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giovedì 15 maggio 2014

Violent cop



Violent cop di Takeshi Kitano - Genere: drammatico/azione/thriller - Giappone, 1989

Attenzione, quest'uomo è estremamente percioloso. Questa è la traduzione italiana del titolo originale giapponese del primo lungometraggio diretto e interpretato da Kitano, indiscusso maestro del cinema giapponese (già attore di altre pellicole di tono comico). Per quanto anche la lezione italiana della titolazione rimanga fedele allo spirito della pellicola, la traslitterazione originale dei kanji rende sicuramente meglio il clima anche culturale che sta dietro a questo lavoro. In ogni caso già da questo suo primo film Kitano impagina degli elementi di grandissimo interesse: a partire da un canovaccio piuttosto convenzionale, il regista riesce a far emergere un prodotto decisamente interessante che è stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico. Attraverso gli occhi del poliziotto Azuma, Kitano ci racconta di una discesa ad inferos che sembra però investita di un forte valore morale: per quanto sia indubbiamente uno sconfitto, il personaggio di Kitano assume una valenza quasi titanica nella sua lotta (condotta, come da titolo, con mezzi ben poco convenzionali) contro la corruzione degli altri strati della polizia.

E' un racconto morale, ma non moralistico. Lo stile personalissimo del regista garantisce al film una pregnanza particolare e una discreta qualità complessiva, anche se ancora non ai livelli dei suoi capolavori. Violent cop è a mio avviso un film interessante ma non ancora pienamente maturo, da vedersi per completismo o se si cerca un film di genere diverso dal solito, impreziosito da una regia comunque attenta e intellettuale, che non mancherà di lasciarsi gustare con piacere da chi ha occhio in materia. Per quanto mi riguarda l'eccesso di violenza che lo stesso Kitano ha visto a posteriori in questo suo debutto è del tutto ingiustificato; anzi, mi pare che - conoscendo il coraggio del cinema orientale in questo senso - si sarebbe potuto osare decisamente di più.

VOTO: 6/10 

giovedì 8 maggio 2014

Django Unchained



Django Unchained di Quentin Tarantino - Genere: azione - USA, 2012


A volte si ha bisogno di colmare le proprie lacune. In questo caso la mia riguardava un clamoroso successo commerciale di pochi anni fa, di cui peraltro ho sentito parlare davvero molto sia da parte del pubblico che da parte di "specialisti" del settore. Django Unchained, riedizione tarantiniana di uno spaghetti western di qualità neppure troppo elevata, è da una parte un punto di svolta e dall'altra parte una conferma del cinema di Tarantino. E' una novità perché è il film più lungo da lui diretto, il primo in cui Tarantino va a scavare in un'altra delle grandi ferite del popolo americano. E' una conferma perché si deve comunque ammettere sinceramente che Django non aggiunge molto a quanto già affermato, forse con più forza e convinzione, in Bastardi senza gloria. L'idea teorica è la stessa; qui si aggiunge una più evidente passione per il cinema di genere, ripreso con criterio spesso filologico e un ritorno a un gusto smaccatamente e spesso umoristicamente splatter già visto in modo ben più drammatico ne Le Iene.

Dal punto di vista della qualità registica, non si possono muovere critiche di sorta. Tarantino sa come muoversi agilmente e con convinzione utilizzando sempre uno stile eclettico e ultracinematografico, piegato di volta in volta alle sue esigenze. Ma se Bastardi rappresentava per me il capolavoro (o uno dei capolavori) del Nostro, Django ha degli evidenti problemi, che però non chiamerei veri e propri difetti. Mi pare che lo stile di Django e molte delle scelte che lo hanno generato siano il risultato di uno stile mutuato senza troppe differenze dal precedente successo, il che a mio avviso ha generato un prodotto piuttosto sterile e manieristicamente incancrenitosi su un risultato già raggiunto. Clement Greenberg in un suo famoso saggio, parlando del rapporto fra avanguardia e kitsch, fa riferimento al concetto di alessandrinismo accademico e immobile, che mi pare calzante per il caso in esame.

Intendiamoci, Django Unchained rimane comunque un film ben realizzato e gustoso dal punto di vista dell'appealing. La straordinaria interpretazione di Cristoph Waltz (già apprezzato nel precedente film di Tarantino) così come il cameo di Franco Nero garantiscono al film una certa presa. Ma, ad esempio, c'era davvero bisogno di prolungare il film sino alla sua conclusione ultrapop? Non sarebbe stato sufficiente calare il sipario dopo la mattanza realizzata da Django a Candyland? Del tutto irrilevanti mi sembrano invece le polemiche sorte all'uscita del film sull'utilizzo del termine "negro"; credo che chiunque sia in grado di approcciarsi a un testo sull'argomento con maturità sappia (o dovrebbe sapere) discernere con facilità le scelte estetiche e quelle etiche (anche se di questi tempi e nel caso di un regista polemico come Tarantino mi rendo conto che possa essere difficile); lo stesso valga per le tanto discusse scene di violenza: ad eccezione della lotto fra mandingo, davvero d'impatto, non ho trovato tutto questo surplus di insistenza sul corpo ferito. Spesso, anzi, mi pareva che le scelte in questo senso fossero più umoristiche che altro.

