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giovedì 5 giugno 2014

Dolls



Dolls di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 2002

Negli ultimi due mesi circa, per ragioni strettamente legate all'università, mi sono trovato ad approfondire la filmografia di Takeshi Kitano, del quale avevo visto molto poco e che non ero riuscito a digerire completamente, a fronte di un indiscusso talento registico e di messa in scena. Violent Cop, ad esempio, si era fatto apprezzare per l'idea di fondo e per il crudo sarcasmo di alcune sue scelte, ma manifestava uno stile ancora troppo impreciso per dare l'idea del grande autore che Kitano senza dubbio è. Dolls, film in concorso a Venezia 2002, ha spazzato via tutti i miei dubbi residui derivanti dalla visione dei titoli che già conoscevo e mi ha confermato, con la forza del suo stile e delle sue scelte, la grandezza del cineasta giapponese.

Entro la cornice di un tradizionale spettacolo di Bunraku (una sorta di equivalente delle marionette occidentali), Kitano incrocia tre vicende diverse, accomunate dalla loro profonda drammaticità. Si tratta di tree linee narrative che, per quanto del tutto indipendenti, si troveranno a intrecciarsi spesso l'una con l'altra in una maniera assolutamente splendida (e splendidamente resa dalla regia sempre elegante di Kitano). Attorno al vacuo peregrinare di due giovani amanti legati da una corda rossa (immagine quasi senza tempo per la icasticità e la sua forza visiva, che diventa ancora più pregnante se si considerano le motivazioni di questo accadere), si collegano il languido ritorno di un capo yakuza (soggetto prediletto di Kitano) su una panchina dove la donna che amava lo ha atteso per tutta la vita e la patetica vicenda del rapporto fra una pop star e un suo grande fan. Utilizzando un montaggio che oscilla continuamente sui piani temporali e ricompone poi le sequenze narrative in un quadro sempre credibile ed estremamente agile, Kitano confeziona un prodotto di grande pregio che riesce a toccare senza essere stucchevole.

Abitato da un pessimismo estremo sull'esito delle vicende raccontate, meraviglioso per la sua bellezza autoreferenziale (che forse si traduce in un leggero vento d'accademismo? E' possibile, ma i pregi sono senza dubbio superiori nel bilancio complessivo), Dolls è un film che non può non rimanere impresso per la forza delle sue immagini e l'evocatività della sua scrittura. 

VOTO: 8/10 

giovedì 15 maggio 2014

Violent cop



Violent cop di Takeshi Kitano - Genere: drammatico/azione/thriller - Giappone, 1989

Attenzione, quest'uomo è estremamente percioloso. Questa è la traduzione italiana del titolo originale giapponese del primo lungometraggio diretto e interpretato da Kitano, indiscusso maestro del cinema giapponese (già attore di altre pellicole di tono comico). Per quanto anche la lezione italiana della titolazione rimanga fedele allo spirito della pellicola, la traslitterazione originale dei kanji rende sicuramente meglio il clima anche culturale che sta dietro a questo lavoro. In ogni caso già da questo suo primo film Kitano impagina degli elementi di grandissimo interesse: a partire da un canovaccio piuttosto convenzionale, il regista riesce a far emergere un prodotto decisamente interessante che è stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico. Attraverso gli occhi del poliziotto Azuma, Kitano ci racconta di una discesa ad inferos che sembra però investita di un forte valore morale: per quanto sia indubbiamente uno sconfitto, il personaggio di Kitano assume una valenza quasi titanica nella sua lotta (condotta, come da titolo, con mezzi ben poco convenzionali) contro la corruzione degli altri strati della polizia.

E' un racconto morale, ma non moralistico. Lo stile personalissimo del regista garantisce al film una pregnanza particolare e una discreta qualità complessiva, anche se ancora non ai livelli dei suoi capolavori. Violent cop è a mio avviso un film interessante ma non ancora pienamente maturo, da vedersi per completismo o se si cerca un film di genere diverso dal solito, impreziosito da una regia comunque attenta e intellettuale, che non mancherà di lasciarsi gustare con piacere da chi ha occhio in materia. Per quanto mi riguarda l'eccesso di violenza che lo stesso Kitano ha visto a posteriori in questo suo debutto è del tutto ingiustificato; anzi, mi pare che - conoscendo il coraggio del cinema orientale in questo senso - si sarebbe potuto osare decisamente di più.

VOTO: 6/10 

mercoledì 7 maggio 2014

Sonatine



Sonatine di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 1993

Mi sono sempre trovato estremamente colpito dal cinema giapponese e più in genere orientale: il mio amore per Kim Ki-duk e l'insana passione per Takashi Miike saranno certamente note ai lettori di questo blog. Eppure il mio primo approccio con Takeshi Kitano, notissimo cineasta nipponico riportato in quasi tutte le storie nazionali della settima arte, è stato piuttosto problematico. Forse le mie aspettative erano sbagliate e certamente non sono riuscito a comprendere fino in fondo ciò che Sonatine significa e rappresenta; di certo una più completa conoscenza della filmografia di Kitano mi aiuterebbe nell'impresa e senza dubbio i suoi sono film che desidero recuperare al più presto. Eppure, Sonatine per me è un film irrisolto, incompleto, forse troppo criptico per una esegesi matura, almeno attualmente. Spesso si dice che i critici hanno torto o ci vedono poco chiaro e molte volte posso essere d'accordo. Ma se critica e pubblico sono concordi nel ritenere che un film sia meritevole e io in quanto spettatore letterato non lo ritengo tale, qualche domanda vale la pena di porsela, per quanto il giudizio rimanga immutato. Nel caso specifico credo di non essere riuscito a entrare nell'ottica giusta, oppure di non aver guardato con sufficiente attenzione. E' senza dubbio un peccato.

Quel che è certo è che Kitano è riuscito ad aprire alla riflessione (meta?)cinematografica una trama piuttosto scontata come quella della crime story all'orientale, abbandonando progressivamente la fascinazione di una narrazione forte a favore di una diegesi fredda, molto evocativa ma estremamente debole e dilatata sino all'inverosimile. Gli uomini di Murakawa passano con il loro capo delle giornate vuote, in attesa che il loro destino si compia. Il tempo qui si allunga all'inverosimile e lo spettatore non può che seguire con un certo sconcerto le pantomime assurde che gli yakuza mettono in scena su una spiaggia bianchissima e quasi irreale. Di certo siamo di fronte a un'opera fastidiosa, disarmonica, ruvida e difficile da comprendere. Inoltre sono assolutamente certo che dietro alla diafana camicia di Kitano (qui anche attore oltre che regista), alla granitica inconsistenza della sabbia al di fuori del tempo, sia ben presente un lampo di genialità che non sono ancora riuscito ad assimilare. Come per alcuni film di Lars von Trier, spero di arrivare a comprenderne pienamente il senso e la grandezza. Per ora, il giudizio non può che rimanere parzialmente sospeso.

VOTO: 7/10