Visualizzazione post con etichetta anni 2010. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni 2010. Mostra tutti i post

martedì 27 maggio 2014

Oculus



Oculus di Mike Flangan - Genere: horror - USA, 2013

Devo ammettere che quando ho cominciato a sentire il trailer di questo film in radio, mi è sembrato subito una grande presa in giro, l'ormai classico film horror d'ascendenza paranormale che probabilmente avrebbe deluso più o meno tutti. Poi, per qualche settimana, non mi è più capitato di sentirne parlare se non da uno youtuber piuttosto noto che per l'appunto ne tesseva gli elogi e si dichiarava stupito di come il risultato finale lo avesse ben impressionato. Così, quando dopo qualche tempo, mi è capitato di poterlo vedere, ho deciso di accantonare i miei pregiudizi e di gettarmi nella visione di questo lungometraggio di Mike Flangan (regista di cui - ammetto - non avevo mai sentito nulla; girando su internet però mi pare che questo non sia solo un mio limite). Per una volta, pur in presenza di un prodotto di genere che sembrava decisamente poco promettente, posso dire non senza soddisfazione di essere rimasto piacevolmente colpito dalla proiezione di Oculus.

Contro ogni aspettativa, almeno per quanto mi riguarda, la scrittura è molto valida e anche dal punto di vista tecnico i risultati raggiunti sono notevoli. Per quanto riguarda il primo aspetto Oculus propone una narrazione articolata su due livelli temporali che si richiamano continuamente l'uno con l'altro, permettendo un passaggio molto efficace e fortemente evocativo dal livello del ricordo a quello dell'esperienza dei protagonisti. Questo ecamotage, al di là di un prologo piuttosto nebuloso che non permette di comprendere a pieno la vicenda (ma che pure non fonda in maniera forte il meccanismo della suspense), dà per tutta la pellicola buoni risultati e mantiene viva l'attenzione per una vicenda altrimenti certo non originalissima. Il tutto si traduce dal punto di vista compositivo in un uso sbrigliatissimo e quasi ipercinetico del montaggio, che diventa il mezzo privilegiato per passare in maniera fluida e capace attraverso i piani temporali coinvolti. L'uso intelligente di questo mezzo salva anche in questo caso una fotografia e una composizione non certo imperdibili e di questi tempi è già un risultato da considerare.

Nel complesso Oculus è un film di genere ben fatto che, pur non avendo elevatissime pretese, fa il suo lavoro e intrattiene efficacemente con un buon ritmo e un interessante comparto tecnico. Se si volesse continuare su questa strada è probabile che per migliorare si dovrebbero scegliere sceneggiature meno inflazionate e spingere ancora di più sul lato visivo, arrivando a lambire i confini della sperimentazione.

VOTO: 6/10 

giovedì 22 maggio 2014

Tom à la ferme



Tom à la ferme di Xavier Dolan - Genere: thriller/drammatico - Canada, Francia, 2013


L’uscita in DVD del film presentato dal giovane canadese Xavier Dolan alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia è un evento di grande importanza per tutti coloro che non hanno potuto essere al Lido in quelle magiche giornate. Al di là di un discorso che sarebbe necessario fare sulla necessità di realizzare delle edizioni italiane delle pellicole di Dolan, la diffusione sul circuito commerciale di Tom à la ferme non può che riaccendere la volontà di analizzare la pellicola criticamente ed esteticamente, così come la necessità di considerarla all’interno del progressivamente più consistente corpus dolaniano.
Che Dolan sia interessato all’analisi attenta e spesso tagliente delle relazioni umane e sentimentali all’interno di uno scenario contemporaneo sempre tratteggiato con padronanza di mezzi ed eleganza è fuori di dubbio. Tom à la ferme da questo punto di vista si presenta come una conferma e una messa in movimento delle scelte di scrittura a cui eravamo stati abituati: se da una parte è vero che rimane centrale il confronto con la figura materna (che, sin dal titolo, pare rimanere tale anche in Mommy, in questi giorni a Cannes), del tutto inedita è la tematica del lutto e della resilienza post-traumatica a cui Tom si sottopone penetrando all’interno della vita della famiglia del suo defunto compagno. È probabilmente in queste scene d’interno, dove i dialoghi si fanno pregnanti e drammatici che, aiutato da una composizione impeccabile e quasi pittorica per la scelta di alcuni toni cromatici, il film raggiunge i suoi punti migliori. Per quanto Dolan sia senza dubbio un buon attore, sotto questo profilo la performance di Lise Roy rimane toccante e assolutamente impareggiabile.
Anche la costruzione del personaggio di Francis (Pierre Yves-Cardinal) manifesta uno studio attento e preciso, che sullo schermo riesce a regalare un uomo perfettamente rappresentato nelle sue ipocrisie e paure; Francis è in ultima analisi un personaggio di una fragilità senza dubbio fastidiosa, ma necessaria allo sviluppo della vicenda. Meno riuscito, forse a causa di una volontà di suggerire più che di definire certi dettagli, è invece il succedersi dei comportamenti di Tom nei confronti del suo antagonista/oggetto del desiderio, che si altalenano in modo spesso scomposto e senza uno sviluppo preciso: questo rende le sequenze di Tom e Francis spesso poco legate, ma comunque di sicuro impatto (da questo punto di vista la scena del tango è magistrale sia nell’orchestrazione che nella capacità di muovere lo spettatore).
Ancora una volta Dolan cade, almeno parzialmente, nel finale. Per quanto il film sia molto più breve del precedente Lawrence Anyways, l’ultima sequenza precipita dell’aneddoto, palesando quella che fino a quel momento era rimasta semplicemente una storia implicita e per questo molto più affascinante. Al di là di questi dettagli però, anche per il coraggio e la capacità di aver saputo raccontare un thriller a tematica omosessuale con una maestria fuori dal comune, Tom à la ferme è senza dubbio un film che merita di essere visto e apprezzato come segno di una giovane generazione che avanza a grandi passi verso le vette di un riconoscimento internazionale. 
VOTO: 8.50/10 

mercoledì 21 maggio 2014

La stirpe del Male



La stirpe del Male di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett - Genere: horror - USA, 2014
 
Ho precisato con una certa forza della recensione di Cloverfield appena pubblicata come io trovi tutto sommato piuttosto fastidioso il ricorso insistente e poco ragionato allo stile mockumentary con camera a mano. Molto spesso infatti, per riprendere il filo del discorso, capita che questa scelta si riveli soltanto un adeguamento alla moda del momento e non si porti dietro nessuna forma di ragionamento sulla natura dell'immagine. Per intenderci, secondo me è travisante e sbagliato considerare la ripresa amatoriale come una cornice neutra da appiccicare all'immagine: se si fa una scelta di questo tipo la si deve portare fino in fondo, agendo sul supporto dell'immagine stessa e usandola come sito di un'azione attiva. Se già in Cloverfield il risultato mi era parso tutto sommato semplicistico e poco studiato, La stirpe del Male è - da questo punto di vista - un autentico disastro.
 
