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lunedì 26 maggio 2014

Django



Django di Sergio Cobucci - Genere: western - Italia, Spagna, 1966

Chi mi conosce sa che il western è senza dubbio il genere cinematografico che amo (e conosco meno). Questo per svariati motivi, sia personali (non mi attrae e lo trovo piuttosto noioso di norma), sia storici (mi sembra che non sia un genere più attuale; come ho sentito recentemente a una conferenza interessante il western è un genere che - almeno nella sua declinazione canonica - è morto da tempo). Quindi fino ad ora non solo ho visto pochissimi film di questo tipo, ma non ne ho mai recensito uno su questo blog. Non mi dispiace interrompere questa comunque disdicevole tradizione (dopotutto è sempre una fetta - peraltro importante - di storia del cinema) con un film come Django. Avendo recentemente visto il film di Tarantino che in un certo qual modo riprende il lavoro di Cobucci, mi sembrava doveroso andare a ripescare anche questo titolo di genere dai meandri della filmografia italiana. 

Django, interpretato da un Franco Nero incredibile, è stato poi un personaggio di grandissima fortuna all'interno dell'immaginario collettivo e ha dato origine a una serie di seguiti e adattamenti che hanno toccato addirittura l'estremo Oriente grazie all'opera di quel mezzo genio di Takashi Miike. Voglio precisare sin da subito che il film mi è piaciuto molto, l'ho trovato parecchio divertente e piacevole; per certi versi, pur se sotto due profili diversi, l'ho anche preferito al Django unchained di Quentin Tarantino, al quale ho già avuto modo di muovere diverse critiche nella sua recensione. Al di là di questo però è bene riconoscere che se l'autentico talento tarantiniano, sviluppatosi con il cinema italiano e con quello di genere, non avesse fatto uscire dal dimenticatoio l'opera di Cobucci, molti giovanissimi come me non l'avrebbero mai conosciuta. Questo perché a conti fatti si tratta di un titolo piuttosto dozzinale, con diversi problemi e qualche pregio; un prodotto eminentemente commerciale e di intrattenimento sul quale Tarantino, al di là della riuscita finale, è comunque riuscito a fare un discorso bello e interessante.

Django è un film che mi sento di consigliare un po' a tutti, perché l'assurdità cinica dei suoi dialoghi, di alcune situazioni (la famosa scena della sparatoria con la mitragliatrice) e di qualche sequenza in particolare (come il "duello finale" nel cimitero) lo rendono un lavoro del tutto godibile anche ai neofiti del genere o a chi non lo ama particolarmente come me. Certo è necessario sottolineare con forza che Django è un tipo di western diverso, nato dall'appendice dello Spaghetti western e che per giunta ha caratteristiche peculiari anche in seno a quel bacino. Siamo ben lontani dal western classico alla Ford, per intenderci.

VOTO: 6.50/10 

martedì 6 maggio 2014

Amore Tossico



Amore Tossico di Claudio Caligari - Genere: drammatico - Italia, 1983

Gli anni Ottanta sono quelli del reflusso, del disimpegno politico, dell'illusione del benessere televisivo, della corsa agli acquisti. Sono anche, così ce li racconta il documentarista Caligari, gli anni dell'eroina. Abbandonando la pure documentalità ma mantenendo una cornice stilistica disadorna e quantomai scarna, Caligari realizza un film dalla grande fortuna di pubblico, che è riuscito a raccontare in medias res la drammatica situazione dei giovani spostati che in una inospitale ed estiva periferia romana, passano le loro giornate cercando la droga necessaria. Mediamente apprezzato dalla critica per la coscienza con cui persegue uno stile "puro", Amore Tossico è stato praticamente canonizzato dal pubblico come un vero e proprio film di culto, per il disincanto non pietistico con cui il regista è riuscito a parlare direttamente e con franchezza della situazione da cui la pellicola trae ispirazione.

La scelta di attori non professionisti che avessero condiviso davvero l'esperienza della tossicodipendenza con i personaggi che avrebbero interpretati è da questo punto di vista vincente e garantisce delle performance fresche e convincenti anche di fronte all'evidente asciuttezza e terrosità dei dialoghi della sceneggiatura. Situandosi a metà fra una ripresa delle scelte più cogenti del Neorealismo e un recupero dell'eredità pasoliniana per quanto riguarda l'utilizzo dei corpi e il racconto degli ambienti, Amore Tossico si lascia apprezzare come un documento valido e di forte impatto emotivo. Questo elemento assolutamente non sottovalutabile non dovrebbe però portare a una valutazione affrettata: la consapevole scelta stilistica di Caligari a volte si rivela poco utile, mentre la caduta di stile del finale lacrimoso chiaramente ispirato alla poetica di Pasolini conferma la tentazione sempre presente di precipitare nel gorgo del banale.

Per tutti questi motivi la pellicola di Caligari è senza dubbio un film che mi sentirei di consigliare più per la sua importanza storico-documentaria che per le sue qualità artistiche. La gravità del tema raccontato non dovrebbe precludere una serena valutazione critica del film e delle sue scelte formali.

VOTO: 5.50/10 

lunedì 28 aprile 2014

Quattro mosche di velluto grigio



Quattro mosche di velluto grigio di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1971

Con questa recensione si chiude la Trilogia degli animali diretta da Dario Argento. Inaugurata dal bel L'uccello dalle piume di cristallo e proseguita con il discutibile Il gatto a nove code, è la serie di film che più di tutti ha contribuito a fondare il genere del giallo all'italiana, che ha avuto una notissima diffusione e fortuna e che meriterebbe di essere rivalutato anche in sede critica più di quanto non si faccia. Per quanto io appartenga più al gruppo degli estimatori del sottovalutatissimo Lucio Fulci e non sia un amante degli argentiani, devo riconoscere che l'inizio e l'epilogo della trilogia sono senza dubbio interessanti. Sebbene con minore freschezza rispetto a quanto mostrato ne L'uccello, qui Argento riesce ancora a proporre uno stile libero e veloce, fatto di inquadrature fortemente influenzate dal cinema moderno. 

Ambientato a Roma, location tipica del regista, il film si sviluppa attorno ai temi più cari ad Argento, senza farsi mancare neppure il riferimento all'omosessualità, questa volta incarnata dal detective privato Arrosio. E' probabile che sotto il profilo della queer theory la scelta di Argento potrebbe essere criminalizzata, per le modalità di rappresentazione, ma devo dire che tutto sommato l'effetto complessivo non è spiacevole e anzi garantisce a Quattro mosche di velluto grigio degli spazi umoristici che difficilmente è possibile trovare nelle produzioni del genere (men che mai nelle successive dell'autore) e che penso ne costituiscano uno dei tratti più interessanti. Risponde a questa esigenza anche il cammeo (decisamente più mediocre, in verità) di Bud Spencer, strappato al suo ruolo caratteristico da scazzotatore di saloon improvvisati.