Django Unchained è in definitiva un film riuscito solo a metà e che mi ha parzialmente deluso. E' comunque una visione consigliata a tutti gli amanti di Tarantino e non, almeno per la sua grande riuscita tecnica.
VOTO: 6/10

mercoledì 16 aprile 2014

Le Iene



Le Iene di Quentin Tarantino - Genere: azione, thriller - USA, 1992

Nel mio ultimo post, parlando della prima opera di Dario Argento, ho detto che si è trattato di un esordio convincente che si è presto tramutato in uno stile cancrenizzato e insoddisfacente. Quentin Tarantino, regista per il quale ho senza dubbio un rapporto di amore/odio, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, confeziona un film straordinario, di una violenza visiva inenarrabile ma - soprattutto - di uno stile talmente sofisticato e al tempo stesso apparentemente facile da far venire i brividi. Mi pare infatti che una delle caratteristiche fondamentali dei film di Tarantino, penso a Kill Bill e in misura minore a Pulp Fiction, sia la loro grandissima capacità di parlare efficacemente anche ai non addetti ai lavori, o quantomeno al pubblico che dal cinema esige solo un sano intrattenimento. Ho a lungo pensato che questo carattere pop (nel senso etimologico del termine) fosse un potenziale demerito, ma sto lentamente convincendomi a rivedere la mia posizione. 

In ogni caso Le Iene contiene in sé un cocktail esplosivo di elementi che ci raccontano, in una specie di teatro kabuki della violenza gratuita, praticamente tutto il cinema di Tarantino precedente a Bastardi senza gloria, per il quale va fatto senza dubbio un discorso almeno in parte diverso. Siamo di fronte a un film che è davvero una prova registica di grande valore, che ci dice in modo succinto e stringato quanto bisogna sapere sull'estetica di Tarantino e sulla sua capacità mascherare il proprio valore ai più. Intendiamoci, Le Iene è senza dubbio un film difficile da girare e che mette subito in chiaro quella che è la tempra di uno dei registi più controversi ma importanti delle ultime decadi. Anche se forse c'è ancora qualche asperità da smussare, la linea narrativa a intreccio è gestita in maniera egregia e il titolo è già un crogiolo di citazioni che arrivano fino all'ormai ben noto spaghetti western Django.

Tarantino lo si può apprezzare o no, ma è senza dubbio un dovere della critica quello di rendere merito all'importanza di titoli tanto ben realizzati. Forse non eccessivamente rivoluzionari in questo caso, ma davvero egregiamente orchestrati sotto il profilo della tecnica.

VOTO: 9/10 

domenica 6 aprile 2014

Riddick

 

Riddick di David Twohy - Genere: fantascienza/azione - USA, 2013

Sembra che i titoli commerciali di successo (per evidenti ragioni monetarie) non possano proprio esimersi dal bisogno di fondare delle trilogie (o tetralogie, o peggio...). David Twohy, regista visionario che ha dato al personaggio di Riddick tutto il suo fascino con il bel Pitch Black, titolo di ormai quasi quindici anni fa, cui ha fatto seguito il non altrettanto riuscito The Chronicles of Riddick, ha deciso di non farsi mancare il terzo episodio di una saga che poteva benissimo chiudersi nel 2004. Questo terzo episodio di uno dei più fortunati film di fantascienza degli anni Zero (insieme, ovviamente, a Matrix, del quale però Pitch Black non ha la levatura filosofica e teorica) delude sotto molti punti di vista, a partire - come ho cercato di spiegare - dalla sua stessa esistenza. Pur ricollegandosi al precedente capitolo della trilogia, Riddick lo fa in una maniera piuttosto debole e fantasiosa, seppure in qualche senso coerente con la morale della intera serie.

Questo contribuisce a rendere manifesto il difetto principale del film, che si situa a livello di ritmo e debolezza dell'intreccio drammatico: sulla durata di centoventi minuti circa il film propone un lunghissimo e ben poco utile prologo che sembra fatto apposta per i neofiti della serie, come se ci fosse bisogno di ambientarsi nei confronti del personaggio e del suo stile di vita. Ancor più tamarro di come lo avevamo lasciato, Vin Diesel, sciorina una serie di massime da tipico action movie americano per poi lasciarci a un buon venti minuti di lotta per sopravvivenza del tutto irrealistica che si conclude niente meno che con l'adozione di una specie di cane (c'era proprio bisogno di un amico a quattro zampe?). Dopodiché inizia il vero e proprio sviluppo della trama, che vede Riddick opposto a due compagini (poi alleatisi) di individui che cercano di catturarlo. Nulla di nuovo sotto il sole e anche qui l'azione stenta a decollare: Twohy predilige elementi stealth e dalle sfumature horror che sembrerebbero voler tornare a Pitch Black, purtroppo senza riuscire a mimarne la freschezza e l'efficacia. Anche a livello di effetti speciali non si può segnalare nulla di particolarmente eclatante, cosa che forse si può imputare al budget piuttosto ridotto (conseguenza del flop di The Chronicles of Riddick, con tutta probabilità). 