Per quanto la giustificazione della camera a mano sia più plausibile di quanto non accada nel film sopraccitato, il risultato è di una banalità sconfortante. Ne consegue un film che non si prende la briga di abbracciare nessuno stile e fa della telecamera amatoriale un oggetto privo di qualsiasi identità, che serve solo a marcare uno stile (à la R.E.C.), che in realtà viene costantemente negato dallo sviluppo stesso del film. Questo, torno a ripeterlo, tradisce una assoluta incapacità di ragionare sull'immagine e traduce la scelta in un mero espediente commerciale. Se il problema de La stirpe del Male fosse solo questo, il risultato complessivo sarebbe certo insufficiente ma più o meno assimilabile a Cloverfield. Purtroppo, le difficoltà non si limitano a questo punto e permeano l'intero prodotto degli esordienti (?) registi americani.
 
La trama ripete senza troppe variazioni quella di Rosemary's baby, semplificandola di tutte le problematizzazioni così innovative che Polanski aveva saputo dare alla sua opera. Appiattendo completamente tutti i personaggi ci si sarebbe potuti aspettare quantomeno una successione di scene truculente, che però sono state sistematicamente evitate; mi spiego: anche Polanski sceglie di non scadere nel grottesco e nel suo caso è una linea vincente. La coppia Bettinelli-Gillett invece non intraprende nessun percorso di sviluppo della trama, che rimane ancorata a un blando intreccio piuttosto scontato.
 
La stirpe del Male è dunque un film assolutamente sconsigliato, senza fantasia e privo di qualsiasi elemento interessante. Uno dei molti, moltissimi titoli che purtroppo ammorbano le nostre sale.
 
VOTO: 2/10 

domenica 18 maggio 2014

Intruders



Intruders di Juan Carlos Fresnadillo - Genere: thriller/horror - Spagna, Regno Unito, 2011

Dopo aver diretto il non completamente riuscito sequel di 28 giorni dopo, Fresnadillo si è preso quattro anni di pausa, prima di tornare sulle scene con Intruders, film snobbato dai cinema italiani e giunto nel belpaese soltanto attraverso la distribuzione DVD. Per fortuna; sì perché il film - fiasco colossale costato 13 milioni di dollari e che ne ha incassati solo 3 in tutto il mondo - si presenta sin da subito come l'ennesimo film situato al crocevia di diversi generi che, pur con qualche idea interessante, finisce col risultare anonimo e poco studiato. In questo caso, la presenza fantasmatica di "Senzafaccia", essere inquietante che si muove piuttosto agilmente fra i due piani della narrazione (che, sul finale, si ricongiungeranno), regala al film un atmosfera piuttosto strana, sospesa fra il thriller, l'horror psicologico, l'horror di possessione, sconfinando pericolosamente perfino nei territori dello sci-fi. Questo, come solitamente accade, diventa il simbolo di una elevata sterilità creativa, o il segno tangibile dell'incapacità del regista di far prendere al suo lavoro una strada ben precisa. 

Pur non essendo a mio avviso particolarmente spiacevole sotto il profilo visivo, Intruders sceglie anche in questo caso la via della sicurezza, rifiutando di osare e proponendosi dal punto di vista tecnico come un film piuttosto anonimo quando non scolastico. Forse dieci anni fa questo non sarebbe stato necessariamente un male, ma considerando la quantità di prodotti che vengono riversati costantemente sul mercato e la pregnanza di alcune scelte estetiche sviluppate negli ultimi anni, nonché le condizioni dell'offerta e della fruizione attuali, mi pare che sia sempre necessario giocare le proprie carte con coraggio, rischiando di intraprendere anche una strada sbagliata. Nel caso di Intruders invece, i personaggi si ripiegano su ruoli ben consolidati della tradizione statunitense, a cui evidentemente Fresnadillo è molto debitore (Clive Owen in particolare è l'ennesimo mimo di una specie di personaggi partoriti a partire dal già non originalissimo Willis de Il sesto senso). 

Complessivamente, per il mio gusto, un film assolutamente senza sapore che pur non essendo completamente sbagliato risulta perdente sotto ogni punto di vista per la mancanza di un qualsiasi timbro stilistico. 

VOTO: 4/10 

lunedì 12 maggio 2014

12 anni schiavo



12 anni schiavo di Steve McQueen - Genere: drammatico - USA, 2013

Ho sempre considerato gli Oscar un premio importante e ambito, ma di certo non rappresentativo di quelli che sono i miei gusti cinematografici. A livello di ricerca sul linguaggio filmico mi pare che i risultati più interessanti si vedano a Venezia o a Cannes. L'Academy invece tende a premiare sempre film di una certa commercialità, ovviamente con alcune gradite eccezioni come il bel Gravity (che pure ha una sceneggiatura smaccatamente pop, ma si eleva grazie a una perizia registica decisamente fuori dall'ordinario). E così 12 anni schiavo, film che ha fatto incetta di premi all'ultima edizione, partorito da un regista talentuoso come McQueen e con un bravo attore come Fassbender, non mi ha impressionato positivamente. Tengo subito a precisare che il problema non sta assolutamente nella regia, che è anzi assolutamente meritoria (d'altronde dal regista di un film freddamente perfetto come Shame non mi sarei aspettato niente di meno). 

Il problema di questo film secondo me deriva innanzitutto dalla sceneggiatura; preciso di non aver letto il testo originale da cui McQueen ha tratto il suo film, ma mi pare che in generale la pellicola fosse infarcita di episodi del tutto marginali per lo sviluppo della vicenda, messi apposta per infiocchettare un prodotto dal forte patetismo e dalla sicura presa commerciale. Mi spiego: è evidente che la schiavitù è stata una grave piaga della società americana rispetto alla quale gli Stati Uniti devono ancora porsi in una maniera precisa. Tuttavia, la vera e propria strumentalizzazione del dramma collettivo perpetrata da 12 anni schiavo per costruire un prodotto ben poco coraggioso è secondo me del tutto disdicevole. McQueen avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto, osare di più nel raccontare un evento tanto drammatico. Attraverso una narrazione che si vuole d'impatto ma che in realtà è piuttosto (anzi troppo) blanda, il risultato non è altro che una perpetuazione di stereotipi consolidati, conditi da situazioni stereotipiche e da performance attoriali di contorno che, spiace ammetterlo, non sempre sono all'altezza (Pitt ne è in questo film un chiaro esempio). 

L'errore che imputo al film di McQueen è insomma quello di essere troppo facile e semplificatorio. Rinunciando alla contraddizione, che pure ha alimentato il fenomeno dello schiavismo, il regista propone un panorama depauperato dalle sue istanze più interessanti, che vengono ignorate in modo praticamente assoluto. Per assurdo, un film ovviamente ben diverso come Django Unchained, parla della schiavitù in modo molto più problematico e interessante di quanto non abbia fatto 12 anni schiavo, proponendoci una versione per famiglie benpensanti di un problema storico e sociale che meriterebbe di essere sviscerato senza qualunquismi di sorta, che qui invece abbondano.

VOTO: 5/10 

giovedì 8 maggio 2014

Django Unchained



Django Unchained di Quentin Tarantino - Genere: azione - USA, 2012


A volte si ha bisogno di colmare le proprie lacune. In questo caso la mia riguardava un clamoroso successo commerciale di pochi anni fa, di cui peraltro ho sentito parlare davvero molto sia da parte del pubblico che da parte di "specialisti" del settore. Django Unchained, riedizione tarantiniana di uno spaghetti western di qualità neppure troppo elevata, è da una parte un punto di svolta e dall'altra parte una conferma del cinema di Tarantino. E' una novità perché è il film più lungo da lui diretto, il primo in cui Tarantino va a scavare in un'altra delle grandi ferite del popolo americano. E' una conferma perché si deve comunque ammettere sinceramente che Django non aggiunge molto a quanto già affermato, forse con più forza e convinzione, in Bastardi senza gloria. L'idea teorica è la stessa; qui si aggiunge una più evidente passione per il cinema di genere, ripreso con criterio spesso filologico e un ritorno a un gusto smaccatamente e spesso umoristicamente splatter già visto in modo ben più drammatico ne Le Iene.

