visivo funziona piuttosto bene. Soprattutto per quanto concerne la fotografia d'esterni, che secondo me ne rappresenta il punto di forza assoluta. Ambienti vuoti e desolati, quelli della capitale francese ripresa di notte con grande sensibilità, si alternano alle riprese d'interni nella discoteca dove i nostri due protagonisti si ritrovano. In questa seconda frazione di scene la ricerca dell'effetto Dolan è palese ma - mi pare - non riuscita. Il vero problema di questo film è a livello narrativo: nonostante la sua estrema brevità (60 minuti scarsi), L'age atomique è - spiace dirlo - un prodotto davvero noioso; per meglio dire, pretenzioso. Questo perché la caratterizzazione dei due protagonisti è piuttosto abborracciata e si accontenta di presentarceli come due tipi che vorrebbero recuperare lo spirito bohemiene senza in realtà riuscirci in nessun caso; anzi, spesso l'effetto complessivo è piuttosto ridicolo (come nella lunga, lunghissima sequenza in cui si incontrano gli altri tre ragazzi "figli di papà"). 

Purtroppo il giudizio per questo titolo non può che essere negativo, ed è un vero peccato. A fronte di indubbi meriti tecnici che ne avrebbero potuto garantire il fascino magmatico, il film della Klotz si accartoccia del tutto sulla sceneggiatura e finisce col diventare un oggetto di cui non mi sento di consigliare la visione.

VOTO: 4/10 

domenica 23 marzo 2014

Snowpiercer



Snowpiercer di Bong Joon-ho - Genere: fantascienza/azione - Corea del Sud, USA, Francia, 2013

Snowpiercer è senza dubbio uno dei film di punta della programmazione cinematografica delle ultime settimane. Film di fantascienza e azione denso di effetti speciali, esaltato dalla critica come uno dei migliori rappresentanti nel suo genere, è stato paragonato addirittura a Blade Runner e Matrix per l'impatto che si pensa potrebbe avere sulle successive produzioni sci-fi. Pur riconoscendo che il film del coreano Bon Joon-ho ha senza dubbio le carte in regola per diventare un capostipite piuttosto fortunato non mi sento di sposare un giudizio così entusiastico. Il film mi è piaciuto, senza dubbio ma non sono del tutto d'accordo coni  giudizi così' sperticati di molti critici. Andando con ordine voglio premettere innanzitutto che il film non è piaciuto proprio a tutti e credo che, un po' come era stato per lo Stoker di Park Chan-wook, gli estimatori puristi o quasi del cinema del Sol Levante potrebbero senza dubbio storcere almeno un po' il naso. Questo perché senza dubbio l'elevatissimo budget per Snowpiercer, che lo ha qualificato come il film coreano più costoso mai realizzato, ha permesso di giocare molto di più su toni americaneggianti anche a livello figurativo e di narrazione, tradendo almeno in parte quel cinema di sensazione e atmosfera che l'Oriente ci ha sempre saputo regalare. Ciònondimeno credo che una serena presa di coscienza della natura di questo prodotto dovrebbe essere sufficiente a evitare che la sua bocciatura diventi uno sterile tentativo isolazionista.

Bong Joon-ho, regista famoso soprattutto per il suo The Host (2006), da non confondere con l'omonimo e più recente film ispirato dagli scritti dell'autrice di Twilight, mette in scena un mondo distopico dove l'azione dell'uomo diventa (come spesso accade) il motore di un inarrestabile meccanismo distruttivo. Nel 2031 i pochi sopravvissuti viaggiano su un treno, sorta di Arca dell'Alleanza, per tentare di preservare la propria specie. Il tentativo del giovane Curtis (Chris Evans, alias la Torcia Umana e Capitan America...!) sarà dunque quello di cambiare le cose, arrivando in testa al treno. Già il nome di Evans dovrebbe dare l'idea del cast stellare o quasi coinvolto nel film: al di là del Vendicatore, che interpreta un personaggio smaccatamente americano, quasi stalloniano e dunque incredibilmente fastidioso, segnaliamo almeno la buona prova di John Hurt, forse non sfruttato abbastanza e la fascinosa interpretazione di Tilda Swinton, vero e proprio fiore all'occhiello del film. Una serie di nomi importanti dunque, che impreziosisce il buon lavoro alla regia fatto dal coreano Joon-ho, coadiuvato proprio da quel Park Chan-wook che abbiamo già citato in precedenza.

Lo stile di Park si fa sentire chiaramente nella scelta dei colori e dello stile di regia. Il cromatismo grigio e pesante è senza dubbio il dato visivo più efficace dell'intero film, sopratutto considerando che esso viene progressivamente a trovarsi in compresenza con tinte diverse a mano a mano che si procede nella scalata al treno. Per il resto, per quanto Snowpiercer sia senza dubbio ben realizzato dal punto di vista tecnico, ci si sarebbe forse potuti aspettare qualcosa di più a livello di sperimentazione, ma è probabile che l'alto budget abbia portato anche ad alcune ingerenze da parte della produzione. Il risultato è dunque un oggetto decisamente concorrenziale e interessante, per quanto forse un po' troppo visivamente legato a stilemi americaneggianti. Anche la costruzione della trama e il ritmo della vicenda, che si dipana su poco più di due ore di durata, reggono abbastanza bene la prova, seppure con alcuni tempi morti che una limatura più attenta avrebbe senza dubbio potuto evitare. 

Per tutti questi motivi Snowpiercer è senza dubbio un film piacevole che vale la pena di guardare anche per la sua capacità di sposare, seppure non sempre in maniera efficace, due diverse modalità di utilizzo dell'immagine filmica. Dal mio punto di vista mi pare che il film di Bong Joon-ho non possa essere paragonato a quello di Scott o dei Wachowski, non essendo riuscito a dire in maniera pienamente convincente qualcosa di nuovo sul genere che indaga. E' pur vero che, fra i molti cloni che ci aspettano nel futuro, qualcosa di interessante potrebbe venir fuori, in mani esperte e forse (paradossalmente?) non americane.

VOTO: 7/10 

domenica 2 marzo 2014

Franklyn



Franklyn di Gerald McMorrow - Genere: thriller/fantasy - Francia, Regno Unito, 2008

Frankyln è uno dei pochi DVD che possiedo, un film che ho guardato con piacere qualche anno fa quando mi venne regalato e di cui conservavo una buona impressione. Per questa produzione inglese, come per molte altre già recensite sul blog, vale l'idea che una seconda visione fa sempre bene, soprattutto nel caso in cui la prima risalisse al periodo in cui non avevo ancora una conoscenza dettagliata del linguaggio cinematografico e del suo funzionamento. Frankyln è davvero un particolarissimo film inglese di qualche anno fa, che si costruisce attorno a una diegesi complessa anche se, spiace ammetterlo oggi, non troppo originale purtroppo. Le linee narrative della Londra attuale e di una fantastica Città di Mezzo, metropoli irretita dall'eterogeneità babelica di inutili fedi religiose, si combinano progressivamente, fondendosi poi nel finale in un abbraccio risolutivo che tira i fili di un intreccio complesso ma forse un po' troppo forzato. 