Nel complesso una conclusione piuttosto indegna per una serie che aveva fatto il botto al suo debutto, ripiegandosi poi in maniera piuttosto indegna per evidenti ragioni commerciali. 

VOTO: 4/10 

lunedì 31 marzo 2014

Captain America: Il Primo Vendicatore



Captain America: Il Primo Vendicatore di Joe Jonhston - Genere: azione - USA, 2011

Senza dubbio i supereroi sono una delle mode degli ultimi anni da un punto di vista cinematografico. E' vero che ci sono stati i vari Batman, a partire da quelli di Tim Burton e che l'Uomo Pipistrello è stato il primo a imporsi sul grande schermo, ma ultimamente praticamente tutti i beniamini della Marvel e della DC stanno avendo il proprio lungometraggio, anche con audaci crossover come quello proposto nel recente The Avengers. Capitan America, didascalicamente il più americano di tutti i figli di Stan Lee, ha trovato il suo posto piuttosto tardi, grazie alla regia di Joe Johnston, ricordato dai più per uno dei film cardine dell'infanzia della mia generazione, il in verità non imperdibile, Jumanji. Così Steve Rogers, supersoldato impegnato durante la Seconda Guerra Mondiale a debellare la minaccia della divisione scientifica nazista dell'HYDRA e il suo capo, Johann Schmidt altrimenti noto con il famigerato nome di Teschio Rosso.

Chris Evans, già visto nei panni del protagonista del recente Snowpiercer, si riconferma un interprete adeguato per il ruolo ma insopportabilmente legato allo stereotipo (qui purtroppo praticamente obbligato) dello sterile eroismo all'americana, dell'eroe incredibilmente buono e privo di lati oscuri come Capitan America in effetti è. Non è un supereroe che amo molto, proprio per questo motivo. Batman, soprattutto nella trilogia di Nolan, si è dimostrato invece (come già Spider-man), un personaggio dotato di una profondità infinitamente maggiore, capace di confrontarsi con la propria oscurità pur senza riuscire a raggiungere con essa una sintesi sempre efficace. 

Riguardo al film in sé c'è purtroppo piuttosto poco da dire: Johnston compone un titolo intrattenente che si lascia guardare senza troppe pretese per tutta la sua durata ma che, in ogni caso, non riesce a convincere sino in fondo. Al di là di una sceneggiatura piuttosto blanda, che mi pare non lasci nessuno spazio di gestione per le dinamiche profonde dei diversi personaggi (penso ovviamente a Capitan America e agli altri buonissimi) e di una regia troppo lineare, che non utilizza neppure gli effetti speciali in chiave spettacolarizzante come si sarebbe senza dubbio potuto fare grazie alla parte "fantasy" derivante dalle tecnologie futuristiche sviluppate dall'HYDRA, la parte veramente carente del film è la prima, quella in cui si fa la conoscenza di Rogers, sfigatello di periferia che vorrebbe arruolarsi in guerra per vivere il sogno americano. Tutta questa sezione d'apertura, dilatata all'infinito in modo molto poco utile, si risolve in un pasticcio registico e di scrittura, dove spunti da generi diversi vengono affastellati con qualche spunto di fantasia ma poca intelligenza.

Perfino il Teschio Rosso, il cui make-up è senza dubbio l'elemento visivo migliore dell'intero lavoro di Johnston, si presenta come un nemico piuttosto anonimo, poco caratterizzato e ridotto in realtà a una macchietta steampunk del "povero" Hitler. Un peccato perché sulla carta poteva essere l'elemento di spicco di un film per il resto piuttosto anonimo, anche se non del tutto spiacevole.

VOTO: 4.50/10 

domenica 23 marzo 2014

Snowpiercer



Snowpiercer di Bong Joon-ho - Genere: fantascienza/azione - Corea del Sud, USA, Francia, 2013