Dal punto di vista della qualità registica, non si possono muovere critiche di sorta. Tarantino sa come muoversi agilmente e con convinzione utilizzando sempre uno stile eclettico e ultracinematografico, piegato di volta in volta alle sue esigenze. Ma se Bastardi rappresentava per me il capolavoro (o uno dei capolavori) del Nostro, Django ha degli evidenti problemi, che però non chiamerei veri e propri difetti. Mi pare che lo stile di Django e molte delle scelte che lo hanno generato siano il risultato di uno stile mutuato senza troppe differenze dal precedente successo, il che a mio avviso ha generato un prodotto piuttosto sterile e manieristicamente incancrenitosi su un risultato già raggiunto. Clement Greenberg in un suo famoso saggio, parlando del rapporto fra avanguardia e kitsch, fa riferimento al concetto di alessandrinismo accademico e immobile, che mi pare calzante per il caso in esame.

Intendiamoci, Django Unchained rimane comunque un film ben realizzato e gustoso dal punto di vista dell'appealing. La straordinaria interpretazione di Cristoph Waltz (già apprezzato nel precedente film di Tarantino) così come il cameo di Franco Nero garantiscono al film una certa presa. Ma, ad esempio, c'era davvero bisogno di prolungare il film sino alla sua conclusione ultrapop? Non sarebbe stato sufficiente calare il sipario dopo la mattanza realizzata da Django a Candyland? Del tutto irrilevanti mi sembrano invece le polemiche sorte all'uscita del film sull'utilizzo del termine "negro"; credo che chiunque sia in grado di approcciarsi a un testo sull'argomento con maturità sappia (o dovrebbe sapere) discernere con facilità le scelte estetiche e quelle etiche (anche se di questi tempi e nel caso di un regista polemico come Tarantino mi rendo conto che possa essere difficile); lo stesso valga per le tanto discusse scene di violenza: ad eccezione della lotto fra mandingo, davvero d'impatto, non ho trovato tutto questo surplus di insistenza sul corpo ferito. Spesso, anzi, mi pareva che le scelte in questo senso fossero più umoristiche che altro.

Django Unchained è in definitiva un film riuscito solo a metà e che mi ha parzialmente deluso. E' comunque una visione consigliata a tutti gli amanti di Tarantino e non, almeno per la sua grande riuscita tecnica.
VOTO: 6/10

domenica 4 maggio 2014

Miss Violence



Miss Violence di Alexander Avranas - Genere: drammatico - Grecia, 2013

La mia conoscenza del cinema greco, come credo quella della maggior parte degli spettatori non professionisti, è piuttosto limitata. Eccettuata la felice scoperta di Dogtooth, firmato dal visionario Lanthimos, devo riconoscere con tutta franchezza che non conosco altri autori degni di nota. Limite importante, ma che almeno in parte si può scusare considerando la scarsa penetrazione di certe cinematografie nazionali nei nostri schermi. Proprio per questo motivo, la presenza di Miss Violence a Venezia 70 è stata una vera scoperta e i premi importanti che gli sono stati tributati mi hanno particolarmente incuriosito. Le aspettative non sono state deluse: per quanto diversi critici abbiano considerato questo film un prodotto non degno di eccessivi onori, a me pare che si tratti di un prodotto estremamente ben realizzato e profondamente drammatico nella sua trattazione delle dinamiche familiari (cosa peraltro già tragicamente emersa nei film di Lanthimos, come se la decostruzione dell'immaginario da famiglia felice all'americana fosse uno dei tratti qualificanti la cinematografia greca). 

Sì, perché Miss Violence nasce da un trauma, il suicidio di una delle figlie di famiglia che signifcativamente non viene mostrato; l'unica testimonianza della ferita aperta nel tessuto familiare è la macchia di sangue sulla locandina, ripresa come se fosse lo schizzo sulle piastrelle di una doccia più che su una pavimentazione. Da qui si sviluppa l'analisi del gruppetto di individui di Avranas, raccontati con una capacità chiaroscurale notevole per quanto non eccessiva: non sappiamo molto dei bambini o del nonno, ma quanto basta per renderci conto di quale sia lo stato della famiglia, rappresentata come in Lanthimos sotto forma di un organismo di potere disciplinante molto ben definito. Mentre in Dogtooth la narrazione prendeva strade più metafisiche, Avranas sceglie di trattenersi sulla mondanità, mostrando senza remore i biechi meccanismi di convivenza messi in atto dal capofamiglia e le metodologie di asservimento delle giovani sottoposte. Si tratta di una scelta che non riesco a condividere appieno, avendo apprezzato alla follia la cura quasi nevrotica che Lanthimos aveva messo in questi aspetti della sua opera. 

Ciò nondimeno, Miss Violence rimane un film estremamente interessante, permeato di un senso malato della famiglia e della società che colpisce per la sua crudezza asettica. Formalmente, la cura di Avranas nella composizione delle inquadrature e nell'utilizzo in senso espressivo della macchina da presa, con inquadrature gelide e desolanti, trasmette perfettamente il senso della sua opera e ne costituisce il perfetto contraltare visivo. Per tutti questi motivi, a mio modesto avviso, Miss Violence è un film importante e meritevole dei premi che si è portato a casa, sopratutto il Leone d'argento alla miglior regia.

VOTO: 8.50/10 

giovedì 24 aprile 2014

Oblivion



Oblivion di Joseph Kosinski - Genere: fantascienza - USA, 2013

Il 2013 sembra essere stato l'anno di grazia per la fantascienza, da Pacific Rim (con il quale, lo ammetto, avrei dovuto essere più clemente in termini di giudizio) all'orrido After Earth. E se ognuno di questi titoli ha avuto il suo divo come protagonista (non dimentichiamoci Matt Damon in Elysium), non poteva certo mancare un titolo sci-fi che ruotasse intorno all'americanissimo Tom Cruise. Dalla regia di Kosinski, già autore del sequel di quel successo indiscusso che fu Tron, mi sarei aspettato qualcosa di più legato alla sua opera di debutto (appunto, Tron: Legacy). Invece, confermando quello che ormai sembra un vero e proprio neo-stereotipo del genere fantascientifico, il poliedrico artista statunitense ci propone una Terra in rovina, abbandonata dai suoi abitanti messi in scacco da un popolo invasore. 

Attraverso una sceneggiatura decisamente ben scritta ma a tratti eccessivamente involuta e capziosa (quindi un po' forzata!), la narrazione si snoda attorno al grande inganno centrale, di cui il nostro povero Cruise rimane suo malgrado vittima. Le due metà del film, piuttosto lungo, si compenetrano efficacemente ma questo non basta a farlo decollare del tutto; purtroppo l'intera struttura della narrazione è viziata da una serie di piccoli difetti che ne mettono in crisi la struttura. Al di là della mancata esuberanza stilistica laddove ci si sarebbe aspettati un tripudio di effetti speciali accompagnati magari da scelte di regia più impegnative, il vero problema di Oblivion sta secondo me nella sua ostinata e ormai vecchiotta morale americana. 

