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martedì 27 maggio 2014

Oculus



Oculus di Mike Flangan - Genere: horror - USA, 2013

Devo ammettere che quando ho cominciato a sentire il trailer di questo film in radio, mi è sembrato subito una grande presa in giro, l'ormai classico film horror d'ascendenza paranormale che probabilmente avrebbe deluso più o meno tutti. Poi, per qualche settimana, non mi è più capitato di sentirne parlare se non da uno youtuber piuttosto noto che per l'appunto ne tesseva gli elogi e si dichiarava stupito di come il risultato finale lo avesse ben impressionato. Così, quando dopo qualche tempo, mi è capitato di poterlo vedere, ho deciso di accantonare i miei pregiudizi e di gettarmi nella visione di questo lungometraggio di Mike Flangan (regista di cui - ammetto - non avevo mai sentito nulla; girando su internet però mi pare che questo non sia solo un mio limite). Per una volta, pur in presenza di un prodotto di genere che sembrava decisamente poco promettente, posso dire non senza soddisfazione di essere rimasto piacevolmente colpito dalla proiezione di Oculus.

Contro ogni aspettativa, almeno per quanto mi riguarda, la scrittura è molto valida e anche dal punto di vista tecnico i risultati raggiunti sono notevoli. Per quanto riguarda il primo aspetto Oculus propone una narrazione articolata su due livelli temporali che si richiamano continuamente l'uno con l'altro, permettendo un passaggio molto efficace e fortemente evocativo dal livello del ricordo a quello dell'esperienza dei protagonisti. Questo ecamotage, al di là di un prologo piuttosto nebuloso che non permette di comprendere a pieno la vicenda (ma che pure non fonda in maniera forte il meccanismo della suspense), dà per tutta la pellicola buoni risultati e mantiene viva l'attenzione per una vicenda altrimenti certo non originalissima. Il tutto si traduce dal punto di vista compositivo in un uso sbrigliatissimo e quasi ipercinetico del montaggio, che diventa il mezzo privilegiato per passare in maniera fluida e capace attraverso i piani temporali coinvolti. L'uso intelligente di questo mezzo salva anche in questo caso una fotografia e una composizione non certo imperdibili e di questi tempi è già un risultato da considerare.

Nel complesso Oculus è un film di genere ben fatto che, pur non avendo elevatissime pretese, fa il suo lavoro e intrattiene efficacemente con un buon ritmo e un interessante comparto tecnico. Se si volesse continuare su questa strada è probabile che per migliorare si dovrebbero scegliere sceneggiature meno inflazionate e spingere ancora di più sul lato visivo, arrivando a lambire i confini della sperimentazione.

VOTO: 6/10 

sabato 24 maggio 2014

La mosca



La mosca di David Cronenberg - Genere: fantascienza/horror - USA, 1986

Remake de L'esperimento del dottor K e indiscusso capolavoro diretto dal genio visionario di David Cronenberg, La mosca è uno dei film più amati del regista canadese e i motivi che giustificano questa passione cinefila sono molteplici. Il più scontato è senza dubbio quello relativo agli effetti speciali, premiati con l'Oscar al miglior trucco nel 1986: Walas e Dupuis (che lavoreranno ancora con Cronenberg in diversi film successivi), sono infatti riusciti a confezionare un prodotto assolutamente straordinario, che racconta la degenerazione di Brundle con una apticità assolutamente fuori dal comune. Raggiungendo un effetto simile a quello di Carpenter ne La Cosa, il make-up de La mosca riesce a rendere concrete e quasi tattili le immagini del film; da questo punto di vista è emblematica la scena in cui Brundle, accorgendosi delle prime preoccupanti mutazioni del suo aspetto, si stacca le unghie delle dita, lasciando scoperta la carne viva e sgocciolante. Le sequenze del genere sono molteplici e non è questa la sede di citarle tutte, ma bisogna rendere merito a un lavoro che ha sicuramente influito fortemente, forse in misura preponderante, alla riuscita del film.

Questo non faccia pensare, però, che la firma di Cronenberg non si percepisca. Tutt'altro: l'intera pellicola, che riesce a fondere perfettamente caratteristiche di genere e riflessione speculativa, è permeata di quell'estetica che ha reso celebre il cineasta, in particolare per quello che riguarda il trattamento e la messa in mostra del corpo nella sua natura squadernata e scomposta (vedasi la scena della primissima sperimentazione della telecapsula su un animale). Questo perché nell'86 Cronenberg aveva già prodotto alcuni film fondamentali, fra cui il capolavoro Videodrome, che avevano messo bene in evidenza le tematiche più care all'autore, che nel caso specifico si declinano forse in un senso più prevedibile e meno elevato ma che rimangono comunque di sicuro impatto. 

L'opera, straordinaria nelle sue caratteristiche, è riuscita a permeare di sé una buona parte della cultura visuale e più genericamente pop successiva, garantendosi il titolo di vera e propria opera di culto. Probabilmente per questo motivo venne prodotto anche l'indecente La mosca 2, ovviamente non firmato da Cronenberg e che prevedibilmente non è riuscito a bissare il successo del capostipite. Personalmente l'ho trovato un film davvero riuscito, anche se meno teoreticamente solido di quanto non lo fosse un Videodrome.

VOTO: 8/10 

mercoledì 21 maggio 2014

La stirpe del Male



La stirpe del Male di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett - Genere: horror - USA, 2014
 
Ho precisato con una certa forza della recensione di Cloverfield appena pubblicata come io trovi tutto sommato piuttosto fastidioso il ricorso insistente e poco ragionato allo stile mockumentary con camera a mano. Molto spesso infatti, per riprendere il filo del discorso, capita che questa scelta si riveli soltanto un adeguamento alla moda del momento e non si porti dietro nessuna forma di ragionamento sulla natura dell'immagine. Per intenderci, secondo me è travisante e sbagliato considerare la ripresa amatoriale come una cornice neutra da appiccicare all'immagine: se si fa una scelta di questo tipo la si deve portare fino in fondo, agendo sul supporto dell'immagine stessa e usandola come sito di un'azione attiva. Se già in Cloverfield il risultato mi era parso tutto sommato semplicistico e poco studiato, La stirpe del Male è - da questo punto di vista - un autentico disastro.
 
Per quanto la giustificazione della camera a mano sia più plausibile di quanto non accada nel film sopraccitato, il risultato è di una banalità sconfortante. Ne consegue un film che non si prende la briga di abbracciare nessuno stile e fa della telecamera amatoriale un oggetto privo di qualsiasi identità, che serve solo a marcare uno stile (à la R.E.C.), che in realtà viene costantemente negato dallo sviluppo stesso del film. Questo, torno a ripeterlo, tradisce una assoluta incapacità di ragionare sull'immagine e traduce la scelta in un mero espediente commerciale. Se il problema de La stirpe del Male fosse solo questo, il risultato complessivo sarebbe certo insufficiente ma più o meno assimilabile a Cloverfield. Purtroppo, le difficoltà non si limitano a questo punto e permeano l'intero prodotto degli esordienti (?) registi americani.
 
