Visualizzazione post con etichetta anni 2000. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni 2000. Mostra tutti i post

giovedì 5 giugno 2014

Dolls



Dolls di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 2002

Negli ultimi due mesi circa, per ragioni strettamente legate all'università, mi sono trovato ad approfondire la filmografia di Takeshi Kitano, del quale avevo visto molto poco e che non ero riuscito a digerire completamente, a fronte di un indiscusso talento registico e di messa in scena. Violent Cop, ad esempio, si era fatto apprezzare per l'idea di fondo e per il crudo sarcasmo di alcune sue scelte, ma manifestava uno stile ancora troppo impreciso per dare l'idea del grande autore che Kitano senza dubbio è. Dolls, film in concorso a Venezia 2002, ha spazzato via tutti i miei dubbi residui derivanti dalla visione dei titoli che già conoscevo e mi ha confermato, con la forza del suo stile e delle sue scelte, la grandezza del cineasta giapponese.

Entro la cornice di un tradizionale spettacolo di Bunraku (una sorta di equivalente delle marionette occidentali), Kitano incrocia tre vicende diverse, accomunate dalla loro profonda drammaticità. Si tratta di tree linee narrative che, per quanto del tutto indipendenti, si troveranno a intrecciarsi spesso l'una con l'altra in una maniera assolutamente splendida (e splendidamente resa dalla regia sempre elegante di Kitano). Attorno al vacuo peregrinare di due giovani amanti legati da una corda rossa (immagine quasi senza tempo per la icasticità e la sua forza visiva, che diventa ancora più pregnante se si considerano le motivazioni di questo accadere), si collegano il languido ritorno di un capo yakuza (soggetto prediletto di Kitano) su una panchina dove la donna che amava lo ha atteso per tutta la vita e la patetica vicenda del rapporto fra una pop star e un suo grande fan. Utilizzando un montaggio che oscilla continuamente sui piani temporali e ricompone poi le sequenze narrative in un quadro sempre credibile ed estremamente agile, Kitano confeziona un prodotto di grande pregio che riesce a toccare senza essere stucchevole.

Abitato da un pessimismo estremo sull'esito delle vicende raccontate, meraviglioso per la sua bellezza autoreferenziale (che forse si traduce in un leggero vento d'accademismo? E' possibile, ma i pregi sono senza dubbio superiori nel bilancio complessivo), Dolls è un film che non può non rimanere impresso per la forza delle sue immagini e l'evocatività della sua scrittura. 

VOTO: 8/10 

martedì 20 maggio 2014

Cloverfield



Cloverfield di Matt Reeves - Genere: fantascienza - USA, 2008

Penso di aver perso il conto dei film a soggetto catastrofico che negli ultimi sei o sette anni hanno invaso le nostre sale cinematografiche. Al di là del fatto che senza dubbio questa diffusione di una tendenza comune e non unicamente statunitense rappresenta un segno dei tempi, di una prima decade del XXI secolo che si è rivelata, sin da subito, strettamente legata al tema della distruzione di massa, al rischio dell'annientamento inaspettato. La locandina di Cloverfield, film campione d'incassi del 2008, potrebbe tranquillamente sembrare un'immagine post-undici Settembre, magari immaginando il caso in cui le conseguenze avrebbero potuto essere più elevate e importanti. Ma come è noto, spesso i film vincenti al botteghino, al di là di un evidente interesse sociologico (perché il film è piaciuto così tanto? quali corde tocca nella nostra contemporaneità?), spesso sono piuttosto carenti dal punto di vista dell'appeal tecnico ed estetico. Questo per me, al di là di alcune recensioni positive, è il caso in esame.

Al di là di una trama piuttosto scontata - dopotutto non mi aspettavo niente di diverso da un film di questo genere - in particolare mi hanno infastidito due cose: la costruzione dei personaggi e lo stile di regia. Preciso subito invece che gli effetti speciali sono molto validi, soprattutto per quanto riguarda i misteriosi invasori che mettono a ferro e fuoco New York. Dunque, per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, non posso dire che in generale si tratti di una scelta sbagliata, ma di una completa mancanza di iniziativa: mi spiego; in tutti i film di questo tipo, a partire almeno dai pieni anni Novanta, quasi tutti i personaggi sono costruiti nello stesso modo. Ce lo conferma il fastidioso eroismo del protagonista, ennesima riproposizione di un modello piuttosto stantio di uomo americano medio (già fastidioso ai tempi de La guerra dei mondi, per quanto mi riguarda). Si potrebbe anche dire che il finale garantisce un certo margine di originalità, ma se si scava un po' nella filmografia degli ultimi anni si scoprirà che non si tratta di qualcosa di così innovativo, anzi di piuttosto inflazionato per i miei gusti.

Per quanto concerne lo stile, è ormai piuttosto noto che la ripresa con camera a mano per me è diventata un insopportabile cliché del cinema contemporaneo. Intendiamoci: a partire da Paranormal Activity, ma con importanti prodromi, si usa praticamente qualsiasi scusa per inserire a forza nei film la scusa della videocamera e poi tutto il film viene ripreso in soggettiva. La cosa può anche essere accettabile, ma solo nel caso in cui la compenetrazione fra cinema e videoripresa sia completa, come accadeva già in The Blair witch project. Questo invece non è il caso: la ripresa a mano diventa una semplice cornice appiccicata a forza e senza nessuna problematicità sulla macchina da presa, il che testimonia una grave mancanza di attenzione a un dettaglio certo non marginale.

Nel complesso per quanto mi riguarda siamo di fronte a un film che, per quanto non assolutamente disdicevole, presenta dei gravi difetti di sviluppo teorico. Considerando però la buona fattura del settore di intrattenimento, mi sento di consigliarlo in ogni caso a chi cerca una visione all'insegna del disimpegno; sotto questo profilo la resa è garantita.

VOTO: 4/10 

sabato 10 maggio 2014

La promessa dell'assassino



La promessa dell'assassino di David Cronenberg - Genere: thriller - USA, Regno Unito, Canada, 2007

Finalmente riesco a trovare, nella sempre interessantissima filmografia di Cronenberg, un film potente e realizzato in maniera attenta e sapiente. Dopo Videodrome, devo ammettere che ho faticato a trovare una pellicola altrettanto interessante: Crash, per quanto idealmente accattivante non mi è parso così ben realizzato e Cosmopolis secondo me è un parziale buco nell'acqua. Discreto invece A history of violence, che non a caso si avvicina già dalla scelta dell'attore protagonista (Viggo Mortensen, qui ben più convincente) ma che è affine a La promessa dell'assassino anche per l'idea di base, con Mortensen che impersona un individuo scisso fra due universi esistenziali e sopratutto morali, dei quali uno rimane sotterraneo per la maggior parte del film. A partire da un intreccio per la verità insolitamente banale, almeno a mio avviso, per un film di Cronenberg, il regista canadese riesce a tirar fuori il meglio da una trama thriller piuttosto classica, orbitante attorno alla criminalità organizzata russa.