Tutto, nella Terra abbandonata e nei protagonisti che la abitano, ci parla di un mondo/America che sembra essere il fallimento del progetto di assorbimento culturale messo in atto dagli Stati Uniti. La ripresa di elementi tipici della yankee culture è continua: il campo da baseball, l'eroismo eticamente incorrotto di Cruise e quello saggio dell'ormai attempato Freeman (un personaggio, spiace dirlo, piuttosto ridicolo in questo caso), il mito della famiglia/coppia americana e molto altro ancora. Conclude il tutto una citazione del capolavoro kubrickiano 2001: Odissea nello spazio, con una ripresa scoperta dell'occhio rosso di Hal9000, segno di come anche il grande cinema d'autore possa essere asservito a questo genere di prodotti.

VOTO: 4.50/10 

mercoledì 23 aprile 2014

L'age atomique



L'age atomique di Héléna Klotz - Genere: drammatico - Francia, 2012

Ho guardato questo film perché ero incuriosito dal titolo (l'importanza del paratesto quando si presenta un prodotto è - checché se ne dica - fondamentale) e dall'assoluta essenzialità della trama. Ammetto che, da grande fan del regista canadese, mi aspettavo un film alla Xavier Dolan. Sulla carta le premesse parevano esserci: due giovani abitanti della notte parigina, di cui uno a metà fra l'omosessualità e l'androginia e fra i quali si sviluppa un rapporto abbastanza indefinito e a tratti quasi morboso. E' un peccato che piuttosto in fretta io mi sia dovuto ricredere e abbia visto scemare le mie aspettative, forse troppo alte.

Per fare subito chiarezza ci tengo a dire che, al di là di qualche momento poco felice, L'age atomique è un film che sotto il profilo visivo funziona piuttosto bene. Soprattutto per quanto concerne la fotografia d'esterni, che secondo me ne rappresenta il punto di forza assoluta. Ambienti vuoti e desolati, quelli della capitale francese ripresa di notte con grande sensibilità, si alternano alle riprese d'interni nella discoteca dove i nostri due protagonisti si ritrovano. In questa seconda frazione di scene la ricerca dell'effetto Dolan è palese ma - mi pare - non riuscita. Il vero problema di questo film è a livello narrativo: nonostante la sua estrema brevità (60 minuti scarsi), L'age atomique è - spiace dirlo - un prodotto davvero noioso; per meglio dire, pretenzioso. Questo perché la caratterizzazione dei due protagonisti è piuttosto abborracciata e si accontenta di presentarceli come due tipi che vorrebbero recuperare lo spirito bohemiene senza in realtà riuscirci in nessun caso; anzi, spesso l'effetto complessivo è piuttosto ridicolo (come nella lunga, lunghissima sequenza in cui si incontrano gli altri tre ragazzi "figli di papà"). 

Purtroppo il giudizio per questo titolo non può che essere negativo, ed è un vero peccato. A fronte di indubbi meriti tecnici che ne avrebbero potuto garantire il fascino magmatico, il film della Klotz si accartoccia del tutto sulla sceneggiatura e finisce col diventare un oggetto di cui non mi sento di consigliare la visione.

VOTO: 4/10 

domenica 20 aprile 2014

Sinister



Sinister di Scott Derrickson - Genere: horror - USA, 2012

L'analisi di Sinister, film partorito dal genio creativo di Scott Derrickson (regista di non più di una manciata di film, fra cui l'improponibile Hellraiser 5 e il certamente più riuscito L'esorcismo di Emily Rose), conferma una delle tendenze condivise dal cinema contemporaneo sotto il profilo commerciale, che si applica soprattutto nel caso del cinema horror/thriller (oggi giorno la demarcazione mi sembra diventata molto sfumata...). Mi riferisco all'idea per cui un prodotto di successo (ovviamente al botteghino, non alludo alla qualità estetica!), debba dettare legge per gli anni a venire. Nel caso in esame  è singolare notare come i produttori siano gli stessi di Insidious, film dal quale Sinister copia in maniera evidente tanto l'impostazione drammatica quanto parte dei topoi. Si dirà che questo si è sempre fatto, ed  è assolutamente vero. Ma se negli anni Settanta/Ottanta i filoni di film-cloni nascevano da prodotti abbastanza validi sotto il profilo tecnico, nel nostro caso la situazione è ben diversa; già Insidious infatti era quello che si potrebbe tranquillamente definire un film di bassa lega. 

A partire dall'ormai trita e ritrita idea della casa infestata, Derrickson mette in piedi una trama debole che arriva a scomodare addirittura antiche divinità babilonesi, palesatesi nel nostro secolo con sembianze piuttosto ridicole. Al di là della assoluta inconsistenza dell'intreccio, però, bisogna dire che qualche merito il film ce l'ha, soprattutto sotto il profilo visivo. La regia è decisamente buona e l'impaginazione delle immagini è ben studiata e interessante; inoltre, questo è poi l'aspetto che mi pare più importante, Derrickson tenta di proporre, nelle sequenze in cui il suo protagonista visiona i misteriosi Super8 trovati in soffitta, alcune riflessioni di carattere metacinematografico. Il risultato è senza dubbio non centratissimo, ma lo sforzo è certamente apprezzabile, soprattutto di questi tempi. 

Ethan Hawke, attore di lunga carriera già visto ne La notte del giudizio, si trova qui costretto a interpretare la parte assolutamente stereotipica dello scrittore in fallimento col pallino per gli omicidi che, proprio guardando le immagini (à la Blow out, potremmo dire se non temessimo di stare formulando un'eresia), scopre l'intrigo del sopraccitato demone mesopotamico. Peccato che il suo ruolo lo costringa a recitare in una maniera assolutamente piatta e decisamente poco convincente. Sinister, insomma, è un film che non convince, al di là di alcuni innegabili meriti tecnici sotto il profilo della regia e della fotografia. I toni trionfalistici col quale la critica non professionistica (leggasi il pubblico) lo hanno accolto, sono decisamente fuori luogo. 

VOTO: 5/10 

sabato 12 aprile 2014

Nymphomaniac: Volume II



Nymphomaniac: Volume II di Lars von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio, 2013

Dopo l'uscita di Nymphomaniac: Volume I in Italia, dove il film è adesso in programmazione, si è avuto modo di leggere più o meno di tutto, sia sulle testate specialistiche cartacee e non che su pagine meno formali, come blog o semplici siti di approfondimento gestiti da utenti. C'era da aspettarselo; Lars von Trier ha sempre fatto parlare molto di sé e un titolo come questo non poteva che accendere la polemica. La divisione fra chi lo ha ritenuto una splendida summa del cinema del regista e chi invece lo ha stroncato o quasi è stata netta come al solito. Tralasciando i commenti, pure esistenti, che definiscono il film visivamente brutto o poco riuscito (sono valutazioni evidentemente non utili ai fini della critica), qualcuno vi ha trovato molta filosofia, molta profondità e altri solo molte chiacchiere. Personalmente, pur situandomi all'interno del primo gruppo, non faccio fatica a capire le motivazioni dei detrattori, che pure ho parzialmente condiviso per alcuni precedenti lavori del regista danese. 

