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giovedì 5 giugno 2014

Dolls



Dolls di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 2002

Negli ultimi due mesi circa, per ragioni strettamente legate all'università, mi sono trovato ad approfondire la filmografia di Takeshi Kitano, del quale avevo visto molto poco e che non ero riuscito a digerire completamente, a fronte di un indiscusso talento registico e di messa in scena. Violent Cop, ad esempio, si era fatto apprezzare per l'idea di fondo e per il crudo sarcasmo di alcune sue scelte, ma manifestava uno stile ancora troppo impreciso per dare l'idea del grande autore che Kitano senza dubbio è. Dolls, film in concorso a Venezia 2002, ha spazzato via tutti i miei dubbi residui derivanti dalla visione dei titoli che già conoscevo e mi ha confermato, con la forza del suo stile e delle sue scelte, la grandezza del cineasta giapponese.

Entro la cornice di un tradizionale spettacolo di Bunraku (una sorta di equivalente delle marionette occidentali), Kitano incrocia tre vicende diverse, accomunate dalla loro profonda drammaticità. Si tratta di tree linee narrative che, per quanto del tutto indipendenti, si troveranno a intrecciarsi spesso l'una con l'altra in una maniera assolutamente splendida (e splendidamente resa dalla regia sempre elegante di Kitano). Attorno al vacuo peregrinare di due giovani amanti legati da una corda rossa (immagine quasi senza tempo per la icasticità e la sua forza visiva, che diventa ancora più pregnante se si considerano le motivazioni di questo accadere), si collegano il languido ritorno di un capo yakuza (soggetto prediletto di Kitano) su una panchina dove la donna che amava lo ha atteso per tutta la vita e la patetica vicenda del rapporto fra una pop star e un suo grande fan. Utilizzando un montaggio che oscilla continuamente sui piani temporali e ricompone poi le sequenze narrative in un quadro sempre credibile ed estremamente agile, Kitano confeziona un prodotto di grande pregio che riesce a toccare senza essere stucchevole.

Abitato da un pessimismo estremo sull'esito delle vicende raccontate, meraviglioso per la sua bellezza autoreferenziale (che forse si traduce in un leggero vento d'accademismo? E' possibile, ma i pregi sono senza dubbio superiori nel bilancio complessivo), Dolls è un film che non può non rimanere impresso per la forza delle sue immagini e l'evocatività della sua scrittura. 

VOTO: 8/10 

giovedì 15 maggio 2014

Violent cop



Violent cop di Takeshi Kitano - Genere: drammatico/azione/thriller - Giappone, 1989

Attenzione, quest'uomo è estremamente percioloso. Questa è la traduzione italiana del titolo originale giapponese del primo lungometraggio diretto e interpretato da Kitano, indiscusso maestro del cinema giapponese (già attore di altre pellicole di tono comico). Per quanto anche la lezione italiana della titolazione rimanga fedele allo spirito della pellicola, la traslitterazione originale dei kanji rende sicuramente meglio il clima anche culturale che sta dietro a questo lavoro. In ogni caso già da questo suo primo film Kitano impagina degli elementi di grandissimo interesse: a partire da un canovaccio piuttosto convenzionale, il regista riesce a far emergere un prodotto decisamente interessante che è stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico. Attraverso gli occhi del poliziotto Azuma, Kitano ci racconta di una discesa ad inferos che sembra però investita di un forte valore morale: per quanto sia indubbiamente uno sconfitto, il personaggio di Kitano assume una valenza quasi titanica nella sua lotta (condotta, come da titolo, con mezzi ben poco convenzionali) contro la corruzione degli altri strati della polizia.

E' un racconto morale, ma non moralistico. Lo stile personalissimo del regista garantisce al film una pregnanza particolare e una discreta qualità complessiva, anche se ancora non ai livelli dei suoi capolavori. Violent cop è a mio avviso un film interessante ma non ancora pienamente maturo, da vedersi per completismo o se si cerca un film di genere diverso dal solito, impreziosito da una regia comunque attenta e intellettuale, che non mancherà di lasciarsi gustare con piacere da chi ha occhio in materia. Per quanto mi riguarda l'eccesso di violenza che lo stesso Kitano ha visto a posteriori in questo suo debutto è del tutto ingiustificato; anzi, mi pare che - conoscendo il coraggio del cinema orientale in questo senso - si sarebbe potuto osare decisamente di più.