La trama ripete senza troppe variazioni quella di Rosemary's baby, semplificandola di tutte le problematizzazioni così innovative che Polanski aveva saputo dare alla sua opera. Appiattendo completamente tutti i personaggi ci si sarebbe potuti aspettare quantomeno una successione di scene truculente, che però sono state sistematicamente evitate; mi spiego: anche Polanski sceglie di non scadere nel grottesco e nel suo caso è una linea vincente. La coppia Bettinelli-Gillett invece non intraprende nessun percorso di sviluppo della trama, che rimane ancorata a un blando intreccio piuttosto scontato.
 
La stirpe del Male è dunque un film assolutamente sconsigliato, senza fantasia e privo di qualsiasi elemento interessante. Uno dei molti, moltissimi titoli che purtroppo ammorbano le nostre sale.
 
VOTO: 2/10 

martedì 20 maggio 2014

Cloverfield



Cloverfield di Matt Reeves - Genere: fantascienza - USA, 2008

Penso di aver perso il conto dei film a soggetto catastrofico che negli ultimi sei o sette anni hanno invaso le nostre sale cinematografiche. Al di là del fatto che senza dubbio questa diffusione di una tendenza comune e non unicamente statunitense rappresenta un segno dei tempi, di una prima decade del XXI secolo che si è rivelata, sin da subito, strettamente legata al tema della distruzione di massa, al rischio dell'annientamento inaspettato. La locandina di Cloverfield, film campione d'incassi del 2008, potrebbe tranquillamente sembrare un'immagine post-undici Settembre, magari immaginando il caso in cui le conseguenze avrebbero potuto essere più elevate e importanti. Ma come è noto, spesso i film vincenti al botteghino, al di là di un evidente interesse sociologico (perché il film è piaciuto così tanto? quali corde tocca nella nostra contemporaneità?), spesso sono piuttosto carenti dal punto di vista dell'appeal tecnico ed estetico. Questo per me, al di là di alcune recensioni positive, è il caso in esame.

Al di là di una trama piuttosto scontata - dopotutto non mi aspettavo niente di diverso da un film di questo genere - in particolare mi hanno infastidito due cose: la costruzione dei personaggi e lo stile di regia. Preciso subito invece che gli effetti speciali sono molto validi, soprattutto per quanto riguarda i misteriosi invasori che mettono a ferro e fuoco New York. Dunque, per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, non posso dire che in generale si tratti di una scelta sbagliata, ma di una completa mancanza di iniziativa: mi spiego; in tutti i film di questo tipo, a partire almeno dai pieni anni Novanta, quasi tutti i personaggi sono costruiti nello stesso modo. Ce lo conferma il fastidioso eroismo del protagonista, ennesima riproposizione di un modello piuttosto stantio di uomo americano medio (già fastidioso ai tempi de La guerra dei mondi, per quanto mi riguarda). Si potrebbe anche dire che il finale garantisce un certo margine di originalità, ma se si scava un po' nella filmografia degli ultimi anni si scoprirà che non si tratta di qualcosa di così innovativo, anzi di piuttosto inflazionato per i miei gusti.

Per quanto concerne lo stile, è ormai piuttosto noto che la ripresa con camera a mano per me è diventata un insopportabile cliché del cinema contemporaneo. Intendiamoci: a partire da Paranormal Activity, ma con importanti prodromi, si usa praticamente qualsiasi scusa per inserire a forza nei film la scusa della videocamera e poi tutto il film viene ripreso in soggettiva. La cosa può anche essere accettabile, ma solo nel caso in cui la compenetrazione fra cinema e videoripresa sia completa, come accadeva già in The Blair witch project. Questo invece non è il caso: la ripresa a mano diventa una semplice cornice appiccicata a forza e senza nessuna problematicità sulla macchina da presa, il che testimonia una grave mancanza di attenzione a un dettaglio certo non marginale.

Nel complesso per quanto mi riguarda siamo di fronte a un film che, per quanto non assolutamente disdicevole, presenta dei gravi difetti di sviluppo teorico. Considerando però la buona fattura del settore di intrattenimento, mi sento di consigliarlo in ogni caso a chi cerca una visione all'insegna del disimpegno; sotto questo profilo la resa è garantita.

VOTO: 4/10 

lunedì 19 maggio 2014

Una commedia sexy in una notte di mezza Estate



Una commedia sexy in una notte di mezza Estate di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1982

Il genio creativo di Woody Allen è sempre stato molto, forse troppo prolifico: la sua filmografia è sterminata e in quest'ultimo periodo è riuscito a proporre un film all'anno fino al suo ultimo Blue Jasmine, premio Oscar di quest'anno. Già nel 1982, comunque, Una commedia sexy in una notte di mezza Estate veniva girato addirittura in contemporanea al già recensito Zelig, a riprova che il desiderio cinematografico di Allen spesso sconfina - mi pare - con la patologia. Comunque mi pare ormai risaputo che io apprezzo particolarmente questa "prima" fase della produzione alleniana e tendo a ritenere gli ultimi lavori un po' meno riusciti (ma non ho ancora visto l'ultimo, quindi la partita è ben aperta!). E' quindi con un po' di delusione che devo ammettere che il qui presente film, primo del sodalizio con la Farrow, sempre e comunque splendida, non è riuscito a conquistarmi come gli altri. 

Ho amato film come Prendi i soldi e scappa per il loro sapore sagacemente assurdo, umoristico fino al parossismo e debitore quasi dell'eredità screwball. Allo stesso tempo ho saputo apprezzare i grandi capolavori della seconda metà degli anni Settanta (Io e Annie e Manhattan - per me il migliore) per il disincantato cinismo, più sofisticato e intriso di una profonda capacità d'analisi dell'animo umano. Una commedia sexy, invece, pur mantenendo inalterati alcuni degli elementi che hanno fatto grande lo stile di Allen, come la ripresa a volte quasi decostruttiva dell'eredità bergmaniana, mi sembra un prodotto insipido e privo dell'autosufficienza degli altri titoli. Pur rimanendo in presenza di un prodotto tutto sommato gradevole, con delle indubbie qualità, il risultato complessivo non mi convince.

A partire da un intreccio piuttosto classico, che più che altrove si palesa debitore della grande stagione della commedia all'americana, l'intreccio si sviluppa attorno a una successione peraltro piuttosto lineare di equivoci e occasioni mancate, sempre sotto il segno dell'erotismo ma con la mancanza quasi completa di quella freschezza e agilità inventiva che ha fatto di Allen ciò che è. Anche il carattere allegramente nevrotico dei suoi personaggi e in particolare del suo alter-ego, un bizzarro inventore, risulta in fin dei conti notevolmente ridimensionato e tanto basta a tarpare le ali al frizzate umorismo che tanto mi ha fatto amare questo autore. Risollevano in parte il giudizio alcuni piccoli dettagli, come le gustose citazioni metacinematografiche che strizzano l'occhio, per nulla sottilmente, alla tradizione della lanterna magica. Un Allen piuttosto deludente, ma in fin dei conti ancora godibile.