Il motivo di massimo pregio del film è senza dubbio la fotografia, molto buona anche se diversa sia nelle riprese londinesi che in quelle fantasy. Nel primo caso predomina un colorismo nebbioso ma interessante, che riesce a rendere il senso malinconico e piovoso della city. In Città di Mezzo a farla da padrone è la sovrabbondanza visiva, la moltiplicazione dei dettagli, gli anfratti gotici ma volutamente moderni di una metropoli dai tratti quali langhiani; in ciascuno dei due casi il risultato è apprezzabile. Anche la gestione della vicenda, anche se - come dicevo - a tratti farraginosa, finisce col risultare piacevole e il film intrattiene senza difficoltà lo spettatore, invischiandolo in  un gioco di richiami e rimandi fra i due mondi che non potranno non divertirlo. 

Tutto sommato siamo di fronte a un film anche piacevole, che probabilmente avrebbe potuto sfruttare meglio le sue caratteristiche, dando ad esempio una caratterizzazione meno macchiettistica a certe sequenze in Città di Mezzo e cercando di realizzare un equilibrio migliore fra le due linee lungo cui si articola la diegesi.

VOTO: 6/10 

lunedì 10 febbraio 2014

Lo Sconosciuto del Lago



Lo Sconosciuto del Lago di Alain Guiraudie - Genere: drammatico, thriller - Francia, 2013

Senza dubbio uno dei film più discussi dello scorso anno. Presentato nella sezione Un certain regard di Cannes, ha dato scalpore già al momento della diffusione della sua locandina, sulla quale è possibile vedere senza troppi ricami una scena di sesso orale che sarà poi puntualmente riproposta nel film. Sorprendentemente, e dopo averlo visto posso dire con mio enorme piacere, il film di Guiraudie è stato in programmazione persino a Bergamo, segno che forse anche in Italia qualcosa del grande cinema internazionale di qualità filtra. Per fortuna. Su questo film è stato detto più o meno di tutto e ripeterlo in questa sede sarebbe in più di un senso intuile. Da un punto di vista generale non possiamo che concordare con il premio alla miglior regia dato a Cannes, meritato grandemente per la bellissima fotografia e la capacità del regista di creare un racconto attraverso le inquadrature: nei campi profondi o ravvicinati composti dalla macchina da presa riusciamo a capire molto di quello che succederà nel film, a tal punto che forse, se il film fosse stato muto, non ne avrebbe perso in leggibilità. E questo, oggigiorno, è già un risultato straordinario.
 
Ma l'aspetto che più mi ha colpito de Lo Sconosciuto del Lago, quello su cui vorrei soffermarmi perchè mi pare che la critica non lo abbia attenzionato a sufficienza, è lo spazio. Tutta la vicenda orbita attorno a un lago, placida superficie misteriosa lambita ciclicamente da barche in passaggio. E' il lago a dominare sul film, creando un ritmo narrativo fortemente cadenzato e a volte volutamente "ripetitivo". Questo non è assolutamente un difetto di regia, come pure molti utenti della rete hanno sostenuto, ma la naturale conseguenza di quello che io ritengo essere uno "spazio qualsiasi" nell'accezione deleuziana del termine. Ne L'immagine-movimento Deleuze parla della possibilità di creare degli spazi qualsiasi, luoghi che per quanto mantengano una riconoscibilità fenomenica (quegli spazi sono lì, esistono), hanno perso il loro carattere di agibilità e diventano quindi degli spazi dell'Essere più che dell'accadere. E' il caso del sistema lago/bosco nel film di Giraudie. Esso è lì, si presenta ai nostri occhi, eppure per i protagonisti della vicenda così come per noi, è uno spazio quasi mostruoso, irriconoscibile perché non utilizzabile, uno spazio che non si lascia ricomporre in un'immagine unitaria nella nostra mente.

Così l'acqua diventa un luogo perturbante nel quale il nostro sguardo si sovrappone in soggettiva a quello di Franck, spaventato dall'omicidio che vi è stato compiuto e tutto si fa più irregolare e impreciso. Allo stesso modo la secca boscaglia dove si consumano gli incontri sessuali occasionali perde qualsiasi connotato reale e si risolve, soprattutto nell'ultima parte del film, in una costruzione labirintica dai risvolti quasi mentali. Significativo che, proprio nell'ultima sequenza, il corpo di Franck sembri quasi scomparire nel buio della notte, come assorbito da un ambiente divenuto deleuzianamente irriconoscibile, altro da sé. Tutto questo fa da sfondo (la parola però è inadatta, perché l'ambiente partecipa del tutto come un protagonista assoluto) a una vicenda che, al di là della contingenza narrativa da thriller che rimane assolutamente secondaria, a una vicenda di profonda umanità raccontata con un lirismo fuori dal comune.
 
Lo Sconosciuto del Lago è stato salutato con favore perchè è un'opera che parla senza giri di parole e con sensibilità del mondo gay. Giusto, ma se fosse solo questo non sarebbe così penetrante e a tratti quasi commovente. In realtà la storia di Franck, del suo misterioso amante e di Henri, troppo timoroso per essere conoscibile perfino da sé stesso, ci dice qualcosa di profondamente vero riguardo tutti noi, andando a indagare quel luogo liminale sospeso fra l'amore, l'amicizia e il sesso. Il tutto con una capacità assolutamente fuori dal comune di comprendere la connessione atavica fra Eros e Thanatos che costituisce la cifra veramente intima di questo genere di rapporti. Nel complesso un film assolutamente meritevole, che per una volta si è davvero guadagnato i riconoscimenti vinti.
 
VOTO: 9/10

mercoledì 18 dicembre 2013

Ken Park



Ken Park di Larry Clark e Edward Lachman - Genere: drammatico - USA, Olanda, Francia, 2002

Larry Clark è senza dubbio una personalità interessante, anche se non si può certo ritenerlo un regista di quelli che si vedono raramente. Intendiamoci, i suoi film sono interessanti e questo Ken Park conferma l'impressione positiva che avevo avuto guardando Kids, di cui il film del 2002 sviluppa le tematiche in chiave più complessa e intimistica. Ma siamo lontani da livelli di alta cinematografia: devo ammettere che il motivo principale per cui mi sono interessato alle opere di Clark deriva dal fatto che in esse è chiaramente leggibile una contaminazione con Van Sant e Korinne, cosa confermata dal fatto che entrambi hanno collaborato alle sue produzioni. Rimane da chiarire il senso di questa relazione, ma non è questa la sede per fare un'indagine di questo genere.

Sta di fatto che Clark, utilizzando stilemi già messi a punto nel precedente Kids e attingendo a un bagaglio tipicamente vansantiano (l'attenzione ai giovani, l'utilizzo di immagini eterogenee rispetto al flusso cinematografico propriamente detto, lo skate-park come messa in forma del dinamogramma etc.), confeziona un'opera interessante e connotata da uno stile più materico e terroso. Se van Sant sublima le sue narrazioni su un registro che sconfina spesso nella metafisica (Elephant e Gerry) o mette in crisi categorie epistemologico-estetiche consolidate (Psycho) il tocco di Clark si percepisce in un'attenzione ai corpi e alle loro forme, su cui la macchina da presa sapiente, affinata nell'esperienza del regista come fotografo, si posa con attenzione fin troppo evidente.

