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domenica 18 maggio 2014

Intruders



Intruders di Juan Carlos Fresnadillo - Genere: thriller/horror - Spagna, Regno Unito, 2011

Dopo aver diretto il non completamente riuscito sequel di 28 giorni dopo, Fresnadillo si è preso quattro anni di pausa, prima di tornare sulle scene con Intruders, film snobbato dai cinema italiani e giunto nel belpaese soltanto attraverso la distribuzione DVD. Per fortuna; sì perché il film - fiasco colossale costato 13 milioni di dollari e che ne ha incassati solo 3 in tutto il mondo - si presenta sin da subito come l'ennesimo film situato al crocevia di diversi generi che, pur con qualche idea interessante, finisce col risultare anonimo e poco studiato. In questo caso, la presenza fantasmatica di "Senzafaccia", essere inquietante che si muove piuttosto agilmente fra i due piani della narrazione (che, sul finale, si ricongiungeranno), regala al film un atmosfera piuttosto strana, sospesa fra il thriller, l'horror psicologico, l'horror di possessione, sconfinando pericolosamente perfino nei territori dello sci-fi. Questo, come solitamente accade, diventa il simbolo di una elevata sterilità creativa, o il segno tangibile dell'incapacità del regista di far prendere al suo lavoro una strada ben precisa. 

Pur non essendo a mio avviso particolarmente spiacevole sotto il profilo visivo, Intruders sceglie anche in questo caso la via della sicurezza, rifiutando di osare e proponendosi dal punto di vista tecnico come un film piuttosto anonimo quando non scolastico. Forse dieci anni fa questo non sarebbe stato necessariamente un male, ma considerando la quantità di prodotti che vengono riversati costantemente sul mercato e la pregnanza di alcune scelte estetiche sviluppate negli ultimi anni, nonché le condizioni dell'offerta e della fruizione attuali, mi pare che sia sempre necessario giocare le proprie carte con coraggio, rischiando di intraprendere anche una strada sbagliata. Nel caso di Intruders invece, i personaggi si ripiegano su ruoli ben consolidati della tradizione statunitense, a cui evidentemente Fresnadillo è molto debitore (Clive Owen in particolare è l'ennesimo mimo di una specie di personaggi partoriti a partire dal già non originalissimo Willis de Il sesto senso). 

Complessivamente, per il mio gusto, un film assolutamente senza sapore che pur non essendo completamente sbagliato risulta perdente sotto ogni punto di vista per la mancanza di un qualsiasi timbro stilistico. 

VOTO: 4/10 

sabato 10 maggio 2014

La promessa dell'assassino



La promessa dell'assassino di David Cronenberg - Genere: thriller - USA, Regno Unito, Canada, 2007

Finalmente riesco a trovare, nella sempre interessantissima filmografia di Cronenberg, un film potente e realizzato in maniera attenta e sapiente. Dopo Videodrome, devo ammettere che ho faticato a trovare una pellicola altrettanto interessante: Crash, per quanto idealmente accattivante non mi è parso così ben realizzato e Cosmopolis secondo me è un parziale buco nell'acqua. Discreto invece A history of violence, che non a caso si avvicina già dalla scelta dell'attore protagonista (Viggo Mortensen, qui ben più convincente) ma che è affine a La promessa dell'assassino anche per l'idea di base, con Mortensen che impersona un individuo scisso fra due universi esistenziali e sopratutto morali, dei quali uno rimane sotterraneo per la maggior parte del film. A partire da un intreccio per la verità insolitamente banale, almeno a mio avviso, per un film di Cronenberg, il regista canadese riesce a tirar fuori il meglio da una trama thriller piuttosto classica, orbitante attorno alla criminalità organizzata russa.

Pur non presentando sperimentazioni esorbitanti per quel che riguarda l'impostazione registica, La promessa dell'assassino regge molto bene sotto il profilo della composizione e soprattutto della fotografia che, in particolare negli interni, regala alle scenografie un'atmosfera straordinariamente intensa grazie a scelte cromatiche particolarmente indovinate. Tutto o quasi, questa volta, mi pare si regga però sulle interpretazioni degli attori, tutto sommato molto buone anche se devo riconoscere che per quanto mi riguarda Naomi Watts si è rivelata qui piuttosto debole; interessante e molto ben scritto anche il personaggio di Vincent Cassel, attore che non amo particolarmente ma che qui riesce ad uscire parzialmente dalla sua parte stereotipica (che pure gli ha garantito un certo successo in un film come L'odio). 

Personalmente, conoscendo Cronenberg almeno in parte, mi sarei aspettato delle scelte più coraggiose a livello di sceneggiatura (già An history of violence mi era sembrata piuttosto blanda in quanto a scrittura drammatica, ma qui la situazione mi pare ancora più seria; per fortuna la compensazione offerta dal profilo visivo è decisamente meritoria) e forse un maggiore approfondimento di alcuni personaggi, ma tutto sommato La promessa dell'assassino rimane un film che, a fronte di alcune difficoltà, intrattiene molto bene ed è decisamente valido per quello che riguarda la tecnica di messa in scena.

VOTO: 8/10 

lunedì 5 maggio 2014

Bronson



Bronson di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico/grottesco - Regno Unito, 2008

La grande stima che nutro per Nicolas Winding Refn, quest'anno membro della giuria di qualità a Cannes, e la bellezza dei suoi ultimi lavori (Solo Dio perdona, Drive etc.), mi hanno convinto a recuperarne le precedenti lavorazioni, per apprezzare lo sviluppo della sua poetica e confermare la mia impressione, secondo cui il regista danese è uno dei migliori interpreti del grande cinema contemporaneo. Bronson, biopic dedicata al "più pericoloso criminale inglese", pur non avendo soddisfatto appieno le mie aspettative, si qualifica come un film dal forte spirito intrattenente e che mostra chiaramente i prodromi di un netto miglioramento stilistico intercorso nelle successive produzioni di Refn. Scegliendo di affrontare il genere biografico Refn sarebbe potuto facilmente cadere in tutta una serie di stereotipi visivi e drammatici che avrebbero interamente compromesso la godibilità della sua opera, infarcendola di cliché troppo spesso buonisti e scontati. Per fortuna non è stato così.

Da quel che mi è dato capire del personaggio protagonista, perfettamente interpretato da Tom Hardy, posso infatti affermare che la scelta di Refn di incorniciarne la vicenda entro una struttura teatrale ai limiti del grottesco, dove l'uso del corpo e dell'overacting costituiscono una scelta eccezionalmente valida, è stata vincente. La prospettiva adottata permette di giocare molto più liberamente con i piani narrativi, enfatizzando i momenti smaccatamente umoristici del personaggio di Bronson pur senza sacrificare la forza delle immagini e quell'amore per il corpo ferito che sembra accompagnare Refn dai tempi di Valhalla Rising (primo suo film che mi è stato dato di vedere). Tutto sommato, pur in presenza di alcune perplessità per quanto riguarda l'impostazione e il ritmo del racconto, la perfetta interpretazione offerta da Hardy da un corpo del tutto rispettabile a questa atipica biografia cinematografica, che riesce a sfruttare in maniera valida ma non ancora perfettamente calibrata (come sarà invece nei film successivi) la visionarietà immaginifca di Refn.

Un film che ambisce chiaramente a qualcosa di più, ma non riesce a raggiungere del tutto il suo scopo. Rimane in ogni caso un titolo dalla forte carica intrattenitiva e che presenta in nuce molte delle qualità che si possono apprezzare nei film più curati di Refn.