Nel complesso Quattro mosche risolleva le sorti di una trilogia pesantemente affossata da Il gatto a nove code, vero e proprio fallimento stilistico e di struttura. Pur non trattandosi di un capolavoro assoluto, si tratta di un film del tutto dignitoso, infiocchetato anche da una serie di riferimenti eruditi che non spiacciono nonostante la loro autoreferenzialità. Senza dubbio uno dei migliori lavori di Argento dopo Profondo Rosso.

VOTO: 6.50/10 

martedì 15 aprile 2014

L'uccello dalle piume di cristallo



L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1970

Se esistesse una petizione per cacciare Argento dalla scena cinematografica italiana, tutti sanno benissimo che la firmerei. Non sarò mai troppo stanco di ripetere come io trovi la fama di questo regista eccessiva e in larga parte immeritata, soprattutto viste le sue ultime derive. Ciò nondimeno, una serena valutazione critica del suo corpus cinematografico non può non portare alla luce la presenza di alcuni titoli decisamente interessanti, come Profondo Rosso (forse il suo film più noto) e il qui presente L'uccello dalle piume di cristallo, datato 1970, che segna l'esordio del cineasta romano dietro alla macchina da presa. Esordio della cosiddetta Trilogia degli animali (è bene precisare il cosiddetta perché in tutti e tre i film che la costituiscono, come nel mediocre Il gatto a nove code, il referente zoologico risulta poco più di un pretesto), al di là di un indubbio valore estetico per interessanti trovate stilistiche che propongono una linea regista sciolta e gradevole, il titolo in esame merita di essere ricordato senza dubbio per la sua importanza storica. 

Se si cercasse un film in grado di dettare legge, o quantomeno capace di cambiare le carte in tavola nel panorama del giallo italiano, questo sarebbe senza dubbio L'uccello dalle piume di cristallo. Sgravando la tradizione dallo schema di Mario Bava, che ebbe il merito di inaugurare il genere (Sei donne per l'assassino ne è un classico esempio), il film di Argento realizza un perfetto sposalizio fra uno stile registico non aneddotico, in cui predomina l'uso della soggettiva e una struttura diegetica  consistente che detterà praticamente  legge all'interno del cinema italiano degli anni immediatamente successivi e non solo. Questo vale anche (e forse soprattutto) per la caratterizzazione dei personaggi: il ruolo morboso e paranoide affidato alle figure femminili, il protagonismo di scrittori/giornalisti/fotografi che si trovano a diventare detective e l'identità celata dell'assassino, sempre connessa alla doppiezza e ai disturbi dell'identità.

Un film gradevole e molto ben riuscito. Un peccato che abbia dato origine a una posterità tanto sfortunata (sia per quanto riguarda gli altri registi che ne sono stati condizionati, sia per quanto concerne la poetica dello stesso Argento)

VOTO: 7/10 

giovedì 3 aprile 2014

#AngoloTrash: Troll 2


Troll 2 di Claudio Fragasso - Genere: horror/trash - Italia, 1990

Notissima produzione italiana (!!!) dei primi anni Novanta, Troll 2 è uno dei film squallidi più celebri sul web. Ammirato negli USA come il migliore fra i film trash mai realizzati e compreso nei peggiori cento film recensiti su IMDB (anche se ormai è quasi uscito dalla lista... incredibilmente), il film è senza dubbio il motivo principe della fama (negativa) di Claudio Fragasso, autore di una serie assolutamente incredibile di film di bassa lega che ha anche firmato, assieme a Bruno Mattei, il celeberrimo Zombi 3, opera "incompiuta" del maestro Fulci, che ne ha girato solo una piccola parte prima di esserne impossibilitato a causa della sua malattia. Ai limiti dell'umana comprensione per la bassezza dell'intreccio e degli effetti visivi, Troll 2 è senza dubbio un titolo che un appassionato di film trash non può non conoscere. 

La trama è molto semplice: un'allegra famigliola americana va a passare un periodo di vacanza nella bucolica cittadina di Nilbog, seguita dal fidanzato della figlia maggiore e dai suoi amici. Gli abitanti di Nilbog sono in realtà dei goblin (e non dei troll...) che uccidono un po'di elementi del gruppo prima di essere eliminati. Fine. La prima cosa straordinaria da notare è che i goblin, già nella loro forma umana, sono vegetariani... e uccidono le persone per poi trasformale in alberi e potersi cibare delle loro "carni". Se tutto ciò non fosse già abbastanza assurdo, e mi pare lo sia, in una specie di chiesa sconsacrata che sembra un laboratorio alchemico si trova anche una strega, che in realtà è a sua volta un goblin (!!!) e che collabora con i suoi amichetti verdastri con l'obiettivo di eliminare la famiglia di cui sopra. 

Il film è pieno di assurdità sia a livello narrativo che tecnico (celeberrima la scena dei pop-corn, assolutamente impagabile!) ma alla fin fine per come è costruito non riesce a divertire fino in fondo, anche al di là della breve durata. In circa novanta minuti di film succedono tante di quelle cose strampalate e raccontate talmente male che l'effetto complessivo è un po'stordente e comunque si vorrebbe che la proiezione finisse il prima possibile. Peccato che non succeda e fra una recitazione pessima (da vedere anche il celebre Oh my god!) e degli effetti spaventosamente trash, Troll 2 si presenta come un titolo da cui forse, ormai, ci si aspetta un po' troppo. 

VOTO



mercoledì 2 aprile 2014

Grazie zia



Grazie zia di Salvatore Samperi - Genere: drammatico - Italia, 1968

Che i tardi anni Sessanta siano stati un'epoca agitata è cosa piuttosto nota; il '68 in particolare è da sempre legato a un ben preciso clima contestatario e (ancora) non ingenuamente giovanilistico come spesso si tende a dire in qualità di privilegiati ascoltatori di storie postume. In Italia, nel breve volgere di un paio d'anni, vedono la luce almeno tre titoli che hanno avuto un significato profondo per il rinnovamento del cinema italiano dal punto di vista del linguaggio e delle tematiche: I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965), Escalation (Roberto Faenza, 1968) e il qui presente Grazie zia. Meno nota del film di Bellocchio, la pellicola di Samperi affronta in maniera lucida e disincantata il rapporto torbido e pruriginoso che si sviluppa fra una zia e il proprio nipote falsamente disabile. Erroneamente considerato un film erotico a causa della storia morbosa che si sviluppa fra i due protagonisti, Grazie zia è in realtà uno splendido esempio di un cinema che si avviava a grandi passi nell'alveo della cosiddetta modernità. Cinema arrabbiato, che urlava con violenza e grande eversività visiva la sua necessità di dire qualcosa a tutti i costi. 

La bella Lisa Gastoni, quintessenza di una femminilità procace eppure estremamente fragile, danza ossessivamente sul palcoscenico dei desideri, manovrata abilmente da un Lou Castel bravo ma non all'altezza della sua partner femminile. Ciò che se ne ricava è un sismogramma dei sentimenti, raccontato da Samperi con grandissima eleganza e capacità di resa visiva, realizzata soprattutto grazie a un uso più libero della fotografia e del montaggio, che procede per associazioni spesso libere o quantomeno non immediatamente ascrivibili al sistema classico dei raccordi. 