A Clark interessano allora le forme del corpo e le sue derivazioni, che vengono analizzate con estremo realismo senza fare sconti all'evidenza fenomenica delle cose. Il legame fra eros e thanatos viene indagato senza alcun tipo di censura, con il risultato che molte sequenze di Ken Park risultano sessualmente esplicite e - forse - non adatte a qualsiasi pubblico (il film è stato vietato in alcuni paesi e non saprei dire se sia stato effettivamente distribuito in Italia). Anche se a tratti il procedere di Clark si fa prevedibile, soprattutto nelle ultimissime battute del film, Ken Park rimane un film assolutamente valido, discreto da un punto di vista tecnico ma che si lascia guardare con piacere, purché si sia disposti ad un approccio anti-idealistico alla verità dei corpi (splendidi i personaggi dei due anziani signori, rappresentati con grande caratterizzazione fisiognomica e piscologica, come quello del padre di Claude, il cui unico difetto è forse quello di essere troppo standardizzato). 

VOTO: 7/10 

martedì 12 novembre 2013

Alta Tensione


Alta Tensione di Alexandre Aja - Genere: horror - Francia, 2003

Considerando che High Tension era stato classificato da un noto sito di cultura contemporanea come uno dei cinquanta film più disturbanti della storia del cinema, devo ammettere che le mie aspettative erano piuttosto alte. In realtà il lavoro di Alexandre Aja, che ha firmato dopo questo film anche il remake de Le colline hanno gli occhi e il discutibilissimo Piranha 3D, a parte per alcuni aspetti che lo salvano almeno parzialmente, si rivela sin da subito piuttosto deludente. In effetti è possibile scorgere nella struttura della narrazione e nello stile di messa in scena dei dettagli che richiamano da una parte le atmosfere sporche e terrose tipiche di un certo slasher americano perfettamente rappresentato dal remake firmato da Nispel (e uscito proprio nel 2003) di Non aprite quella porta e dall'altra, soprattutto per un certo uso della fotografia e del colore, alcune ben più riuscite pellicole francesi come Martyrs di Pascal Laugier e A l'intèrieur di Bustillo e Maruy.

Se però i due film citati avevano degli indubbi meriti tecnici che sembrano per certi aspetti poter far parlare dell'emersione di un nuovo stile di genere nell'alveo del cinema francese, la presenza di elementi americaneggianti nella pellicola di Aja rende il procedere di Alta Tensione una semplice e prevedibile ripetizione di un canovaccio ormai trito e ritrito. E' pur vero che ci sono alcune modifiche attinte da altri titoli del genere che complessificano almeno in parte la semplicità del prodotto standard del genere, ma la scarsa innovazione che il regista propone nel mixare insieme questi elementi non può passare inosservata. Anche il finale a sorpresa, con ribaltamento percettivo e chiari risvolti psicanalitici è ben lontano dallo riuscire a convincere lo spettatore e, anzi, non fa altro che rivelare dei nodi scoperti all'interno dell'edificio filmico di Aja. 

Forse la volontà di strafare, cercando a tutti i costi di proporre un film che fosse in qualche modo innovativo ha spinto il regista troppo in là. A questo punto sarebbe stato preferibile un lavoro di puro intrattenimento che, pur senza eccellere nel suo genere, avrebbe soddisfatto senza dubbio l'obiettivo minimo di divertire lo spettatore disimpegnato. Il rischio di prendersi troppo sul serio finisce spesso, come succede in questo caso, colo portare a un lavoro approssimativo e di mediocre fattura, che si salva solamente da un punto di vista visivo per l'ottima scelta dei colori e di alcune inquadrature, elementi che mi hanno reso ancora più convinto delle buone possibilità (tutte potenziali) di questo lavoro (si veda ad esempio il modo in cui Aja rappresenta i corpi dei personaggi principali che, ancor prima di esse uccisi, sono avvolti da una luce mortifera che sembra farne prevedere il destino).

VOTO: 4.50/10 

mercoledì 25 settembre 2013

L'odio



L'odio di Mathieu Kassovitz - Genere: drammatico - Francia, 1995

Pluripremiato film del francese Mathieu Kassovitz, già autore del fortunato I fiumi di porpora, recensito insieme al suo sequel su questo blog, L'odio è un film certamente più impegnato tanto da un punto di vista etico quanto da un punto di vista tecnico-formale rispetto al precedente analizzato. Una giornata nelle banlieu francesi, da sempre territorio di scontro fra le frange più eversive della popolazione giovanile e l'ordine costituito, diventa tragica metafora delle contraddizioni di un mondo in costante involuzione, che precipita sotto gli occhi distratti di spettatori spesso assenti nella spirale della dimenticanza. Il merito di Kassovitz è proprio quello di essere riuscito a riprendere questo magmatico ribollire di tensioni con uno spirito quasi giornalistico, attento a non prendere una posizione ben chiara nonostante il terzetto di protagonisti appartenga chiaramente a uno solo dei due mondi in conflitto.

Il trio di debosciati svogliati e costantemente sul piede di guerra, su cui spicca il personaggio ben interpretato da un Cassel convincente anche se a volte un po' didascalico, è infatti spesso talmente lanciato nella sua operazione suicida contro il sistema che non si può fare a meno di provare una certa antipatia per questi individui. Lo spettatore ha la capacità e la distanza per vedere le ragioni di ambedue le parti in causa e questo rende fastidiosi e stridenti i continui assalti che i ragazzi di periferia mettono in pratica, apparentemente solo per il gusto di fare rivoluzione. Nessun giudizio morale viene espresso, nel senso che non si prende posizione nel confronto sociale che L'odio rappresenta molto bene; alla fine, e l'expicit in questo caso è fondamentale, rimane solo un vasto senso di solitudine e la coscienza - come si legge in molte recensioni che parafrasano una felice battuta - che "l'odio porta sempre altro odio".

Il dettato registico è sorvegliatissimo e attento, cosa che non può che confermare la scelta della giuria di Cannes '95, che ha premiato il film con il riconoscimento alla miglior regia. Lo stile di Kassovitz è meno maestoso e televisivo di quello adottato per I fiumi di porpora e qui emerge in tutta la sua efficacia una retorica della discontinuità che sembra fondare i nessi fra le inquadrature non tanto sulla trasparenza, quanto più sulla libera connessione tematica, cosa che emerge soprattutto nei titoli di testa e comunque nella primissima parte della pellicola. La scelta del punto di ripresa è sempre felice e appare il frutto di una riflessione ben chiara, cosa che è confermata anche dall'uso frequente e felicissimo di numerose interpellazioni (sguardi in camera), che chiamano direttamente in causa lo spettatore come costituente del significato ultimo dell'immagine. Una nota meritoria hanno anche le due sequenze, piuttosto brevi in verità, in cui l'universo mentale/immaginario di Vinz (Vincent Cassel) si mescolano in maniera molto felice.