VOTO: 6.50/10 

sabato 12 aprile 2014

Nymphomaniac: Volume II



Nymphomaniac: Volume II di Lars von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio, 2013

Dopo l'uscita di Nymphomaniac: Volume I in Italia, dove il film è adesso in programmazione, si è avuto modo di leggere più o meno di tutto, sia sulle testate specialistiche cartacee e non che su pagine meno formali, come blog o semplici siti di approfondimento gestiti da utenti. C'era da aspettarselo; Lars von Trier ha sempre fatto parlare molto di sé e un titolo come questo non poteva che accendere la polemica. La divisione fra chi lo ha ritenuto una splendida summa del cinema del regista e chi invece lo ha stroncato o quasi è stata netta come al solito. Tralasciando i commenti, pure esistenti, che definiscono il film visivamente brutto o poco riuscito (sono valutazioni evidentemente non utili ai fini della critica), qualcuno vi ha trovato molta filosofia, molta profondità e altri solo molte chiacchiere. Personalmente, pur situandomi all'interno del primo gruppo, non faccio fatica a capire le motivazioni dei detrattori, che pure ho parzialmente condiviso per alcuni precedenti lavori del regista danese. 

Riguardo al Volume II di quest'opera tanto complessa, che io ritengo il capolavoro (o almeno uno dei massimi lavori di von Trier), tecnicamente non c'è molto da aggiungere rispetto alla parte precedente; anche l'idea di dividere le recensioni non mi ha conquistato, ma data la diffusione "episodica" dei film la scelta è stata necessaria. Dunque ancora una volta ottima regia, fotografia magistralmente orchestrata su cui si inscrive, con un uso sbrigliatissimo, una semiosfera di segni diversi, che fanno da commento o apertura discorsiva al contenuto narrativo. Se dovessi individuare un valore che cambia dal primo capitolo a questo secondo è senza dubbio il senso della recitazione, che almeno in parte mi pare mutato. Shia Labeouf si mostra in questa seconda parte di Nymphomaniac in modo molto più sfaccettato e profondo di quanto non facesse nei primi cinque capitoli della storia, dove era più che altro un inarrivabile oggetto di desiderio. Qui invece abbiamo modo di apprezzare appieno delle insospettabili (almeno per me) doti recitative, in un personaggio incredibilmente toccante e a suo modo intimamente positivo. La Gainsbourg, sempre meravigliosa nel suo rapporto simbiotico e quasi di sfruttamento con il regista, appare qui non più come una dominatrice violenta, ma quasi come una vittima indifesa alla costante ricerca di un orgasmo che si tinge a tratti di un misticismo che, se per molti potrebbe risultare fastidioso a causa delle implicazioni religiose, per me è senz'altro assolutamente geniale. 

Interessante anche la sequenza in cui Joe fa sesso con due uomini di colore, volendo sperimentare l'esperienza di avere un rapporto sessuale con persone delle quali non conoscesse il linguaggio e delle quali fosse quindi in pieno potere. Senza dubbio il personaggio più affascinante, almeno per me, è pero Jamie Bell, attore protagonista del lacrimoso Billy Elliot, che qui viene rappresentato come un sadomasochista decisamente affascinante, per quanto inquietante. Von Trier ha probabilmente voluto giocare con le conoscenze cinematografiche del suo pubblico, rovesciando di segno l'eroe positivo di un notissimo successo di pubblico: per quanto Bell abbia recitato in diversi altri film, il ruolo che lo ha segnato è senza dubbio stato quello del suo debutto nel 2000; tutti lo ricordiamo per quello. 

Personalmente credo che a un livello che potremmo definire "filosofico", ci sia molto altro da dire ma questa non mi pare la sede adatta. Senza dubbio, traendo un giudizio sintetico su questo secondo capitolo, non posso che confermare quanto detto per il precedente, vale a dire elogiare la potenza/violenza visiva di un film girato benissimo e dalle elevate pretese stilistiche e di contenuto. Confermo l'impossibilità di paragonarlo a Shame, pure gradevole, rispetto al quale si pone decisamente su un'altro livello. L'attesa per la versione non censurata è assolutamente grande e senza dubbio quello sarà il momento della valutazione più importante per un film tanto discusso.

VOTO: 9.50/10 

lunedì 24 marzo 2014

Alien vs Predator



Alien vs Predator di Paul W. S. Anderson - Genere: fantascienza - USA, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Germania, Canada, 2004

L'esempio dell'abbastanza infelice Freddy vs Jason mi aveva già convinto della natura spesso pretestuosa e poco riuscita dei crossover fra saghe cinematografiche. Tuttavia, da buon amante della fantascienza e avendo visto sia lo straordinario Alien che il discreto Predators (nella versione originale e nell'atroce remake del 2010) ho deciso di avventurarmi in questa pellicola firmata da Paul W. S. Anderson, regista che pare avere una predilezione per i film fantascientifici collusi a vario titolo con i videogiochi. Il titolo in esame non è l'adattamento da un titolo videoludico, ma  vale almeno la pena di notare che esiste un videogame omonimo del 1999 che si ispira alla stessa storia di base del film. 

Il tentativo che il regista compie nel comporre questo film è quello di rendere quantomeno credibile la compresenza delle due creature aliene entro la trama diegetica del film, questione che viene risolta postulando un primigenio e antichissimo conflitto fra le due specie di organismi. Questo si porta dietro una architettura piuttosto farraginosa, che viene ulteriormente appesantita dalle performance non certo imperdibili del cast (a costo di sembrare didascalici vale la pena ricordare che uno dei protagonisti altri non è che Raoul Bova, forse uno dei peggiori attori che abbiano mai calcato la scena in Italia). Così, fra indagini ben poco credibili in una specie di piramide Alien e improbabili alleanze formulate fra la protagonista femminile e i Predators, il film oscilla pericolosamente sul baratro dell'horror, pur senza raggiungerlo mai. A livello di ritmo si riscontrato i problemi peggiori proprio perché il regista dispiega in maniera piuttosto prevedibile gli artifici di genere che servono a ritardare il palesarsi della minaccia; il problema è che in questo caso si tratta di uno sforzo piuttosto inutile, dal momento che i protagonisti sono proprio i mostri e che la loro essenza è spiattellata senza troppe difficoltà nella stessa locandina del film.
Tutto questo contribuisce a costruire un film di livello decisamente basso, per cui la candidatura ai Razzie Awards 2004 è decisamente meritata. Il ricorso insistente agli effetti speciali in maniera becera e la caratterizzazione praticamente assente dei personaggi donano a tutta la composizione un'aria da B-movie che certamente non contribuisce a risollevare le sorti del prodotto. Incredibile che ne sia stato prodotto perfino un sequel, del 2008.

VOTO: 3/10 

giovedì 20 marzo 2014

Nymphomaniac: Volume I



Nymphomaniac: Volume I di Lars von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio, 2013

E' più o meno impossibile dire quanto si sia parlato dell'ultima fatica di Lars von Trier negli ultimi mesi, da quando sono circolate le prime locandine che raffiguravano i diversi protagonisti del film in preda all'orgasmo. Due versioni diverse (di 240 e 330 minuti) per un film diviso in due parti a loro volta frazionate in episodi  o capitoli (scelta non nuova per il regista, che aveva già utilizzato questo artificio in Dogville, uno dei suoi indiscussi capolavori). Questa recensione prende in considerazione il primo volume della versione breve (essendo la versione lunga e non censurata ancora irreperibile, cosa che sarà vera almeno fino al tardo 2014, stando a quanto detto dagli incaricati). Come sempre nel caso di un film di Lars mi trovo in grande difficoltà: dai tempi di AntiChrist devo ammettere in tutta sincerità che i suoi film hanno sempre messo a dura prova le mie capacità ermeneutiche, facendole davvero esplodere nel caso del film appena citato. In senso generale mi pare che Nymphomaniac, per quanto sia senza dubbio un film profondo e connesso a più livelli a una serie di tematiche assai ampie e complesse, sia meno ermetico dei precedenti (penso anche a Melancholia) e, mi azzardo a dire, costituisca quasi una summa del percorso artistico compiuto sin'ora da Lars (cosa che mi sembra confermata anche dall'impianto monumentale dell'opera). 