VOTO: 6/10 

venerdì 16 maggio 2014

Fargo



Fargo di Joel e Ethan Coen - Genere: thriller - USA, 1996

Fargo è senza dubbio uno dei film più noti dei fratelli Coen, osannato dalla critica e apprezzatissimo dal pubblico, si è aggiudicato (giustamente) un premio alla miglior regia al Festival di Cannes e ben due premi Oscar. La forza del film, che mi è decisamente piaciuto anche se devo ammetterlo non mi ha conquistato completamente, sta nel fatto di essere assolutamente innovativo per l'epoca, con una capacità straordinaria di precorrere i tempi, che si esprime nella libertà di alcune scelte registiche e nella complessità della sceneggiatura, firmata dai registi medesimi. William Macy (da me già apprezzato nei panni di Arbogast nel remake vansantiano di Psycho), ad esempio, interpreta un personaggio di una complessità e bellezza disarmanti, un vinto assoluto che ordisce suo malgrado la catena di eventi che si sviluppano nel film a partire da un motore per la verità piuttosto banale. Sì, perché Fargo riesce a reggersi magistralmente su un registro che, pur impreziosito dalla capacità registica e dalle ottime performance, non esorbita di troppo dal canovaccio standard del thriller medio. 

Se tutto si limitasse a questo però potremmo facilmente dimenticarci di questo film, per quanto apprezzabile. Mi pare invece che la sua grande caratteristica sia quella di non prendersi troppo sul serio, vale a dire di offrire tutta una serie di situazioni paradossali o perfino umoristiche, perfettamente cucite all'interno della trama degli eventi. Ad esempio la grottesca fuga della signora Lundegaard nel bianco algido delle spianate del Minnesota, dove la poverina si ritrova a rantolare in preda al panico, è completamente assurda e allo stesso tempo geniale. L'incongruenza ricercata di questi siparietti mi pare che prema sui margini della struttura e la apra inaspettatamente a dei piccoli lampi di genio, che costituiscono la vera e propria cifra di questa pellicola.

Il risultato complessivo è dunque doppiamente interessante, perché Fargo riesce a presentarsi come un film apparentemente conservatore, rassicurante e familiare, ma al tempo stesso a imporsi per la forza di alcune scelte particolarmente felici da molteplici punti di vista. Tutto sommato un film che mi sembra doveroso consigliare per il suo essere bello e divertente, anche se mi duole ammettere che non rientra nel novero delle pellicole che mi porto nel cuore.

VOTO: 7.50/10 

lunedì 12 maggio 2014

12 anni schiavo



12 anni schiavo di Steve McQueen - Genere: drammatico - USA, 2013

Ho sempre considerato gli Oscar un premio importante e ambito, ma di certo non rappresentativo di quelli che sono i miei gusti cinematografici. A livello di ricerca sul linguaggio filmico mi pare che i risultati più interessanti si vedano a Venezia o a Cannes. L'Academy invece tende a premiare sempre film di una certa commercialità, ovviamente con alcune gradite eccezioni come il bel Gravity (che pure ha una sceneggiatura smaccatamente pop, ma si eleva grazie a una perizia registica decisamente fuori dall'ordinario). E così 12 anni schiavo, film che ha fatto incetta di premi all'ultima edizione, partorito da un regista talentuoso come McQueen e con un bravo attore come Fassbender, non mi ha impressionato positivamente. Tengo subito a precisare che il problema non sta assolutamente nella regia, che è anzi assolutamente meritoria (d'altronde dal regista di un film freddamente perfetto come Shame non mi sarei aspettato niente di meno). 

Il problema di questo film secondo me deriva innanzitutto dalla sceneggiatura; preciso di non aver letto il testo originale da cui McQueen ha tratto il suo film, ma mi pare che in generale la pellicola fosse infarcita di episodi del tutto marginali per lo sviluppo della vicenda, messi apposta per infiocchettare un prodotto dal forte patetismo e dalla sicura presa commerciale. Mi spiego: è evidente che la schiavitù è stata una grave piaga della società americana rispetto alla quale gli Stati Uniti devono ancora porsi in una maniera precisa. Tuttavia, la vera e propria strumentalizzazione del dramma collettivo perpetrata da 12 anni schiavo per costruire un prodotto ben poco coraggioso è secondo me del tutto disdicevole. McQueen avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto, osare di più nel raccontare un evento tanto drammatico. Attraverso una narrazione che si vuole d'impatto ma che in realtà è piuttosto (anzi troppo) blanda, il risultato non è altro che una perpetuazione di stereotipi consolidati, conditi da situazioni stereotipiche e da performance attoriali di contorno che, spiace ammetterlo, non sempre sono all'altezza (Pitt ne è in questo film un chiaro esempio). 

L'errore che imputo al film di McQueen è insomma quello di essere troppo facile e semplificatorio. Rinunciando alla contraddizione, che pure ha alimentato il fenomeno dello schiavismo, il regista propone un panorama depauperato dalle sue istanze più interessanti, che vengono ignorate in modo praticamente assoluto. Per assurdo, un film ovviamente ben diverso come Django Unchained, parla della schiavitù in modo molto più problematico e interessante di quanto non abbia fatto 12 anni schiavo, proponendoci una versione per famiglie benpensanti di un problema storico e sociale che meriterebbe di essere sviscerato senza qualunquismi di sorta, che qui invece abbondano.

VOTO: 5/10 

domenica 11 maggio 2014

Gioventù bruciata

 

Gioventù bruciata di Nicholas Ray - Genere: drammatico - USA, 1955

E' probabile che quando Gioventù bruciata uscì nelle sale americane gli spettatori furono in qualche modo sconcertati. In una ripresa molto stretta sul protagonista ma con elevata profondità di campo, mentre i titoli di testa scorrono su una musica trionfalisticamente hollywoodiana, un ubriaco James Dean cincischia con oggetti di poco conto, fra cui un giocattolo. Una busta di carta (oggetto anche questo stereotipicamente hollywoodiano), stride con il vestito elegante di Jim. Pochissimi film prima di allora, forse nessuno, avevano raccontato in questo modo il proprio eroe, entro un sistema produttivo ancora fortemente legato ai modelli della Hollywood classica dove il divo era forte anche quando era una parodia di sé stesso. Gioventù bruciata, insieme a una manciata di altri film (Fronte del porto e sicuramente La valle dell'Eden, con lo stesso Dean), hanno contribuito a mettere in seria discussione questo sistema, aprendo la strada a uno svecchiamento dei modelli retorici dell'industria cinematografica americana. 