In conclusione, un film decisamente valido che - fra l'altro - non risente assolutamente dei suoi quasi vent'anni e tratteggia con uno stile ricercato ma non barocco un panorama ancora oggi attuale.

VOTO: 8/10 

lunedì 23 settembre 2013

Un giorno di ordinaria follia



Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher - Genere: drammatico, thriller - USA, Francia, Regno Unito, 1993

Prendere il sogno americano e rovesciarlo di segno, mostrare il lato oscuro della tranquilla vita borghese. Il film ormai non più recentissimo di Schumacher ci proietta nella spietata crudeltà del mondo metropolitano, con le sue ipocrisie e le sue contraddizioni: il logorante immobilismo di un inutile ingorgo autostradale, ripreso con una maestria fuori dal comune, fa da incipit al drammatico scivolamento di un convincente Michael Douglas nella spirale della follia. La parte più convincente di questo lavoro sta proprio nella prima metà, quando il desiderio pseudoanarcoide del protagonista non è ancora completamente definito e risulta estremamente affascinante. Il montaggio alternato mette lo spettatore in guardia sullo sviluppo della storia, segnalando la presenza di un filo rosso che si inspessisce progressivamente connettendo fra di loro i vari personaggi, in verità in modo piuttosto prevedibile. 

Man mano che la vicenda si definisce e le relazioni si fanno più chiare la vicenda perde di smalto e risulta in fin dei conti abbastanza accademica. Rimane buona la caratterizzazione psicologica del personaggio interpretato da Douglas, che non perde il fascino oscuro e delirante che lo caratterizzava. Lo stesso non si può dire per tutti gli altri interpreti che finiscono con il ricoprire dei ruoli standardizzati e, per quanto riguarda il detective Prendergast, addirittura televisivo. Anche le modalità della progressione narrativa non sono, in realtà, molto originali: tutta la vicenda assume quasi un sapore videoludico con Bill Foster che, a spese delle sue vittime, si guadagna delle armi sempre più pericolose fino che, sul finale, non si ritrova praticamente disarmato. 

Lo stile della pellicola è trasparente e rende facile la lettura allo spettatore: i personaggi sono costruiti su opposizioni binarie destinate a rovesciarsi nella conclusione e l'unico elemento di interesse da questo punto di vista potrebbe riguardare il giudizio morale nei confronti del protagonista. Da un punto di vista etico come giudicare un individuo che, in fin dei conti, è vittima della nevrosi urbana contemporanea? L'incapacità di intendere e volere potrebbe forse essere un discriminante e bisogna ammettere che, soprattutto nella seconda parte del film, quando la vicenda si fa via via più aneddotica si potrebbe essere tentati di ritenere che Douglas sia dalla parte del giusto. Proprio a questo serve il detective Prendergast, monito vivente alla necessità di resistere di fronte alle brutture della propria vita. Il giudizio registico è dunque ben definito e anche questo elemento, unito ad un insieme di reminiscenze topiche dal sistema classico dei generi cinematografici, contribuisce a rendere ancor più inoffensivo e conciliante il portato del film.

Il film in generale si lascia guardare con piacere, ma è davvero un peccato che i buoni spunti che ne animavano la prima parte si siano poi placidamente ripiegati nel proseguo della vicenda.

VOTO: 5.50/10

sabato 7 settembre 2013

Cosmopolis



Cosmopolis di David Cronenberg - Genere: drammatico - Canada, Francia, Italia, Portogallo, 2012

Ammetto che al trailer di questo film, uscito ormai da un anno abbondante, ero rimasto molto colpito dalle immagini che venivano proposte, dalle belle atmosfere contemporanee ma decadenti ed ero portato a sperare dall'importanza della firma registica di Cronenberg (Videodrome, Il pasto nudo etc.). Anche le rimostranze che avrei potuto avere su Pattinson come protagonista erano state fugate avendo visto il bellissimo Little Ashes, in cui il protagonista di Twilight da' sfoggio di una capacità attoriale insperata. Come si dice però, a doppia superbia doppia caduta e Cosmopolis si è rivelato piuttosto deludente. 

L'idea di base pareva non prospettare una situazione di questo genere e, anzi, lo schema compositivo di fondo regge ed è piacevole. Il personaggio di Eric Packer è la perfetta rappresentazione del topos letterario e cinematografico del miliardario arrivista e spietato, perfettamente inserito nella società delle reti postmoderna, in cui il capitale e la merce di scambio principali sono le informazioni, che Pattinson padroneggia con capacità all'interno di una limousine che diventa abitazione (e non può non ricordare a fortiori quella di uno dei film più riusciti dell'anno, lo splendido Holy motors). Tutto il film, ripreso con colori caldi ma allo stesso tempo alienanti si basa su inquadrature che conferiscono alle ambientazioni un'aria perturbante e asfissiante, come se tutti gli spazi in cui Eric si muove, anche quelli potenzialmente più familiari, diventassero ostili; questo ricercato effetto è ottenuto attraverso un posizionamento sapiente del punto di ripresa, spesso individuato in maniera volutamente troppo vicina al volto dei protagonisti. 

Il mondo di Cosmopolis è un mondo in continuo movimento, ma il ritmo del film è tutt'altro che veloce; con un effetto di inversione decisamente piacevole anche se a tratti un po' troppo accentuato, la giornata di Pattinson occupa l'intera pellicola e questa scelta comporta una dilatazione estrema del ritmo narrativo. La cosa non è di per sé spiacevole e, anzi, costituisce una trovata molto interessante; il problema è che il comparto dialogico amplifica eccessivamente la sensazione di immobilismo che deriva da questa componente, finendo a lungo andare con il favorire l'insorgere di una noiosa sonnolenza. Il punto debole del film sono forse proprio i dialoghi, non so in che percentuale mutuati dal testo di De Lillo cui il lavoro di Cronenberg si ispira. 

L'ostentato filosofeggiare di Packer e del suo entourage si traduce molto presto in un vuoto chiacchiericcio incomprensibile allo spettatore; ho più volte sostenuto che l'immedesimazione totale nell'immagine non è di norma una buona cosa perché è sinonimo di uno spettatore disattento, ma da un maestro come Cronenberg ci si aspetterebbe il raggiungimento di una maggiore dialettica fra coinvolgimento del pubblico e la costruzione di un discorso cinematografico o metacinemtografico coerente e importante. Ciò che resta di Cosmopolis è la spiacevole sensazione di un lavoro che sarebbe potuto essere molto valido ma che alla fine non si lascia ricordare per nessun motivo particolare, fatta salva comunque la buona qualità della fotografia e una prestazione di Pattinson comunque non indecorosa. 

VOTO: 5/10 

lunedì 2 settembre 2013

The dreamers



The Dreamers di Bernardo Bertolucci - Genere: drammatico, erotico - Gran Bretagna, Francia, Italia, 2003

Vero e proprio film culto degli anni Duemila, l'opera di Bertolucci trasmessa ieri sera da Iris in occasione della maratona dedicata al regista si rivela già dai primi minuti interessante e soprattutto perturbante. Sullo sfondo di una Parigi progressivamente infiammata dai moti sessantottini, l'occhio registico ci accompagna entro le stanze di un bell'appartamento dall'aria bohemiene in cui vivono due fratelli, insieme ad un ragazzo americano conosciuto da poco. A partire da questa situazione il regista descrive senza commentare la discesa dei tre in una spirale di autocompiacimento solitario che li isola in maniera irreversibile dal mondo esterno. L'effetto che se ne ricava, in generale, è di un rovesciamento del senso di realtà, come se ciò che accade fuori da quelle stanze non fosse altro che un sogno o una proiezione; la verità è invece quella di Isabelle, Theo e Matthew. 