Pur non presentando sperimentazioni esorbitanti per quel che riguarda l'impostazione registica, La promessa dell'assassino regge molto bene sotto il profilo della composizione e soprattutto della fotografia che, in particolare negli interni, regala alle scenografie un'atmosfera straordinariamente intensa grazie a scelte cromatiche particolarmente indovinate. Tutto o quasi, questa volta, mi pare si regga però sulle interpretazioni degli attori, tutto sommato molto buone anche se devo riconoscere che per quanto mi riguarda Naomi Watts si è rivelata qui piuttosto debole; interessante e molto ben scritto anche il personaggio di Vincent Cassel, attore che non amo particolarmente ma che qui riesce ad uscire parzialmente dalla sua parte stereotipica (che pure gli ha garantito un certo successo in un film come L'odio). 

Personalmente, conoscendo Cronenberg almeno in parte, mi sarei aspettato delle scelte più coraggiose a livello di sceneggiatura (già An history of violence mi era sembrata piuttosto blanda in quanto a scrittura drammatica, ma qui la situazione mi pare ancora più seria; per fortuna la compensazione offerta dal profilo visivo è decisamente meritoria) e forse un maggiore approfondimento di alcuni personaggi, ma tutto sommato La promessa dell'assassino rimane un film che, a fronte di alcune difficoltà, intrattiene molto bene ed è decisamente valido per quello che riguarda la tecnica di messa in scena.

VOTO: 8/10 

lunedì 5 maggio 2014

Bronson



Bronson di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico/grottesco - Regno Unito, 2008

La grande stima che nutro per Nicolas Winding Refn, quest'anno membro della giuria di qualità a Cannes, e la bellezza dei suoi ultimi lavori (Solo Dio perdona, Drive etc.), mi hanno convinto a recuperarne le precedenti lavorazioni, per apprezzare lo sviluppo della sua poetica e confermare la mia impressione, secondo cui il regista danese è uno dei migliori interpreti del grande cinema contemporaneo. Bronson, biopic dedicata al "più pericoloso criminale inglese", pur non avendo soddisfatto appieno le mie aspettative, si qualifica come un film dal forte spirito intrattenente e che mostra chiaramente i prodromi di un netto miglioramento stilistico intercorso nelle successive produzioni di Refn. Scegliendo di affrontare il genere biografico Refn sarebbe potuto facilmente cadere in tutta una serie di stereotipi visivi e drammatici che avrebbero interamente compromesso la godibilità della sua opera, infarcendola di cliché troppo spesso buonisti e scontati. Per fortuna non è stato così.

Da quel che mi è dato capire del personaggio protagonista, perfettamente interpretato da Tom Hardy, posso infatti affermare che la scelta di Refn di incorniciarne la vicenda entro una struttura teatrale ai limiti del grottesco, dove l'uso del corpo e dell'overacting costituiscono una scelta eccezionalmente valida, è stata vincente. La prospettiva adottata permette di giocare molto più liberamente con i piani narrativi, enfatizzando i momenti smaccatamente umoristici del personaggio di Bronson pur senza sacrificare la forza delle immagini e quell'amore per il corpo ferito che sembra accompagnare Refn dai tempi di Valhalla Rising (primo suo film che mi è stato dato di vedere). Tutto sommato, pur in presenza di alcune perplessità per quanto riguarda l'impostazione e il ritmo del racconto, la perfetta interpretazione offerta da Hardy da un corpo del tutto rispettabile a questa atipica biografia cinematografica, che riesce a sfruttare in maniera valida ma non ancora perfettamente calibrata (come sarà invece nei film successivi) la visionarietà immaginifca di Refn.

Un film che ambisce chiaramente a qualcosa di più, ma non riesce a raggiungere del tutto il suo scopo. Rimane in ogni caso un titolo dalla forte carica intrattenitiva e che presenta in nuce molte delle qualità che si possono apprezzare nei film più curati di Refn.

VOTO: 6.50/10 

venerdì 2 maggio 2014

Hunger (2009)



Hunger di Steven Hentges - Genere: horror - USA, 2009

Preciso subito, anche se la cosa dovrebbe capirsi dal titolo, che questo Hunger non è il film di Steve McQueen datato 2008. Lo specifico perché io stesso, cercando la pellicola con Fassbender protagonista, ho erroneamente reperito questo horror americano di un anno successivo e diretto da un regista questa volta veramente sconosciuto. Questo a dimostrazione di come molto spesso la rete possa giocare dei brutti scherzi (e di come a volte la scelta di un titolo può essere utile anche a prodotti di serie B). Al di là di questa annotazione primaria, bisogna però ammettere che - guardando Hunger senza alcun preconcetto, si deve riconoscere che almeno dal punto di vista visivo, il lavoro di Hentges si lascia apprezzare per il cromatismo e alcune scelte di fotografia. E, per un film che per molti è soltanto il risultato venuto fuori cercando qualcos'altro, è già un risultato più che dignitoso. 

Il vero problema di questo horror senza troppe pretese sta però nella sceneggiatura. Ispirandosi a un canovaccio ormai ben sedimentato nel genere horror e evidentemente debitore di quel vero cambiamento che fu Saw: L'enigmista, il testo di Hentges non fa altro che ripetere con minime e spesso impercettibili variazioni un modello retorico ormai piuttosto inattuale. A fronte di alcune trovate interessanti, il regista non approfondisce a sufficienza la psicologia dei personaggi per far emergere un intreccio che sia valido e appiattisce notevolmente l'entertainment  del prodotto. Anche a livello di ritmo bisogna poi rilevare che l'azione stenta a svilupparsi e tutta la prima parte del film è, quand'anche non noiosa, decisamente poco funzionale ai fini del film. 

Nel complesso Hunger è un film mediocre ma non del tutto spiacevole, che comunque si potrebbe rivelare adatto a una serata all'insegna del disimpegno. C'è certamente di meglio nel genere, ma considerando anche la grande massa di immondizia cinematografica che viene regolarmente immessa sul mercato, lo spettatore medio non dovrebbe sentirsi troppo insoddisfatto.

VOTO: 5/10 

lunedì 21 aprile 2014

Ichi the killer



Ichi the killer di Takashi Miike - Genere: thriller - Giappone, 2001

Takashi Mike è senza dubbio uno dei registi più controversi della cinematografia giapponese e, per alcuni suoi titoli importanti come Audition, pure uno degli interpreti più interessanti della contemporaneità. Ichi the killer è forse uno dei suoi film più noti; non particolarmente apprezzato dalla critica per motivi in parte condivisibili, la pellicola è presto diventata un vero e proprio prodotto di culto entro cerchie ben determinate di fans. Opera fondamentale per comprendere la poetica del regista e il suo rapporto alle cose, oltre che il suo modo di tratteggiare elementi fondamentali dell'animo umano, Ichi è utile addirittura per gettare luce su scelte apparentemente fuori registro della sua filmografia, come il già recensito Yattaman

Delirio ultrapop di una mente apparentemente malata, Ichi propone una struttura diegetica abbastanza tradizionale che si inscrive agevolmente nell'ambito del noir contemporaneo, una crime story di Yakuza che apparentemente potrebbe non avere troppo da dire: il rapimento di un capo mafioso dà il via a uno sviluppo drammatico che in realtà, pur mantenendo una salda compattezza narrativa, si arricchisce di tanti "piccoli" elementi incongruenti che ne costituiscono la fortuna. Il film è talmente gonfio di assurdità apparentemente convenzionali che a mio avviso illumina magistralmente quello strano gusto dei giapponesi per l'assurdo (e che è poi uno dei motivi per cui, almeno un certo loro cinema, o lo si ama o lo si odia; Mike ne è un classico esempio).