Snowpiercer è senza dubbio uno dei film di punta della programmazione cinematografica delle ultime settimane. Film di fantascienza e azione denso di effetti speciali, esaltato dalla critica come uno dei migliori rappresentanti nel suo genere, è stato paragonato addirittura a Blade Runner e Matrix per l'impatto che si pensa potrebbe avere sulle successive produzioni sci-fi. Pur riconoscendo che il film del coreano Bon Joon-ho ha senza dubbio le carte in regola per diventare un capostipite piuttosto fortunato non mi sento di sposare un giudizio così entusiastico. Il film mi è piaciuto, senza dubbio ma non sono del tutto d'accordo coni  giudizi così' sperticati di molti critici. Andando con ordine voglio premettere innanzitutto che il film non è piaciuto proprio a tutti e credo che, un po' come era stato per lo Stoker di Park Chan-wook, gli estimatori puristi o quasi del cinema del Sol Levante potrebbero senza dubbio storcere almeno un po' il naso. Questo perché senza dubbio l'elevatissimo budget per Snowpiercer, che lo ha qualificato come il film coreano più costoso mai realizzato, ha permesso di giocare molto di più su toni americaneggianti anche a livello figurativo e di narrazione, tradendo almeno in parte quel cinema di sensazione e atmosfera che l'Oriente ci ha sempre saputo regalare. Ciònondimeno credo che una serena presa di coscienza della natura di questo prodotto dovrebbe essere sufficiente a evitare che la sua bocciatura diventi uno sterile tentativo isolazionista.

Bong Joon-ho, regista famoso soprattutto per il suo The Host (2006), da non confondere con l'omonimo e più recente film ispirato dagli scritti dell'autrice di Twilight, mette in scena un mondo distopico dove l'azione dell'uomo diventa (come spesso accade) il motore di un inarrestabile meccanismo distruttivo. Nel 2031 i pochi sopravvissuti viaggiano su un treno, sorta di Arca dell'Alleanza, per tentare di preservare la propria specie. Il tentativo del giovane Curtis (Chris Evans, alias la Torcia Umana e Capitan America...!) sarà dunque quello di cambiare le cose, arrivando in testa al treno. Già il nome di Evans dovrebbe dare l'idea del cast stellare o quasi coinvolto nel film: al di là del Vendicatore, che interpreta un personaggio smaccatamente americano, quasi stalloniano e dunque incredibilmente fastidioso, segnaliamo almeno la buona prova di John Hurt, forse non sfruttato abbastanza e la fascinosa interpretazione di Tilda Swinton, vero e proprio fiore all'occhiello del film. Una serie di nomi importanti dunque, che impreziosisce il buon lavoro alla regia fatto dal coreano Joon-ho, coadiuvato proprio da quel Park Chan-wook che abbiamo già citato in precedenza.

Lo stile di Park si fa sentire chiaramente nella scelta dei colori e dello stile di regia. Il cromatismo grigio e pesante è senza dubbio il dato visivo più efficace dell'intero film, sopratutto considerando che esso viene progressivamente a trovarsi in compresenza con tinte diverse a mano a mano che si procede nella scalata al treno. Per il resto, per quanto Snowpiercer sia senza dubbio ben realizzato dal punto di vista tecnico, ci si sarebbe forse potuti aspettare qualcosa di più a livello di sperimentazione, ma è probabile che l'alto budget abbia portato anche ad alcune ingerenze da parte della produzione. Il risultato è dunque un oggetto decisamente concorrenziale e interessante, per quanto forse un po' troppo visivamente legato a stilemi americaneggianti. Anche la costruzione della trama e il ritmo della vicenda, che si dipana su poco più di due ore di durata, reggono abbastanza bene la prova, seppure con alcuni tempi morti che una limatura più attenta avrebbe senza dubbio potuto evitare. 

Per tutti questi motivi Snowpiercer è senza dubbio un film piacevole che vale la pena di guardare anche per la sua capacità di sposare, seppure non sempre in maniera efficace, due diverse modalità di utilizzo dell'immagine filmica. Dal mio punto di vista mi pare che il film di Bong Joon-ho non possa essere paragonato a quello di Scott o dei Wachowski, non essendo riuscito a dire in maniera pienamente convincente qualcosa di nuovo sul genere che indaga. E' pur vero che, fra i molti cloni che ci aspettano nel futuro, qualcosa di interessante potrebbe venir fuori, in mani esperte e forse (paradossalmente?) non americane.

VOTO: 7/10 

venerdì 21 marzo 2014

47 Ronin



47 Ronin di Carl Rinsch - Genere: azione/fantasy - USA, 2013

 Che speranza di successo potrebbe mai avere un film ambientato in Giappone, che si presenta almeno apparentemente come estremamente compromesso con la cultura del Sol Levante e che è stato prodotto interamente negli Stati Uniti? Quanto può essere credibile un film che saccheggia senza pietà un immaginario condiviso denaturandolo attraverso il richiamo fuorviante a luoghi comuni abbastanza riconoscibili e che - in aggiunta - punta molta della sua comunicazione pubblicitaria su un personaggio (l'uomo tatuato che si vede anche in questa locandina), che in realtà è poco più di una comparsa? Evidentemente, molto poco. E così per la regia dell'anonimo Carl Rinsch (non ha neppure una pagina wikipedia...) arriva sui nostri schermi la trasposizione cinematografica della bellissima vicenda dei 47 Samurai senza padrone, vicenda abbastanza nota della storia giapponese (per chi non sa di cosa si stia parlando c'è, di nuovo su wikipedia, una pagina abbastanza precisa in merito). In sé la storia avrebbe potuto essere molto ben realizzata, se chi si è messo dietro la macchina da presa avesse almeno cercato di adottare uno sguardo sul mondo e sulle cose d'impronta nipponica. 