L'isolamento dei tre "sognatori" dal resto del mondo si consuma in giornate dal sapore decadente che ben si sposano con l'aria di antico splendore che gli splendidi interni dell'appartamento ancora conservano. La mollezza dei loro costumi e delle loro abitudini non è comunque priva di riferimenti costanti al mondo della cultura, del cinema e delle arti che vengono però usate come anticamera narrativa per accedere ai momenti veramente disturbanti del film, che lo rendono facilmente classificabile come erotico. Il più naturale dei divertimenti per i tre è l'ostentazione di una sessualità libera e per certi versi estrema, che esprimono nei modi più svariati. Al di là dell'aspetto narrativo della questione, gli episodi in cui i giovani citano le opere d'arte o le scene di celebri film (su tutti Scarface lo sfregiato) sono particolarmente interessanti proprio perché il regista decide, per informare lo spettatore, di inserire all'interno della trama delle immagini alcuni brevi frammenti dei film in esame. Questo inserimento in discontinuità mette il regista in diretta comunicazione con lo spettatore, che contribuisce in questo modo a definire il senso del film in modo negoziale.

The dreamers è un film potentemente disturbante, che mostra senza difficoltà atteggiamenti sessuali profondamente personali e che raramente il cinema ha scelto di indagare con simile intensità. La fortunatissima scena della vasca da bagno è in questo senso emblematica, non tanto a livello figurativo quanto da un punto di vista dialogico: il regista è come un voyeur che per soddisfare il proprio bisogno deve guardare dal buco della serratura nelle stanze degli altri. Ecco la chiave di volta del film, un lavoro in cui Bertolucci varca la soglia pur senza forzarla e ci mostra in maniera quasi anonima il volgere degli eventi entro le pareti ermetiche del bell'appartamento parigino. Non c'è giudizio morale nei movimenti della sua macchina da presa e questo contribuisce a sottrarre il film dalla pura aneddoticità dei fatti. 

Il senso di opprimente disgusto che ha accompagnato la visione delle immagini bertolucciane non solo non mette in discussione l'indubbia qualità del film, ma ne è per certi versi la riprova. La capacità mimetica dell'occhio registico lascia che le immagini parlino da sole grazie ad un uso intelligente e molto buono della fotografia e del comparto musicale. Tutto è perfettamente costruito per raccontare l'asfittica fuga dei tre protagonisti dalla realtà, chiusi come sono nella sterile contemplazione delle metastasi della loro egoità. Soltanto Matthew (un ottimo Michael Pitt) alla fine si allontana (o viene allontanato?) dai due fratelli e, sullo sfondo di un fiammante Sessantotto francese, rimane solo. Egli è comunque il personaggio più positivo del film, considerando l'ala di mortifera e anarcoide desolazione che accompagna l'esistenza di Theo e Isabelle.

Nel complesso un film ottimo, giustamente depositario di un valore cultuale, che dietro alla patina comunque ben costruita di decadente disinteressamento nasconde una chiave di lettura interessante per il senso del fare cinema. La grandezza di The Dreamers sta forse proprio nella sua capacità respingente di proporsi come un prodotto stratificato e dai molteplici livelli di lettura?
VOTO: 8.50/10 

sabato 31 agosto 2013

La quinta stagione



La quinta stagione di Peter Brosens e Jessica Woodworth - Genere: drammatico - Belgio, Paesi Bassi, Francia, 2012

Un piccolo villaggio nelle Ardenne è lo sfondo di questo pregevole e lirico film presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. In una società dove sempre di più si fa pressante l'esigenza di ragionare su temi ambientali e dove diventa irrimandabile la necessità di trovare delle soluzioni alla crescita non più sostenibile che il genere umano ha cominciato, il film della coppia Brossens Woodworth ragiona su questi temi finalmente in maniera matura e antianeddotica. Rifuggendo dalla classica location metropolitana, così come dal classico format catastrofista/allarmista, La quinta stagione è un serio tentativo di tracciare per immagini l'itinerario della decadenza del naturale e dell'umano, tramutando in idea l'urgenza materiale che infiamma molti animi soprattutto fra i più giovani. Niente di male in un interesse che ha la sua teologia nel desiderio di salvarci dall'autodistruzione, ma per una volta è bello vedere sullo schermo un prodotto veramente artistico che fa proprie queste attualissime tendenze.

La stagione del titolo diventa quindi il simbolo di una atemporalità sterile, un minimo comune denominatore che accompagna il succedersi sempre uguale delle altre quattro. Nonostante il ciclo solare prosegua nel suo corso, le attività umane non riprendono il loro movimento circolare e questa mutazione nei tempi e nei modi si rivela in breve tempo fatale. L'incapacità di germogliare delle sementi e dei bovini di fornire materia prima accompagnano la comunità rurale nel torbido gorgo della disperazione, che tramuta un consorzio umano in apparenza unito dal caldo legame di tradizioni legate ai cicli naturali in un gruppo di sconosciuti legati solo dall'odio e da un tragico senso di fastidio. La freddezza dei rapporti umani viene ricalcata dalla messa in scena, che predilige ampie riprese in esterno con colori lividi e mortuari, simbolo perfetto di una natura che non è più in grado, nei fatti, di rigenerarsi. 

Non sappiamo cosa accada nel resto del mondo, perché per la durata del film noi siamo parte di quella comunità, condividendone ansie e aspettative. Non importa cosa succeda al di fuori, perché il mondo per noi e per i protagonisti de La quinta stagione è tutto in quei campi e in quelle stalle ormai vuote. Il deterioramento delle condizioni di vita si accompagna all'illogorirsi dei rapporti umani, che diventano sempre più difficili. Emblematico e quanto mai realistico il caso dell'apicoltore che, ritenuto colpevole delle sciagure occorse alla comunità, diviene protagonista suo malgrado di un rito alle soglie del paganesimo. E' proprio in questo frangente, superata la metà, che il film raggiunge il suo punto di massimo sviluppo figurativo: abbandonata la materia concreta, i volti dei personaggi si trasfigurano in maschere deindividualizzanti che sembrano voler far eco alla celebre sequenza di Eyes wide shut. Solo dietro a queste coperture i paesani mostreranno la loro vera natura e si renderanno capaci degli atti antiumani di cui si macchieranno.