Ed ecco che uno straordinario James Dean, accompagnato dalla performance recitativa altrettanto eccezionale dei suoi compagni di avventura Nathalie Wood e Sal Mineo (entrambi morti, come lo stesso Dean, in circostanze tragiche e sospette), diretto dall'audace macchina da presa di Ray, riesce a raccontare un'America ancora buonista ma indebolita nelle sue convinzioni, nella quale i giovani mettono in discussione il sistema di valori dei padri e più in generale della famiglia (cosa che almeno in parte era stata fatta, seppure in tono vivacemente scherzoso, dalla commedia americana classica, s'intende).Tutto si svolge in una notte, seguendo un modello ancora fortemente legato al continuity script ma già foriero di un'aria nuova: la scelta dei piani di ripresa ma soprattutto l'impostazione della sceneggiatura sembrano preludere alla stagione degli eroi deboli della Nuova Hollywood (Taxi Driver, Easy Rider), anche attraverso la rinuncia al fittizio happy ending a cui praticamente tutto il cinema classico ci aveva abituato.

Più ancora di Jim dunque è il personaggio di John a diventare il simbolo di una generazione che ha perso, dopo l'esperienza traumatica della guerra, i punti di riferimento per orientarsi nel mondo e - non potendo più contare su quelli tradizionali incarnati dalla legge del padre - decide di costruirsene di propri, anche a costo di sfidare le autorità costituite e con il rischio ben presente che il proprio sogno di felicità si trasformi in tragedia. Gioventù bruciata, oltre ad avere una innegabile importanza storica, è dunque un film che ancora oggi si lascia guardare con grande piacere e che non sembra sentire il peso dei propri anni. Il che è certamente la conferma che il cinema di qualità non invecchia, o forse che acquisisce sempre nuove possibilità proprio col passare del tempo.

VOTO: 10/10 

sabato 10 maggio 2014

La promessa dell'assassino



La promessa dell'assassino di David Cronenberg - Genere: thriller - USA, Regno Unito, Canada, 2007

Finalmente riesco a trovare, nella sempre interessantissima filmografia di Cronenberg, un film potente e realizzato in maniera attenta e sapiente. Dopo Videodrome, devo ammettere che ho faticato a trovare una pellicola altrettanto interessante: Crash, per quanto idealmente accattivante non mi è parso così ben realizzato e Cosmopolis secondo me è un parziale buco nell'acqua. Discreto invece A history of violence, che non a caso si avvicina già dalla scelta dell'attore protagonista (Viggo Mortensen, qui ben più convincente) ma che è affine a La promessa dell'assassino anche per l'idea di base, con Mortensen che impersona un individuo scisso fra due universi esistenziali e sopratutto morali, dei quali uno rimane sotterraneo per la maggior parte del film. A partire da un intreccio per la verità insolitamente banale, almeno a mio avviso, per un film di Cronenberg, il regista canadese riesce a tirar fuori il meglio da una trama thriller piuttosto classica, orbitante attorno alla criminalità organizzata russa.

Pur non presentando sperimentazioni esorbitanti per quel che riguarda l'impostazione registica, La promessa dell'assassino regge molto bene sotto il profilo della composizione e soprattutto della fotografia che, in particolare negli interni, regala alle scenografie un'atmosfera straordinariamente intensa grazie a scelte cromatiche particolarmente indovinate. Tutto o quasi, questa volta, mi pare si regga però sulle interpretazioni degli attori, tutto sommato molto buone anche se devo riconoscere che per quanto mi riguarda Naomi Watts si è rivelata qui piuttosto debole; interessante e molto ben scritto anche il personaggio di Vincent Cassel, attore che non amo particolarmente ma che qui riesce ad uscire parzialmente dalla sua parte stereotipica (che pure gli ha garantito un certo successo in un film come L'odio). 

Personalmente, conoscendo Cronenberg almeno in parte, mi sarei aspettato delle scelte più coraggiose a livello di sceneggiatura (già An history of violence mi era sembrata piuttosto blanda in quanto a scrittura drammatica, ma qui la situazione mi pare ancora più seria; per fortuna la compensazione offerta dal profilo visivo è decisamente meritoria) e forse un maggiore approfondimento di alcuni personaggi, ma tutto sommato La promessa dell'assassino rimane un film che, a fronte di alcune difficoltà, intrattiene molto bene ed è decisamente valido per quello che riguarda la tecnica di messa in scena.

VOTO: 8/10 

giovedì 8 maggio 2014

Django Unchained



Django Unchained di Quentin Tarantino - Genere: azione - USA, 2012


A volte si ha bisogno di colmare le proprie lacune. In questo caso la mia riguardava un clamoroso successo commerciale di pochi anni fa, di cui peraltro ho sentito parlare davvero molto sia da parte del pubblico che da parte di "specialisti" del settore. Django Unchained, riedizione tarantiniana di uno spaghetti western di qualità neppure troppo elevata, è da una parte un punto di svolta e dall'altra parte una conferma del cinema di Tarantino. E' una novità perché è il film più lungo da lui diretto, il primo in cui Tarantino va a scavare in un'altra delle grandi ferite del popolo americano. E' una conferma perché si deve comunque ammettere sinceramente che Django non aggiunge molto a quanto già affermato, forse con più forza e convinzione, in Bastardi senza gloria. L'idea teorica è la stessa; qui si aggiunge una più evidente passione per il cinema di genere, ripreso con criterio spesso filologico e un ritorno a un gusto smaccatamente e spesso umoristicamente splatter già visto in modo ben più drammatico ne Le Iene.

Dal punto di vista della qualità registica, non si possono muovere critiche di sorta. Tarantino sa come muoversi agilmente e con convinzione utilizzando sempre uno stile eclettico e ultracinematografico, piegato di volta in volta alle sue esigenze. Ma se Bastardi rappresentava per me il capolavoro (o uno dei capolavori) del Nostro, Django ha degli evidenti problemi, che però non chiamerei veri e propri difetti. Mi pare che lo stile di Django e molte delle scelte che lo hanno generato siano il risultato di uno stile mutuato senza troppe differenze dal precedente successo, il che a mio avviso ha generato un prodotto piuttosto sterile e manieristicamente incancrenitosi su un risultato già raggiunto. Clement Greenberg in un suo famoso saggio, parlando del rapporto fra avanguardia e kitsch, fa riferimento al concetto di alessandrinismo accademico e immobile, che mi pare calzante per il caso in esame.

Intendiamoci, Django Unchained rimane comunque un film ben realizzato e gustoso dal punto di vista dell'appealing. La straordinaria interpretazione di Cristoph Waltz (già apprezzato nel precedente film di Tarantino) così come il cameo di Franco Nero garantiscono al film una certa presa. Ma, ad esempio, c'era davvero bisogno di prolungare il film sino alla sua conclusione ultrapop? Non sarebbe stato sufficiente calare il sipario dopo la mattanza realizzata da Django a Candyland? Del tutto irrilevanti mi sembrano invece le polemiche sorte all'uscita del film sull'utilizzo del termine "negro"; credo che chiunque sia in grado di approcciarsi a un testo sull'argomento con maturità sappia (o dovrebbe sapere) discernere con facilità le scelte estetiche e quelle etiche (anche se di questi tempi e nel caso di un regista polemico come Tarantino mi rendo conto che possa essere difficile); lo stesso valga per le tanto discusse scene di violenza: ad eccezione della lotto fra mandingo, davvero d'impatto, non ho trovato tutto questo surplus di insistenza sul corpo ferito. Spesso, anzi, mi pareva che le scelte in questo senso fossero più umoristiche che altro.