Sì, perché la grande difficoltà di questo film - e il motivo principe per cui è un mezzo fallimento - è la completa incapacità di Rinsch di abbandonare lo schema spettacolarizzante d'impronta americana e di fare almeno un tentativo nella direzione di un racconto più calzante rispetto alla sensibilità che si cerca di riprodurre. Al di là delle reminiscenze visive di alcuni topoi piuttosto comuni della cinematografia giapponese (potrebbe essere una mia impressione ma ho trovato diversi echi a Ran, capolavoro di Akira Kurosawa e addirittura ad alcuni elementi dell'animazione di Miyazaki). In realtà quindi Rinsch tenta di entrare all'interno del mondo che vuole mettere in scena ma lo fa male, soprattutto appoggiandosi a questi echi che fanno leva per l'appunto più sulla memoria visiva del pubblico che su un vero interesse di questo genere. Lo confermano anche la struttura narrativa, che sembra modellabile più sul videogame che sul film, e l'insistenza su elementi romantici e lacrimevoli della trama, tipicamente americani.

Se a questo aggiungiamo un comparto tecnico non certo indimenticabile per quanto dignitoso, il risultato finale è piuttosto noioso e in generale poco riuscito. Ed è un peccato, perché in mani esperte la storia dei quarantasette Ronin avrebbe senza dubbio potuto originare un film assolutamente degno e affascinante. 

VOTO: 4/10 

lunedì 17 febbraio 2014

Dredd



Dredd di Pete Travis - Genere: fantascienza/azione - USA, 2012

Nel lontano 1995 usciva Dredd: La legge sono io, science fiction con Sylvester Stallone basata su un personaggio partorito nel mondo dei fumetti. Gli ingredienti della fantascienza classica c'erano tutti: un futuro distopico creato da una catastrofe nucleare, entro il quale un'umanità priva di punti di riferimento si raccoglieva in un'unica grande città (MegaCityOne, versione neanche troppo fantasiosa delle odierne megaregions di cui ci parlano molti sociologi) entro cui la criminalità dilagava come un malessere incurabile e dove l'unica speranza di giustizia era rappresentata dai Giudici, dei quali il Dredd protagonista faceva parte. Su questo nucleo narrativo di base il regista Danny Cannon aveva costruito una trama che sembrava ritagliata sul personaggio Stallone, tanto che alla fine Dredd non era molto più che una riedizione futurista di Rambo. Nonostante questo, al di là del suo essere un film spettacolare e commerciale fino al midollo, aveva rapito il mio interesse di bambino e Dredd rimane ancora oggi, con la sua moralità inattaccabile, un personaggio decisamente interessante. 

Pete Travis rilancia questo fascino, smarcandosi saggiamente dalla (ingombrante per quanto scarsamente utile) eredità di Cannon e confezionando un prodotto che perdendo le caratteristiche stalloniaane ci restituisce un'immagine del Giudice più vicina a quella originale. A differenza di quanto accadeva nella pellicola del '95 qui Dredd non è messo sotto accusa ed è il protagonista assoluto di una trama thriller/poliziesca piuttosto tipica, nella quale riesce a risaltare appieno il suo armamentario futuristico e la sua etica inoppugnabilmente manichea. Ovviamente, è bene ricordarlo, l'operazione di Travis è smaccatamente commerciale e si inserisce in un filone di aggiornamento nostalgico che sta interessando un buon numero di prodotti precedenti. Stilisticamente quindi, tutto molto controllato, lineare e spettacolare: esplosioni a profusione e uso continuo (soprattutto nella prima parte del film) dello slow motion per mimare, in modo neanche troppo originale, gli effetti di una droga stile bullet time (Matrix qui la fa da maestro). 

A conti fatti il lavoro di Travis non è per nulla spiacevole e riesce a intrattenere lo spettatore senza difficoltà, soprattutto se come mi si aveva amato l'impianto di base del film originale, magari storcendo un po' il naso per il protagonismo eccessivo di Stallone (che, intendiamoci, era perfetto per Dredd; solo che aveva finito con il fagocitarlo). Film piacevole, non esente da difetti e troppo colluso con il 3D (gli effetti in bullet time sono evidentemente inseriti solo a quello scopo o quasi), per meritarsi la sufficienza. Consigliato però per una serata disimpegnata.