Riguardo alla trama in questo come negli altri casi c'è veramente poco da dire, se non che lo spettatore segue, attraverso una sorta di "confessione" (ma il termine non è esatto), le vicende di una donna ninfomane (ancora una volta Charlotte Gainsbourg) che si racconta ad un anziano e gentile individuo con la passione per la pesca da lenza (cosa che, peraltro, consentirà una catena di affascinanti associazioni per tutta la durata del film). Dunque il sesso è senza dubbio la cifra caratteristica del film e non si tratta di un campo inedito per il regista: al di là della sequenza fin troppo esplicita di AntiChrist, riferimenti del genere erano presente anche nel meraviglioso Le onde del destino e nell'altrettanto bello Idioti. In tutto questo von Trier fu accusato spesso di misoginia e fino a tempi recenti pare non si fosse impegnato troppo a smarcarsi da queste voci. Ma nelle sue ultime opere e in particolare con questa è evidente come in realtà von Trier abbia un rapporto di amore/odio con la figura femminile, dal quale è morbosamente attratto eppure (pare) continuamente inquietato: sorta di madre fallica, la Gainsbourg oscilla qui continuamente fra la volontà predatoria (emblematica in tal senso la sequenza del "sei il primo che mi abbia mai fatto provare un orgasmo) e il completo e passivo abbandono (di cui ci parla, seppure in modo per nulla sciocco, il personaggio di Jerome, ben interpretato da Shia LaBeouf, protagonista del certo non imperdibile Transofmers). 

Tutto questo prende la forma di un gigantesco e fittissimo arazzo nel quale lo spettatore si trova avvinto suo malgrado, seguendo il racconto e i dialoghi con l'anziano Seligman. Il risultato è un pastiche di grande spessore nel quale il regista riesce a fondere con sapienza scene sessuali realistiche guardate quasi voyeuristicamente (ma aspetto la versione non censurata per cogliere le differenze e ragionarci sopra meglio), riflessioni erudite, citazioni letterarie e molto altro ancora. Anche stilisticamente il cambiamento è ben percepibile sia nel modo di gestire i brani filmici, sia per quanto riguarda fattori più evidenti come la scelta del b/n nel capitolo Delirium o l'utilizzo sciolto e libero di segni grafici che si inscrivono sull'immagine o la sostituiscono (vedi Dogville), senza dimenticare l'elegante citazione della cronofotografia verso la fine del film. 

Questa complessa strutturazione ci regala un film a mio avviso straordinario (ma l'errore è dietro l'angolo? Nel caso di questa recensione gli eventuali commenti saranno ancora più graditi), che come sempre sembra dire qualcosa che viene smentito progressivamente, senza che lo spettatore se ne accorga. E dunque cosa resta dopo due ore di proiezione che hanno saputo raccontare attraverso una vasta pluralità di registri le cose più diverse? Alla fine, avvinta nell'abbraccio di Jerome, la Gainsbourg dice "non riesco a sentire niente". Non c'è definizione più adatta - mi sembra - per un film del genere, che racconta il vuoto di un'esistenza ossessivamente in cerca di un senso (di un completamento, potremmo dire con un gioco di parole forse un po'infelice, di uno riempimento) che approda in un vicolo grigio e freddo, in maniera quasi incomprensibile (almeno finché non avremo per le mani il Volume II). Prima di concludere e di invitare ovviamente alla visione del film (qui più che mai raccomandata), una nota di merito va senza dubbio a Uma Thurman, che con il suo personaggio ci regala uno dei momenti migliori dell'intero film (e forse uno dei monologhi più belli degli ultimi anni?).

VOTO: 9/10 

lunedì 10 marzo 2014

Gravity























Gravity di Alfonso Cuaròn - Genere: fantascienza - USA, Regno Unito, 2013

Presentato alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia, il film di Cuaròn (già regista de Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) ha fatto incetta di premi all'ultima edizione degli Oscar. Prevedibilmente, vorrei aggiungere. Sì perché ora che ho potuto vederlo mi sembra che Gravity sia un'opera davvero degna dell'Academy. Mi spiego: è risaputo che questa cerimonia tende a premiare film mediamente commerciali e di successo e spesso non sanziona in modo adeguatamente positivo titoli che si impegnano maggiormente sulla ricerca espressiva (per quello, pare, ci sono già i Festival). Ebbene Gravity riesce a fondere perfettamente i due elementi, presentandosi come un campione d'incassi al botteghino che, al di là dell'apparenza smaccatamente spettacolare (il 3D e gli effetti speciali aiutano giocoforza da questo punto di vista), si lascia apprezzare anche per delle indubbie qualità tecniche. 

L'americanismo di Gravity lo si vede bene già dal cast: i protagonisti del film (meglio, gli unici due personaggi, visto che uno viene liquidato prima della conclusione del primo sontuoso piano-sequenza) sono Clooney e la Bullock, nomi di punta del cinema americano in particolare della scorsa decade. Entrambi interpretano in modo più o meno convincente (ho trovato migliore Clooney, lo ammetto; la Bullock per me era troppo, quasi kitsch) due personaggi estremamente tipizzati: l'uno l'astronauta eroico pronto a sacrificarsi per la buona riuscita della missione, l'altra la donna forte con alle spalle un passato difficile. Questo di solito è abbastanza per abbassare le aspettative di chi guarda un film, ma nel caso di Cuaròn (e qui acquista senso la mia affermazione di prima), questo canovaccio estremamente inflazionato viene condotto attraverso una capacità registica davvero fuori dal comune, che si sposa con una fotografia eccellente. Ho accennato prima al piano-sequenza: tutto il primo brano del film è condotto attraverso un'unica, lunghissima e movimentata inquadratura che ha davvero dell'incredibile: per più di quindici minuti Cuaròn disegna peripli vertiginosi sullo schermo, muovendosi circolarmente attorno ai suoi personaggi, come se anche la macchina da presa fosse libera dal peso della gravità. Una perizia tecnica del genere varrebbe da sola il prezzo del biglietto.

Ammetto che ci sono anche degli aspetti del film che non ho gradito molto e non a caso sono i più "americani". A parte alcuni momenti morti della sceneggiatura che erano evidentemente dei pezzi di transizione per le parti più spettacolari e coinvolgenti, non ho gradito molto l'epilogo lacrimevole che ha portato all'happy ending conclusivo. Ma in questo caso, per quanto non si tratti di elementi di secondo piano, la capacità registica riesce da sola a risollevare il film. Non che fare un film commerciale sia un male di per sé: ce ne sono di diversi molto belli. Se però non fosse stato per la maestosità delle inquadrature e della fotografia l'Oscar non sarebbe stato meritato. Invece, almeno per quanto riguarda gli elementi citati, il riconoscimento è davvero stato opportuno a mio avviso.

VOTO: 8.50/10 

sabato 8 marzo 2014

Shame



Shame di Steve McQueen - Genere: drammatico - Regno Unito, 2011

Steve McQueen, reduce dalla cerimonia degli Oscar che lo ha visto premiato con il suo 12 anni schiavo, ha senza dubbio una predilezione per Michael Fassbender, che ha impiegato - oltre che per il titolo vincitore di ben tre Academy - anche in  Hunger e nel qui presente Shame. Il film, apprezzato dalla critica e dal pubblico, affronta il tema innovativo della ninfomania maschile, presentandoci un protagonista ossessionato dai desideri del sesso o per meglio dire dalla necessità irrefrenabile di soddisfare quella che si configura sempre più come una esigenza patologica. Così nei colori plumbei di una città anonima in ferro e vetro (la trasparenza ha un ruolo fondamentale nella definizione dell'intreccio drammatico del film, così come l'idea del vedere/passare attraverso una soglia), quello che sembrerebbe un normale business man dell'economia dei flussi viene dipinto con attenzione ai dettagli dalla perizia registica di McQueen, che ce lo presenta nella sua debolezza e fragilità. 