Il film, di per sé per nulla spiacevole, è però poco più di questo. Al di là di alcune perplessità sul ritmo della vicenda e sul trattamento dell'intreccio drammatico, la regia di Samperi per quanto interessante sotto il profilo visivo rischia spesse volte di sconfinare pericolosamente nella pura esibizione degli stilemi tecnici. Il che non è assolutamente un male, ma nel caso di un intreccio forte come appare quello di Grazie zia, il risultato complessivo può finire col risultare eccessivamente appesantito. Ed è proprio quello che succede qui, dove tutta la prima parte sembra quasi perdere di utilità e la seconda finisce per smarrire gran parte del suo fascino. Un peccato, che però non pregiudica completamente il giudizio inevitabilmente positivo su un lavoro ben realizzato e importante dal punto di vista storiografico.

VOTO: 6.50/10 

martedì 1 aprile 2014

I giorni della vendemmia



I giorni della vendemmia di Marco Righi - Genere: drammatico - Italia, 2010

Il cinema italiano, sembra, è ancora capace di stupirci. Lo fa molto piacevolmente con questo I giorni della vendemmia, pluripremiato lungometraggio di Marco Righi che racconta, con un lirismo visivo del tutto fuori dal comune, la fine di un'estate fra i vigneti dell'Emilia. Con una grande capacità registica veniamo proiettati subito nell'ambiente un po' guareschiano di una campagna sapida, saldamente ancorata alle proprie tradizioni e paradossalmente oscillante fra la canonizzazione di Berlinguer e le confortanti litanie religiose. Eppure, al di là delle contraddizioni, era un mondo in cui la pacificazione era ancora possibile e le cose concrete avevano ancora un valore oggettuale. Riprendendo senza dubbio alcuni elementi della poetica di Pier Vittorio Tondelli (non a caso nel film la sua ombra è più volte presente, anche direttamente, con il testo Altri libertini), resi attraverso un uso non banale e a volte quasi pittorico del linguaggio cinematografico. 

Inquadrature profonde e a tratti non troppo dissimili da quelle elogiatissime di Welles, che usa in Quarto potere la profondità di campo in senso espressivo, incorniciano i desideri di Elia (il bravo Marco d'Agostin) nei confronti di Emilia (Lavinia Longhi), nel rincorrersi per nulla stucchevole di emozioni rese sempre con  una grande capacità di racconto. Righi si muove insomma con agilità nei registri della visualità, arrivando infine a mostrarci con uno stile decisamente inaspettato (rispetto al resto del lungometraggio) la reazione di Elia all'"incontro fra Lavinia e Samuele), attraverso una visione quasi espressionistica e comunque legata al suo modo personale di vedere le cose, con una rinuncia all'oggettività poetica che caratterizza invece il resto del film.

Nel complesso siamo di fronte a un titolo che senza dubbio meriterebbe di essere più conosciuto, per le indiscutibili qualità tecniche e la capacità di mostrare con concretezza e un romanticismo per nulla mieloso una storia d'amore mancata nell'epilogo estivo di un'Italia che stava per cambiare. 

VOTO: 8.50/10 

domenica 30 marzo 2014

Non si sevizia un paperino



Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci - Genere: thriller/horror - Italia, 1972

Che Lucio Fulci sia uno degli autori più amati del thriller all'italiana è assolutamente indubbio. Apprezzato per alcuni lavori anche dalla critica, che comunque non sembra mai avergli tributato le lodi che avrebbe meritato (forse per un disamore pregresso nei confronti del genere o del cinema di genere), ha fatto la sua fortuna presso il pubblico con lavori di indiscusso pregio come Zombi 2, ideale sequel del capolavoro romeriano. Su questo blog ho avuto modo di recensire solo Black Cat, piuttosto bruttino e di certo non adeguato a parlare dell'importanza di Fulci per il nostro cinema. Non si sevizia un paperino è uno dei classici lavori fulciani in questo senso, ritenuto abbastanza mediocre dalla critica (due stelle sul Farinotti) e molto ben riuscito dal pubblico. Nell'impossibilità di stare completamente nel mezzo devo dire che a conti fatti il film è piacevole per quanto non esente da difetti e sotto il profilo formale risponde bene alla necessità di riconoscere al compianto regista romano i suoi meriti.

Scegliendo di ambientare il suo dramma in un retrogrado paesino del Meridione, Fulci compie una scelta originale e azzeccatissima; pur con un'ombra di classismo geografico, questo gli permette di inserire piuttosto bene l'elemento della superstizione magica e popolare all'interno dello sviluppo della vicenda, grazie al personaggio della Maciara interpretata magistralmente da Florinda Bolkan. Gli intenti sociologici, per quanto non forti o preponderanti, sembrano ben presenti e tratteggiati con sicurezza e profondità dalla mano esperta del regista, che articola un discorso visivo coerente fatto di inquadrature ricercate e insistenti piani ristretti sugli occhi che diventano davvero lo specchio della caratterizzazione dei personaggi. Interessante e ben scritto anche il personaggi di don Avallone (Marc Porel), mentre decisamente minoritario appare il contributo del "divo" del cinema di genere italiano Tomas Milian, che qui interpreta un giornalista che per la maggior parte della vicenda se ne sta tranquillamente sullo sfondo.

Solido a livello di sceneggiatura e dialoghi, arricchito da una ricercatezza d'immagine che è propria ai grandi maestri, Non si sevizia un paperino scade inevitabilmente - come molti prodotti a lui assimilabili - quando si fa viva la volontà di shockare il pubblico con effetti sanguinolenti e macabri. Al di là della fattura degli effetti stessi, che dipende anche dall'anno di realizzazione, la necessità quasi fisiologica di scadere nel registro del macabro mi è sempre sembrata inutile e poco funzionale, sopratutto quando il film si regge bene sulle sue gambe come in questo caso. Un lavoro da (ri)scoprire per rendere a un mezzo genio come Lucio Fulci il posto che merita nella storia del cinema italiano.

VOTO: 6.50/10 

lunedì 24 marzo 2014

Alien vs Predator



Alien vs Predator di Paul W. S. Anderson - Genere: fantascienza - USA, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Germania, Canada, 2004

L'esempio dell'abbastanza infelice Freddy vs Jason mi aveva già convinto della natura spesso pretestuosa e poco riuscita dei crossover fra saghe cinematografiche. Tuttavia, da buon amante della fantascienza e avendo visto sia lo straordinario Alien che il discreto Predators (nella versione originale e nell'atroce remake del 2010) ho deciso di avventurarmi in questa pellicola firmata da Paul W. S. Anderson, regista che pare avere una predilezione per i film fantascientifici collusi a vario titolo con i videogiochi. Il titolo in esame non è l'adattamento da un titolo videoludico, ma  vale almeno la pena di notare che esiste un videogame omonimo del 1999 che si ispira alla stessa storia di base del film. 