Django Unchained è in definitiva un film riuscito solo a metà e che mi ha parzialmente deluso. E' comunque una visione consigliata a tutti gli amanti di Tarantino e non, almeno per la sua grande riuscita tecnica.
VOTO: 6/10

venerdì 2 maggio 2014

Hunger (2009)



Hunger di Steven Hentges - Genere: horror - USA, 2009

Preciso subito, anche se la cosa dovrebbe capirsi dal titolo, che questo Hunger non è il film di Steve McQueen datato 2008. Lo specifico perché io stesso, cercando la pellicola con Fassbender protagonista, ho erroneamente reperito questo horror americano di un anno successivo e diretto da un regista questa volta veramente sconosciuto. Questo a dimostrazione di come molto spesso la rete possa giocare dei brutti scherzi (e di come a volte la scelta di un titolo può essere utile anche a prodotti di serie B). Al di là di questa annotazione primaria, bisogna però ammettere che - guardando Hunger senza alcun preconcetto, si deve riconoscere che almeno dal punto di vista visivo, il lavoro di Hentges si lascia apprezzare per il cromatismo e alcune scelte di fotografia. E, per un film che per molti è soltanto il risultato venuto fuori cercando qualcos'altro, è già un risultato più che dignitoso. 

Il vero problema di questo horror senza troppe pretese sta però nella sceneggiatura. Ispirandosi a un canovaccio ormai ben sedimentato nel genere horror e evidentemente debitore di quel vero cambiamento che fu Saw: L'enigmista, il testo di Hentges non fa altro che ripetere con minime e spesso impercettibili variazioni un modello retorico ormai piuttosto inattuale. A fronte di alcune trovate interessanti, il regista non approfondisce a sufficienza la psicologia dei personaggi per far emergere un intreccio che sia valido e appiattisce notevolmente l'entertainment  del prodotto. Anche a livello di ritmo bisogna poi rilevare che l'azione stenta a svilupparsi e tutta la prima parte del film è, quand'anche non noiosa, decisamente poco funzionale ai fini del film. 

Nel complesso Hunger è un film mediocre ma non del tutto spiacevole, che comunque si potrebbe rivelare adatto a una serata all'insegna del disimpegno. C'è certamente di meglio nel genere, ma considerando anche la grande massa di immondizia cinematografica che viene regolarmente immessa sul mercato, lo spettatore medio non dovrebbe sentirsi troppo insoddisfatto.

VOTO: 5/10 

martedì 29 aprile 2014

Fuoco cammina con me



Fuoco cammina con me di David Lynch - Genere: thriller - USA, 1992

Oltre a essere un celebratissimo cineasta e artista poliedrico, David Lynch ha firmato anche una vera e propria serie cult, I  misteri di Twin Peaks, datata 1990, di cui Fuoco cammina con me rappresenta il prequel. Preciso sin da subito due elementi, che credo sia necessario tenere in conto nel prendere in considerazione il mio giudizio verso il film. In primo luogo non ho avuto modo di vedere le puntata della serie, quindi non potrò valutare in nessun modo il modo in cui il film si integra rispetto ai contenuti del telefilm. In secondo luogo tengo a dichiarare che Lynch non è un cineasta che amo particolarmente, soprattutto per quanto riguarda le sue ultime produzioni; per quanto film come Lost Highways e Inland Empire siano senza dubbio realizzazioni straordinarie, devo ammettere che in tutta onestà non mi hanno convinto fino in fondo e soprattutto nella sua ultima opera è forte la sensazione che Lynch abbia profondamente travalicato i confini dello spazio filmico, per aprire la sua arte su prospettive che a mio parere non appartengono (almeno non completamente) alla critica cinematografica.

Ciò detto è necessario riconoscere che, almeno per me, Fuoco cammina con me rappresenta la migliore prova registica di David Lynch, una perfetta miscela di avanguardia linguistica, suggestione immaginifica e solidità narrativa. Pur essendo grossomodo spartibile in due parti ben distinte il film mantiene una sua unitarietà stilistica e drammatica, giungendo a compimento nel finale dove si raggiunge l'acme della poetica lynchiana. La trama thriller è raccontata con efficacia, ma non predomina sulle componenti più caratteristiche dello stile di Lynch, come l'attenzione morbosa per gli oggetti che - ripresi a distanza volutamente troppo ravvicinata - sembrano quasi assumere una vita feticizzata che li fa emergere dando loro una dignità simile a quella dei personaggi. A ciò si aggiunge, ovviamente, l'immancabile persistenza sul confine dei registri stilistici, potremmo dire fra il concreto e l'astratto, fra l'onirico e il reale (non si allude ovviamente, almeno non in maniera così ingenua, al Reale nel senso lacaniano del termine). 

Senza dubbio per chi conosce la serie di Twin Peaks il film avrà rappresentato la conferma e la spiegazione di nodi insoluti della vicenda, mentre per chi come me non si è ancora approcciato a questo prodotto, Fuoco cammina con me mantiene una salutare patina di mistero che - ben lungi dall'essere sintomo di incompletezza- garantisce un fascino magnetico al film e alla vicenda così efficacemente raccontata da Lynch. Mi rendo conto che in questo come in altri casi sarebbe forse apprezzabile un commento più circostanziato sulle qualità del film, ma credo che questa non sia la sede adeguata per questo scopo. Di fronte a un'opera potente come questa la soluzione migliore è forse, nell'ambito di una recensione, quella di fornire degli stimoli per suscitare la visione. Concludendo in breve a questo scopo, il film ispirato a Twin Peaks si lascia apprezzare per lo splendore della tecnica compositiva e linguistica di Lynch, cui si unisce in questo caso una sceneggiatura eccellente e fortunatamente lontana dagli eccessi sperimentali e a volte troppo confusivi cui ci hanno abituato le sue opere più recenti.

VOTO: 10/10 

domenica 27 aprile 2014

Distretto 13: Le brigate della morte



Distretto 13: Le brigate della morte di John Carpenter - Genere: thriller - USA, 1976

John Carpenter è senza dubbio uno degli autori che ha contribuito a fondare un tipo di cinema, troppo spesso snobbato dalla critica e dal pubblico, che ha condizionato fortemente il nostro immaginario. Universalmente noto (ma mai sufficientemente celebrato) per il capolavoro Halloween: La notte delle streghe, Carpenter si è sempre presentato come un regista abile e dallo stile sorvegliatissimo. Lo dimostra benissimo questo Distretto 13, sua seconda opera immediatamente precedente al primo capitolo della saga di Michael Meyers. Fortemente influenzato da Romero e dalla fondazione dello zombie movie, Carpenter realizza un film profondamente contemporaneo ancora oggi, che si presenta come un'accurata riflessione sulla violenza urbana e su alcune fondamentali caratteristiche della società americana (La notte del giudizio a confronto è un nonnulla). 