Riguardo al Volume II di quest'opera tanto complessa, che io ritengo il capolavoro (o almeno uno dei massimi lavori di von Trier), tecnicamente non c'è molto da aggiungere rispetto alla parte precedente; anche l'idea di dividere le recensioni non mi ha conquistato, ma data la diffusione "episodica" dei film la scelta è stata necessaria. Dunque ancora una volta ottima regia, fotografia magistralmente orchestrata su cui si inscrive, con un uso sbrigliatissimo, una semiosfera di segni diversi, che fanno da commento o apertura discorsiva al contenuto narrativo. Se dovessi individuare un valore che cambia dal primo capitolo a questo secondo è senza dubbio il senso della recitazione, che almeno in parte mi pare mutato. Shia Labeouf si mostra in questa seconda parte di Nymphomaniac in modo molto più sfaccettato e profondo di quanto non facesse nei primi cinque capitoli della storia, dove era più che altro un inarrivabile oggetto di desiderio. Qui invece abbiamo modo di apprezzare appieno delle insospettabili (almeno per me) doti recitative, in un personaggio incredibilmente toccante e a suo modo intimamente positivo. La Gainsbourg, sempre meravigliosa nel suo rapporto simbiotico e quasi di sfruttamento con il regista, appare qui non più come una dominatrice violenta, ma quasi come una vittima indifesa alla costante ricerca di un orgasmo che si tinge a tratti di un misticismo che, se per molti potrebbe risultare fastidioso a causa delle implicazioni religiose, per me è senz'altro assolutamente geniale. 

Interessante anche la sequenza in cui Joe fa sesso con due uomini di colore, volendo sperimentare l'esperienza di avere un rapporto sessuale con persone delle quali non conoscesse il linguaggio e delle quali fosse quindi in pieno potere. Senza dubbio il personaggio più affascinante, almeno per me, è pero Jamie Bell, attore protagonista del lacrimoso Billy Elliot, che qui viene rappresentato come un sadomasochista decisamente affascinante, per quanto inquietante. Von Trier ha probabilmente voluto giocare con le conoscenze cinematografiche del suo pubblico, rovesciando di segno l'eroe positivo di un notissimo successo di pubblico: per quanto Bell abbia recitato in diversi altri film, il ruolo che lo ha segnato è senza dubbio stato quello del suo debutto nel 2000; tutti lo ricordiamo per quello. 

Personalmente credo che a un livello che potremmo definire "filosofico", ci sia molto altro da dire ma questa non mi pare la sede adatta. Senza dubbio, traendo un giudizio sintetico su questo secondo capitolo, non posso che confermare quanto detto per il precedente, vale a dire elogiare la potenza/violenza visiva di un film girato benissimo e dalle elevate pretese stilistiche e di contenuto. Confermo l'impossibilità di paragonarlo a Shame, pure gradevole, rispetto al quale si pone decisamente su un'altro livello. L'attesa per la versione non censurata è assolutamente grande e senza dubbio quello sarà il momento della valutazione più importante per un film tanto discusso.

VOTO: 9.50/10 

domenica 6 aprile 2014

Riddick

 

Riddick di David Twohy - Genere: fantascienza/azione - USA, 2013

Sembra che i titoli commerciali di successo (per evidenti ragioni monetarie) non possano proprio esimersi dal bisogno di fondare delle trilogie (o tetralogie, o peggio...). David Twohy, regista visionario che ha dato al personaggio di Riddick tutto il suo fascino con il bel Pitch Black, titolo di ormai quasi quindici anni fa, cui ha fatto seguito il non altrettanto riuscito The Chronicles of Riddick, ha deciso di non farsi mancare il terzo episodio di una saga che poteva benissimo chiudersi nel 2004. Questo terzo episodio di uno dei più fortunati film di fantascienza degli anni Zero (insieme, ovviamente, a Matrix, del quale però Pitch Black non ha la levatura filosofica e teorica) delude sotto molti punti di vista, a partire - come ho cercato di spiegare - dalla sua stessa esistenza. Pur ricollegandosi al precedente capitolo della trilogia, Riddick lo fa in una maniera piuttosto debole e fantasiosa, seppure in qualche senso coerente con la morale della intera serie.

Questo contribuisce a rendere manifesto il difetto principale del film, che si situa a livello di ritmo e debolezza dell'intreccio drammatico: sulla durata di centoventi minuti circa il film propone un lunghissimo e ben poco utile prologo che sembra fatto apposta per i neofiti della serie, come se ci fosse bisogno di ambientarsi nei confronti del personaggio e del suo stile di vita. Ancor più tamarro di come lo avevamo lasciato, Vin Diesel, sciorina una serie di massime da tipico action movie americano per poi lasciarci a un buon venti minuti di lotta per sopravvivenza del tutto irrealistica che si conclude niente meno che con l'adozione di una specie di cane (c'era proprio bisogno di un amico a quattro zampe?). Dopodiché inizia il vero e proprio sviluppo della trama, che vede Riddick opposto a due compagini (poi alleatisi) di individui che cercano di catturarlo. Nulla di nuovo sotto il sole e anche qui l'azione stenta a decollare: Twohy predilige elementi stealth e dalle sfumature horror che sembrerebbero voler tornare a Pitch Black, purtroppo senza riuscire a mimarne la freschezza e l'efficacia. Anche a livello di effetti speciali non si può segnalare nulla di particolarmente eclatante, cosa che forse si può imputare al budget piuttosto ridotto (conseguenza del flop di The Chronicles of Riddick, con tutta probabilità). 

Nel complesso una conclusione piuttosto indegna per una serie che aveva fatto il botto al suo debutto, ripiegandosi poi in maniera piuttosto indegna per evidenti ragioni commerciali. 

VOTO: 4/10 

venerdì 4 aprile 2014

Madison County



Madison County di Eric England - Genere: horror - USA, 2011

Sembra un luogo comune, ma ormai è proprio vero che il genere horror sembra aver perso almeno parte della sua attrattiva. Salvo pochi capolavori indiscussi, gli ultimi vent'anni ci hanno regalato solo una quantità assolutamente indescrivibile di pattume cinematografico che meriterebbe di essere dimenticato quanto prima. Un genere imbastarditosi, senza niente più da comunicare agli spettatori e agli affezionatissimi, che ricicla ab infinitum degli stilemi narrativi e registici ormai incancrenitisi. E' questo, purtroppo, il caso di Madison County, film dell'americano Eric England il quale, sorprendentemente, ha cominciato a lavorare nel 2010 e ha al suo attivo (secondo la pagina di Wikipedia) già dieci film, con la media di circa 2.5 film all'anno. Questo dato dovrebbe essere sufficiente a non lasciare alcun dubbio sulla qualità delle sue opere; è un peccato che non abbia cercato prima questa informazione, perché mi avrebbe risparmiato 80 minuti di noia assoluta.

Ho detto che uno dei motivi per cui gli horror attuali sono ormai indegni è che non si rinnovano più: nell'opera di England la base dell'impianto drammatico e il suo sviluppo sono ripresi praticamente alla lettera da Non aprite quella porta, film - come si sa - del 1974 che a fronte di una fortuna spaventosa vanta già una serie di remake e sequel che ne hanno compromesso lungamente la qualità e la fortuna critica. England comunque prende il canovaccio ben consolidato dello slasher classico, senza considerare che un (sotto)genere che ha avuto la sua stagione aurea fra gli anni Settanta e i tardi anni Ottanta non è adatto a rappresentare adeguatamente lo spirito dei tempi. Più volte mi è capitato di stroncare titoli che riprendono gli elementi fondanti di Ring o di Paranormal Activity, ma almeno in quel caso le fonti di "ispirazione" erano legate ai tempi, mentre per Madison County si registra in generale un fastidioso anacronismo. 