Il tentativo che il regista compie nel comporre questo film è quello di rendere quantomeno credibile la compresenza delle due creature aliene entro la trama diegetica del film, questione che viene risolta postulando un primigenio e antichissimo conflitto fra le due specie di organismi. Questo si porta dietro una architettura piuttosto farraginosa, che viene ulteriormente appesantita dalle performance non certo imperdibili del cast (a costo di sembrare didascalici vale la pena ricordare che uno dei protagonisti altri non è che Raoul Bova, forse uno dei peggiori attori che abbiano mai calcato la scena in Italia). Così, fra indagini ben poco credibili in una specie di piramide Alien e improbabili alleanze formulate fra la protagonista femminile e i Predators, il film oscilla pericolosamente sul baratro dell'horror, pur senza raggiungerlo mai. A livello di ritmo si riscontrato i problemi peggiori proprio perché il regista dispiega in maniera piuttosto prevedibile gli artifici di genere che servono a ritardare il palesarsi della minaccia; il problema è che in questo caso si tratta di uno sforzo piuttosto inutile, dal momento che i protagonisti sono proprio i mostri e che la loro essenza è spiattellata senza troppe difficoltà nella stessa locandina del film.
Tutto questo contribuisce a costruire un film di livello decisamente basso, per cui la candidatura ai Razzie Awards 2004 è decisamente meritata. Il ricorso insistente agli effetti speciali in maniera becera e la caratterizzazione praticamente assente dei personaggi donano a tutta la composizione un'aria da B-movie che certamente non contribuisce a risollevare le sorti del prodotto. Incredibile che ne sia stato prodotto perfino un sequel, del 2008.

VOTO: 3/10 

sabato 22 marzo 2014

La casa dalle finestre che ridono



La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati - Genere: thriller - Italia, 1976

Come spesso succede nello scrivere queste brevi recensioni che, mi rendo conto, spesso hanno più la fisionomia di appunti piuttosto sconnessi il cui scopo sarebbe quello di indirizzare la visione dei lettori, devo confessare la mia ignoranza. Ammetto infatti che non conosco bene Pupi Avati come regista e che, anzi, questo è il suo primo film che mi capita sottomano. Ciò nonostante devo dire che per quello che si legge in giro La casa dalle finestre che ridono mi aveva molto incuriosito; considerata da molti uno dei migliori film di Avati si presenta sin da subito come un classico giallo/thriller all'italiana, con la peculiare caratteristica di essere ambientato nella provincia ferrarese. Questo aspetto, che avrebbe senza dubbio potuto far sconfinare tutta la composizione nel ridicolo, è gestito da Avati in modo tanto convincente che alla fine la caratterizzazione padana risulta vincente, arrivando ad assurgere al rango di vero e proprio elemento qualificante del film. L'orgoglioso provincialismo dei personaggi non si riduce a una successione di situazioni macchiettistiche, ma anzi conferisce spessore e credibilità a una vicenda che, almeno per tutta la prima parte, appare giocata su temi meno sanguinolenti di quelli a cui un certo cinema del genere ci ha abiutato, soprattutto in Italia.

Così La casa dalle finestre che ridono si promette come un film più di sensazione, almeno per la buona prima metà della proiezione. I personaggi di Avati, non ridicoli ma fortemente caratterizzati in senso grottesco, rappresentano una sorta di eco ai Freaks di Brownings, seppure calati in un contesto robustamente italiano che, come dicevo, impreziosisce e rende caratteristico tutto il film. Nel complesso, soprattutto dal punto di vista visivo, c'è dunque ben poco da imputare al lavoro di Avati che procede con sicurezza attraverso inquadrature dai tagli insoliti ma fortemente espressivi che ben si sposano con il cromatismo un po' umido e palustre degli ambienti scelti. Purtuttavia sopratutto nella gestione della trama tutta la seconda parte del film appare piuttosto faticosa e carente, per quanto persistano alcuni sprazzi interessanti soprattutto nell'ultimissima sequenza. Questo a mio avviso deriva dal fatto che proprio nella parte caudale della pellicola Avati si lascia prendere dal desiderio del sangue, minando tutto il lavoro che aveva sviluppato precedentemente (improponibile, ad esempio, la versione "zombie" del pittore Buono Legnani; veramente una caduta di stile).

Complessivamente un film decisamente interessante, pieno di spunti stilistici e formali davvero meritevoli, purtroppo minato da alcuni errori piuttosto importanti di formulazione. Nonostante ciò mi pare si tratti di un titolo che andrebbe riscoperto e, azzardo, a sicuro discapito di certi lavori - molto meno riusciti - che godono di maggiore popolarità.

VOTO: 6/10 

lunedì 10 marzo 2014

Inferno



Inferno di Dario Argento - Genere: horror/thriller - Italia, USA, 1980

Chi mi conosce sa che non amo i film di Argento e che in linea di massima lo trovo un regista sopravvalutato. Ho apprezzato Profondo Rosso per la particolarità dello stile, l'intricata struttura drammatica e la bella interpretazione della Calamai, ma non amo la poetica di questo autore e il suo modo usuale di raccontare. Peraltro, anche al di là del mio gusto personale, è innegabile che già da Il Cartaio Argento abbia subito una inflessione involutiva veramente sconfortante, a tal punto che Dracula 3D è praticamente inguardabile. Tuttavia ho un ricordo abbastanza preciso di Suspiria, capostipite della Trilogia delle Tre Madri che si è conclusa solo in anni recenti con il tragico La Terza Madre, che non vale un soldo bucato. Inferno è il secondo episodio di questo ciclo ed ha l'indubbio merito di portare a chiarezza gran parte delle questioni che in Suspiria restano poco chiare (il che di per sé non è spiacevole, anzi Suspiria è probabilmente il film, dei tre, meglio riuscito e che ha più senso di esistere anche scorporato dal progetto triadico). 

La diegesi rispetta i classici canoni argentiani: morti misteriose che fanno capo ad una forza oscura (materiale o "fantastica", come nel caso in esame) verranno spiegate e risolte nel finale attraverso le indagini del/della protagonista, sempre caratterizzate da un forte elemento di casualità (non si capisce bene come si arriva allo scioglimento dell'enigma e questo di solito avviene in maniera indipendente dalle azioni indagatrici). Nel nostro caso questo sviluppo non certo originale soprattutto per chi conosce l'opera del regista, porta in primo piano tutta una serie di cliché narrativi fortemente standardizzati e - più ancora - mutuati senza troppa fantasia da un gusto gotico piuttosto fortunato nel cinema italiano. All'interno di scenografie anche ben fatte e dominate dal rosso quasi iridescente di molte superfici, vediamo dispiegarsi i luoghi classici di questo immaginario: il bosco paludoso e nebbioso, la caverna sotterranea, l'antro alchemico etc. La stessa figura della Strega, che qui viene a sovrapporsi a quella della Morte risponde a questo orizzonte di pensiero. 