VOTO: 5/10

sabato 8 febbraio 2014

I Guerrieri della Notte



I Guerrieri della Notte di Walter Hill - Genere: azione - USA, 1979

Film culto degli anni Ottanta, di cui riprende lo stile e le movenze narrative, I Guerrieri della Notte è un film decisamente interessante, che riprendendo spunti da un certo cinema colto, li riconfigura entro una cornice più pop ma non per questo meno efficace. Mymovies ha dato alla pellicola di Hills un voto altissimo (4.2/5), cosa che viene fatta di rado. In realtà non condivido il giudizio eccessivamente entusiastico che i recensori hanno dato della pellicola, ma rimane il fatto che I Guerrieri della Notte merita un'attenzione particolare, anche grazie alla vasta pervasività che ha avuto (non molti anni fa gli è stato addirittura dedicato un videogioco per console, segno della sua grande capacità di rimanere incastonato nella mente delle generazioni che ha formato). 

Mutuando senza dubbio numerosi spunti dal capolavoro kubrickiano Arancia Meccanica, datato 1971, Hill è riuscito a creare un prodotto di grande impatto visivo ambientato in una scura notte di una New York trasfigurata, attraverso una grande capacità stilistica, in un vero e proprio non-luogo di augeana memoria. Le inquadrature ritagliano spazi isolati, insicuri e fatiscenti, dove le relazioni umane sono sempre pericolosamente a doppio fondo. Nulla è sicuro e la fuga dei Guerrieri, accusati ingiustamente di aver sovvertito un ordine a sua volta faticosamente costruito e segnato dalla fragilità, assume la forma di una movenza anabatica attraverso la quale, con un fare dal sapore quasi tragico, si giungerà alla fine alla risoluzione dell'intreccio tramite l'intervento di un autentico deus ex machina. Il mondo diegetico ne esce impoverito: se è pur vero che alla fine la moralità dei Guerrieri li ripaga scagionandoli dalle accuse in cui si erano trovati invischiati, non si può non notare come lo spazio di manovra dei singoli sia fortemente schiacciato da uno schema superiore che ne preordina i movimenti e ne inibisce almeno parzialmente le capacità.

In tutto questo l'occhio visionario di Hill installa una visione quantomai moderna del genere distopico (che qui si tinge fortemente di tinte agoniche), ritagliando spazi visivi di sicuro impatto e certa memoria, come la riuscitissima e giustamente famosa sequenza dello scontro con i Baseball Furies, dove il regista è riuscito a dare vita a dei personaggi veramente perfetti per il mondo in cui si muovono (a tal punto che questa può essere considerata la vera e propria scena clou nella memoria collettiva del film). Una nota ulteriore la merita senza dubbio la colonna sonora, quanto mai adatta allo stile visivo ed emotivo del film e anche al di là di questo di per sé davvero apprezzabile.

VOTO: 7/10 

martedì 10 settembre 2013

World War Z



World War Z di Marc Forster - Genere: azione, fantascienza, horror - USA, Malta, 2013

Tratto dal romanzo omonimo pubblicato nel 2006, WWZ si è proposto, sin dal suo annuncio pubblicitario, come un'opera epocale che - almeno sulla carta e, forse, nelle aspettative del pubblico - aveva l'arduo compito di ripensare o quantomeno contribuire a ridefinire la figura dello zombie nel cinema contemporaneo. In effetti sembra che in questo campo, dopo la grande innovazione romeriana avviata con il meraviglioso La notte dei morti viventi, le cose siano rimaste un po' ferme. Il motivo è da ricercarsi tanto nella solidità della figura edificata da Romero e costantemente riproposta dai sequel, tanto nel fatto che il cinema horror contemporaneo ha cercato di battere (senza troppo successo) altre strade (Ring e Paranormal Activiy hanno fatto scuola). 

Il fatto che questo tentativo derivi da un film che non è neanche completamente horror, ma sembra fortemente contaminato dai topoi fantascientifici della pandemia e dell'apocalisse, rende tutto ancora più interessante: un tentativo in questa direzione era già stato fatto con l'ibridazione fra horror e sci-fi con La Cosa di Carpenter (che poco ha a che vedere con gli zombie, ma è simile per l'idea di commistione fra generi). Sulla carta, dunque, buone aspettative: l'idea di un film che riproponesse uno scenario di guerra globale causata dai non morti tendeva a complessificare il filone cinematografico di riferimento e rendeva nel contempo ragione al clima di tensione attuale, dando eco alle ansie e alle paure per una eventuale terza guerra mondiale (già svariate volte ho sostenuto che le immagini del secondo conflitto mondiale siano state il patrimonio iconografico più pervasivo e shockante della storia dell'uomo). 

Alla prova dei fatti l'obiettivo appare raggiunto solo in parte: se è vero che il film contribuisce in effetti ad arricchire la figura dello zombie con nuove venature che la distaccano dal modello ingombrante ma ormai non più attuale voluto da Romero (cosa che comunque non priva i suoi film di una visionaria genialità), l'impressione generale che se ne ricava non è certo scevra da alcune perplessità. Si tratta non tanto di problemi relativi alla forma cinematografica, che è comunque molto buona, ma di quello che potremmo definire il "colpo d'occhio", oppure la sensazione che rimane a narrazione conclusa. 