Solo a partire da questa considerazione si possono comprendere meglio e forse completamente tutte le sequenze ultraviolente che hanno contribuito a inserire il film nella classifica dei cinquanta titoli più disturbanti stilata da un noto sito di cultura popolare. Una tecnica registica praticamente magistrale si associa così a scene di tortura spinte sino al parossismo e a un gusto per il grottesco e l'atto dello smembramento che spesso supera il limite di sopportazione dello spettatore medio; a tutto ciò si aggiunge poi, integrandosi in maniera inaspettata ma del tutto naturale la sequela di piccole infiorettature pseudocomiche che costituiscono la cifra fondamentale, il gusto autentico del film. 

Nel complesso si tratta di un film molto bello dal mio punto di vista, anche se sono propenso a condividere alcune critiche dei più; di certo non si tratta di un lavoro che consiglierei a tutti. Bisogna essere abbastanza forti da accettare, nel giro di pochi secondi, di passare da un sorriso alla comprensione della grande tragicità sottocutanea che scorre ostinatamente lungo tutto il film, rivelando un lato esistenzialista che a prima vista si potrebbe non cogliere.

VOTO: 8/10 

martedì 8 aprile 2014

Pulse



Pulse (titolo originale: Kairo) di Kiyoshi Kurosawa - Genere: horror/thriller - Giappone, 2001

Forse fra i grandi capolavori dell'horror giapponese, quelli che hanno contribuito a definire il rinnovamento degli anni Zero all'interno del genere godendo di una pervasività enorme legata non tanto ai sequel ma piuttosto ai remake americani, che ho recensito e visto sino ad oggi, Pulse merita il primo posto per quanto riguarda la complessità dell'intreccio e la vastità delle implicazioni teoriche e/o filosofiche che si porta dietro. Ben più dell'osannatissimo Cure, del medesimo Kurosawa, Pulse si presenta come un titolo che è stato in grado, in tempi decisamente non sospetti, di raccontare con una visionarietà disarmante alcuni dei tratti più significativi della contemporaneità attuale. 

Entro la cornice tradizionale dell'horror che potremmo definire con un termine sicuramente improprio "d'apparizione", nel quale delle entità non meglio definite comunicano in qualche modo con il mondo fenomenico, Kurosawa riesce ad inserire, seppure in maniera non sempre convincente, una dimensione cosmica che amplifica enormemente la drammaticità del racconto. Ring non ha avuto questa fortuna, anche se nel romanzo Loop (che conclude il ciclo dal cui titolo di testa il film è tratto), Koji Suzuki fa un ottimo e riuscitissimo tentativo in questo senso. Tornando a Pulse, Kurosawa mette in scena con una grande lucidità e capacità di racconto il Giappone di fine anni Novanta/inizio anni Zero usando il computer come interfaccia di analisi. Questo gli dà la possibilità di analizzare alcuni dei fenomeni oggi più comuni legati all'uso della rete, ma all'epoca incredibilmente innovativi (mi riferisco ad esempio alla condivisione di immagini in streaming, al problema dell'identità dietro lo schermo, alle conseguenze psicosociali delle reti telematiche etc). Il tutto prende corpo attraverso una grande capacità scenica, che si esprime in una composizione solidissima e strutturata su più piani, cui corrisponde un uso libero della macchina da presa e del montaggio.

Ma se il tutto si limitasse a questo, la grande fama di Pulse sarebbe almeno in parte ingiustificata. Ciò che rende questo titolo capace di imporsi a livello mondiale come uno dei titoli capitali dello scorso decennio è senza dubbio la sua capacità di trasfigurare i dati accidentali in universali, cosa che consente a Kurosawa di ipotizzare, nel finale del film (che è senza dubbio la parte meno riuscita) una globalizzazione del dramma di cui l'opera racconta. Più importante sembra però il modo di trattare i corpi fantasmatici, che significativamente si riducono a macchie nere quasi putrescenti o a un pulviscolo fluttuante che è impossibile trattenere. Corpi disintegrati, immagini della catastrofe; per me, concrezioni visive del dramma di Hiroshima.

VOTO: 9/10 

lunedì 7 aprile 2014

Yattaman: Il film



Yattaman: Il film di Takashi Mike - Genere: commedia/fantascienza - Giappone, 2009

Forse qualcuno oltre a me guardava i cartoni che trasmettevano sulle reti secondarie come Italia 7 Gold, canale su cui sono andate in onda serie anime assolutamente pregevoli come L'uomo Tigre e Ken Il Guerriero. Nella programmazione preserale di questa rete c'era anche Yattaman, sgangheratissimo anime che fondeva elementi di una comicità surreale, battaglie con robot in puro stile giapponese e una ostinata insistenza sulla nudità e la sessualità. Aver scoperto che quel folle di Takashi Mike ha realizzato qualche anno fa un film live action di questa bella serie animata mi ha molto colpito, perché si tratta di un cartone abbastanza datato anche a livello di grafica e disegni, perciò ero molto curioso di vedere il risultato. Il difficile, nei confronti di un prodotto come Yattaman è senza dubbio quello di rendere al meglio l'assurdità delle trovate di spirito che lo hanno da sempre contraddistinto, cosa che poteva risultare impedita o resa più ostica con il cambio di linguaggio insito nella transizione tv/cinema.

Mike è senza dubbio un regista che ci sa fare e la sua capacità indiscussa gli ha consentito di soddisfare appieno la richiesta implicita che tutti coloro che hanno apprezzato la serie gli ponevano. Pur non caratterizzando in modo pienamente soddisfacente i due personaggi positivi (molto più riuscita è l'impresa relativa al Trio Dronio, che anche nella serie era in effetti ciò che contribuiva in maniera sostanziale a reggere l'edificio), la sceneggiatura si basa interamente sui giochi di spirito, che sono sempre divertenti e in pieno stile Yattaman. Viene invece completamente a mancare la componente "erotica" (mi rendo conto che il termine è fuorviante, ma non ne ho di migliori...), ma sinceramente non se ne sente troppo la mancanza. Forse tutto sommato lo Yattaman cinematografico è più adatto ai bambini di quanto non lo fosse quello televisivo, ma in effetti non si tratta di un format in cui la correttezza logica la fa da padrone, anzi forse è vero completamente l'opposto. 

Tutto sommato, pur in presenza di qualche difetto e certamente non presentandosi come un titolo dall'alto contenuto estetico, Yattaman riesce a raccontare con successo le atmosfere del cartone cult grazie a una regia attenta e sensibile a quello che era il vero senso della serie.