Stilisticamente il film è anche interessante, fors'anche più di Suspiria, ma devo ammettere in tutta onestà che questa costante evocazione quasi favolistica dell'immaginario oscuro non mi piace assolutamente. In aggiunta questa scelta da' al film un andamento eccessivamente lento, denso di scene inutili e caricato di un'insistenza eccessiva su momenti che avrebbero potuto essere sbrogliati in maniera più celere, favorendo invece una maggiore attenzione al finale, liquidato in fretta e troppo repentinamente. L'impressione che se ne ricava è quella di un film eccessivamente lungo, che non ha le forze di reggere per tutto il tempo di visione e in certi tratti finisce seriamente col risultare noioso.

VOTO: 5/10 

domenica 9 marzo 2014

The Butterfly Room: La Stanza delle Farfalle



The Butterfly Room: La Stanza delle Farfalle di Gionata Zarantonello - Genere: thriller - Italia, USA, 2012

Gionata Zarantonello, multiforme talento del cinema italiano, vicentino classe 1979, è riuscito nella difficile impresa di realizzare con The Butterfly Room un thriller/horror competitivo ed efficace, peraltro potendo contare su un cast di tutto rispetto. Le attrici protagoniste del suo lavoro infatti hanno interpretato ruoli di primo piano in numerosi film horror che hanno fatto la storia del genere: Nightmare, Non aprite quella porta, Halloween: La notte delle streghe e addirittura Fuoco cammina con me dello straordinario David Lynch. Dunque il film zarantonelliano ha un po' il fascino polveroso (stavo per dire imbalsamato) dei grandi titoli del passato, dal cui stile immediato si discosta però decisamente. Abbandonando la formula slasher, evidentemente ormai inefficace, il regista si lancia in un'operazione dal sapore hitchcockiano che propone una vicenda fortemente implicata con un'analisi di tipo psicanalitico. 

Barbara Steele da' corpo a un personaggio straordinariamente vitale, che sta tutto nel suo volto rugoso e segnato dal tempo e dalla patologia. Così Ann diventa la quintessenza della madre fallica, figura onnipresente e totalizzante che diventa l'incubo della figlia e dei surrogati successivi che la stessa Ann tenterà di crearsi. E qui, in questa breve spiegazione, c'è tutta la vastità del cinema di Hitchcock da Psycho a La donna che visse due volte. Tutto questo è raccontato da Zarantonello con una grande capacità registica, che scioglie la narrazione entro una struttura di rimandi e reminiscenze che riflettono in pieno il processo psicologico implicato nello sviluppo della storia. In questo mondo di sole donne, dove gli uomini sembrano essere banditi quasi del tutto (la stessa Ann dirà che nessun uomo ha mai messo piede nella stanza delle farfalle!), la maternità diventa un incubo più che una scelta e le conseguenze si preannunciano subito rovinose. Così tutta la drammaticità del film è contenuta nella sequenza dei titoli, dove una vasca da bagno si trasforma in un lago di sangue, con un evidente richiamo alla metafora amniotica come culla della vita, rovesciata di segno grazie alla comparsa "virale" del flusso mestruale. 

Tutto sommato il lavoro di Zarantonello mi sembra meritevole e soprattutto, internazionale. Pur in presenza di alcuni difetti tecnici come un uso abbastanza scontato delle transizioni temporali che spesso si risolvono in evitabili scene riempitive, il film è senza dubbio interessante e piacevole per quanto non eccessivamente innovativo dal punto di vista della trama: tutta la vicenda che porta all'escalation finale era facilmente intuibile e peraltro appare mutuata dal non imperdibile The Phone

VOTO: 6.50/10 

lunedì 3 febbraio 2014

Profondo Rosso



Profondo Rosso di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1975

Il fatto che io non ami Dario Argento è risaputo e senza dubbio non condivido i giudizi entusiastici di quanti lo considerano l'erede "nostrano" di Hitchcock. Alla sua poetica ho sempre preferito quella di altri maestri, come Lucio Fulci, interprete efficace delle istanze romeriane; su questa linea vanno lette le mie recensioni fredde nei confronti di molti suoi film: lo stesso Suspiria, da molti considerato un piccolo capolavoro non mi ha colpito particolarmente. Non vale neanche la pena di parlare degli ultimi suoi lavori, che definire indecenti è ancora eufemistico. Eppure Profondo Rosso è veramente l'eccezione che, in questo caso, conferma la regola. Senza dubbio questa è la più alta realizzazione dell'Argento degli anni d'oro, un film efficace e costruito con sapienza che dipana una diegesi interessante su due ore di pellicola che scorrono senza annoiare minimamente. Vero e proprio fiore all'occhiello di questo lavoro è senza dubbio la colonna sonora dei Goblin, con il notissimo tema principale ma anche con tutto il resto dell'accompagnamento, bellissimo anche se non sempre perfettamente adatto a quanto si andava raccontando.

La grande differenza che ho riscontrato fra questo film e le altre pellicole argentiane dell'età aurea è senza dubbio un uso più sbrigliato del montaggio, meno legato ad esigenze di continuità e narrazione. In tutto questo la fotografia assume una qualità nel contempo più evocativa e tattile, capace di rendere fisiche delle atmosfere oniriche e profondamente legate al mondo della psicologia dei personaggi. C'è effettivamente un che di hitchcockiano nei continui riferimenti alle motivazioni psicanalitiche che stanno dietro la trama delittuosa, ricostruita progressivamente fino all'individuazione di un colpevole sbagliato. Un'altra caratteristica mutuata dal cinema del Maestro del Brivido, questa volta veramente presente in diverse pellicole di Argento, è l'inversione di gender che lega i protagonisti: in Profondo Rosso come in Suspiria, come in molte altre produzioni, sono le donne a tenere le redini del gioco, cosa che nel caso specifico si vede bene anche attraverso il rimando a tutta una serie di situazioni che sembrano mutuate dal grande comico d'autore.

Questo non faccia credere che il film sia esente da difetti: permangono senza dubbio alcuni stilemi registici che io non riesco ad apprezzare, come il colore eccessivamente pop del sangue oppure una certa modalità di scrittura della sceneggiatura, che rende alcuni passaggi singhiozzanti e faticosi. Nonostante questo però il prodotto si fa nel complesso apprezzare per il trattamento più libero dell'immagine cinematografica, in una prospettiva meno attaccata all'economia della trama.

VOTO: 7/10 

sabato 18 gennaio 2014

Le conseguenze dell'amore



Le conseguenze dell'amore di Paolo Sorrentino - Genere: drammatico - Italia, 2004

Sorrentino, lo dimostra la vittoria de La grande bellezza ai Golden Globes, è senza dubbio uno degli interpreti più convincenti del cinema italiano di qualità. Andare indietro a ripescare questo film di ormai dieci anni fa (!) può essere dunque utile per evidenziare lo sviluppo della sua poetica, che risulta in primo luogo connessa alle vite di personaggi annoiati, involontariamente (?) radical chic e per i quali la vita ha sempre bisogno di essere ridiscussa nelle sue motivazioni profonde. In questo come nei successivi suoi lavori (ricordiamo ad esempio L'amico di famiglia), Sorrentino dispone uno stile complesso, eccellente da un punto di vista formale attorno ai suoi personaggi, su cui spiccano i tipi umani incarnati sempre in maniera convincente da Toni Servillo. 