Pur senza ricadere nella vacua previdibilità di una analisi sociologica inconsistente, già nel '76 Carpenter era riuscito a diagnosticare con evidenza il ruolo che la violenza ha all'interno della mentalità yankee, adottando significativamente lo stile dell'assalto che di solito - lo abbiamo detto - è tipico della massa di non-morti, agglomerato decerebrato guidato soltanto da un oscuro istinto di morte. In un primo tempo snobbato praticamente da chiunque, Le brigate della morte ha conosciuto una grande rivalutazione negli ultimi tempi, arrivando a presentarsi come un film molto quotato sui maggiori siti di cinema (4/5 per Mymovies e 10/10 per Comingsoon). Pur non condividendo i toni forse eccessivamente entusiastici di questa rifioritura critica, devo riconoscere che il film di Carpenter si lascia apprezzare per la libertà linguistica, soprattutto per quanto riguarda la scelta dei piani e la composizione dell'inquadratura. 

Completa il tutto una nutrita serie di citazioni erudite che riprendono alcuni stereotipi di genere satellite, come il noir (viene perfettamente mimata una scena originalmente attribuita alla coppia divistica Bogart/Bacal). Questo rende Distretto 13 un film ancora oggi validissimo, che si lascia apprezzare sotto il profilo tecnico forse più che sotto quello drammatico. Certamente un titolo da recuperare per l'ottima gestione del thrilling e del ritmo narrativo.

VOTO: 6.50/10 

giovedì 24 aprile 2014

Oblivion



Oblivion di Joseph Kosinski - Genere: fantascienza - USA, 2013

Il 2013 sembra essere stato l'anno di grazia per la fantascienza, da Pacific Rim (con il quale, lo ammetto, avrei dovuto essere più clemente in termini di giudizio) all'orrido After Earth. E se ognuno di questi titoli ha avuto il suo divo come protagonista (non dimentichiamoci Matt Damon in Elysium), non poteva certo mancare un titolo sci-fi che ruotasse intorno all'americanissimo Tom Cruise. Dalla regia di Kosinski, già autore del sequel di quel successo indiscusso che fu Tron, mi sarei aspettato qualcosa di più legato alla sua opera di debutto (appunto, Tron: Legacy). Invece, confermando quello che ormai sembra un vero e proprio neo-stereotipo del genere fantascientifico, il poliedrico artista statunitense ci propone una Terra in rovina, abbandonata dai suoi abitanti messi in scacco da un popolo invasore. 

Attraverso una sceneggiatura decisamente ben scritta ma a tratti eccessivamente involuta e capziosa (quindi un po' forzata!), la narrazione si snoda attorno al grande inganno centrale, di cui il nostro povero Cruise rimane suo malgrado vittima. Le due metà del film, piuttosto lungo, si compenetrano efficacemente ma questo non basta a farlo decollare del tutto; purtroppo l'intera struttura della narrazione è viziata da una serie di piccoli difetti che ne mettono in crisi la struttura. Al di là della mancata esuberanza stilistica laddove ci si sarebbe aspettati un tripudio di effetti speciali accompagnati magari da scelte di regia più impegnative, il vero problema di Oblivion sta secondo me nella sua ostinata e ormai vecchiotta morale americana. 

Tutto, nella Terra abbandonata e nei protagonisti che la abitano, ci parla di un mondo/America che sembra essere il fallimento del progetto di assorbimento culturale messo in atto dagli Stati Uniti. La ripresa di elementi tipici della yankee culture è continua: il campo da baseball, l'eroismo eticamente incorrotto di Cruise e quello saggio dell'ormai attempato Freeman (un personaggio, spiace dirlo, piuttosto ridicolo in questo caso), il mito della famiglia/coppia americana e molto altro ancora. Conclude il tutto una citazione del capolavoro kubrickiano 2001: Odissea nello spazio, con una ripresa scoperta dell'occhio rosso di Hal9000, segno di come anche il grande cinema d'autore possa essere asservito a questo genere di prodotti.

VOTO: 4.50/10 

martedì 22 aprile 2014

Fight Club



Fight Club di David Fincher - Genere: thriller/drammatico - USA, 1999

David Fincher, regista che ha dato il meglio di sé alla fine degli anni Novanta, è l'autore (ci sarebbe da chiedersi quanto noto), di uno dei film più noti e citati di tutti i tempi. Dopo lo straordinario successo di Seven (1995) e quello del film qui presente, il cineasta di Denver si è eclissato, fuoriscendo dall'anonimato a partire dall'interessante Zodiac, datato 2007, che ha cercato e almeno in parte è riuscito a rifondare la strada del genere thriller. Dal genio di Palahniuk, Fincher crea una pellicola efficace che riprende e approfondisce alcuni degli aspetti tematici già abbozzati nel film precedente, che vedeva ancora il buon Brad Pitt come protagonista. Forse potrei essere di parte, ma considerando che Fight Club, per quanto mi sia piaciuto non rappresenti per me un capolavoro indiscusso (almeno non ai livelli a cui di solito viene valutato), posso dire sinceramente che Fincher è riuscito a raccontare, molto prima e molto meglio del sopravvalutato Nolan i meccanismi della mente e della psicologia umana.

Fight Club ci propone per la prima volta una struttura drammatica à la Saw, dove tutto è apparentemente a portata di mano per la comprensione della vicenda. Giocando con le aspettative dello spettatore il regista orchestra una diegesi che si rivela solo nell'epifania finale, raggelando la capacità di analisi del pubblico. Tutto orbita attorno alle ottime performance recitative di Brad Pitt e dell'eccellente Edward Norton, vero e proprio centro nevralgico dell'intera opera; seguendo la sua esistenza in modo non lineare, con un uso libero e dinamico della grammatica visiva, Fincher confeziona un'opera agile che sembra girata addosso al suo protagonista (o dovremmo dire ai suoi?), alternando con un ritmo davvero riuscito episodi comico-macchiettistici, riflessioni di carattere più alto (che spesso sono più suggerite che mostrate) e sequenze d'azione/dinamismo molto ben studiate.

Tutto sommato non si può non rendere merito a Fincher per la freschezza e la piacevolezza della sua opera, che per quanto mi riguarda non riesce comunque a eguagliare i livelli di ricercatezza drammatica e formale del suo predecessore Seven. Si mantiene comunque un titolo validissimo, che non sente per nulla il peso dei suoi ormai quindici anni. 