VOTO: 6/10 

lunedì 24 marzo 2014

Alien vs Predator



Alien vs Predator di Paul W. S. Anderson - Genere: fantascienza - USA, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Germania, Canada, 2004

L'esempio dell'abbastanza infelice Freddy vs Jason mi aveva già convinto della natura spesso pretestuosa e poco riuscita dei crossover fra saghe cinematografiche. Tuttavia, da buon amante della fantascienza e avendo visto sia lo straordinario Alien che il discreto Predators (nella versione originale e nell'atroce remake del 2010) ho deciso di avventurarmi in questa pellicola firmata da Paul W. S. Anderson, regista che pare avere una predilezione per i film fantascientifici collusi a vario titolo con i videogiochi. Il titolo in esame non è l'adattamento da un titolo videoludico, ma  vale almeno la pena di notare che esiste un videogame omonimo del 1999 che si ispira alla stessa storia di base del film. 

Il tentativo che il regista compie nel comporre questo film è quello di rendere quantomeno credibile la compresenza delle due creature aliene entro la trama diegetica del film, questione che viene risolta postulando un primigenio e antichissimo conflitto fra le due specie di organismi. Questo si porta dietro una architettura piuttosto farraginosa, che viene ulteriormente appesantita dalle performance non certo imperdibili del cast (a costo di sembrare didascalici vale la pena ricordare che uno dei protagonisti altri non è che Raoul Bova, forse uno dei peggiori attori che abbiano mai calcato la scena in Italia). Così, fra indagini ben poco credibili in una specie di piramide Alien e improbabili alleanze formulate fra la protagonista femminile e i Predators, il film oscilla pericolosamente sul baratro dell'horror, pur senza raggiungerlo mai. A livello di ritmo si riscontrato i problemi peggiori proprio perché il regista dispiega in maniera piuttosto prevedibile gli artifici di genere che servono a ritardare il palesarsi della minaccia; il problema è che in questo caso si tratta di uno sforzo piuttosto inutile, dal momento che i protagonisti sono proprio i mostri e che la loro essenza è spiattellata senza troppe difficoltà nella stessa locandina del film.
Tutto questo contribuisce a costruire un film di livello decisamente basso, per cui la candidatura ai Razzie Awards 2004 è decisamente meritata. Il ricorso insistente agli effetti speciali in maniera becera e la caratterizzazione praticamente assente dei personaggi donano a tutta la composizione un'aria da B-movie che certamente non contribuisce a risollevare le sorti del prodotto. Incredibile che ne sia stato prodotto perfino un sequel, del 2008.

VOTO: 3/10 

domenica 2 marzo 2014

Franklyn



Franklyn di Gerald McMorrow - Genere: thriller/fantasy - Francia, Regno Unito, 2008

Frankyln è uno dei pochi DVD che possiedo, un film che ho guardato con piacere qualche anno fa quando mi venne regalato e di cui conservavo una buona impressione. Per questa produzione inglese, come per molte altre già recensite sul blog, vale l'idea che una seconda visione fa sempre bene, soprattutto nel caso in cui la prima risalisse al periodo in cui non avevo ancora una conoscenza dettagliata del linguaggio cinematografico e del suo funzionamento. Frankyln è davvero un particolarissimo film inglese di qualche anno fa, che si costruisce attorno a una diegesi complessa anche se, spiace ammetterlo oggi, non troppo originale purtroppo. Le linee narrative della Londra attuale e di una fantastica Città di Mezzo, metropoli irretita dall'eterogeneità babelica di inutili fedi religiose, si combinano progressivamente, fondendosi poi nel finale in un abbraccio risolutivo che tira i fili di un intreccio complesso ma forse un po' troppo forzato. 

Il motivo di massimo pregio del film è senza dubbio la fotografia, molto buona anche se diversa sia nelle riprese londinesi che in quelle fantasy. Nel primo caso predomina un colorismo nebbioso ma interessante, che riesce a rendere il senso malinconico e piovoso della city. In Città di Mezzo a farla da padrone è la sovrabbondanza visiva, la moltiplicazione dei dettagli, gli anfratti gotici ma volutamente moderni di una metropoli dai tratti quali langhiani; in ciascuno dei due casi il risultato è apprezzabile. Anche la gestione della vicenda, anche se - come dicevo - a tratti farraginosa, finisce col risultare piacevole e il film intrattiene senza difficoltà lo spettatore, invischiandolo in  un gioco di richiami e rimandi fra i due mondi che non potranno non divertirlo. 

Tutto sommato siamo di fronte a un film anche piacevole, che probabilmente avrebbe potuto sfruttare meglio le sue caratteristiche, dando ad esempio una caratterizzazione meno macchiettistica a certe sequenze in Città di Mezzo e cercando di realizzare un equilibrio migliore fra le due linee lungo cui si articola la diegesi.

VOTO: 6/10 

sabato 1 marzo 2014

Memento



Memento di Christopher Nolan - Genere: thriller - USA, 2000

Christopher Nolan è uno dei registi in ascesa dell'attuale panorama cinematografico, essendo riuscito a formare una fitta schiera di fan e ammiratori nel decennio 2000-2010 con un clamoroso successo commerciale come Il cavaliere oscuro e un film estremamente discusso e analizzato come Inception. Memento è uno dei punti d'origine di questo fenomeno e il secondo lungometraggio che porta la firma del regista. Ammetto che per mio gusto personale non amo Nolan e l'abnorme successo che ha avuto, ma senza dubbio il compito della critica è di considerare lucidamente un film facendosi influenzare il meno possibile dai propri preconcetti. Dunque, Memento, che secondo me è una macchina per l'interpretazione. 

Senza dubbio bisogna riconoscere al regista il merito di aver sceneggiato un film interessante, sia dal punto di vista tecnico sia per quanto riguarda la gestione della diegesi, quantomeno innovativa considerando l'anno di realizzazione. Nolan opera con grande capacità un'operazione fortemente decostruttiva nei confronti della narrazione lineare, rovesciandone il senso di percorrenza e frammentandola ulteriormente entro un gioco di richiami e specchi per le allodole che, confondendo lo spettatore, lo riportano al grado di conoscenza del mondo che ha il protagonista. Nolan, almeno in un primo momento, rifonda il meccanismo dell'immedesimazione spettatoriale in senso fortemente antitetico rispetto a quanto si usa fare nel senso classico. E' una immedesimazione in assenza, che progressivamente viene meno con il procedere del film e il continuo complicarsi della lettura degli eventi: il nostro sguardo, entrato nell'ottica confusiva degli eventi, acquisisce una competenza superiore a quella di Leonard, che a questo punto si scolla progressivamente dalla nostra ottica, sino ad apparirci distante, come un ricordo sfocato.

Intendiamoci, il film di per sé è apprezzabilissimo, per quanto secondo me sia interessante più sotto il profilo teorico che sotto quello della fotografia o dell'interpretazione (trovo la sceneggiatura un po' forzata nella parte finale e anche la prova di Guy Pearce non è sempre convincente). La cosa che veramente mi sembra far perdere al film la sua bellezza sta al di fuori di esso e quindi non rientrerà nel giudizio che di Memento si darà a breve. Eppure, come per Inception, ha davvero senso forzare la macchina concepita da Nolan e sviscerarla nel dettaglio, analizzando con precisione matematica lo schema della narrazione? Che cosa si guadagna con questo esercizio ermeneutico, se non una narrativizzazione pseudo-linearizzata di una vicenda che invece per sua stessa natura dovrebbe essere indistinta, irrisolta e lontana dalla pacificazione? 