Ne Le conseguenze dell'amore, Titta di Girolamo è la figura del ragioniere standard che lavora (o ha lavorato) per qualche cosca mafiosa ed effettivamente, soprattutto sul finale del film, nel momento cioè in cui la regia sorrentiniana raggiunge con andamento ciclico le punte più alte e più scontate di tutta la pellicola, sono numerosi i riferimenti (anche solo d'atmosfera) a Il Padrino. Per tutta la prima parte del film invece la vicenda ruota intorno a temi più cari al regista, più drammaticamente ed esistenzialmente umani. Anche il riferimento all'amore, centrale nel titolo, risulta in fin dei conti schiacciato da tutte le altre suggestioni che si aprono attorno alla figura del protagonista, senza troppe sorprese per la verità. 

Formalmente, come già accennato, Sorrentino è sempre vicino alla perfezione assoluta ma i suoi lavori - e il pericolo è particolarmente evidente qui - sono sempre passibili del rischio di freddezza. Effettivamente la maggior parte delle critiche si è sempre appuntata su questi fattori che, se nei due film successivi e già citati, si sono rivelati meno ingombranti del previsto, qui hanno una importanza tale per cui tutta la struttura rischia di vacillare. Anche per quel che riguarda la caratterizzazione dei personaggi secondari, ridotti a comparse dal protagonismo gigantista di Servillo, si percepisce qualche faraginosità di troppo, in particolare per quanto riguarda la coppia di ricchi decaduti che vivono nell'albergo dove passa le sue giornate rinchiuso di Girolamo. 

Nel complesso si tratta comunque di un film interessante, perfettamente realizzato ma forse ancora un po' acerbo dal punto di vista dell'integrazione fra scrittura e composizione dell'immagine. Una problematica questa, ampiamente superata nel film che per me rimane il migliore visto nel 2013, attualmente candidato agli Oscar.

VOTO: 7/10 

giovedì 16 gennaio 2014

Sacro GRA



Sacro GRA di Gianfranco Rosi - Genere: drammatico, documentario - Italia, 2013

Il Leone d'oro 2013 portatosi a casa da Rosi mi aveva fatto venire una gran voglia di vedere questo film, cosa che probabilmente mi ha fatto avere delle aspettative troppo alte facendomi dimenticare che spesso a Venezia il maggior riconoscimento non viene attribuito ai più meritevoli (si veda Ang Lee nel 2005 o lo stesso Kim Ki-duk con Pietà qualche anno fa che, al contrario di quanto probabilmente ho scritto su queste pagine, non meritava un premio del genere). In ogni caso Sacro GRA rimane senza dubbio un film che si lascia guardare e che merita una menzione per l'originalità del suo progetto di base (filmare, per circa tre anni, frammenti di vita attorno al Raccordo) e per alcune trovate davvero interessanti, come tutta la narrazione relativa al Punteruolo Rosso e alle palme che, soprattutto nel finale, assume una evidente valenza metaforica.

Credo che Rosi sia riuscito a ridare al documentario come genere una dimensione prettamente cinematografica, facendolo uscire da quel limbo un po' polveroso e spesso noioso in cui è stato molte volte confinato. Sacro GRA riesce a sposare due anime che nel documentario spesso potrebbero apparire inconciliabili: la "denuncia" (il termine forse è inadeguato ma attualmente non ne trovo uno migliore) e un ritmo formale agile che apre anche a spazi di ironia non indifferenti, che contribuiscono a controbilanciare l'altrimenti eccessiva pesantezza dell'insieme. Anche da un punto di vista compositivo bisogna rendere merito al regista di essere riuscito a creare un impasto dove diversi elementi riescono a convivere in una qualche forma di armonia, entro un uso del montaggio che predilige quadri autonomi o quasi e comunque non abitati da un dinamismo evidente. 

In generale il film funziona, eppure non mi ha dato l'idea di essersi spinto sino in fondo alle sue possibilità. Ho trovato anche molto divertente l'idea - letta in alcuni commenti - che la produzione di Rosi (con questa sua dimensione realistica e quasi paesana) possa essere letta come una risposta alla società svuotata di senso, di manichini spersonalizzati presentata da Sorrentino ne La Grande bellezza. Una prospettiva interessante, anche se probabilmente poco realistica da un punto di vista ricostruttivo. Onestamente ho trovato il GRA un film anonimo, lento per quanto non noioso e ben più manieristico di quanto non lo fosse il film di Sorrentino, da molti accusato di barocchismo formale.

VOTO: 6/10 

lunedì 13 gennaio 2014

Cesare deve morire



Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani - Genere: drammatico - Italia, 2012

Pluripremiato film italiano dello scorso anno, candidato agli Oscar e insignito dell'Orso d'oro a Berlino, Cesare deve morire rappresenta una via interessante del cinema italiano contemporaneo, la dimostrazione che c'è ancora qualcosa da fare e da raccontare. Sorta di documentario (ma il termine mi pare riduttivo, in questo caso) sulla messa in scena del Giulio Cesare da parte dei carcerati di Rebibbia. Al di là dell'indubbia qualità tecnica, resa evidente da un uso sapiente del bianco e nero che modella visi e corpi scavandoli in modo da farli apparire attualissimi e arcaici nel contempo e dalle inquadrature sempre efficaci, il film si lascia ricordare con piacere per la sua capacità di sollevare diverse problematiche di punta del discorso sul cinema e sull'immagine in generale.

Anzitutto, la metarappresentazione: noi stiamo guardando un film che ci racconta del dietro le quinte di uno spettacolo teatrale del quale, per giunta, vediamo solo poche parti (all'inizio e alla fine). La nostra visione coincide con quella degli spettatori veri soltanto in quei momenti, mentre per tutto il resto del tempo noi siamo dei voyeur che vedono lo svelamento del meccanismo, la struttura che sta dietro alla macchina produttrice di finzioni. Vediamo più degli altri e, nel contempo, comprendiamo di più: capiamo quali sono le segrete connessioni fra i passi shakespereani e la vita reale e attraverso questa connessione possiamo meglio apprezzare anche la complessità dell'opera letteraria.Un'altra dimensione molto interessante è la coralità: sebbene i protagonisti del dramma-film siano solo un drappello di delinquenti con cui però non possiamo non familiarizzarci e per i quali (anche quando veniamo a conoscenza dei loro reati), non possiamo non provare simpatia, tutta la prigione viene coinvolta nella costruzione dell'opera, cosa che permette ai due registi di creare spazi interstiziali in cui ragionare sulla condizione del segregato (il vociare dei pensieri durante la notte, l'affacciarsi alle grate durante il discorso di Bruto).Infine il colore: abbiamo già accennato alle qualità del bianco/nero, che però viene sostituito dal colore all'inizio e alla fine dell'opera. Sono i momenti in cui i nostri protagonisti sono in scena, con i loro costumi e rappresentano il dramma di cui abbiamo visto la gestazione e del quale ora apprezziamo il completamento. Rivediamo due volte le stesse scene, che culminano con il ritorno dei criminali in cella: il loro è un tempo immobile, che non cambia e si anima solo nel tempo dell'arte (geniale la frase: da quando ho conosciuto l'arte questo luogo mi sembra una prigione). 