VOTO: 7.50/10 

domenica 20 aprile 2014

Sinister



Sinister di Scott Derrickson - Genere: horror - USA, 2012

L'analisi di Sinister, film partorito dal genio creativo di Scott Derrickson (regista di non più di una manciata di film, fra cui l'improponibile Hellraiser 5 e il certamente più riuscito L'esorcismo di Emily Rose), conferma una delle tendenze condivise dal cinema contemporaneo sotto il profilo commerciale, che si applica soprattutto nel caso del cinema horror/thriller (oggi giorno la demarcazione mi sembra diventata molto sfumata...). Mi riferisco all'idea per cui un prodotto di successo (ovviamente al botteghino, non alludo alla qualità estetica!), debba dettare legge per gli anni a venire. Nel caso in esame  è singolare notare come i produttori siano gli stessi di Insidious, film dal quale Sinister copia in maniera evidente tanto l'impostazione drammatica quanto parte dei topoi. Si dirà che questo si è sempre fatto, ed  è assolutamente vero. Ma se negli anni Settanta/Ottanta i filoni di film-cloni nascevano da prodotti abbastanza validi sotto il profilo tecnico, nel nostro caso la situazione è ben diversa; già Insidious infatti era quello che si potrebbe tranquillamente definire un film di bassa lega. 

A partire dall'ormai trita e ritrita idea della casa infestata, Derrickson mette in piedi una trama debole che arriva a scomodare addirittura antiche divinità babilonesi, palesatesi nel nostro secolo con sembianze piuttosto ridicole. Al di là della assoluta inconsistenza dell'intreccio, però, bisogna dire che qualche merito il film ce l'ha, soprattutto sotto il profilo visivo. La regia è decisamente buona e l'impaginazione delle immagini è ben studiata e interessante; inoltre, questo è poi l'aspetto che mi pare più importante, Derrickson tenta di proporre, nelle sequenze in cui il suo protagonista visiona i misteriosi Super8 trovati in soffitta, alcune riflessioni di carattere metacinematografico. Il risultato è senza dubbio non centratissimo, ma lo sforzo è certamente apprezzabile, soprattutto di questi tempi. 

Ethan Hawke, attore di lunga carriera già visto ne La notte del giudizio, si trova qui costretto a interpretare la parte assolutamente stereotipica dello scrittore in fallimento col pallino per gli omicidi che, proprio guardando le immagini (à la Blow out, potremmo dire se non temessimo di stare formulando un'eresia), scopre l'intrigo del sopraccitato demone mesopotamico. Peccato che il suo ruolo lo costringa a recitare in una maniera assolutamente piatta e decisamente poco convincente. Sinister, insomma, è un film che non convince, al di là di alcuni innegabili meriti tecnici sotto il profilo della regia e della fotografia. I toni trionfalistici col quale la critica non professionistica (leggasi il pubblico) lo hanno accolto, sono decisamente fuori luogo. 

VOTO: 5/10 

giovedì 17 aprile 2014

La sottile linea rossa



La sottile linea rossa di Terence Malick - Genere: drammatico/guerra - USA, 1998

Malick è un regista nei confronti del quale ho difficili problemi di rapporto e non mi vergogno certo a riconoscerlo. Di più, posso dire tranquillamente che, per quelli che sono i miei gusti e in base a quello che cerco dal cinema, lui di certo non mi piace e non è uno dei registi che apprezzo in senso assoluto, soprattutto considerando l'impressione abbastanza negativa (The tree of life) o molto negativa (To the wonder) che mi hanno fatto i suoi ultimi film. Probabilmente si tratta di un mio limite e su questo ovviamente si può discutere, ma tant'è. Ero molto scettico dunque quando ho deciso di prendere in mano questo La sottile linea rossa, film arrivato in Italia quasi parallelamente al forse più noto film spielbergeano Salvate il soldato Ryan, il quale senza dubbio costituisce un esempio solo mediocre di come si possa realizzare un film sulla guerra. Ero intimorito dalla durata colossale dell'opera, lunga quasi tre ore, e i miei trascorsi con Malick non mi lasciavano ben sperare. Fortunatamente, posso ammettere in tutta tranquillità, che questo film è veramente ben fatto e mi ha molto colpito (anche se questo, va da sé, non modifica la mia opinione sul regista o sui suoi ultimi titoli). 

Preciso subito: personalmente credo che ci troviamo di fronte a un lavoro del quale si potrebbe parlare per ore, confrontandosi su argomenti molteplici, come l'appartenenza di genere; io stesso sono restio a classificarlo primamente come film di guerra, ma le generalizzazioni a volte aiutano e sono comunque una indicazione fondamentale per il pubblico. Come mi è capitato di fare più volte con film particolarmente complessi, mi limiterò a gettare qualche elemento interessante, senza pretese di completezza o sistematicità; senza dubbio si tratta di una visione che merita di essere fatta. 

Al di là di una regia che, come sempre in Malick (e questa è la parte migliore dei suoi ultimi film) è attentissima e dal punto di vista della fotografia è probabilmente insuperabile in quanto a bellezza e pulizia, il grande merito che dev'essere tributato al regista de La sottile linea rossa è relativo alla sua grande capacità di non ridurre il tema bellico a una sequela di combattimenti infarciti di una retorica stanca e troppo spesso manichea (come nel caso del buon Spielberg). Durante il racconto, non per questo meno crudo, della conquista da parte dell'esercito americano di una posizione strategica in Oceania nella Seconda Guerra mondiale, Malick riesce a ritagliare uno spazio concreto per divagazioni (nel senso più alto del termine) di una voce speculativa che si trova a riflettere su problemi ontologici o comunque smaccatamente filosofici. Questo fa in modo che il film possa elevarsi e assumere un tono speculativo che coinvolge tutti i personaggi, interpretati, in maniera sempre apprezzabile, da un cast importante dove si contano vari nomi del cinema di un certo livello di oggi e dell'immediato passato. 

Ho detto personaggi, perché proprio per evitare i facili eroicismi della guerra (soprattutto della Holy War del 1939-45), Malick sembra rigettare l'idea di uno o più protagonisti e affida il suo lavoro a una conduzione corale che snocciola, domanda dopo domanda, un poema drammatico e toccante che esula dalla guerra e finisce col parlarci profondamente della nostra condizione come esseri viventi. 

VOTO: 8/10 

mercoledì 16 aprile 2014

Le Iene



Le Iene di Quentin Tarantino - Genere: azione, thriller - USA, 1992

Nel mio ultimo post, parlando della prima opera di Dario Argento, ho detto che si è trattato di un esordio convincente che si è presto tramutato in uno stile cancrenizzato e insoddisfacente. Quentin Tarantino, regista per il quale ho senza dubbio un rapporto di amore/odio, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, confeziona un film straordinario, di una violenza visiva inenarrabile ma - soprattutto - di uno stile talmente sofisticato e al tempo stesso apparentemente facile da far venire i brividi. Mi pare infatti che una delle caratteristiche fondamentali dei film di Tarantino, penso a Kill Bill e in misura minore a Pulp Fiction, sia la loro grandissima capacità di parlare efficacemente anche ai non addetti ai lavori, o quantomeno al pubblico che dal cinema esige solo un sano intrattenimento. Ho a lungo pensato che questo carattere pop (nel senso etimologico del termine) fosse un potenziale demerito, ma sto lentamente convincendomi a rivedere la mia posizione. 