Dopodiché, tutto il resto è in discesa. A fronte di una trama molto sfilacciata, che vorrebbe essere impressionante pur senza riuscirci e che comunque non si presenta come niente di particolarmente innovativo, abbiamo una sceneggiatura ai limiti della scolaricità per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi (meglio dire tipi) e delle loro interrelazioni psicologiche. Il tutto concorre a definire questo film come un vero e proprio fallimento, di cui non consiglio la visioni a priori dalle proprie preferenze cinematografiche.

VOTO: 2/10 

martedì 1 aprile 2014

I giorni della vendemmia



I giorni della vendemmia di Marco Righi - Genere: drammatico - Italia, 2010

Il cinema italiano, sembra, è ancora capace di stupirci. Lo fa molto piacevolmente con questo I giorni della vendemmia, pluripremiato lungometraggio di Marco Righi che racconta, con un lirismo visivo del tutto fuori dal comune, la fine di un'estate fra i vigneti dell'Emilia. Con una grande capacità registica veniamo proiettati subito nell'ambiente un po' guareschiano di una campagna sapida, saldamente ancorata alle proprie tradizioni e paradossalmente oscillante fra la canonizzazione di Berlinguer e le confortanti litanie religiose. Eppure, al di là delle contraddizioni, era un mondo in cui la pacificazione era ancora possibile e le cose concrete avevano ancora un valore oggettuale. Riprendendo senza dubbio alcuni elementi della poetica di Pier Vittorio Tondelli (non a caso nel film la sua ombra è più volte presente, anche direttamente, con il testo Altri libertini), resi attraverso un uso non banale e a volte quasi pittorico del linguaggio cinematografico. 

Inquadrature profonde e a tratti non troppo dissimili da quelle elogiatissime di Welles, che usa in Quarto potere la profondità di campo in senso espressivo, incorniciano i desideri di Elia (il bravo Marco d'Agostin) nei confronti di Emilia (Lavinia Longhi), nel rincorrersi per nulla stucchevole di emozioni rese sempre con  una grande capacità di racconto. Righi si muove insomma con agilità nei registri della visualità, arrivando infine a mostrarci con uno stile decisamente inaspettato (rispetto al resto del lungometraggio) la reazione di Elia all'"incontro fra Lavinia e Samuele), attraverso una visione quasi espressionistica e comunque legata al suo modo personale di vedere le cose, con una rinuncia all'oggettività poetica che caratterizza invece il resto del film.

Nel complesso siamo di fronte a un titolo che senza dubbio meriterebbe di essere più conosciuto, per le indiscutibili qualità tecniche e la capacità di mostrare con concretezza e un romanticismo per nulla mieloso una storia d'amore mancata nell'epilogo estivo di un'Italia che stava per cambiare. 

VOTO: 8.50/10 

lunedì 31 marzo 2014

Captain America: Il Primo Vendicatore



Captain America: Il Primo Vendicatore di Joe Jonhston - Genere: azione - USA, 2011

Senza dubbio i supereroi sono una delle mode degli ultimi anni da un punto di vista cinematografico. E' vero che ci sono stati i vari Batman, a partire da quelli di Tim Burton e che l'Uomo Pipistrello è stato il primo a imporsi sul grande schermo, ma ultimamente praticamente tutti i beniamini della Marvel e della DC stanno avendo il proprio lungometraggio, anche con audaci crossover come quello proposto nel recente The Avengers. Capitan America, didascalicamente il più americano di tutti i figli di Stan Lee, ha trovato il suo posto piuttosto tardi, grazie alla regia di Joe Johnston, ricordato dai più per uno dei film cardine dell'infanzia della mia generazione, il in verità non imperdibile, Jumanji. Così Steve Rogers, supersoldato impegnato durante la Seconda Guerra Mondiale a debellare la minaccia della divisione scientifica nazista dell'HYDRA e il suo capo, Johann Schmidt altrimenti noto con il famigerato nome di Teschio Rosso.

Chris Evans, già visto nei panni del protagonista del recente Snowpiercer, si riconferma un interprete adeguato per il ruolo ma insopportabilmente legato allo stereotipo (qui purtroppo praticamente obbligato) dello sterile eroismo all'americana, dell'eroe incredibilmente buono e privo di lati oscuri come Capitan America in effetti è. Non è un supereroe che amo molto, proprio per questo motivo. Batman, soprattutto nella trilogia di Nolan, si è dimostrato invece (come già Spider-man), un personaggio dotato di una profondità infinitamente maggiore, capace di confrontarsi con la propria oscurità pur senza riuscire a raggiungere con essa una sintesi sempre efficace. 

Riguardo al film in sé c'è purtroppo piuttosto poco da dire: Johnston compone un titolo intrattenente che si lascia guardare senza troppe pretese per tutta la sua durata ma che, in ogni caso, non riesce a convincere sino in fondo. Al di là di una sceneggiatura piuttosto blanda, che mi pare non lasci nessuno spazio di gestione per le dinamiche profonde dei diversi personaggi (penso ovviamente a Capitan America e agli altri buonissimi) e di una regia troppo lineare, che non utilizza neppure gli effetti speciali in chiave spettacolarizzante come si sarebbe senza dubbio potuto fare grazie alla parte "fantasy" derivante dalle tecnologie futuristiche sviluppate dall'HYDRA, la parte veramente carente del film è la prima, quella in cui si fa la conoscenza di Rogers, sfigatello di periferia che vorrebbe arruolarsi in guerra per vivere il sogno americano. Tutta questa sezione d'apertura, dilatata all'infinito in modo molto poco utile, si risolve in un pasticcio registico e di scrittura, dove spunti da generi diversi vengono affastellati con qualche spunto di fantasia ma poca intelligenza.

Perfino il Teschio Rosso, il cui make-up è senza dubbio l'elemento visivo migliore dell'intero lavoro di Johnston, si presenta come un nemico piuttosto anonimo, poco caratterizzato e ridotto in realtà a una macchietta steampunk del "povero" Hitler. Un peccato perché sulla carta poteva essere l'elemento di spicco di un film per il resto piuttosto anonimo, anche se non del tutto spiacevole.

VOTO: 4.50/10 

venerdì 28 marzo 2014

Il Ricatto



Il Ricatto di Eugenio Mira - Genere: thriller - Spagna, 2013

Nella recensione de The Woman in Black ho parlato del destino degli attori che sono fortemente legati a una saga cinematografica, facendo l'esempio di Daniel Radcliffe, il quale rischiava di essere marchiato per tutta la vita con il segno del maghetto più famoso della letteratura (e del cinema). Mi sembra che lui sia riuscito a smarcarsi piuttosto bene da questo pericolo e anche in questo thriller spagnolo il cui titolo originale è assai più significativamente Grand Piano (purtroppo gli adattamenti a volte soffrono di alcune peculiari difficoltà) il ben noto Elijah Wood (il Frodo de Il Signore degli Anelli) ce la mette davvero tutta per liberarsi dall'ingombrante ruolo che grazie a Peter Jackson gli ha garantito un grande successo. Come per Radcliffe dico subito che la performance tutto sommato mi è sembrata decisamente accettabile e il giudizio almeno in parte negativo che ho riservato a The Woman in Black e che ho intenzione di comminare a questo Il Ricatto dipendono in larga misura da altri aspetti.