Siamo di fronte - è evidente - a un film complesso, da leggere in maniera polisemica come risposta ai grandi problemi dell'immagine, della sua rappresentazione e del rapporto fra le arti letterarie e quelle sceniche (il teatro e, appunto, il cinema). Il film è molto scorrevole e questo dovrebbe bastare come invito a chiunque ad approcciarsene come a un prodotto interessante anche per chi non è colpito da queste problematiche ma vuole apprezzare un lacerto della vita dietro le sbarre, della quale i Taviani sanno cogliere in maniera per nulla aneddotica la drammaticità.

VOTO: 8/10

mercoledì 8 gennaio 2014

Palombella Rossa



Palombella Rossa di Nanni Moretti - Genere: commedia - Italia, 1989

Sebbene Nanni Moretti raggiunga a mio avviso il capolavoro con Bianca, la sua linea poetica mi ha sempre interessato a partire dai suoi primi passi mossi con Io sono un autarchico e soprattutto con Ecce Bombo. Nonostante questo devo ammettere che gli ultimi film del regista, a partire da La stanza del figlio non sono stati di mio gradimento: li ho trovati spesso ridondanti, eccessivamente patetici; lontani insomma da quella lucida e disincantata ironia che aveva fatto di Michele (e delle sue varie incarnazioni) un personaggio da ricordare. Colgo anche l'occasione, Palombella Rossa me la offre, per evidenziare come secondo me - diversamente da quanto mi capita spesso di sentire - la comicità morettiana sia ben diversa da quella di un altro grande come Woody Allen. A prescindere dal fatto che gli ultimi lavori alleniani non sono di mio gusto (ma non ho ancora visto Blue Jasmine) devo dire che spesso si tende a dimenticare che, diversamente da quanto accade per il mostro sacro della comicità statunitense, in Moretti è presente una vena politica che non può essere trascurata e che anzi costituisce l'ideale filo rosso di tutta la sua produzione. L'opera morettiana diventa così una gigantesca metafora della disillusione politica dell'italiano medio, un racconto sagace del tracollo degli ideali partitici che ci ha accompagnato fin alle porte dell'era attuale. 

E' doloroso forse sentirselo dire, ma tutti siamo dei piccoli Michele (probabilmente lo sono di più i nostri genitori). E' finita l'epoca delle grandi narrazioni del Dopoguerra, non esistono più le larghe intese come condivisioni di ideali più alti e quelle che si spacciano come tali sono delle semplici coperture, ormai ce ne siamo resi conto tutti. Viviamo in un'epoca senza modelli, schiavi delle nostre frustrazioni a tal punto da non saper prendere una decisione senza appellarci al parere di uno psicanalista (che siano stati proprio gli strizzacervelli a creare le nevrosi?). I personaggi di Palombella Rossa, protagonisti di una surreale partita di pallanuoto che apre a un racconto del passato sospeso fra il generale (la vicenda politica del PC italiano) e personale (la vita di Michele e la sua discesa in campo) che culmina con una intelligente rappresentazione corale di E ti vengo a cercare, sono delle macchiette che non semplificano la nostra condizione, ma anzi ce la comunicano in una maniera ancora più profonda e incisiva. 

Siamo tutti schiavi delle nostre contraddizioni e questo ci porta ad essere più insicuri, incapaci di decidere e - in generale - profondamente malinconici. Questo si percepisce chiaramente anche nello stile di Moretti, meno mordace e più incline alla meditazione. Il tutto concorre a generare un'opera efficace ma (personalmente) meno riuscita di quelle sopraccitate. Rimane comunque degna della massima considerazione la performance recitativa di Silvio Orlando, che probabilmente ci regala il miglior personaggio di tutto il film. Una giovanissima Asia Argento nei panni della giovane Valentina ci dimostra, ancora una volta, come la figlia del sedicente Maestro del brivido, dia di norma buone prove solo quando non ci si accorge di lei.

VOTO: 6.50/10 

lunedì 6 gennaio 2014

Mondo Cane



Mondo Cane di Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi - Genere: documentario - Italia, 1962

La prima recensione del 2014 l'ho voluta dedicare a uno dei film più controversi della storia del cinema, di difficilissima reperibilità a fronte di un successo di pubblico spaventoso (venne addirittura candidato all'Oscar per la migliore colonna sonora). Mondo Cane è il titolo che ha dato origine alla serie di film, diffusissimi fra gli anni Sessanta e i Settanta, detta mondo movie, in cui si creano dei veri e propri collage di immagini riprese in tutto il mondo creando il più delle volte dei film shockanti e di scarsa qualità. Numerosi critici condividono il giudizio e lo estendono anche al film di Jacopetti & co. (la valutazione del Morandini è da questo punto di vista emblematica). 

Mondo Cane, punto d'origine di questa ormai estinta tradizione, ci propone una vertiginosa sequenza di episodi disparati filmati in diverse parti del mondo e per la maggioranza violenti o inusuali. Nessun luogo della Terra è risparmiato e i registi mostrano con cruda lucidità le tradizioni religiose dell'Italia, i riti ancestrali delle popolazioni tribali, il lavoro di una truccatrice di cadaveri in Asia etc. Da questo punto di vista sono d'accordo nel sostenere che il film in questione non è un prodotto per tutti i palati e che si debba essere abbastanza abituati a un certo tipo di immagini per apprezzare il lavoro al di là della sua componente sensazionalistica. 

La struttura del film infatti, procede per accostamenti inediti che collegano - spesso in maniera imprevedibile - spezzoni diversi per localizzazione e tipologia, creando una composizione vivace e per nulla noiosa. Nonostante Mondo Cane sia a tutti gli effetti un documentario (la voce fuori campo non può che ricordarcelo) il film si lascia guardare con piacere mentre scompagina davanti agli occhi dello spettatore la turbinosa wunderkammer dei mirabilia che il mondo ancora oggi ha da offrire. Personalmente, al di là della buona fotografia, dell'uso intelligente del montaggio e di una colonna sonora effettivamente molto azzeccata, ho apprezzato molto la disillusione con cui la voce over sembra operare una decostruzione dall'interno, arrivando spesso ad autoparodiare sé stessa e lo spettatore. 

Il risultato, considerando anche l'ampio uso di fermi immagine in funzione espressiva, è un prodotto decisamente convincente e realizzato benissimo che, tenendo conto dell'anno di realizzazione, avrebbe certamente molto da insegnare a chi fa e a chi guarda il cinema. Certamente non un film per tutti, ma l'idea che il cinema debba essere necessariamente un'arte di massa è qualcosa che non riesco a condividere. Notevolissimo, per concludere, il cammeo di Yves Klein e il lucido disincanto con cui Jacopetti e i suoi mettono in ridicolo il Noveau Realisme europeo.