Un film pregevole, potente da un punto di vista delle immagini e prezioso per quanto riguarda le finezze linguistiche. Assolutamente consigliato.
VOTO: 9/10 

domenica 25 agosto 2013

La grande bellezza



La grande bellezza di Paolo Sorrentino - Genere: drammatico - Italia, Francia, 2013

Raramente mi è capitato di vedere accatastati tanti giudizi positivi attorno ad un'unica pellicola. La soggettività del giudizio estetico è normalmente una caratteristica sufficiente a fare in modo che la critica si divida in maniera abbastanza equanime fra gli ammiratori e i denigratori. Persino nel caso di film veramente brutti è possibile, scavando oltre la patina terrosa della stampa impegnata, trovare un sottobosco di fans che magari di quella pellicola aberrante apprezzano proprio la volontaria scalcinatezza (il caso storico di Ed Wood ce lo ha ampiamente dimostrato). Nel caso del film di Sorrentino, presentato in concorso all'ultimo Festival di Cannes, le voci discordanti sono state ben poche e il voluttuoso scorrere delle immagini di una Roma decadente me ne ha svelato senza dubbio i motivi. 

La grande bellezza è una ricerca, ancor prima che un film. Come tutti gli itinerari della scoperta esso si esprime attraverso un viaggio, che lo spettatore segue completamente ammaliato dalla maestria compositiva di una regia sicura, mai ridondante per quanto spesso incline a concedersi lussi stilistici che i più potrebbero solo sognare. La narrazione è strutturata in maniera fluida, a tal punto che risulta difficilmente imbrigliabile, per quanto le maglie adottabili possano essere ampie, come a confermare ancora una volta il grande assunto di tutto un certo cinema, per cui la narrazione è spesso solo una sovrastruttura da cui è bene liberarsi. Il passeggiare di Jep Gambardella è un filo sufficientemente solido per tenere insieme l'arazzo istoriato che Sorrentino dedica alla città di Roma. 

Com'era stato per L'amico di famiglia, film da poco proposto agli occhi dello spettatori televisivi, anche in questa sua ultima fatica il regista tratteggia un mondo in disfacimento che, come un muro esposto alle intemperie da troppo tempo, si trova perennemente in bilico fra il desiderio ottuso o ostinato di esistere e la consapevolezza dell'oblio che lo avvolge. Roma notturna, illuminata da feste assordanti e accecanti che zittiscono almeno per un po' il sordido vociare degli arrivisti alotoborghesi è una splendida cornice per rappresentare, con tratti quasi dechirichiani nella fotografia e nella gestione degli spazi aperti, una realtà marcia e sordida, doppiogiochista e sporca. 

Jep Gambardella, re della mondanità tiberina, ne è l'esempio più lampante e recupera alcuni dei tratti distintivi dei famosi personaggi sorrentiniani, come la loro titanica e solitaria grandezza. Sì, perché il sessantacinquenne interpretato splendidamente da Toni Servillo, perfetto esempio dell'uomo contemporaneo, si ritrova sempre solo e insoddisfatto, condannato a vivere con un acume acre ma passionale la fastidiosa sensazione di uno scollamento fra il reale e l'ideale che gli altri, persi nel loro smodato desiderio di apparire, sembrano non percepire. Sul suo volto antidiluviano si inscrivono le sofferenze e le delusioni di una sensibilità strozzata dalle contingenze, che solo a tratti, quando il montaggio si fa più libero dal racconto del reale, viene recuperato attraverso le immagini di una gioventù dai tratti quasi irreali. Un ricordo, un breve baluginio che tuttavia è sufficiente per continuare ad esistere, con fatica.

Lo splendido cast messo in piedi per questa antinarrazione dal sapore così drammaticamente nichilista (eccelsa la prova recitativa di Isabella Ferrari fra gli altri, mentre abbastanza deludente perché troppo sopra le righe quella di Sabrina Ferilli) rappresenta con un occhio quasi hopperiano una fiera delle vanità e delle mostruosità che sembra fare eco ad alcune sequenze del vecchio Freaks di Tod Browning. Organismi ai confini dell'umano che fanno di un'esasperazione della loro corporeità il simbolo di un'intera esistenza, come si vede nell'ombrosa sequenza del botulino. 

A rendere questa rappresentazione l'affresco memorabile che è ha concorso senza dubbio una sapienza registica fuori dal comune, attraverso la quale il regista è riuscito ad orchestrare immagini e spazi di una narrazione talmente debole da riuscire solo a promettersi nello spazio ampio di più di due ore di pellicola. L'uso liberissimo della scrittura cinematografica ha permesso di rappresentare la permeabilità degli spazi e delle cose che caratterizzano una Roma aperta, visibile ma al tempo stesso assente e lontana, che solo di notte e per brevissimi momenti riesce a far recuperare una sensazione di vivibile calore. 

Il montaggio organizza luoghi e tempi in modo intelligente e mai banale, ricercando anche attraverso l'uso inusuale delle inquadrature una flessibilità dell'immagine che mette a dura prova lo sguardo di uno spettatore abituato a un cinema italiano semplice e basato sullo strapotere della trama. La scelta delle musiche e la caratterizzazione dei personaggi conferiscono all'insieme dei tratti a metà fra il kubrickiano e il lynchano che fanno esplodere quella sottile vena perturbante che percorre tutta la vicenda, in una continua forzatura dello schema cinematografico tradizionale, certamente non adatto a contenere la bellezza debordante e impetuosa di uno dei film italiani migliori degli ultimi dieci anni. Senza dubbio, uno dei film migliori (se non il migliore) che abbia visto quest'anno
VOTO: 10/10 

mercoledì 21 agosto 2013

La notte del giudizio



La notte del giudizio di James DeMonaco - Genere: thriller - USA, Francia, 2013

Dai produttori di Paranormal Acticity ci si sarebbe potuti aspettare un ormai classico film basato sul footage e sulle riprese in soggettiva con macchina da presa amatoriale. Per fortuna La notte del giudizio si è rivelata una piacevole sorpresa rispetto alla produzione di genere corrente, anche se non mancano dei richiami piuttosto evidenti a lavori anche pregevoli di decadi passate. L'idea di base è molto buona e si ricollega a tutto un filone di film che forse a partire dal meraviglioso Battle Royale dipingono un ipotetico futuro in cui il governo prende delle misure preventive per la gestione della paranoia nevrotica collettiva; nel caso de La notte del giudizio, gli organi governativi di una rinnovata confederazione americana avrebbero varato una legge per cui annualmente, la notte del 21 Marzo, ogni crimine diviene legale.

Quello che funziona in questo film non è tanto il preteso realismo, che viene meno all'apparire abbastanza fantascientifico di tecnologie di domotica ai livelli di Star Trek; quello che davvero convince è il fatto che, in fondo, lo spettatore sa benissimo che il panorama profilato da DeMonaco è possibile e che anzi, ne stiamo vivendo tutte le premesse. Il classismo sempre crescente, la forbice economica e dell'alfabetizzazione intesa in senso lato che si allarga sempre di più, l'apertura di gated communities che rendono geograficamente situato uno status quo che è in primis economico e sociale. Il vero filo di ansietà che percorre questo film deriva proprio dal fatto che forse, un giorno, la diegesi prenderà corpo? 