Personalmente ho avuto l'impressione che il film, nonostante una piacevolezza di fondo che lo rende scorrevole nonostante le due ore di durata, non fosse altro che una grossa trovata commerciale, un estremo tentativo di pubblicizzazione delle potenzialità del cinema spettacolare, un'infilata di esplosioni scenografiche e di arzigogolati movimenti della macchina da presa che hanno il solo scopo di impressionare lo spettatore. Si capisce che un film che si propone di raccontare l'invasione zombie come un fenomeno globale a sfondo bellico non possa essere girato in maniera oscura e "intimista", ma alcuni passaggi sono evidentemente ed eccessivamente contaminati da questa volontà di stupire. Per il resto, torniamo a ripeterlo, un film piacevole anche se a tratti (soprattutto per quanto riguarda le azioni di Brad Pitt, classico protagonista americano in stile telefilm), eccessivamente autocompiaciuto della propria baldanza.

VOTO: 5.50/10

lunedì 20 maggio 2013

Predators



Predators di Nimròd Antal - Genere: azione/fantascienza - USA, 2010

"Quando basta una lettera nel titolo per passare da un film all'altro", o anche "Quando non si sa trovare un titolo più originale". Uscito nelle sale nel 2010, il film si propone di riportare sulla scena gli alieni cacciatori del celebre Predator (appunto, senza la "s"), film di John Mc Tiernan del 1987. Di certo già allora non si trattava d'altro che di un titolo di genere estremamente commerciale, ma il Predator che aveva come protagonista Arnold Schwarzenegger ha quantomeno avuto il merito di aver calamitato attorno a sé molti fan e di aver suscitato l'interesse del pubblico. Questa pellicola molto più recente, come spesso succede, non riesce a replicare il successo del suo illustre predecessore.

E' bene specificare che non si tratta di un remake, ma idealmente di un terzo episodio della saga (che conta fra l'altro due cross-over con gli altri grandi protagonisti della fantascienza postmoderna, i mostri di Alien). Peccato che praticamente il film sia una specie di clone malriuscito dell'originale; infatti è come se la storia ricominciasse da zero, non essendo presenti connessioni esplicite con gli altri due film.Come spesso succede in casi analoghi a questo il regista ha puntato molto (quasi tutto a dir la verità) sulla spettacolarizzazione dell'azione, potendo sfruttare tecnologie di simulazione molto più avanzate che in passato. Esplosioni, combattimenti fra gli alieni e gli umani, c'è tutto il repertorio del caso; ma non basta.

La narrazione è prevedibile, spenta, poco coinvolgente. Il film ha una durata media ma sembra più lungo di quello che è. Lo spettatore assiste passivo alla carneficina fatta dai Predators ai danni dei malcapitati di turno e in seguito al loro tentativo di sopravvivenza. Come al solito ci sono parecchi salti logici che compromettono il piacere della visione (perché gli alieni all'inizio sembrano invincibili e poi basta un colpo di katana per ucciderli?), senza parlare del comportamento dei personaggi. Su tutti campeggia Adrien Brody, qui davvero odioso nella parte del cinico e spietato soldato mercenario che - grande novità - cattura col suo sguardo da bel tenebroso l'attenzione della Xeena contemporanea della situazione 

Come se questo non bastasse, a prendere parte a questo autocompiacimento del nulla si aggiunge Laurence Fishburne (il Morpheus di Matrix), che qui interpreta un sopravvissuto con qualche rotella fuori posto. Interpretazione didascalica e sottotono, ma almeno risolleva un po' la qualità del film. In conclusione, anche la fotografia e il montaggio non brillano particolarmente, anche se quest'ultimo tenta (senza successo) di creare qualche costruzione interessante sul finale. Nel complesso un film che non ha praticamente nulla da dire, un mal riuscito tentativo di riportare sullo schermo i Predators degli anni Ottanta che alla fine si rivela solo una classica trovata commerciale.
VOTO: 4/10

giovedì 12 aprile 2012

Priest - Recensione


Priest di Scott Stewart - Genere: fantastico/azione - USA, 2011

In un mondo in cui da sempre si combatte una lotta cruenta tra esseri umani e una particolare forma di vampiri-mostri, che poco hanno di raffinato e molto di animale, la Chiesa è riuscita ad avere la meglio addestrando all'arte del combattimento una legione di preti guerrieri. Grazie a loro è stata finalmente debellata la minaccia infernale. Il prezzo da pagare però è un dominio della Chiesa sulle città-roccaforte e sulle vite di tutti gli abitanti, in quanto protettori ufficiali dal male.
Ma senza nemici da combattere è duro il reinserimento nella società per i preti-guerrieri, assillati da incubi e sensi di colpa che affondano le radici nei traumi delle molte battaglie combattute. Solo l'imprevedibile ritorno di una nuova orda di vampiri darà nuovo senso alla loro crociata e nuove preoccupazioni a una chiesa più intenzionata a sostenere di aver debellato la minaccia che a prendere le dovute contromisure.