All'interno di un'orchestrazione attentissima delle immagini, in cui predomina la perfezione formale più assoluta, il tentativo di Fassbender di conquistare una agognata normalità è destinato a rimanere insoddisfatto e l'intera vicenda assume delle movenze quasi tragiche nella ineluttabilità di un destino a cui non sembra possibile sfuggire anche sbarazzandosi di tutto ciò che lo rende concreto (in questo senso è esemplare la scena in cui Fassbender si sbarazza delle riviste erotiche, fatte scorrere vertiginosamente davanti agli occhi dello spettatore con un effetto da flick-book). Molti hanno ritenuto che, per le diverse scene di sesso presenti nella pellicola e per l'assenza di pudore del regista, che mostra senza censure i nudi dei personaggi, il film potesse essere collocato sotto la categoria erotica. Niente di più sbagliato, mi pare: non c'è nulla di erotico nella spasmodica ricerca del protagonista che addirittura nel finale del film si ritrova perso in un locale d'incontri gay, raffigurato con cromatismi quasi demoniaci. Dunque più che una spinta all'eros nelle inquadrature ben realizzate da McQueen, che assumono soprattutto in esterna tratti paradossalmente plumbei e cristallini, non c'è una spinta alla vita, ma come un costante desiderio di morte.

Il film nel complesso è tecnicamente molto buono e anche la narrazione regge bene anche grazie alla ottima interpretazione del protagonista. Personalmente avrei preferito che lo stile di regia fosse a tratti meno controllato, paradossalmente più impreciso; forse avrebbe reso meglio l'idea del precipitare degli eventi e della psiche del protagonista. Certo è anche vero che questa stessa politezza formale potrebbe essere in contrasto con l'andare della narrazione, ma non mi sembra questo il caso. Senza dubbio Shame è un titolo interessante e molto ben fatto. Le poche critiche che ho potuto muovergli sono più che altro relative al mio gusto personale, che può incidere soltanto in parte sulla definizione del valore di un prodotto come questo, nel quale peraltro è presente un finissimo lavoro sul suono che impreziosisce una tessitura già molto meritevole.

VOTO: 8/10 

mercoledì 5 marzo 2014

The Woman in Black



The Woman in Black di James Watkins - Genere: thriller - Regno Unito, Canada, Svezia, 2011

Daniel Radcliffe, fortunato protagonista della serie cinematografica di Harry Potter, si è trovato nella scomoda situazione di aver creato un'aspettativa attoriale troppo definita nei suoi fan e in generale negli spettatori. Lo stesso vale, ad esempio, per Emma Watson, che abbiamo visto impegnata nel bel Noi siamo infiniti e nel non certo imperdibile The Bling Ring. Ma tornando al protagonista della saga, questo ha portato senza dubbio alla volontà di forgiarsi e provarsi interpretando ruoli molto diversi fra loro e non solo nel cinema. The Woman in Black è il primo film in cui Radcliffe veste i panni di un personaggio non partorito dalla penna della Rowlings e quindi ha il senso di un secondo debutto. Per non fare in modo che il resto della recensione si occupi solamente di questo aspetto (anche se senza dubbio il film ha attirato molto pubblico solo per vedere come se la sarebbe cavata l'attore), dirò subito che secondo me è andata bene: Radcliffe è riuscito a scucirsi di dosso il suo vestito e ha dato prova di qualche buona qualità. Questa non è ovviamente una promozione a priori del film, il quale anzi ha senza dubbio alcuni punti deboli.

Dal punto di vista visivo, però, il lavoro di Watkins è decisamente buono: anche grazie alla bellezza delle scenografie, che riescono a ricreare bene l'idea della campagna inglese dell'epoca, allo spettatore sembra veramente che i fatti abbiano una certa concretezza. Qualche riserva ce l'ho sull'abbigliamento, ma ammetto anche di non essere un esperto di storia del costume, perciò è un elemento che non ho intenzione di prendere in considerazione. Visivamente dunque il prodotto è interessante e la regia sfrutta bene le potenzialità offerte dall'ambiente attraverso inquadrature spesso ampie che esaltano il cromatismo dei luoghi, senza dubbio l'elemento vincente della pellicola.

Il grosso problema di The Woman in Black è secondo me a livello narrativo. Watkins parte da una sceneggiatura non originale che non conosco, perciò non posso valutare il suo lavoro in base alla fonte. In sé e per sé però la sceneggiatura è anche passabile per quanto non originale, ma la resa visiva e drammaturgica di questo intreccio lascia molto a desiderare. Per intenderci manca qui il motore principe di ogni film thriller/horror, cioè la paura. I meccanismi di gestione della suspence sono pressoché inesistenti, con il risultato che il film seppure non noioso finisce con il risultare poco "divertente" e prevedibile. Non che mi aspettassi grasse risate o gag divertenti, ma c'è un modo di intrattenere anche dei film horror (così come esiste per i film sci-fi o per i fantasy) e secondo me il film di Watkins trascura completamente questo aspetto.

Il risultato è quindi abbastanza deludente. Non che il film sia brutto o non meriti di essere visto in senso aprioristico; semplicemente è un prodotto abbastanza inutile e - dati alcuni elementi eminentemente visivi - penso che sia un gran peccato.

VOTO: 5/10 

lunedì 3 marzo 2014

Brazil


Brazil di Terry Gilliam - Genere: drammatico/grottesco - Regno Unito, 1985

Terry Gilliam, membro dei Monty Phyton, realizza nel 1985 uno dei miglior film di fantascienza della storia del cinema, secondo alcuni il migliore in assoluto. Non saprei dire se questa affermazione è troppo entusiastica o no, ma sta di fatto che Brazil è veramente un film interessante e originale. Personalissima rivisitazione del capolavoro orwelliano 1984, il mondo che Gilliam mette in scena appare la tragicomica attualizzazione del mondo del Grande Fratello. In una città lacerata dal terrorismo ma in cui non v'è traccia di rovine, il mondo appare dominato dall'esigenza irrefrenabile della burocrazia, dei moduli da riempire, dei timbri e delle procedure tanto lunghe quanto complesse e inutili. Con la sagacia e la pungente ironia che contraddistingue anche i surreali cartoni dei Pyhton, il regista ci racconta il tentativo progressivamente più efficace di un impiegato come tanti altri, perso nei cunicoli labirintici di un archivio, che si sottrae alla routinarietà asfissiante delle sue mansioni in un sogno, dove si figura come un angelo tecnologico in grado di volare al di sopra delle scartoffie e anche di coltivare un sogno d'amore. Scoprirà con piacere che il suo sogno è a portata di mano, ma comporta delle conseguenze non certo secondarie, nella società opprimente di Brazil

Da un punto di vista visivo siamo di fronte a un lavoro di bricolage assolutamente pregevole: Gilliam costruisce un mondo vibrante, vivo e brulicante nella sua eterogenea acefalia a partire dagli spunti più interessanti di tutta un'altra serie di testi, di cui Metropolis e Blade Runner non sono che la punta emergente. L'idea di quanto certosino e geniale sia il lavoro che Gilliam fa sulle citazioni si può avere considerando il fatto che nella parte finale del lungo film il regista riesce addirittura a mimare la celeberrima sequenza della scalinata di Odessa, da La Corazzata Potemkin di Ejzenstejn. Altro riferimento erudito che vale certamente la pena di ricordare ha a che fare con l'architettura della sala delle torture nel Ministero dell'Informazione, che rende visibile il celeberrimo meccanismo pan-ottico teorizzato da Michel Foucault nelle pagine di Sorvegliare e punire