Forse. Sta di fatto che, anche al di là dei riferimenti al bel Funny Games, che tutta la seconda parte mima esasperandone i toni, il film è decisamente piacevole. Anche se nella seconda parte il tutto risulta un po' meno convincente soprattutto a causa di un aumento esponenziale del ritmo conseguente alla crescita della componente action, siamo senza dubbio di fronte a un titolo valido, che forse non si farà ricordare grazie a un numero imprecisato e spesso imbarazzante di sequel ma che costituisce senza dubbio un valido terreno per successivi approfondimenti. Il profilo tecnico è curato, anche se a livello recitativo la prova dei due attori più giovani non è sempre eccellente e la loro caratterizzazione risulta a tratti un po' eccessiva; meraviglioso invece il personaggio biondo che fa da capo ai maniaci mascherati che rende ancor più chiaro il riferimento al Funny games di Haneke ma che comunque risulta sinceramente inquietante.
VOTO: 7/10 

lunedì 29 luglio 2013

L'amico di famiglia



L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino - Genere: drammatico - Italia, Francia 2006

Paolo Sorrentino, recentemente apprezzato dal pubblico e dalla critica per la sua performance a Cannes con La grande bellezza (film che non ho ancora avuto modo di vedere!), è senza dubbio una delle firme di punta del cinema italiano contemporaneo, una di quelle per cui vale ancora la pena di andare in sala, insomma. Visto in televisione, L'amico di famiglia non fa che confermare questa sensazione. Il regista scruta, attraverso inquadrature larghe in campo aperto che disegnano ambienti dal sentore quasi dechirichiano, la vita grottesca di Geremia (uno splendido Giacomo Rizzo), sarto e - soprattutto - usuraio.

L'irrealtà di un'esistenza marcescente eppure così concreta viene raccontata attraverso ambienti che, al contrario dei campi aperti, sono chiusi, sporchi, asfittici ed illuminati in maniera antirealistica. Geremia ama pensarsi amico di famiglia, benefattore invasivo eppure per tutto il film e soprattutto nel finale la sua caratteristica fondamentale sarà la solitudine. L'impossibilità di costruire rapporti umani al di là di quello simbiotico e opprimente con la madre paralizzata rimane l'unica costante di una parabola in discesa, che si conclude proprio con la presa di coscienza dell'immutabilità della sua condizione. 

Sorrentino va a scavare la coscienza e mostra senza remissioni un personaggio viscido, brutto e sporco che non si fa alcun problema a violare le norme dell'etica in virtù di una ricompensa monetaria che si esprime attraverso la violenza e la sopraffazione. La tecnica di ripresa e l'impostazione dei dialoghi sono fredde, chirurgiche, nette. La condanna di Sorrentino è netta ma non viene mai meno la capacità lucida di mettere in evidenza le ipocrisie e gli angoli oscuri di una società che il regista ci presenta in decomposizione. 

Non c'è lieto fine in un racconto dove il protagonista è l'anti-eroe per eccellenza e i buoni vengono continuamente sconfitti e ridotti a uno stato di larvale dipendenza. La rivincita del vampirismo (inteso in questo caso in senso eminentemente economico) passa per una decostruzione e un rovesciamento del buonismo cinematografico che contraddistingue tanta parte del panorama attuale.
VOTO: 8.50/10 

martedì 23 luglio 2013

Solo Dio perdona



Solo Dio perdona di Nicholas Winding Refn - Genere: thriller - Francia, Danimarca, 2013

Direttamente dall'ultimo festival di Cannes, un thriller decisamente europeo seppure ambientato in estremo Oriente. E' asiatico lo sfondo narrativo della vicenda, ma il modo di riprenderla, la geometria dello sguardo disegnata dalla macchina da presa, con i suoi iati e le sue ambiguità, è decisamente europeo e si ricollega con forte decisione, per la presenza di alcuni stilemi linguistici, alla sua stagione più felice. Il film di Winding Refn è ricercatissimo da un punto di vista formale e senza dubbio si presenta come uno dei migliori titoli dell'anno (attendo ancora di riuscire a vedere La grande bellezza che, certamente non deluderà). 

La trama è molto semplice, elementare, quasi stereotipica e dai tratti spiccatamente freudeani. Gli scambi dialogici fra il protagonista Julian e sua madre formalizzano una gerarchia di poteri non conciliabile, che vede al vertice della gestione degli eventi proprio la Madre, che orchestra dietro le quinte la vendetta del suo primogenito. Sono dialoghi ricchissimi, per quanto tremendamente ellittici: dietro ogni frase si respira l'evidenza di un vuoto profondo, che rimanda a un passato che non può che rimanere inespresso, dietro lo sguardo nel contempo profondo e vacuo di Julian. 

Tutto il film ha un'aria fortemente onirica, con la macchina da presa che diventa uno strumento confusivo nel disegnare ambienti incoerenti abitati da presenze impossibili. Anche la gestione delle bellissime scenografie d'interno ce lo conferma: questi ambienti asfittici campiti con colori violenti sono ambienti mentali ancor prima che fisici, dove prende corpo il dramma dell'inadeguatezza, del senso di colpa e della paura. Questi brani tradiscono il mondo interiore del protagonista, lacerato fra il rifiuto di vendicare il fratello (colpevole di aver ucciso una ragazza) e l'impossibilità di sfuggire ai desideri della madre. 

C'è molta psicanalisi in tutto questo e anche nella decisione finale di Julian di uccidere la moglie del suo antagonista, come per punire trasversalmente l'unica altra figura femminile di tutto il film. Figura dalla quale però non è possibile staccarsi completamente e a cui lo stesso Julian sceglie di ritornare quando, lacerando le carni del suo cadavere senza vita, poggia la mano all'interno del suo grembo, recuperando almeno idealmente la condizione fetale di massima congiunzione con quella presenza così ingombrante eppure così fondamentale.

Nel complesso, senza stare a dilungarsi sui pregi di una composizione splendida dal punto di vista della messa in immagine e della fotografia, non si può negare che Solo Dio perdona sia un film assolutamente meritevole che, pur essendo formalmente un thriller, rifugge dallo stesso concetto di proprietà di genere per aprirsi a spazi di lirismo visivo certamente non sperati.
VOTO: 9/10 

venerdì 28 giugno 2013

Ecco l'Impero dei sensi



Ecco l'Impero dei sensi di Nagisa Oshima - Genere: drammatico, erotico - Giappone, Francia, 1976.

Uno dei film giapponesi più conosciuti da noi, che però non mi era mai capitato di vedere. Anche lo schermo televisivo, ora capisco perché, respinge tenacemente il capolavoro di Oshima, uno dei massimi registi della cinematografia giapponese. Siamo di fronte a un'opera dal contenuto estremo, soprattutto in relazione al contesto produttivo. Non era pensabile che un prodotto come L'impero dei sensi circolasse liberamente nelle sale italiane, tanto che la prima edizione commercializzata del film è stata pesantemente tagliata e solo negli anni Novanta si è potuto apprezzare il lavoro del regista nella sua vera essenza. 