Eugenio Mira, il regista che ha partorito il film, è noto soprattutto per essere il compositore di tutta una serie di altre pellicole; a quanto mi risulta questo è il suo esordio dietro la macchina da presa. Lodevole il tentativo di tenere assieme due grandi passioni, quella per la musica e per il cinema, ma a mio modesto avviso non troppo riuscito. Al di là di un'idea originale che aveva tutti i presupposti per funzionare, dando corpo a un film che quanto meno riuscisse a intrattenere senza grosse pretese, mi sembra che Mira abbia perso la direzione nel momento in cui ha cominciato a prendere sé stesso e la propria opera troppo sul serio: tutta la vicenda che sta dietro al ricatto che fa da sfondo alla composizione mi sembra pretestuosa e poco credibile, senza considerare che da un punto di vista visivo è resa in maniera quasi dilettantesca. 

Sotto il profilo del ritmo il film tiene abbastanza bene, sviluppandosi agilmente in un crescendo di colpi di scena che però complicano ulteriormente la struttura, appesantendola fino ad approvare al finale assolutamente sproporzionato rispetto al materiale di base. Anche a livello di sceneggiatura si riscontrano diverse ingenuità evitabili, culminanti nella figura della coppia di amici di Wood e della moglie: per quanto siano proprio loro a dare al film la prima importante svolta narrativa in senso risolutivo, la loro caratterizzazione è del tutto fuori contesto e lascia pensare più ad American Pie che a un thriller degno di questo nome.

Complessivamente Il Ricatto è un titolo che, per quanto non del tutto spiacevole sotto il profilo dell'intrattenimento, deve scontare la presenza di diversi errori tecnici e di struttura che ne compromettono grandemente la godibilità. 

VOTO: 5/10 

giovedì 27 marzo 2014

Le Cinque Leggende



Le 5 Leggende di Peter Ramsey - Genere: animazione - USA, 2012

Ho spiegato nella recensione di Toy Story che io non sono un grande amante dell'animazione occidentale, né di quella Pixar né di quella DreamWorks come in questo caso. Ho visto sia Shrek che alcune altre produzioni di questo studio e non mi hanno colpito molto positivamente. Questo Le 5 Leggende però è piaciuto più o meno a tutti e così ho deciso di cimentarmi nella visione, stuzzicato anche dalla trama che sembrava decisamente interessante. Dai tempi di Nightmare Before Christmas ho sempre trovato molto stuzzicanti i film che avessero come tema la concretizzazione degli "spiriti" e dei mondi delle festività. Così questo film si prospettava un lavoro gradevole ma ammetto che è riuscito a stupirmi. Considerando che alla regia c'è l'anonimo Peter Ramsey (praticamente alla sua prima produzione impegnativa, a quanto mi risulta) mi sembra che il risultato finale sia decisamente alto, di gran lunga il migliore proposto dalla Dreamworks ad oggi. 

Al di là di un buonismo di fondo insito nella trama, ma decisamente perdonabile in un film di intrattenimento per famiglie, la struttura narrativa è definita in maniera efficace e i personaggi, sfruttando anche la conoscenza che praticamente qualsiasi spettatore potenziale ha, risultano ben caratterizzati e divertenti. Per quanto alcuni punti della diegesi mi sembrino piuttosto deboli (ad esempio tutta la questione dell'Uomo della Luna) devo dire che il film scorre con agilità e si lascia guardare senza alcun problema. Forse si sarebbe potuto sperare in un antagonista meglio caratterizzato o più carismatico, ma tutto sommato anche Pitch Black non fa troppo storcere il naso.

A completare il tutto concorre la qualità assolutamente elevata delle animazioni, impostate in maniera tale da conferire alle scene che coinvolgono Pitch la monumentalità che manca al suo personaggio a livello di caratterizzazione. La cavalcata degli Incubi è davvero qualcosa di visivamente attraente e anche la costruzione delle ambientazioni (come il palazzo della Fata dei denti) risulta azzeccata e d'impatto. Nel complesso dunque Le 5 Leggende è una produzione decisamente interessante e concorrenziale rispetto alle forse più note realizzazioni Pixar. Anche a fronte di alcune perplessità di gusto personale si tratta di un film che mi sento di consigliare a livello visivo e per la cura riservata in molti aspetti della resa tecnica.

VOTO: 7/10 

martedì 25 marzo 2014

Drive



Drive di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico/thriller - USA, 2011

A partire dal visionario e non sempre compreso Valhalla Rising: Regno di Sangue, Winding Refn si è dimostrato uno dei registi più interessanti attualmente in circolazione, cosa confermata anche dal suo ultimo Solo Dio perdona. E' stato però proprio con Drive che il regista ha visto aumentare vertiginosamente le sue quotazioni, a partire dal conferimento del premio alla miglior regia al Festival di Cannes. Premio decisamente meritato, per fortuna, perché Drive è un vero e proprio gioiello della cinematografia contemporanea, un film talmente ben elaborato da destare meraviglia, pur in presenza di una struttura narrativa lineare e fortemente americana. La regia di Refn riesce infatti nell'incredibile impresa di sposare in maniera perfettamente riuscita due registri stilistici e narrativi assolutamente diversi, come quello del dramma romantico (dominante nella prima parte del film) e quello del gangest movie con alcuni momenti abbastanza truculenti (che prende forma a partire dalla manifestazione della minaccia alla vita dei protagonisti).

All'interno di questo doppio sistema narrativo che nel finale tenta una sintesi non del tutto riuscita, Refn sfrutta la buonissima prova attoriale di Ryan Gosling per confezionare un personaggio estremamente affascinante, caratterizzato dalla paradossale qualità di essere incredibilmente profondo e molto poco descritto. Sappiamo molto poco del nostro protagonista (addirittura non ne conosciamo il nome!), ma tanto basta per garantirgli uno spessore più che sufficiente a reggere praticamente il peso dell'intero film. A fare da collante a questa straordinaria interpretazione concorre un comparto tecnico decisamente buono, soprattutto per quel che riguarda la fotografia e le inquadrature: in tutte le scene in auto Refn sceglie punti di vista inusuali che raccontano con efficacia pur senza annoiare; questo garantisce alle scene d'azione (come quella dell'inseguimento dopo la rapina) una buona riuscita tecnica, pur senza rinunciare all'intrattenimento, che pure in questo film ha ovviamente un peso piuttosto limitato. Vero fiore all'occhiello da questo punto di vista è però la colonna sonora, costruita con intelligenza per integrarsi nella trama e favorire, anche attraverso il ricorso a sonorità elettroniche piuttosto ricercate, la definizione delle situazioni e dei personaggi. Meritatissima quindi anche la nomination agli Oscar per il miglior montaggio sonoro.

Seppure in misura minore che nel successivo Solo Dio perdona, mi pare che Refn abbia cominciato a definire già in questo Drive una interessante direttrice d'indagine cinematografica, senza dubbio foriera di approfondimenti e piccoli perfezionamenti, che mi sembra siano stati apportati nel film già citato e recensito su questo blog. In ogni caso Drive rimane certamente un prodotto raro per forza visiva e coerenza narrativa; l'unico punto debole che si può evidenziare è forse proprio l'eccessiva linearità della trama, elemento che però - come dicevo - è stato ampiamente revisionato da Refn nelle sua fatica successiva.