Io credo che un film come Memento, che è stato vivisezionato senza pietà dai teorici più che dai critici, necessiti di essere lasciato in pace e di essere fruito per quello che è. Questo non vuol dire che esso non debba diventare terreno d'analisi, ma ogni interpretazione dovrebbe tener conto della natura del testo e mi sembra che l'azione di certe griglie teoriche su lavori di questo genere finisca con l'impoverirli. Il che è un grande peccato.

VOTO: 7.50/10 

lunedì 24 febbraio 2014

Bastardi senza gloria



Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino - Genere: drammatico/storico - USA, Germania, 2009

Bastardi senza gloria è da molti considerato il capolavoro di Tarantino. Se si interpreta in senso metacinematografico l'ultimissima battuta del film, come credo si debba fare, è probabile che anche lo stesso regista lo consideri tale. A ragione: se in un film come Pulp Fiction ho apprezzato la libertà stilistica e in un lavoro come Kill Bill non ho potuto non notare con ammirazione la capacità di gestire un prodotto profondamente intermediale, davanti a questa produzione del 2009 non posso certo esimermi dal riconoscerne l'assoluta straordinarietà. Tarantino riesce a riscrivere la storia in modo originale e non ingenuo; la cosa ha dell'eccezionale proprio considerando che la Seconda Guerra Mondiale è uno degli eventi cardine del Novecento, essenziale anche per comprendere la nostra condizione attuale. Narrarla conduce quasi sempre alle sterili semplificazioni o al sentimentalismo esasperato: entrambi pericoli da evitare, sopratutto in ambito cinematografico, se si vuole creare un prodotto di un certo livello. Tarantino ci riesce, utilizzando come suo solito uno stile eclettico e originale che, pur radicandosi all'interno di una discorsività ben collaudata, riesce a risultare piacevole e sempre nuovo per quanto riguarda la ricombinazione degli stilemi utilizzati. Quando mi trovo di fronte a film come questi emerge in tutta la sua evidenza il problema della recensione che, per sua natura, dovrebbe suggerire al lettore una serie di elementi di giudizio che possano indirizzarlo prima della sua visione o guidarlo a un'occasione di confronto dopo averla effettuata. Il problema con un prodotto come Inglorious bastards sta proprio nel fatto che è difficile scegliere un punto di vista che possa riassumere la complessità del lavoro tarantiniano: si potrebbe parlare del discorso metacinematografico, del ruolo del film all'interno del percorso espressivo del regista o di molte altre cose. Ogni approccio sarà comunque parziale; l'invito, prima di procedere nella lettura, è quello di vedere il film, bellissimo.

Per parte mia vorrei proporre un breve spunto di riflessione che, lo ripeto, temo esorbiterà dal tono e dall'ambito caratteristico della recensione. Guardando le immagini sapientemente orchestrate da Tarantino è difficile non richiamare alla mente le tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin, significativamente scritte poco prima del suicidio dell'autore, avvenuto proprio per evitare il rischio di cadere in mano ai nazisti. In una ventina di pensieri criptici e a tratti quasi epigrafici, Benjamin compendia la sua filosofia della storia, opponendo alla visione progressista che aveva dominato la modernità (e che - per inciso - aveva portato alle due Guerre), la necessità di una storiografia della discontinuità, diremmo quasi dell'intervallo. "Spazzolando la storia contropelo" Benjamin cerca di dare un senso alle macerie generate dalla follia dello storicismo e dall'ubriacatura tecnocratica che ha caratterizzato i primi decenni del Novecento. Ai racconti trionfalistici dello storicismo post-hegeliano Benjamin oppone una nuova linea di ricerca, che ribaltando le gerarchie e le prospettive prevalenti riscrive la storia indagandone i recessi e gli episodi marginali. Allo stesso modo Tarantino riscrive la storia, ribaltando non solo i canoni narrativi attuali, ma anche le caratterizzazioni dei personaggi, arrivando anche ad inserire frammenti grottesco/parodici entro una materia tanto delicata (la commozione di Gobbels, alcune battute di Hitler). A differenza di quanto si potrebbe pensare, non si tratta di una semplice provocazione (anche se una componente di polemica è sempre presente in Tarantino), ma di una nuova e lucida capacità di condurre un interessante discorso sul senso della storia, in un'epoca dove ormai la memoria sembra essersi appannata. Ma questo è solo un suggerimento. 

VOTO: 10/10

American Psycho



American Psycho di Mary Harron - Genere: thriller - USA, 2000

Tratto da un fortunato e omonimo romanzo, American Psycho, dominato dal gigantismo attoriale di Christian Bale (che da qui una buona prova di sé, ben prima della serie nolaniana) è senza dubbio uno dei film più controversi dello scorso decennio anche se, almeno in alcuni punti, si potrebbe meglio considerare uno degli ultimi prodotti anni '90. Significativamente la vicenda si situa ancora più indietro riscrivendo (o descrivendo?) l'immaginario yuppies anni '80. I favolosi anni Ottanta, l'epoca dei consumi sfrenati, della corsa azionistica di Wall Street, l'età d'oro dell'America prima della caduta e - sopratutto - l'epoca del riflusso. Siamo nel momento in cui la spinta propulsiva che aveva animato la contestazione giovanile con i suoi postumi politicizzanti si arresta e lascia spazio ad un'epoca passiva, dove il cittadino diventa spettatore e consuma merci e immagini ad un ritmo prima impensabile. Lo si vede bene nel film della Harron, dove la televisione e i telefoni cellulari, insieme alla musica registrata e portatile diventano i simboli di un certo status sociale. 

Anche Bale, nei panni di Patrick Bateman (l'assonanza con Norman Bates non è certamente casuale, credo), rappresenta l'americano tipo del periodo, o meglio il modello a cui tutti volevano ambire. Ricco, ben vestito, ossessionato dalla cura del corpo e dalla rimozione della più piccola traccia di impurità da sé e dal suo ambiente, Bateman rappresenta perfettamente l'uomo metrosexual (l'insistenza sul fisico statuario di Bale non è derto casuale) e schizofrenico che, risucchiato dal flusso della droga e degli stimoli allucinanti, finisce con il non sapersi più controllare. Tutta la vicenda di American Psycho ruota attorno al tentativo, sempre più difficile e meno riuscito, di nascondere la polvere sotto il tappeto (o i cadaveri nell'armadio): la follia omicida di Bateman, che significativamente agisce senza motivo, sembra essere guidata soltanto dalla sua incapacità di cogliere il reale nel suo farsi, vittima com'è di uno sguardo insincero nei confronti del mondo esterno.