L'impero dei sensi è un film visivamente splendido ma molto violento. E'autoreferenziale, praticamente non ha una trama e si consuma su sé stesso come una fiamma che dopo aver arso si spegne perché è rimasta senza ossigeno. Oshima rappresenta la discesa dei due protagonisti nei meandri più caldi e perversi della sessualità, alla continua ricerca di nuove forme di appagamento del loro piacere sessuale. Ciò consente di tratteggiare ambienti asfittici e molto materici, di cui sembra quasi di sentire l'odore e sui quali è quasi possibile poggiare le proprie mani. 

Oshima rappresenta la sessualità nella sua componente più materica, mostrando senza censure o stratagemmi di sorta gli organi sessuali e l'atto riproduttivo nella sua essenza più carnale. A questo fuoco dionisiaco si contrappone però una spinta che rappresenta freudianamente il thanatos, la caratteristica mortifera che accompagna sempre inscindibilmente questo genere di discorsi. Non è un caso che la fine dell'opera sia tragica e connotata appunto da una morte violenta dal sapore quasi mantideo-surrealista. Il massimo del piacere si situa su un confine molto (a volte anche troppo) sottile con la morte.
VOTO: 7/10

domenica 23 giugno 2013

Daft Punk's Electroma



Daft Punk's Electroma di Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter - Genere: musicale/fantascienza - Francia, USA, 2006

Pur non essendo certamente un appassionato di musica elettronica, quando ho scoperto casualmente che i Daft Punk avevano preso parte a questo film che hanno anche diretto, ne sono stato subito incuriosito e ho deciso di guardarlo. La scelta si è rivelata opportuna: anche al di là di alcuni problemi che non lo rendono certamente un capolavoro, siamo di fronte a un prodotto quantomeno interessante. Anzitutto è bene notare (e questo elemento mi ha piacevolmente impressionato) che rispetto alla loro produzione musicale il film si presenta molto silenzioso, minimalista e rifugge continuamente il pericolo di diventare autocelebrazione visiva, una sorta di videoclip ingigantito insomma.

Non è un video musicale, ma forse non è neanche un film. Electroma è talmente diverso dai prodotti cinematografici contemporanei che risulta difficile persino riconoscerlo come tale. E' vero, ci sono state diverse sperimentazioni in questo senso (e i Daft se ne dimostrano consapevoli), ma nessuna era mai giunta così in là. La parola umana è completamente rigettata, in conformità al disegno narrativo che - per quanto blando - vede delle sorte di automi umanoidi abitare il pianeta: non una sola parola viene proferita in tutto il film. Il problema di questa scelta, unita alla lentezza morbosa di alcune sequenze e a una trama che praticamente non esiste, è che nonostante il film duri un'ora e dieci sembra veramente non finire mai. 

Nonostante questa caratteristica discutibile, che avvicina decisamente il film a un prodotto da cinema delle origini, bisogna dire che le ambientazioni roccioso-desertiche e le suggestioni sci-fi che permeano tutto il lavoro sono decisamente piacevoli e rendono tutto il film molto straniante e interessante (rovesciando fra l'altro tutto il filone della fantascienza sullo schermo: qui ci sono dei robot che vogliono diventare essere umani in un mondo di macchine!). Forse questo però non è bastato a fare di Electroma un prodotto piacevole, visto che alla sua proiezione all'annuale Festival di Cannes, la somiglianza di alcune sequenze con Gerry di Gus van Sant ha fatto abbandonare la sala a più di uno spettatore.

Al di là di questo atteggiamento deprecabile bisogna riconoscere che il confine fra ispirazione e copia è davvero molto sottile e, soprattutto nella parte finale, sembra davvero di vedere sequenze del film vansantiano in salsa fantascientifica (il che di per sé potrebbe non essere un male, ma forse i registi hanno esagerato con la densità dei riferimenti). Nel complesso un film piacevole, forse considerato un po'troppo entusiasticamente da alcuni recensori in cui mi sono imbattuto: il problema di Electroma è  - secondo me - una gestione davvero poco riuscita del ritmo narrativo (che poi è il grande pericolo che si nasconde dietro la rinuncia agli scambi dialogici).
VOTO: 6.50/10

martedì 18 giugno 2013

Irréversible



Irreversible di Gaspar Noe - Genere: drammatico - Francia, 2002

Gaspar Noe è un regista decisamente poco prolifico, ma che già con la sua prima prova (Seul contre tous) aveva dimostrato di saper padroneggiare la macchina da presa con una sicurezza e un'eleganza fuori dal comune, riuscendo a gestire storie violente tanto da un punto di vista narrativo quanto da quello visivo. Irréversible, presentato al Festival di Cannes nel 2002, non smentisce la nostra interpretazione, anzi la rafforza grazie a un uso ancora più articolato e personale degli elementi del linguaggio cinematografico. La trama è semplice e si riassume in maniera piuttosto schematica con il topos della tragedia di vendetta (vedasi in letteratura il Tito Andronico); il vero merito del film è quindi il modo in cui la materia viene proposta allo spettatore, che si trova come investito da un flusso crescente di potenza visiva.

A parte un prologo iniziale poi ripreso alla fine del film (cui forse prende parte il protagonista si Seul contre tous? Non sono riuscito a riconoscerlo...), tutto il resto della vicenda viene proposto in maniera fortemente antinarrativa e il regista sceglie di invertire l'ordine della diegesi, presentandoci la trama a partire dalla fine. Noe non cera quindi l'effetto sorpresa, il coup de theatre in una narrazione che non ha nulla di straordinario ma che anzi mette dolorosamente a sistema la violenza del quotidiano. E così lo spettatore è chiamato attivamente a partecipare al racconto, rimettendo insieme i pezzi di una storia che inizialmente appare sempre più incompleta e incomprensibile. Mentre la narrazione procede verso l'origine, la nostra consapevolezza dei fatti e della psicologia dei personaggi aumenta, insieme all'opprimente sensazione di asfittico orrore che ogni singolo elemento contribuisce a creare. La chiave di volta è lo stupro della bella Alex, interpretata da una seducente e perfettamente integrata nella parte Monica Bellucci (anche se il doppiaggio italiano credo non le renda giustizia). 

La genialità di questo schema, che destabilizza tutta la struttura narrativa tipica del cinema tradizionale, trova un controcanto necessario e non meno importante nel modo che la regia ha di gestire le riprese, che soprattutto nella prima metà del film appaiono composte in maniera fluida e confusiva e non contribuiscono a una maggiore comprensione dei fatti. Lo sguardo dello spettatore è instabile e gli si richiede una fatica immane per seguire le peregrinazioni del regista; la cosa è confermata anche nel finale, dove lo sfarfallio tipico del cinema delle origini viene riproposto come a suggello di un'opera che fa del respingimento del pubblico una delle sue chiavi di lettura principale. 

Dopo la scena dello stupro - momento chiave veramente violento e gestito in maniera impeccabile da Noe per quanto riguarda cromatismo e punto di ripresa - il dettato si fa meno confuso e la ricerca dell'assurdità visiva diventa meno marcata, privilegiando modalità compositive meno estreme. Il risultato complessivo comunque non ne perde. Dopo un'ora e quaranta di film rimane la sensazione di aver appena visto qualcosa di profondamente geniale, che ha ricevuto delle critiche ingiustificate da chi probabilmente non ne aveva compreso la vera essenza.
VOTO: 9.50/10