VOTO: 8/10 

domenica 23 marzo 2014

Snowpiercer



Snowpiercer di Bong Joon-ho - Genere: fantascienza/azione - Corea del Sud, USA, Francia, 2013

Snowpiercer è senza dubbio uno dei film di punta della programmazione cinematografica delle ultime settimane. Film di fantascienza e azione denso di effetti speciali, esaltato dalla critica come uno dei migliori rappresentanti nel suo genere, è stato paragonato addirittura a Blade Runner e Matrix per l'impatto che si pensa potrebbe avere sulle successive produzioni sci-fi. Pur riconoscendo che il film del coreano Bon Joon-ho ha senza dubbio le carte in regola per diventare un capostipite piuttosto fortunato non mi sento di sposare un giudizio così entusiastico. Il film mi è piaciuto, senza dubbio ma non sono del tutto d'accordo coni  giudizi così' sperticati di molti critici. Andando con ordine voglio premettere innanzitutto che il film non è piaciuto proprio a tutti e credo che, un po' come era stato per lo Stoker di Park Chan-wook, gli estimatori puristi o quasi del cinema del Sol Levante potrebbero senza dubbio storcere almeno un po' il naso. Questo perché senza dubbio l'elevatissimo budget per Snowpiercer, che lo ha qualificato come il film coreano più costoso mai realizzato, ha permesso di giocare molto di più su toni americaneggianti anche a livello figurativo e di narrazione, tradendo almeno in parte quel cinema di sensazione e atmosfera che l'Oriente ci ha sempre saputo regalare. Ciònondimeno credo che una serena presa di coscienza della natura di questo prodotto dovrebbe essere sufficiente a evitare che la sua bocciatura diventi uno sterile tentativo isolazionista.

Bong Joon-ho, regista famoso soprattutto per il suo The Host (2006), da non confondere con l'omonimo e più recente film ispirato dagli scritti dell'autrice di Twilight, mette in scena un mondo distopico dove l'azione dell'uomo diventa (come spesso accade) il motore di un inarrestabile meccanismo distruttivo. Nel 2031 i pochi sopravvissuti viaggiano su un treno, sorta di Arca dell'Alleanza, per tentare di preservare la propria specie. Il tentativo del giovane Curtis (Chris Evans, alias la Torcia Umana e Capitan America...!) sarà dunque quello di cambiare le cose, arrivando in testa al treno. Già il nome di Evans dovrebbe dare l'idea del cast stellare o quasi coinvolto nel film: al di là del Vendicatore, che interpreta un personaggio smaccatamente americano, quasi stalloniano e dunque incredibilmente fastidioso, segnaliamo almeno la buona prova di John Hurt, forse non sfruttato abbastanza e la fascinosa interpretazione di Tilda Swinton, vero e proprio fiore all'occhiello del film. Una serie di nomi importanti dunque, che impreziosisce il buon lavoro alla regia fatto dal coreano Joon-ho, coadiuvato proprio da quel Park Chan-wook che abbiamo già citato in precedenza.

Lo stile di Park si fa sentire chiaramente nella scelta dei colori e dello stile di regia. Il cromatismo grigio e pesante è senza dubbio il dato visivo più efficace dell'intero film, sopratutto considerando che esso viene progressivamente a trovarsi in compresenza con tinte diverse a mano a mano che si procede nella scalata al treno. Per il resto, per quanto Snowpiercer sia senza dubbio ben realizzato dal punto di vista tecnico, ci si sarebbe forse potuti aspettare qualcosa di più a livello di sperimentazione, ma è probabile che l'alto budget abbia portato anche ad alcune ingerenze da parte della produzione. Il risultato è dunque un oggetto decisamente concorrenziale e interessante, per quanto forse un po' troppo visivamente legato a stilemi americaneggianti. Anche la costruzione della trama e il ritmo della vicenda, che si dipana su poco più di due ore di durata, reggono abbastanza bene la prova, seppure con alcuni tempi morti che una limatura più attenta avrebbe senza dubbio potuto evitare. 

Per tutti questi motivi Snowpiercer è senza dubbio un film piacevole che vale la pena di guardare anche per la sua capacità di sposare, seppure non sempre in maniera efficace, due diverse modalità di utilizzo dell'immagine filmica. Dal mio punto di vista mi pare che il film di Bong Joon-ho non possa essere paragonato a quello di Scott o dei Wachowski, non essendo riuscito a dire in maniera pienamente convincente qualcosa di nuovo sul genere che indaga. E' pur vero che, fra i molti cloni che ci aspettano nel futuro, qualcosa di interessante potrebbe venir fuori, in mani esperte e forse (paradossalmente?) non americane.

VOTO: 7/10 

venerdì 21 marzo 2014

47 Ronin



47 Ronin di Carl Rinsch - Genere: azione/fantasy - USA, 2013

 Che speranza di successo potrebbe mai avere un film ambientato in Giappone, che si presenta almeno apparentemente come estremamente compromesso con la cultura del Sol Levante e che è stato prodotto interamente negli Stati Uniti? Quanto può essere credibile un film che saccheggia senza pietà un immaginario condiviso denaturandolo attraverso il richiamo fuorviante a luoghi comuni abbastanza riconoscibili e che - in aggiunta - punta molta della sua comunicazione pubblicitaria su un personaggio (l'uomo tatuato che si vede anche in questa locandina), che in realtà è poco più di una comparsa? Evidentemente, molto poco. E così per la regia dell'anonimo Carl Rinsch (non ha neppure una pagina wikipedia...) arriva sui nostri schermi la trasposizione cinematografica della bellissima vicenda dei 47 Samurai senza padrone, vicenda abbastanza nota della storia giapponese (per chi non sa di cosa si stia parlando c'è, di nuovo su wikipedia, una pagina abbastanza precisa in merito). In sé la storia avrebbe potuto essere molto ben realizzata, se chi si è messo dietro la macchina da presa avesse almeno cercato di adottare uno sguardo sul mondo e sulle cose d'impronta nipponica. 

Sì, perché la grande difficoltà di questo film - e il motivo principe per cui è un mezzo fallimento - è la completa incapacità di Rinsch di abbandonare lo schema spettacolarizzante d'impronta americana e di fare almeno un tentativo nella direzione di un racconto più calzante rispetto alla sensibilità che si cerca di riprodurre. Al di là delle reminiscenze visive di alcuni topoi piuttosto comuni della cinematografia giapponese (potrebbe essere una mia impressione ma ho trovato diversi echi a Ran, capolavoro di Akira Kurosawa e addirittura ad alcuni elementi dell'animazione di Miyazaki). In realtà quindi Rinsch tenta di entrare all'interno del mondo che vuole mettere in scena ma lo fa male, soprattutto appoggiandosi a questi echi che fanno leva per l'appunto più sulla memoria visiva del pubblico che su un vero interesse di questo genere. Lo confermano anche la struttura narrativa, che sembra modellabile più sul videogame che sul film, e l'insistenza su elementi romantici e lacrimevoli della trama, tipicamente americani.

Se a questo aggiungiamo un comparto tecnico non certo indimenticabile per quanto dignitoso, il risultato finale è piuttosto noioso e in generale poco riuscito. Ed è un peccato, perché in mani esperte la storia dei quarantasette Ronin avrebbe senza dubbio potuto originare un film assolutamente degno e affascinante. 

VOTO: 4/10