Bateman è folle perché, chiuso nel suo narcisistico isolamento individualista, non è più in grado di comunicare con l'esterno se non attraverso le immagini. Solo con dei surrogati di realtà il nostro protagonista riesce ad avere un dialogo almeno in qualche misura efficace, che non si assesti cioè su frivole successioni di pranzi eleganti. In questo Bateman è figlio della sua epoca, di un momento storico nel quale per la prima volta, si consuma in maniera più forte che nel passato, quello scollamento realtà/immagine a cui la contemporaneità ci ha così profondamente abituato. Nel complesso il film della Harron è bello e interessante, per quanto non rappresenti certo una delle stelle assolute nel firmamento cinematografico; mi dispiace che sia stato snobbato ingiustamente da molti.

VOTO: 7/10 

domenica 16 febbraio 2014

Lady Vendetta



Lady Vendetta di Park Chan-Wook - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2005

Leoncino d'oro a Venezia 62 e conclusione della Trilogia della Vendetta, di cui ho già recensito recentemente Oldboy, Lady Vendetta è l'estremo sviluppo delle tematiche del lavoro precedente, presentate però da un'ottica fondamentalmente diversa. Dopo aver raccontato nel film del 2003 un sovraccarico di odio, di livore distruttivo che rischiava di tramutarsi in sostanza autodistruttiva (il finale di Oldboy da questo punto di vista è estremamente significativo e colpisce proprio per la sua crudeltà nei confronti del protagonista e delle attese dello spettatore), Lady Vendetta racconta il desiderio di vendetta di una immateriale creatura femminile, che - come apprenderemo per la verità piuttosto presto - si è immolata per il bene della propria figlia e ora, spinta da un atavico desiderio di redenzione, ricerca il mezzo per espiare le proprie colpe. Soprattutto nella prima parte del film, per introdurre la vicenda, Park Chan-Wook utilizza gli stilemi registici già presentati nella sua fatica precedente, scompaginando la sequenzialità narrativa in un gioco di specchi che si richiamano a vicenda, entro una struttura a mosaico policroma e quantomai aperta. In un continuo andirivieni temporale lo spettatore ricostruisce in gran parte grazie a uno sforzo mentale la vicenda pregressa agli eventi raccontati nel film, per poi seguire in tutta la seconda parte di questo lavoro di circa 120 minuti, la ricerca del colpevole e il consumarsi della vendetta.

Personalmente avrei preferito che lo stile del film fosse più uniforme, anche considerato che il risultato era comunque molto piacevole. Nonostante questo, anche quando il dettato registico si fa più lineare e meno aperto Park Chan-Wook si mantiene su livelli di ricerca elevatissimi e riesce a coniugare senza difficoltà la presenza di una narrazione forte con un lavoro sull'immagine di grande impatto. La scelta dell'inquadratura è funzionale, soprattutto nei momenti più concitati, a veicolare un contenuto che integra o ripete metonimicamente quello dell'intreccio drammaturgico, facilitando al contempo la digestione della vicenda che, soprattutto nella sezione incipitaria potrebbe altrimenti risultare difficoltosa. Come sempre l'aspetto che si fa più apprezzare del film è senza dubbio quello "filosofico", anche se questo termine non mi piace particolarmente. La vendetta come mezzo di espiazione che la protagonista incarna getta una nuova luce sui concetti eticamente condivisi (è giusto punire un omicida al di fuori della giustizia istituita?), una luce che è quella che promana proprio dal viso della Lady, attraverso un espediente dal sapore quasi surrealista (ne avevamo visti parecchi anche in Oldboy). Il risultato è che alla morale dell'uomo sembra sostituirsi quella "dell'angelo (della morte)", per la quale anche agire in deroga all'ordine costituito è legittimo, se il risultato è la purezza. 

Non è allora un caso se il colore principe delle sequenze terminali del film è il bianco, quello della neve che cade, coprendo le cose pur evidenziandole e quello del tofu, moderno "pane del perdono" che la protagonista sbrana voracemente, quasi a contraltare del "rito di smembramento" che si era consumato poco prima. Il bianco diventa il colore della cancellazione, del nuovo inizio, della firma conclusiva ma non annullante posta a suggello di un film che - ancora una volta - marchia col sangue la sua immagine nella mente dello spettatore, che finisce con l'essere morbosamente attratto dal suo fascino avvolgente e, perché no, un po' malato.

VOTO: 8/10

mercoledì 12 febbraio 2014

A History of Violence



A History of Violence di David Cronenberg - Genere: thriller - USA, 2005

Di Cronenberg ho visto alcuni film, di cui ho dato notizia su questo blog, ma senza soluzione di continuità. Contrariamente a quanto si dovrebbe pretendere da ogni buon critico non ho affrontato la sua opera in maniera completa, ma quantomai discontinua, privilegiando i capolavori (Videodrome) o i film più noti che mi avevano incuriosito (Cosmpolis). Forse l'idea di colmare le lacune continuando in questa peregrinazione disordinata non è ottimale, ma in fin dei conti ogni film, per quanto legato alle altre opere del medesimo autore, è qualificabile anche come un'opera singola, con le proprie specificità. E per fortuna, A History of Violence, pluricandidato film del 2005 che ha portato a casa in realtà ben poco per quanto la critica lo abbia elogiato, mi sembra un prodotto abbastanza atipico nel panorama cronenbergeano (che pure non conosco troppo nel dettaglio, come dicevo) per essere analizzato senza troppe difficoltà. 

Devo dire che rispetto a film come Il pasto nudo, Crash o altri, ho trovato A History of Violence molto convenzionale nell'impianto stilistico e nel tipo di narrazione. Ho ritrovato Cronenberg certamente nelle atmosfere un po' stranianti nelle sue inquadrature e nell'efficacissima scelta di far partire il film "in sordina", con un efficace ritratto del sogno americano su cui irrompe (richiamo a Cosmpolis, ovviamente a posteriori) l'inquietante profilo della limousine nera. La vicenda si sviluppa piuttosto linearmente in luoghi che si fanno progressivamente più freddi e defamiliarizzati anche dal punto di vista cromatico (gli ambienti si spengono, diventano lividi e mortiferi, come di riflesso alla riemersione di Joy dalle profondità di un buon Viggo Mortensen). Tutto il film in effetti, come altri titoli di successo degli anni zero, orbitano attorno alla scissione psicologica, alla duplicità intrinseca dell'individuo, che esplode in comportamenti potenzialmente pericolosi di cui il protagonista sembra essere inconsapevole. 

Tutto molto interessante, sviscerabile sino alla nausea con le armi affilate della critica psicanalitica. Eppure ho trovato infelici le scelte di ritmo (tutta la seconda parte del film, quella che segue il riemergere della personalità nascosta del nostro "eroe americano" viene condensata in una conclusione che ha un che di affastellato) e l'ultimissima sequenza del film, che si vuole forzatamente irrisolta ma il cui esito possiamo facilmente intuire dalle movenze dei personaggi. Se tutto è così chiaro, perché negarne la logica conclusione solo per il gusto di insinuare nello spettatore un dubbio? Personalmente, per quanto non ami Lynch, ho trovato molto più interessante la soluzione da lui adottata in Mulholland Drive per la gestione del cambio di registro narrativo/di personalità; quello che fa Cronenberg invece mi sembra decisamente più accademico, forse troppo.