Gilliam ci regala un mondo attualissimo che, al di là delle punte di science fiction, ha degli evidenti e drammatici rimandi alla nostra condizione attuale. A differenza di quanto accade nel romanzo di Orwell e nella sua discreta trasposizione cinematografica, il bilancio complessivo di Brazil, per quanto l'ultima scena dica esplicitamente il contrario, non è per me completamente negativo. Certo, il finale riprende in maniera piuttosto palese quello orwelliano, frantumando le aspettative dello spettatore sull'happy ending. Ma la genialità di Gilliam sta forse soprattutto nell'aver saputo mixare con sapienza e intelligenza la linea distopica e quella grottesco/comica, ponendo un'attenzione particolare ed attualissima sul tema del corpo e delle sue modificazioni. Sorrentino ha vinto ieri l'Oscar per La Grande Bellezza, film meritevolissimo in cui c'è una scena che mette a tema proprio la chirurgia estetica. Ebbene, con uno stile diverso e personalissimo, Gilliam quasi vent'anni fa, raggiungeva un risultato forse anche di maggior impatto.

VOTO: 8.50/10 

domenica 2 marzo 2014

Franklyn



Franklyn di Gerald McMorrow - Genere: thriller/fantasy - Francia, Regno Unito, 2008

Frankyln è uno dei pochi DVD che possiedo, un film che ho guardato con piacere qualche anno fa quando mi venne regalato e di cui conservavo una buona impressione. Per questa produzione inglese, come per molte altre già recensite sul blog, vale l'idea che una seconda visione fa sempre bene, soprattutto nel caso in cui la prima risalisse al periodo in cui non avevo ancora una conoscenza dettagliata del linguaggio cinematografico e del suo funzionamento. Frankyln è davvero un particolarissimo film inglese di qualche anno fa, che si costruisce attorno a una diegesi complessa anche se, spiace ammetterlo oggi, non troppo originale purtroppo. Le linee narrative della Londra attuale e di una fantastica Città di Mezzo, metropoli irretita dall'eterogeneità babelica di inutili fedi religiose, si combinano progressivamente, fondendosi poi nel finale in un abbraccio risolutivo che tira i fili di un intreccio complesso ma forse un po' troppo forzato. 

Il motivo di massimo pregio del film è senza dubbio la fotografia, molto buona anche se diversa sia nelle riprese londinesi che in quelle fantasy. Nel primo caso predomina un colorismo nebbioso ma interessante, che riesce a rendere il senso malinconico e piovoso della city. In Città di Mezzo a farla da padrone è la sovrabbondanza visiva, la moltiplicazione dei dettagli, gli anfratti gotici ma volutamente moderni di una metropoli dai tratti quali langhiani; in ciascuno dei due casi il risultato è apprezzabile. Anche la gestione della vicenda, anche se - come dicevo - a tratti farraginosa, finisce col risultare piacevole e il film intrattiene senza difficoltà lo spettatore, invischiandolo in  un gioco di richiami e rimandi fra i due mondi che non potranno non divertirlo. 

Tutto sommato siamo di fronte a un film anche piacevole, che probabilmente avrebbe potuto sfruttare meglio le sue caratteristiche, dando ad esempio una caratterizzazione meno macchiettistica a certe sequenze in Città di Mezzo e cercando di realizzare un equilibrio migliore fra le due linee lungo cui si articola la diegesi.

VOTO: 6/10 

giovedì 6 febbraio 2014

Crash



Crash di David Cronenberg - Genere: thriller, erotico - Canada, Regno Unito, 1996

Sulla locandina di Crash si legge che il Premio della Giuria a Cannes dell'anno in cui venne presentato è stato conferito per l'originalità e l'audacia del film. Niente di più vero; più ancora di Videodrome che stilisticamente è sicuramente migliore, Crash propone una struttura interessante e profondamente disturbante per quello che riguarda i temi. Il concetto basilare ha a che fare - come spesso in Cronenberg - con le tematiche dell'ibridazione corporea e del rapporto uomo-macchina (dove macchina ha in generale il senso di elemento artificiale); rimane sottaciuto l'altro grande tema di Cronenberg che è quello dell'immagine video come elemento perturbante (e, ancora una volta, corporeo; Videodrome docet). Un lavoro che si qualifica senza dubbio come innovativo e che si lascia apprezzare per la spregiudicata disinvoltura con la quale tratta l'elemento sessuale, presentissimo (addirittura il film è catalogato spesso come erotico, e a questa interpretazione ci uniformiamo nella dicitura che diamo poco sopra, per quanto la questione sarebbe meritoria di una discussione un po' più ampia) e ben lontano dall'essere mascherato. Ciò nondimeno non si può fare a meno di notare come perfino in Cronenberg agisca una sorta di sguardo (auto)censurante, per cui molto spesso queste sequenze assumono un'aria di artificialità quasi fastidiosa.

Stilisticamente la pellicola si lascia guardare senza difficoltà, anche se devo dire che da un autore interessante come Cronenberg mi aspettavo qualcosa di più. Anche un film anonimo e non molto interessante come Cosmopolis si lasciava apprezzare per il colorismo algido delle sue inquadrature; in Crash invece non sembra essere presente alcun elemento che esorbita "dalla media", manifestando una forma decisamente tradizionale. Ben realizzata, certo, ma per nulla innovativa. Quantomeno, rispetto al film con Pattinson, non possiamo non notare come la struttura drammaturgica sia meno cavillosa e più agevole: per quanto disturbante e disorientante, la storia di Crash evita il rischio di rinchiudersi in una torre d'avorio di presunta filosofia, al di fuori della quale lo spettatore non può che rimanere un po' confuso e annoiato. 

Rimane senza dubbio un prodotto abbastanza valido, ma che mi ha lasciato con l'amaro in bocca perché un film del genere non sembrerebbe prodotto da uno dei più visionari registi della generazione che ha contribuito a rinnovare il cinema americano. 

VOTO: 6/10 

martedì 28 gennaio 2014

Valhalla Rising: Regno di Sangue



Valhalla Rising: Regno di Sangue di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico - Danimarca, Regno Unito, 2009

Di Nicolas Winding Refn ho già avuto modo di parlare quando ho recensito il bellissimo Solo Dio perdona che, per quanto mi riguarda, rimane uno dei film più belli che ho visto durante il 2013. Senza dubbio la caratterizzazione esteriore di Valhalla lascerebbe immaginare un classico film pseudo-epico ambientato nelle terre nordiche: tanto il titolo quanto la locandina contribuiscono a creare un voluto ammiccamento nei confronti del potenziale spettatore. Niente di più sbagliato e semplificante; molti commenti di spettatori insoddisfatti si appuntano proprio su questo elemento, senza rendersi conto che è proprio nella straordinaria capacità di porsi al di fuori di schematismi sperimentati che sta il tratto caratteristico del film di Winding. 