VOTO: 9/10 

giovedì 14 novembre 2013

Dillinger è morto

























Dillinger è morto di Marco Ferreri - Genere: drammatico - Italia, 1969
 
Adriano Aprà lo ha definito efficacemente il film della mia generazione ed in effetti il Dillinger di Marco Ferreri è senza dubbio una pietra miliare del cinema italiano e non solo. Accolto con entusiasmo dai Cahier e sistematicamente ostracizzato dalla grande distribuzione/trasmissione (rarissime volte è stato proposto in televisione) il lavoro di Ferreri è l'epitome di un nuovo modo di fare cinema, che sovverte nelle sue strutture fondamentali tutta la produzione precedente. In questo profondo rinnovamento delle strutture narrative e stilistiche della cinematografia pre-esistente l'opera di Ferreri viene spesso accostata, anche per alcune vicinanze di pensiero, a quella di Pasolini, forse non completamente a torto.
 
Dillinger è un film che sembrerebbe essere frutto del caso, come se la macchina da presa del regista si fosse trovata per errore a seguire il peregrinare notturno di un anonimo ingegnere industriale splendidamente interpretato da Michel Piccoli. Così la lunga attenzione che viene riservata alla preparazione della cena, oltre a prefigurare un interesse per il cibo che si connette puntualmente alla tematica della morte e dell'eros (cosa che sarà quantomai evidente ne La grande abbuffata), è rappresentata con una tale attenzione al dettaglio non funzionale che finisce con il risultare volutamente noiosa. Dopotutto, a chi interessa vedere la vita casalinga di una persona come le altre? Basta quest'idea di base a far tremare dalle fondamenta quel cinema dell'eroismo e dello spettacolo su cui Hollywood aveva costruito la sua retorica.
 
Così Dillinger è morto è un film che fa della manchevolezza narrativa il proprio cavallo di battaglia, tanto che la cosiddetta trama potrebbe essere riassunta in uno spazio minimo senza alcuna perdita dal punto di vista dell'intelleggibilità dell'immagine. Anche il linguaggio utilizzato è semplice, come se il regista volesse creare un'uniformità fra il suo film e quei video amatoriali che il protagonista guarda seduto in poltrona, mentre conclude la sua vera ricetta, che non consiste nella preparazione della cena ma nel "restauro" di una vecchia pistola, trovata avvolta in una pagina di giornale che recava notizia della morte proprio di John Dillinger (da qui il senso del titolo).
 
E' proprio nel rapporto con le immagini proiettate (e quindi, da un punto di vista meta-artistico, con il cinema), che il protagonista perde sé stesso, rendendosi conto di quale sia la sua condizione e decidendo di perdersi per sempre in quel mare di rappresentazioni illusorie. Per cercare di sfuggire alla vacuità routinaria della sua esistenza (da una nausea di sapore sartriano) alfine, in un ultimo quanto amaro slancio vitalistico, ucciderà la moglie, vista come concrezione materiale di quell'opprimente condizione. Ma dopo che il Nostro, imbarcatosi su una nave come cuoco, vede il cielo tingersi di rosso, lo svelamento della finzionalità dell'immagine rende lo spettatore consapevole che non c'è scampo all'umana condizione.
 
Dillinger è quindi un capolavoro di drammaticità, che sperimenta nuovi stilemi del linguaggio cinematografico entro una cornice narrativa quantomai debole, tratteggiando un tipo umano dai toni quasi sveviani, ripreso seppure in forma fortemente mutata, da altri personaggi coevi o successivi. Che cos'è il Fantozzi del 1975, se non una versione amaramente comica e forse più disillusa dell'individuo disegnato da Ferreri?
 
VOTO: 10/10 

lunedì 14 ottobre 2013

Tulpa



Tulpa: Perdizioni Mortali di Federico Zampaglione - Genere: thriller - Italia, 2013

Federico Zampaglione, al suo terzo lavoro da regista, è considerato dai più come il legittimo erede di una tradizione, quella del Giallo all'italiana, che sembrava destinata a spegnersi. Parliamo di quel filone di pellicole che, inaugurato da Mario Bava con film quali Sei donne per l'assassino, ha raggiunto il suo apice con le fatiche argentiane della Trilogia degli Animali e ha toccato il punto di massimo sviluppo con Profondo Rosso. Dopo l'involuzione della poetica argentiana, che ha portato a prodotti come il trascurabilissimo Il Cartaio, il genere sembrava destinato a scomparire, almeno momentaneamente, dalle scene. E' una fortuna, allora, che il film di Zampaglione si sia proposto come una consapevole riflessione del panorama iconografico e situazionale di questo cinema di consumo ormai all'empasse. 

Ragionando sul bacino tematico squadernato da Argento, Zampaglione svecchia le figure di film quali Il gatto a nove code e sceglie di ambientare la doppia vita della sua protagonista nel dechirichiano quartiere dell'EUR a Roma. Entro spazi anonimi tratteggiati con sapienza ma ripresi in maniera ampiamente impersonale, una Claudia Gerini bella ma troppo spesso eccessiva nella recitazione, si barcamena fra una vita da manager in carriera e delle serate all'insegna della trasgressione sessuale in un club dalle tinte rossastre e dalle atmosfere orientaleggianti. E' interessante notare come i luoghi del film rispecchio appieno l'itinerario esistenziale della Gerini, sospesa nella tensione fra l'ordine apollineo del suo lavoro in una grossa società ai piani alti di un bell'edificio dal gusto razionalista e la passione sobbollente nei sotterranei di un garage. 

Entro questo range di situazioni per la verità piuttosto classiche il registra organizza la dinamica non eccessivamente innovativa della vicenda propriamente "gialla". Se da una parte possiamo apprezzare l'originalità degli omicidi, presenti in gran numero e rappresentati senza lesinare sui dettagli truculenti, non possiamo non notare come la gestione della suspence lasci in qualche modo a desiderare. Quando l'assassino svela la sua identità, si innesca un prevedibile meccanismo nel quale Zampaglione cade nel prevedibile errore di voler omaggiare quel fastidioso gusto argentiano per il paranormale e l'occulto. Se fino a quel momento il film si manteneva entro un solido e cruento realismo, appena disturbato da un interesse misterioso per l'occulto e il metafisico, l'evoluzione conclusiva appare forzata e fuori luogo.

Il film, tecnicamente discreto, si fa ricordare soprattutto per la bellezza della fotografia, soprattutto all'interno del club dove la Gerini passa le sue serate all'insegna della passione. In queste occasioni la gestione perfetta del colore e delle ombre garantisce ai corpi una presenza statuaria e vibrante, immersa in un colorismo irreale e perturbante. Un'ultima nota va certamente fatta alla bellissima interpretazione di Nuot Arquint, che ha reso Kiran il personaggio largamente più riuscito dell'intero film. Nel complesso un lavoro interessante, che lascia intravedere una speranza di sviluppo per il cinema italiano lungo una direttrice che è stata, storicamente, una delle sue strade maestre; un peccato per la presenza di alcune difficoltà tecnico-interpretative che in un certo senso indeboliscono le qualità di un lavoro altrimenti molto valido.

VOTO: 5.50/10