Di fatto il film è piacevole e ben realizzato entro uno stile che però non lascia ampio margine alla ricerca formale. Senza dubbio un thriller buono, che non tiene molto con il fiato sospeso ma si lascia guardare senza difficoltà. Eppure da Cronenberg mi sarei aspettato molto di più.

VOTO: 6.50/10

venerdì 7 febbraio 2014

Nightmare Man



Nightmare Man di Rolfe Kanefsky - Genere: horror - USA, 2006

Pensare che, cercando la locandina di Nightmare Man per questa recensione ho trovato un poster dove il film viene elogiato grandemente e valutato con il massimo del punteggio possibile, mi sconvolge veramente. E' vero che molto spesso si cercano dei prodotti disimpegnati che ci facciano divertire senza troppe pretese, ma penso che a tutto ci sia un limite. Senza esagerare, posso dire di essere stato davvero in dubbio sulla possibilità stessa di scrivere queste righe, perché con prodotti di questo genere è veramente difficile dare un giudizio. E' un po' come dare zero a un compito scritto di italiano, una cosa piuttosto ridicola. Eppure, in questo caso, la tentazione è veramente forte: si tratta di un lavoro talmente brutto che in certi momenti ho seriamente pensato di essere di fronte a un prodotto della Asylum: magari! Almeno in quel caso sai a che cosa vai incontro, guardando un film che si autodenuncia sin dal titolo come un apoteosi del b-movie. Nightmare Man invece appartiene a quella categoria di film (i più fastidiosi) che si spacciano per titoli "seri" e poi ti lasciano a bocca aperta per la loro completa mancanza di qualità.

Lo ripeto, il genere horror è costellato di questi prodotti e la maggior parte dei film commerciali attuali sono comunque piuttosto bruttini. Ma se un Insidious poteva essere considerato come un prodotto banale e noioso ma nulla di più, Nightmare Man è veramente realizzato male, girato peggio e recitato in una maniera assolutamente inqualificabile. La cosa sconcertante è che a volte sembra quasi di trovarsi davanti a una parodia del genere, alla Scary Movie e se il film fosse tutto così sarebbe senza dubbio più riuscito. Invece lo spettatore è sballottato da una parte all'altra senza capire quasi nulla, dentro una trama tanto banale da poter essere ricondotta a quella di alcuni film della serie Piccoli brividi... L'apoteosi dell'emozione insomma. Per il resto in realtà non c'è molto da dire su una lavorazione del genere, se non che sarebbe meglio dimenticarla. Sulla questione del voto torno a ripetere che sono stato a lungo combattuto, ma considerando i giudizi dati a Twilight e Dracula 3D (i film fra i peggiori di tutto il mio blog) penso di aver raggiunto un buon compromesso.

VOTO: 1/10 

giovedì 30 gennaio 2014

Oldboy (2003)



Oldboy di Park Chan-Wook - Genere: thriller - Corea del Sud, 2003

Credo che Oldboy sia uno dei film su cui - fino ad oggi - avevo letto di più, ma che non ero ancora riuscito a vedere. Soprattutto dopo l'uscita del recentissimo remake, si sono moltiplicate un po'ovunque nella rete le impressioni sempre più o meno negative nei confronti del lavoro di riscrittura operato sul film di Park Chan-Wook. Così, finalmente, mi sono deciso ad affrontare quest'opera tanto fortunata da essere stata premiata a Cannes 2004. Ebbene, devo dire che non solo non mi sono pentito della mia decisione, ma non posso non ammettere che senza dubbio Oldboy merita tutti gli onori che gli vengono tributati. A mio avviso potrebbe benissimo essere collocato nella lista dei film più importanti degli "anni zero", insieme a capolavori assoluti come Elephant o Irreversible. Il consiglio più spassionato che si possa dare davanti a film come questi, la cui complessità è difficilmente sintetizzabile in una recensione, è quello di guardarli essendo preparati a una filmicità diversa, più violenta e invasiva, a una serie di immagini forti che oltre a colpire l'occhio rimangono ben piantate nella memoria. 

Se un film è un sistema che si fonda e si realizza sulla connessione efficace di diversi elementi, Oldboy centra in pieno l'obiettivo. In esso si fondono perfettamente una vicenda diegetica coinvolgente, sceneggiata con attenzione e una ricerca formale che si spinge ai massimi livelli, proponendo il film come una vera e propria fenomenologia degli stilemi cinematografici, utilizzati sempre con capacità e coscienza dalla mano esperta del regista (a questo punto il livello raggiunto nel recente Stoker è surclassato senza riserve e non posso che dare ragione a tutti quelli che vedevano in quel film una "americanata" di basso profilo). La genialità del film sta già - lo si diceva poc'anzi - nella trama: raramente mi è capitato di vedere in un film, per quanto narrativo fosse, una simile capacità di strutturazione drammaturgica. Si potrebbe persino individuare una connessione con i topoi classici della tragedia greca che, riaggiornati senza difficoltà in uno scenario contemporaneo, mantengono pressoché inalterata la drammaticità esistenziale che ancora possiamo leggere in Sofocle o negli altri grandi maestri di quella fortunata stagione teatrale. 

Un sottotitolo del film che spesso viene presentato in italiano è "Un vecchio ragazzo vendicativo". A parte la scorrettezza di fondo di una traduzione del genere, continuare a veicolare questo concetto significa aver capito poco o nulla dell'opera, che parla molto meno della vendetta in quanto concetto e molto di più di una tragedia sottocutanea e inconsapevole che, proprio come spesso succede, si consuma nel momento in cui si pensa di essere fuori pericolo. Oldboy è un film che parla alla parte più profonda del nostro Io, risvegliando elementi innati della nostra natura, che quasi inconsapevolmente sembrano emergere mentre la ricerca del protagonista arriva al suo drammatico compimento. Tutto questo è narrato in maniera cruda, diretta ma non per questo cementificata: soprattutto nella prima parte del film sono presenti dei micro-elementi di ironia che contribuiscono a darci l'idea di una (auto)consapevolezza registica e cinematografica assolutamente fuori dal comune.

Stilisticamente la capacità di Park Chan-Wook si esprime nella sua straordinaria abilità nel scegliere sempre il tipo di inquadratura adatta alla situazione: magistrale l'utilizzo di atmosfere che sembrano attinte dall'universo lynchano in tutta la prima parte del film, quella che ci mostra la prigionia. La macchina da presa si fa scrutatore ossessivo dello scorrere del tempo, come ad anticipare il carattere ossessivo che la visione avrà in tutto il seguito del film. Notevole anche il tema principale, che sembra avere la capacità di trasfigurare i propri toni per adeguarsi alla contingenza narrativa; eppure è sempre lo stesso. Quentin Tarantino si è lasciato scappare che Oldboy è il film che avrebbe voluto fare; non ne vedo i motivi, essendo questo prodotto ben lontano dagli eccessi pop a cui ci ha abituato il regista americano. In ogni caso, almeno dal mio punto di vista, un capolavoro assoluto: da gustarsi per tutte le sue due ore, a patto che si sia pronti a vedere qualcosa di veramente violento, nel senso meno scontato del termine.