Formalmente, quanto avevo affermato per Solo Dio perdona vale anche per questo lavoro precedente, almeno in linea di massima. Il tratto più caratteristico dello stile di regia risiede nella perfetta calibratura delle inquadrature che in questo caso specifico, anche grazie a un uso spesso antinaturalistico (potremmo dire espressionista?) del colore, raggiunge livelli di intensità davvero notevoli. Questa capacità di sperimentazione all'interno del tessuto dell'immagine si sposa con una ricerca sui tagli dell'inquadratura che fonde perfettamente la bella scenografia selezionata con l'abilità della messa in scena. In Valhalla, inoltre, vediamo all'opera una strutturazione della trama diegetica che in Solo Dio perdona sembrava appena accennata: una struttura a capitoli che in questa situazione non può non ricordare quella delle "sezioni" (libri, canti etc.) in cui sono divise tutte le grandi saghe epiche e romanzesche della storia letteraria. E' evidente in Winding la volontà di riscrivere una mitografia che però non si traduce in un elogio della violenza fine a sé stessa (di violenza in Valhalla ce n'è meno di quanta non ce ne si aspetterebbe) ma in una costruzione iperstratificata e complessa, a tal punto che alla fine questa costruzione che privilegia vuoti ellittici e silenzi prolungati lascia nello spettatore la (spiacevole?) sensazione di aver perso qualcosa, che esista cioè un differenziale semantico che non si è riusciti a cogliere, almeno non pienamente.

Unica nota negativa in un film tanto interessante è - solo in alcuni momenti specifici e soprattutto per quello che riguarda il personaggio del bambino che accompagna il nostro silenzioso protagonista - qualche ingenuità a livello di scrittura, che si traduce in una forzatura di alcuni dialoghi. Ma, tutto considerato, si tratta certo di un elemento poco importante.

VOTO: 8/10

lunedì 23 settembre 2013

Un giorno di ordinaria follia



Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher - Genere: drammatico, thriller - USA, Francia, Regno Unito, 1993

Prendere il sogno americano e rovesciarlo di segno, mostrare il lato oscuro della tranquilla vita borghese. Il film ormai non più recentissimo di Schumacher ci proietta nella spietata crudeltà del mondo metropolitano, con le sue ipocrisie e le sue contraddizioni: il logorante immobilismo di un inutile ingorgo autostradale, ripreso con una maestria fuori dal comune, fa da incipit al drammatico scivolamento di un convincente Michael Douglas nella spirale della follia. La parte più convincente di questo lavoro sta proprio nella prima metà, quando il desiderio pseudoanarcoide del protagonista non è ancora completamente definito e risulta estremamente affascinante. Il montaggio alternato mette lo spettatore in guardia sullo sviluppo della storia, segnalando la presenza di un filo rosso che si inspessisce progressivamente connettendo fra di loro i vari personaggi, in verità in modo piuttosto prevedibile. 

Man mano che la vicenda si definisce e le relazioni si fanno più chiare la vicenda perde di smalto e risulta in fin dei conti abbastanza accademica. Rimane buona la caratterizzazione psicologica del personaggio interpretato da Douglas, che non perde il fascino oscuro e delirante che lo caratterizzava. Lo stesso non si può dire per tutti gli altri interpreti che finiscono con il ricoprire dei ruoli standardizzati e, per quanto riguarda il detective Prendergast, addirittura televisivo. Anche le modalità della progressione narrativa non sono, in realtà, molto originali: tutta la vicenda assume quasi un sapore videoludico con Bill Foster che, a spese delle sue vittime, si guadagna delle armi sempre più pericolose fino che, sul finale, non si ritrova praticamente disarmato. 

Lo stile della pellicola è trasparente e rende facile la lettura allo spettatore: i personaggi sono costruiti su opposizioni binarie destinate a rovesciarsi nella conclusione e l'unico elemento di interesse da questo punto di vista potrebbe riguardare il giudizio morale nei confronti del protagonista. Da un punto di vista etico come giudicare un individuo che, in fin dei conti, è vittima della nevrosi urbana contemporanea? L'incapacità di intendere e volere potrebbe forse essere un discriminante e bisogna ammettere che, soprattutto nella seconda parte del film, quando la vicenda si fa via via più aneddotica si potrebbe essere tentati di ritenere che Douglas sia dalla parte del giusto. Proprio a questo serve il detective Prendergast, monito vivente alla necessità di resistere di fronte alle brutture della propria vita. Il giudizio registico è dunque ben definito e anche questo elemento, unito ad un insieme di reminiscenze topiche dal sistema classico dei generi cinematografici, contribuisce a rendere ancor più inoffensivo e conciliante il portato del film.

Il film in generale si lascia guardare con piacere, ma è davvero un peccato che i buoni spunti che ne animavano la prima parte si siano poi placidamente ripiegati nel proseguo della vicenda.

VOTO: 5.50/10

mercoledì 19 giugno 2013

Stoker



Stoker di Park Chan-wook - Genere: thriller - USA, Regno Unito, 2013


Park Chan-wook ha sempre diretto film molto particolari, ma questa volta si è superato, affidando la propria regia a un sincretismo inedito e riuscitissimo fra tecniche e stilemi del suo cinema e di quello americano. Stoker è un titolo profondamente occidentale sulla carta, che rivela però una attenzione per i dettagli, per la citazione che non appartengono a questo regno linguistico ma risultano piuttosto mutuati, appunto, dal cinema asiatico. Il pregio del film sta infatti tutto nell’ostinato rifuggire da un’orchestrazione prettamente narrativa e l’intelligenza del regista è stata proprio quella di creare delle aperture più libere in uno schema altrimenti troppo soffocante.

La trama di per sé piuttosto semplice e lineare viene infatti abilmente ma sottilmente disarticolata in alcuni punti nevralgici dove, anche attraverso un uso intelligente e non scontato del romanzo, l’illuminazione psicologica sui personaggi risulta fortemente aumentata. Questo dimostra molto efficacemente come la qualità tecnica ed estetica di un film non debba necessariamente andare a discapito dell’empatia narrativa, anzi. Un uso intelligente degli elementi della grammatica cinematografica consente di tradurre sensazioni, suggestioni e spinte emotive della narrazione a livello materico, come suggeriva già in tempi non sospetti Stan Brkahage.

Tutto concorre, in Stoker, a creare un microcosmo percettivo che sia il più possibile ansiogeno e asfittico, che concorra al disvelamento dei misteri dell’omonima famiglia. La gestione del ritmo narrativo è molto intelligente e l’articolazione della trama riesce a non risultare mai scontata, cosa a cui concorrono anche una buona sceneggiatura (straordinario che sia stata scritta da un’attore!) e una prova recitativa molto gradevole da parte di tutti gli attori. In particolare Nicole Kidman, sempre straordinaria, appare ancora una volta a sua agio nei panni di una donna fatale, dallo statuto eticamente doppio, che alla fine si rivela quasi inconsapevole e fragile vittima di macchinazioni altre.

Nel complesso siamo di fronte a un titolo decisamente valido all’interno del panorama aneddotico e ripetitivo delle sale di questi ultimi mesi (se si eccettuano alcuni titoli rubati a Cannes); un film da cui molti registi soprattutto americani avrebbero parecchio da imparare: un perfetto esempio di felice ibridazione linguistica fra un solido impianto narrativo e un largo novero di spazi di manovra aperti all’estetica visuale.  
VOTO: 8.50/10

mercoledì 29 maggio 2013

Alien



Alien di Ridley Scott - Genere: fantascienza - Regno Unito, USA, 1979

Sin dai tempi della sua comparsa nelle sale cinematografiche, il film di Ridley Scott ha lungamente fatto parlare di sé ed è stato anche fortemente generativo, avendo dato vita a una lunga serie di sequel e crossovers con l'altra grande serie di fantascienza postmoderna, Predator. A differenza del film con Schwarzenegger la pellicola di Scott è più incentrata su effetti intimistici, spazi asfittici che non possono non aver ispirato o quantomeno suggerito a Carpenter alcune delle soluzioni adottate per La Cosa.
 