"Priest" rappresenta uno dei titoli che meglio sintetizzano le tendenze del cinema postmoderno e, ovviamente, non mi riferisco al cosiddetto cinema d'autore. Il film in questione è evidentemente una trovata nient'altro che commerciale, complice l'introduzione [infausta] del 3D. Il film si trova infatti al crocevia di molti altri e sembra pescare con un certo autocompiacimento citazioni e frammenti da svariati altri titoli per costruire quello che in teoria dovrebbe essere un prodotto originale.
Niente di più sbagliato: fra vampiri che ricordano con un po' troppa evidenza "Van Helsing" e i mostri in stile "Alien", la scena della lotta sul treno che sembra estratta a forza da un film di Sergio Leone e ricollocata fuori contesto e le movenze in stile "Matrix" dei personaggi, si ha l'impressione di un enorme, gigantesco pasticcio cinematografico. Per non parlare poi della città dove è ambientata parte della vicenda, Cathedral city, che richiama con un occhio ammiccante le varie città distopiche della tradizione (da "Metropolis" in giù). 

Tecnicamente nulla da segnalare, se non la solita e ormai stanca successione di pugni ed esplosioni di cui un certo cinema sembra non poter fare a meno. Colonna sonora anonima, montaggio assente e fotografia invisibile sono le dirette conseguenze di un film che fa del solo digitale il suo stendardo: i personaggi si perdono in un mondo di bit che non ha più niente di credibile. 
E, fra l'altro, dei vampiri così poco eleganti li vedrete solo in "Twilight"!

VOTO: 4/10

mercoledì 11 gennaio 2012

Batman: il cavaliere oscuro - Recensione

Batman: Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan – Genere: azione, drammatico – USA, 2008
Una banca che ricicla denaro mafioso è assaltata da rapinatori al soldo del Joker, criminale sfregiato che si trucca come un clown e di cui si ignora l’identità. Questi si uccidono l’un l’altro per scoprire poi che uno di questi è Joker, che avvelena il direttore della banca con del gas. Batman, il paladino di Ghotam, dovrà vedersela con questo nuovo avversario che, facendo gli interessi della mafia cittadina, farà di tutto per sbarazzarsi di lui.
Nell’attesa di poterci godere il terzo capitolo della serie di Batman diretta da Nolan (The dark knight rise previsto in uscita per il prossimo luglio), torniamo a parlare dell’uomo pipistrello con quello che ritengo essere uno dei migliori titoli a lui dedicati. La serie di Batman, portata sullo schermo negli anni Ottanta con grande successo da Tim Burton (Batman – Batman: il ritorno) con i toni steampunk che lo contraddistinguono, aveva conosciuto una (giusta) battuta d’arresto con la bassa qualità di titoli sfortunati (Batman forever – Batman e Robin) era stata riportata a nuova vita da Nolan già con Batman begins. Ma è con The dark knight che il regista fa esplodere la sua creatività, regalandoci un film convincente e non pedissequamente simile ai precedenti.
La trama, anzitutto, è lunga e articolata: si muove sui registri tipici del film d’azione ma non risulta mai scontata. Ogni dettaglio è sapientemente calcolato per creare un’aspettativa e poi smentirla con una sorpresa fulminea, creando un effetto molto gradevole di suspence e spiazzamento nello spettatore. Siamo ben lontani, insomma, dalle strutture lineari e scontate da comic che puntavano solo sugli effetti speciali. Nolan infonde a un progetto che di per sé non ha nulla di originale una carica innovativa molto apprezzabile e riuscita. Tutto ciò porta con sé la costruzione di un montaggio efficace ed articolato che segue il comparto narrativo e si unisce a una prassi tecnica di elevato livello, nelle scene con effetti speciali così come in quelle che ne sono prive. Buone – quindi – sia la fotografia che la colonna sonora.
I personaggi sono ben caratterizzati e risultano sempre convincenti. Una menzione speciale va, ovviamente, al compianto Ledger che conferisce al Joker una coloritura dark estremamente contemporanea. A riguardo va fatta una precisazione: l’attore si è dovuto confrontare con un passato illustre per il personaggio che andava ad interpretare; si ricorderà che nel Batman di Tim Burton, Jack Nicholson aveva interpretato magistralmente il Joker, in modo più aderente – se vogliamo – alla tradizione dei comics. In ogni caso ritengo (nonostante io abbia amato il Jocker di Nicholson) che quello di Ledger sia stato molto efficace e – forse – più adatto a una produzione di questo genere. Il vero spirito del personaggio è forse più ironico, ma in una pellicola dai toni molto scuri com’è The dark knigt sarebbe probabilmente stato fuori luogo insistere eccessivamente su questo aspetto.
VOTO: 8/10