In ogni caso Le Iene contiene in sé un cocktail esplosivo di elementi che ci raccontano, in una specie di teatro kabuki della violenza gratuita, praticamente tutto il cinema di Tarantino precedente a Bastardi senza gloria, per il quale va fatto senza dubbio un discorso almeno in parte diverso. Siamo di fronte a un film che è davvero una prova registica di grande valore, che ci dice in modo succinto e stringato quanto bisogna sapere sull'estetica di Tarantino e sulla sua capacità mascherare il proprio valore ai più. Intendiamoci, Le Iene è senza dubbio un film difficile da girare e che mette subito in chiaro quella che è la tempra di uno dei registi più controversi ma importanti delle ultime decadi. Anche se forse c'è ancora qualche asperità da smussare, la linea narrativa a intreccio è gestita in maniera egregia e il titolo è già un crogiolo di citazioni che arrivano fino all'ormai ben noto spaghetti western Django.

Tarantino lo si può apprezzare o no, ma è senza dubbio un dovere della critica quello di rendere merito all'importanza di titoli tanto ben realizzati. Forse non eccessivamente rivoluzionari in questo caso, ma davvero egregiamente orchestrati sotto il profilo della tecnica.

VOTO: 9/10 

domenica 6 aprile 2014

Riddick

 

Riddick di David Twohy - Genere: fantascienza/azione - USA, 2013

Sembra che i titoli commerciali di successo (per evidenti ragioni monetarie) non possano proprio esimersi dal bisogno di fondare delle trilogie (o tetralogie, o peggio...). David Twohy, regista visionario che ha dato al personaggio di Riddick tutto il suo fascino con il bel Pitch Black, titolo di ormai quasi quindici anni fa, cui ha fatto seguito il non altrettanto riuscito The Chronicles of Riddick, ha deciso di non farsi mancare il terzo episodio di una saga che poteva benissimo chiudersi nel 2004. Questo terzo episodio di uno dei più fortunati film di fantascienza degli anni Zero (insieme, ovviamente, a Matrix, del quale però Pitch Black non ha la levatura filosofica e teorica) delude sotto molti punti di vista, a partire - come ho cercato di spiegare - dalla sua stessa esistenza. Pur ricollegandosi al precedente capitolo della trilogia, Riddick lo fa in una maniera piuttosto debole e fantasiosa, seppure in qualche senso coerente con la morale della intera serie.

Questo contribuisce a rendere manifesto il difetto principale del film, che si situa a livello di ritmo e debolezza dell'intreccio drammatico: sulla durata di centoventi minuti circa il film propone un lunghissimo e ben poco utile prologo che sembra fatto apposta per i neofiti della serie, come se ci fosse bisogno di ambientarsi nei confronti del personaggio e del suo stile di vita. Ancor più tamarro di come lo avevamo lasciato, Vin Diesel, sciorina una serie di massime da tipico action movie americano per poi lasciarci a un buon venti minuti di lotta per sopravvivenza del tutto irrealistica che si conclude niente meno che con l'adozione di una specie di cane (c'era proprio bisogno di un amico a quattro zampe?). Dopodiché inizia il vero e proprio sviluppo della trama, che vede Riddick opposto a due compagini (poi alleatisi) di individui che cercano di catturarlo. Nulla di nuovo sotto il sole e anche qui l'azione stenta a decollare: Twohy predilige elementi stealth e dalle sfumature horror che sembrerebbero voler tornare a Pitch Black, purtroppo senza riuscire a mimarne la freschezza e l'efficacia. Anche a livello di effetti speciali non si può segnalare nulla di particolarmente eclatante, cosa che forse si può imputare al budget piuttosto ridotto (conseguenza del flop di The Chronicles of Riddick, con tutta probabilità). 

Nel complesso una conclusione piuttosto indegna per una serie che aveva fatto il botto al suo debutto, ripiegandosi poi in maniera piuttosto indegna per evidenti ragioni commerciali. 

VOTO: 4/10 

venerdì 4 aprile 2014

Madison County



Madison County di Eric England - Genere: horror - USA, 2011

Sembra un luogo comune, ma ormai è proprio vero che il genere horror sembra aver perso almeno parte della sua attrattiva. Salvo pochi capolavori indiscussi, gli ultimi vent'anni ci hanno regalato solo una quantità assolutamente indescrivibile di pattume cinematografico che meriterebbe di essere dimenticato quanto prima. Un genere imbastarditosi, senza niente più da comunicare agli spettatori e agli affezionatissimi, che ricicla ab infinitum degli stilemi narrativi e registici ormai incancrenitisi. E' questo, purtroppo, il caso di Madison County, film dell'americano Eric England il quale, sorprendentemente, ha cominciato a lavorare nel 2010 e ha al suo attivo (secondo la pagina di Wikipedia) già dieci film, con la media di circa 2.5 film all'anno. Questo dato dovrebbe essere sufficiente a non lasciare alcun dubbio sulla qualità delle sue opere; è un peccato che non abbia cercato prima questa informazione, perché mi avrebbe risparmiato 80 minuti di noia assoluta.

Ho detto che uno dei motivi per cui gli horror attuali sono ormai indegni è che non si rinnovano più: nell'opera di England la base dell'impianto drammatico e il suo sviluppo sono ripresi praticamente alla lettera da Non aprite quella porta, film - come si sa - del 1974 che a fronte di una fortuna spaventosa vanta già una serie di remake e sequel che ne hanno compromesso lungamente la qualità e la fortuna critica. England comunque prende il canovaccio ben consolidato dello slasher classico, senza considerare che un (sotto)genere che ha avuto la sua stagione aurea fra gli anni Settanta e i tardi anni Ottanta non è adatto a rappresentare adeguatamente lo spirito dei tempi. Più volte mi è capitato di stroncare titoli che riprendono gli elementi fondanti di Ring o di Paranormal Activity, ma almeno in quel caso le fonti di "ispirazione" erano legate ai tempi, mentre per Madison County si registra in generale un fastidioso anacronismo. 

Dopodiché, tutto il resto è in discesa. A fronte di una trama molto sfilacciata, che vorrebbe essere impressionante pur senza riuscirci e che comunque non si presenta come niente di particolarmente innovativo, abbiamo una sceneggiatura ai limiti della scolaricità per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi (meglio dire tipi) e delle loro interrelazioni psicologiche. Il tutto concorre a definire questo film come un vero e proprio fallimento, di cui non consiglio la visioni a priori dalle proprie preferenze cinematografiche.

VOTO: 2/10