Il film è molto lienare da un punto di vista narrativo, non riserva troppe sorprese ma - considerando che si tratta di un lavoro dei tardi anni Settanta, che comunque riesce a intrattenere e che ha fondato il rinnovamento di un intero genere, la cosa non dispiace particolarmente. In particolare però bisogna ricordare la splendida fattura degli effetti speciali, valsi al film addirittura un meritatissimo oscar. La fattura degli Alien è perfetta, soprattutto considerando l'epoca di realizzazione e anche la resa molto meccanomorfa degli interni e degli esterni della nave mercantile su cui tutto il film è ambientato è decisamente apprezzabile, proprio per il suo pionierismo.
 
Unica nota di demerito, molto piccola, che si può far presente in un lavoro che per quanto eminentemente narrativo è molto ben realizzato, è la caratterizzazione dei personaggi. Tralasciando la protagonista, giustamente assurta a simbolo di una generazione di donne che pretendono di veder riconosciuto il loro spazio, l'insistenza sugli aspetti capitalistici dell'iniziativa mercantile che poi porterà alla scoperta dell'Alien, mi è parsa a tratti eccessiva.
 
Ugualmente è doverosamente necessario far presente che in alcune delle sequenze più concitate, durante lo scontro con la creatura aliena, si perde un po' il senso dell'azione per colpa di qualche inquadratura poco riuscita. Nel complesso però, si tratta veramente di dettagli di poco conto, che non compromettono la buona riuscita dell'iniziativa.
 
Chi si aspetta un film fortemente sperimentale può cambiare titolo, s'intenda. Siamo di fronte a un bel prodotto narrativo, che intrattiene con piacere e riesce a mantenere la struttura diegetica ad alti livelli di coerenza e interesse. Non c'è un forte sperimentalismo dietro alle forme linguistiche ma in fin dei conti ogni tanto non è così male l'idea di perdersi dietro al filo della vicenda. Una visione decisamente valida, anche solo per gli aspetti storicistici e per gli ottimi effetti speciali.
VOTO: 8/10


martedì 14 maggio 2013

Transsiberian



Transsiberian di Brad Anderson - Genere: drammatico/thriller - Spagna, Germania, Regno Unito, Lituania, 2008

Di solito non apprezzo particolarmente i film molto lunghi, a meno che non siano estremamente densi dal punto di vista narrativo (pensiamo ad esempio agli episodi de Il signore degli anelli che, al di là della lunghezza veramente colossale, comunque non annoiano mai). Per questo motivo il film di Anderson mi si prospettava terribile, ma così non è stato. Quello che mi ha sorpreso, soprattutto, è stato notare come questo accadesse anche senza una trama prepotente; la struttura narrativa del film è infatti abbastanza rada e dilatata e lascia ampio spazio a intermezzi estetici molto interessanti.

La narrazione miscela sapientemente elementi attinti da diversi registri stilistici, con un'apertura in pieno genere drammatico che vira, nell'ultima parte della pellicola, su stilemi thriller con accenti grotteschi. Nel complesso però le transizioni appaiono piacevoli, cosa aiutata anche dal fatto che alcune di esse vengono annunciate in maniera sotterranea già nel precedente sviluppo della storia. I personaggi appaiono ben caratterizzati e anzi, sono proprio le loro ben definite individualità a far procedere (seppure con qualche caduta nel banale) la vicenda mantenendo inalterata l'attenzione dello spettatore.

A ciò si deve necessariamente aggiungere un comparto tecnico meritevole, che brilla sopratutto per la fotografia veramente ben fatta: le ambientazioni, soprattutto in esterna, sono splendide e spesso la scelta del punto di ripresa costruisce le inquadrature in maniera rigorosa ma tanto bella da apparire quasi casuale. Interessante è anche il fatto che una dei protagonisti sia fotografa e che proprio l'immagine fotografica contamini pesantemente la struttura del film, fondendosi con la successione dei fotogrammi. 

Un altro spunto meritevole di attenzione è quello che si presenta soprattutto nella prima parte del lavoro di Anderson e che vede un continuo cambio della lingua utilizzata nei dialoghi, come se la Siberia che si sta attraversando in treno sia una terra di nessuno, una terra senza storia la cui verità rimane per sempre sepolta sotto la neve, nel silenzio delle persone rappresentate (nell'immagine fotografica come in quella cinematografica) con spunti di ejzenstejniana memoria.
VOTO: 8/10

domenica 28 aprile 2013

Le streghe di Salem



Le streghe di Salem di Rob Zombie - Genere: horror - USA, Regno Unito, Canada, 2013.

Dopo aver tentato di riportare in vita, a mio modesto avviso con scarso successo, i film della serie Halloween, Rob Zombie torna nelle sale con un film che riporta la sua firma per buona parte del progetto. Un film diverso, che abbandona i toni da macelleria di adolescenti tipici dei remake da lui curati e ci trasporta nel mondo del paranormale e della stregoneria. Si romanza la storia del processo alle streghe di Salem, che diventa punto di partenza per stabilire, come spesso succede, un rapporto diacronico fra due registri temporali diversi.

Va detto sin da subito che la vicenda non è molto originale, ma quantomeno evita di cadere - in fase di realizzazione - per il ricorso ai soliti stereotipi registici che accompagnano questo genere di film. Non c'è nessun accenno alle soluzioni adottate per raccontare il mistero della strega di Blair, per fortuna e questo è già un grande merito del film di Zombie. In aggiunta sono piuttosto evidenti delle citazioni erudite sia a maestri del genere (si susseguono spesso sequenze di memoria argentiana che forse testimoniano una passione per il regista) e palesi sono alcuni riferimenti a Georges Melies, che proprio sulla dimensione magica del cinematografico si divertiva a lavorare. 

La pellicola è piacevole, non eccessivamente e inutilmente truculenta ma comunque in grado di costruire un filo di tensione abbastanza spesso da interessare lo spettatore. La vicenda procede con un ottimo ritmo e questo è aiutato anche da un intelligente uso del comparto sonoro e da una buona fotografia; spesso si raggiungono dei momenti molto evocativi che strappano il film alla stereotipia del genere e ci permettono di apprezzarne anche le qualità estetiche che, in questi contesti, emergono prepotentemente. 

Da segnalare solo alcuni passaggi poco riusciti, in cui si perde un po' il senso della vicenda e che ricordano a tratti delle logiche che sembrano rifarsi più al videoclip che al linguaggio cinematografico propriamente detto (ma l'errore è veniale, Zombie è anche musicista dopotutto). Tutto è tenuto assieme dalla presenza importante della protagonista, che appare sopratutto nella seconda parte del film come la vera e propria musa ispiratrice di tutta la vicenda da un punto di vista narrativo e compositivo (altra cosa comprensibile, essendo la moglie del regista). In definitiva un film decisamente piacevole, che riporta all'ordine del giorno il tema della stregoneria in un modo artisticamente interessante.
VOTO: 8/10

domenica 17 marzo 2013

Anna Karenina - Recensione



Anna Karenina di Joe Wright - Regno Unito, 2013 - Genere: drammatico

Anna, moglie del ministro russo Karenin, incontra un ufficiale dell'esercito, Vronskij, di cui si innamora, ricambiata, in maniera morbosa. Il loro amore però è contrario a tutte le regole socialmente riconosciute e ben presto l'incontenibilità di questa passione li porterà sulla bocca di tutti.

Libero adattamento dal celeberrimo capolavoro di Tolstoj, il film di produzione britannica si rivela una piacevole sorpresa nel panorama cinematografico attuale e soprattutto in una più generale presa in considerazione dello sviluppo diacronico del genere in questione. Il rischio quando si compone una riduzione per il cinema a partire da un'opera di altro genere è quella di travisarne il significato oppure, peccato ancor più grave, di considerare la cinematografia come un contenitore neutro, come un enorme scatolone pronto ad accogliere personaggi e modalità narrative tipiche di altre forme mediali.