VOTO: 10/10 

The Objective



The Objective di Daniel Myrick - Genere: fantascienza - USA, Marocco, 2008

Quando ho letto di questo film, presunto horror ambientato in Afghanistan poco dopo l'attentato alle Torri Gemelle, mi sono incuriosito per la particolare collocazione geografica della vicenda. Sapere che il regista è stato uno dei due realizzatori di The Blair Witch Project mi ha dato la conferma definitiva di volerlo vedere, sperando che si trattasse di un prodotto in qualche senso innovativo, lontano insomma dalla retorica stantia di un genere che proprio il film di Myrick e Sanchez ha contribuito a creare. Purtroppo le mie aspettative sono state puntualmente disattese e il risultato complessivo è un film che, ben lontano dall'essere un horror, appare un calderone che pur attingendo da diversi titoli classici del genere, finisce per rientrare più nell'alveo della fantascienza. 

La caratteristica migliore di tutto il film sono senza dubbio le ambientazioni, aperte che ritraggono in maniera credibile il deserto roccioso dell'Afghanistan, creando una scenografia che non può non riportare alla memoria quella de Le colline hanno gli occhi, soprattutto nelle sequenze di conflitto a fuoco. A parte questo, e alcune inquadrature decisamente carine, il film non si lascia apprezzare particolarmente. Sopratutto per quello che riguarda la componente narrativa, si ravvisano - pur in presenza di  alcuni spunti originali come la citazione dei Vimana, realmente attestati nei testi indiani - delle debolezze strutturali non indifferenti e derivanti in parte anche dal doppiaggio italiano. La focalizzazione interna alla vicenda ci precipita nella storia in medias res ma il punto di vista associato all'agente CIA risulta alla lunga monotono, sopratutto perché intervallato dagli utilizzi del suo fantomatico schermo capta-radiazioni. 

Nel suo svilupparsi la diegesi si porta poi dietro tutta una serie di luoghi comuni tipici dei film del genere, come ad esempio il classico topos per cui l'agente segreto non comunica ai militari tutti i dettagli della missione. Roba già vista, molto televisiva e ormai inflazionata. Il tutto viene coronato da un finale assolutamente scontato e da dei titoli di coda che - se possibile - lo sono ancora di più. Un film assolutamente sconsigliato, che si salva dalla stroncatura totale solo per la scenografia e per alcune riprese in esterno. Per il resto, da dimenticare.

VOTO: 4/10 

martedì 28 gennaio 2014

Valhalla Rising: Regno di Sangue



Valhalla Rising: Regno di Sangue di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico - Danimarca, Regno Unito, 2009

Di Nicolas Winding Refn ho già avuto modo di parlare quando ho recensito il bellissimo Solo Dio perdona che, per quanto mi riguarda, rimane uno dei film più belli che ho visto durante il 2013. Senza dubbio la caratterizzazione esteriore di Valhalla lascerebbe immaginare un classico film pseudo-epico ambientato nelle terre nordiche: tanto il titolo quanto la locandina contribuiscono a creare un voluto ammiccamento nei confronti del potenziale spettatore. Niente di più sbagliato e semplificante; molti commenti di spettatori insoddisfatti si appuntano proprio su questo elemento, senza rendersi conto che è proprio nella straordinaria capacità di porsi al di fuori di schematismi sperimentati che sta il tratto caratteristico del film di Winding. 

Formalmente, quanto avevo affermato per Solo Dio perdona vale anche per questo lavoro precedente, almeno in linea di massima. Il tratto più caratteristico dello stile di regia risiede nella perfetta calibratura delle inquadrature che in questo caso specifico, anche grazie a un uso spesso antinaturalistico (potremmo dire espressionista?) del colore, raggiunge livelli di intensità davvero notevoli. Questa capacità di sperimentazione all'interno del tessuto dell'immagine si sposa con una ricerca sui tagli dell'inquadratura che fonde perfettamente la bella scenografia selezionata con l'abilità della messa in scena. In Valhalla, inoltre, vediamo all'opera una strutturazione della trama diegetica che in Solo Dio perdona sembrava appena accennata: una struttura a capitoli che in questa situazione non può non ricordare quella delle "sezioni" (libri, canti etc.) in cui sono divise tutte le grandi saghe epiche e romanzesche della storia letteraria. E' evidente in Winding la volontà di riscrivere una mitografia che però non si traduce in un elogio della violenza fine a sé stessa (di violenza in Valhalla ce n'è meno di quanta non ce ne si aspetterebbe) ma in una costruzione iperstratificata e complessa, a tal punto che alla fine questa costruzione che privilegia vuoti ellittici e silenzi prolungati lascia nello spettatore la (spiacevole?) sensazione di aver perso qualcosa, che esista cioè un differenziale semantico che non si è riusciti a cogliere, almeno non pienamente.

Unica nota negativa in un film tanto interessante è - solo in alcuni momenti specifici e soprattutto per quello che riguarda il personaggio del bambino che accompagna il nostro silenzioso protagonista - qualche ingenuità a livello di scrittura, che si traduce in una forzatura di alcuni dialoghi. Ma, tutto considerato, si tratta certo di un elemento poco importante.

VOTO: 8/10

Essere John Malkovich


Essere John Malkovich di Spike Jonze - Genere: commedia/drammatico - USA, 1999

Spike Jonze è un regista? Questo è un interrogativo senza dubbio interessante, considerando che la maggior parte della sua produzione si sviluppa nel mondo del videoclip (che pure, come è evidente, ha avuto un rapporto dialettico molto intenso con alcune forme cinematografiche contemporanee). Se però riconosciamo questo statuto anche ad altri personaggi che si sono formati in ambienti esterni a quello della settima arte (ad esempio Rob Zombie, che comunque ha dato una buona prova nel recente Le Streghe di Salem), forse anche Jonze merita la nostra attenzione. Più ancora se consideriamo che Essere John Malkovich era in lizza per ricevere una buona manciata di Premi Oscar. La cosa non dovrebbe stupire troppo: il lavoro di Jonze è il tipico film da Academy Award: coinvolgente, con qualche idea originale, un buon cast e una buona sceneggiatura. 

Il film infatti si lascia guardare con piacere e mixa senza difficoltà diverse situazioni surreal-comiche a tratti decisamente più lacrimosi e sentimentalmente coinvolgenti. Un buon mix di sensazioni per accontentare tutti i palati commerciali, insomma. Da un punto di vista formale non c'è molto da segnalare, salvo rendere il giusto merito alle belle soggettive riprese da dentro la testa di Malkovich e la sequenza - di gran lunga la migliore del film - in cui lo stesso Malkovich, entrato nel tunnel che permette agli altri di entrare dentro di lui - si perde in un mondo (quello veramente e profondamente surreale), nel quale tutto è malkovichizzato. 

In generale quindi siamo di fronte a un film senza dubbio piacevole, più di molti altri prodotti che ci sono in giro attualmente. Eppure il fatto che il massimo riconoscimento cinematografico esistente stesse per essere assegnato a un prodotto nella media e ben lontano da qualsiasi forma di ricerca estetica non finirà mai di lasciarmi con l'amaro in bocca. 

VOTO: 6/10