La bellezza di questo film sta principalmente in questo: la regia è stata tanto intelligente da capire che al giorno d'oggi un film come questo, per risultare convincente e non stucchevole, deve riuscire a sfruttare i meccanismi del cinema per riplasmare il contenuto. Ovviamente, non potendo agire sulla diegesi narrativa, già perfettamente costruita da Tolstoj, questa versione di Anna sceglie di lavorare sulla genealogia dell'immagine, ovvero sui meccanismi della messa in scena. In particolare è splendido il lavoro fatto in sede compositiva per raggiungere un perfetto equilibrio fra immersione nel racconto e inserimento di elementi di discontinuità che permettono allo spettatore di riflettere sulla natura mediata dell'immagine. 

Così la permeabilità degli ambienti, che trapassano osmoticamente l'uno nell'altro ci danno l'idea di un prodotto costruito con una grandissima attenzione alla componente estetica, cosa confermata anche da una fotografia di buona fattura e da costumi meravigliosi. Il tutto però ha anche un risvolto critico nei confronti del soggetto di narrazione: mentre all'inizio i personaggi entrano in scena attraverso un'esibizione spettacolare che si esemplifica attraverso il palcoscenico teatrale, con il disvelamento della loro vera natura essi perdono la dimensione eroica che la narrazione normalmente concede loro; di pari passo sparisce il proscenio e avanza la drammaticità della realtà fenomenica. 

In generale quindi un prodotto di buonissima fattura, che risulta decisamente piacevole da tutti i punti di vista. Dovrebbe essere un monito per tutti i registi che fanno film "commerciali": Anna Karenina è un film apprezzato dal grande pubblico che però non rinuncia a un certo sperimentalismo dell'immagine, costruito anche attraverso il sapiente ricorso a meccanismi ejzenstejniani (cosa molto ben evidenziata da una citazione molto ben fatta della sequenza della falciatrice de La linea generale).
VOTO: 8.5/10

venerdì 15 giugno 2012

E ora parliamo di Kevin - Recensione


E ora parliamo di Kevin di Lynne Ramsay - Genere: drammatico - UK, USA, 2011

Eva ha messo da parte le sue ambizioni professionali e il suo amore per New York per crescere Kevin in provincia e in tranquillità, ma il rapporto tra madre e figlio è sempre stato complicato, fin dal principio. Da neonato non smetteva mai di piangere, da bambino non parlava, poi non ha mai fatto altro che disobbedire. Tutto contro la madre, per provocarla e addolorarla. A 16 anni, infine, Kevin ha premeditato e commesso il peggio: una strage, a scuola. Due anni dopo, Eva ripercorre i ricordi, in cerca delle proprie mancanze, delle proprie responsabilità e di un perché. 

Film controverso, esteticamente potente e tragicamente attuale, E ora parliamo di Kevin - pellicola adattata da un romanzo -, terzo lungometraggio del regista Ramsay appare come una sorta di grande oggetto magmatico e misterioso, che pulsa sotto i nostri occhi e - parzialmente - al di fuori del nostro controllo. Un film controverso e complesso, che merita tutta l'attenzione possibile per essere compreso fino a fondo. 
Il motore della vicenda è la mente di Eva, che elucubra a posteriori la sua vita, quella del figlio e della sua famiglia. E' quindi un film che non rispetta una linearità narrativa, rifiutando anzi programmaticamente qualsiasi continuità spazio-tempo-causale. I frammenti della trama si disperdono come polvere, per poi ricomporsi (in maniera frammentaria e disordinata) solo grazie alla rielaborazione operata dalla mente-Eva, che cerca di trovare un senso alla questione. E' qualcosa di simile a quanto fa Gus van Sant in Paranoid Park, ma qui le potenzialità del sistema sono fatte esplodere sin dal principio, dove un incipit assolutamente visionario inaugura una vicenda filmica che vive non tanto dei fatti ma dell'estetica.

La narrazione procede attraverso liberi accostamenti, un montaggio spezzato e concettuale domina incontrastato sulla connessione delle sequenze. Non è il regista a operare i tagli di montaggio, ma la mente della protagonista; non è un film quello che stiamo vedendo, ma il flusso di coscienza di una madre che convive con la propria impotenza. Lungo la durata della pellicola ci muoviamo quindi fra un ricordo e l'altro, come se ci si volesse far entrare nel regno dell'inconscio di Eva, dove i ricordi si affastellano in fretta in base alle suggestioni del momento. E così, molto spesso, un suono del presente ci riporta al passato, causando un piacevole e destabilizzante slittamento di piani narrativi, che costituisce una delle migliori soluzioni di questa pellicola.

Le immagini sono potenti ed evocative; predomina - da un punto di vista cromatico - il rosso, riproposto costantemente e in una tonalità molto warholiana (richiamo fin troppo didascalico al sangue della strage, ma forse anche ad altri elementi). Le inquadrature hanno spesso una loro dignità plastica e pittorica, risultano ben costruite e piacevoli da guardare anche in versione "stop-motion". 
Abbondano in tutto il film le superfici riflettenti, che spesso ci permettono di vedere una scena da diversi punti di vista e che - in generale- contribuiscono alla moltiplicazione delle figure e dei centri d'attenzione dentro la figura. Lo specchio richiama il doppio e i vetri si ricollegano (anche qui, un po' didascalicamente) alla presenza di confini non valicabili, come quello fra Eva e Kevin. 

La colonna sonora è adeguata e conferisce a tutta la vicenda un tono vintage e a tratti vagamente country. In questo senso, probabilmente, va letta anche la continua riproposizione di un tema sonoro tipico delle scene di duello western che, nel nostro caso, incornicia i momenti di conflitto (anche solo di sguardi) fra madre e figlio. E' proprio di questo delicato rapporto psico-edipico che il film parla, in fin dei conti. E' vero, è un tema vecchio come il mondo (da "Psycho" in poi i titoli al riguardo non si contano), ma la caratteristica di E ora parliamo di Kevin sembra essere la completa permeabilità delle figure. In altre parole, Kevin appare in alcuni punti della vicenda come una proiezione di un desiderio frustrato di Eva, come se i più reconditi recessi della sua parte passionale e irrazionale avessero preso corpo e si fossero manifestati davanti a lei. In questo modo, credo, acquisterebbe maggiore pregnanza anche la presenza di superfici riflettenti e moltiplicatorie dentro le inquadrature. 

In ultimo, una nota su Tilda Swinton, che svetta su tutto il resto del cast (pure ottimo, s'intende) per la potenza e la tragica drammaticità della sua interpretazione. La nodosità delle sue mani, gli occhi scavati, l'ossessivo tentativo di cancellare le tracce del suo passato scrostando il rosso dai muri sono tutte azioni che fanno di Eva la quintessenza della maternità e allo stesso tempo un'eroina dotata di un phatos tragico con il quale non è possibile non entrare in empatia. Lo sguardo vuoto di Eva si può leggere e apprezzare appieno se messo in relazione con quello intrinsecamente folle e insensato di Kevin, incorniciato da un sorriso assolutamente perturbante, quale non si era mai visto dal Joker di Jack Nicholson, probabilmente. Un sorriso omicida, che conduce lo spettatore - per un attimo soltanto slegato dalla mente di Eva - a vedere (anche se con la dovuta decenza, evitando facili cadute verso il grottesco) la strage commessa a scuola. Una strage su cui il regista non da spiegazioni (cfr. Elephant di Gus van Sant), come se fosse frutto di un'altra mente.

Un film assolutamente da vedere; a mio avviso uno dei migliori prodotti degli ultimi anni per intensità drammatica e costruzione estetica

VOTO: 10/10