VOTO: 6/10 

mercoledì 7 maggio 2014

Sonatine



Sonatine di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 1993

Mi sono sempre trovato estremamente colpito dal cinema giapponese e più in genere orientale: il mio amore per Kim Ki-duk e l'insana passione per Takashi Miike saranno certamente note ai lettori di questo blog. Eppure il mio primo approccio con Takeshi Kitano, notissimo cineasta nipponico riportato in quasi tutte le storie nazionali della settima arte, è stato piuttosto problematico. Forse le mie aspettative erano sbagliate e certamente non sono riuscito a comprendere fino in fondo ciò che Sonatine significa e rappresenta; di certo una più completa conoscenza della filmografia di Kitano mi aiuterebbe nell'impresa e senza dubbio i suoi sono film che desidero recuperare al più presto. Eppure, Sonatine per me è un film irrisolto, incompleto, forse troppo criptico per una esegesi matura, almeno attualmente. Spesso si dice che i critici hanno torto o ci vedono poco chiaro e molte volte posso essere d'accordo. Ma se critica e pubblico sono concordi nel ritenere che un film sia meritevole e io in quanto spettatore letterato non lo ritengo tale, qualche domanda vale la pena di porsela, per quanto il giudizio rimanga immutato. Nel caso specifico credo di non essere riuscito a entrare nell'ottica giusta, oppure di non aver guardato con sufficiente attenzione. E' senza dubbio un peccato.

Quel che è certo è che Kitano è riuscito ad aprire alla riflessione (meta?)cinematografica una trama piuttosto scontata come quella della crime story all'orientale, abbandonando progressivamente la fascinazione di una narrazione forte a favore di una diegesi fredda, molto evocativa ma estremamente debole e dilatata sino all'inverosimile. Gli uomini di Murakawa passano con il loro capo delle giornate vuote, in attesa che il loro destino si compia. Il tempo qui si allunga all'inverosimile e lo spettatore non può che seguire con un certo sconcerto le pantomime assurde che gli yakuza mettono in scena su una spiaggia bianchissima e quasi irreale. Di certo siamo di fronte a un'opera fastidiosa, disarmonica, ruvida e difficile da comprendere. Inoltre sono assolutamente certo che dietro alla diafana camicia di Kitano (qui anche attore oltre che regista), alla granitica inconsistenza della sabbia al di fuori del tempo, sia ben presente un lampo di genialità che non sono ancora riuscito ad assimilare. Come per alcuni film di Lars von Trier, spero di arrivare a comprenderne pienamente il senso e la grandezza. Per ora, il giudizio non può che rimanere parzialmente sospeso.

VOTO: 7/10 

giovedì 1 maggio 2014

Il mio vicino Totoro



Il mio vicino Totoro di Hayao Miyazaki - Genere: animazione - Giappone, 1988

A volte è sorprendente pensare che, in una società che si vorrebbe globalizzata, dominata dai flussi e nella quale ogni informazione e ogni testo parrebbero essere immediatamente reperibili, un film dei tardi anni Ottanta abbia dovuto aspettare più di un decennio per essere presentato in Italia, nei primi anni Duemila. Questo dovrebbe suscitare una riflessione collettiva sul fatto che i film che possiamo ritenere grandi capolavori perché hanno cittadinanza nei nostri cinema in realtà nascondono un sottobosco di titoli, spesso ben più gustosi, che non arrivano sui nostri schermi. Detto questo, voglio precisare che non sono fra gli estimatori sperticati di Miyazaki, pur avendo visto e apprezzato i suoi lavori più noti (La città incantata in primis). Questo non a causa di un qualche demerito artistico ma semplicemente perché il mio gusto mi induce ad apprezzare di più produzioni forse meno liriche (vedasi Akira). 

Detto ciò, ho comunque deciso di approcciarmi a Totoro perché è stato ben apprezzato dalla critica e dal pubblico, oltre che per colmare le mie lacune nella filmografia di uno dei migliori interpreti dell'animazione giapponese. Posso dire sinceramente di essere molto felice della mia scelta. Con grande sensibilità e un lirismo impensabile per un occidentale (o almeno per la maggior parte di essi), Miyazaki è riuscito a raccontare una storia che, per quanto narrativamente piuttosto debole, si fa ricordare con piacere e tenerezza dagli spettatori. Questo perché nel film il regista sposa perfettamente un realismo concreto nella rappresentazione della vita dei protagonisti con la grande libertà inventiva che anima le sue creazioni (lo stesso Totoro, il bus-gatto che pare una citazione piuttosto palese di Alice e i "corrifuliggine" ne sono un chiaro esempio). 

Questi mondi paralleli ma comunicanti grazie alla capacità che le due piccole protagoniste di vederne le interconnesioni si uniscono poi nel finale, dove la ricerca di Mei da a Miyazaki la possibilità di liberare la sua vena creativa in un crescendo di fantasia molto accattivante e dal quale non sono accantonate le derive emozionanti. Per quanto Miyazaki intraprenda una strada fortemente diversa rispetto all'animazione americana (penso ovviamente alla Pixar e alla sua impaginazione della storia dove le figure digitali sono trattate e considerate come corpi attoriali veri e propri), la sua semplicità disegnativa e drammatica risulta forse vincente sotto il profilo dei sentimenti. 

Nel complesso Il mio vicino Totoro è un film decisamente interessante, snobbato all'epoca della sua uscita ma che credo andrebbe recuperato per il profondo lirismo che ne permea le immagini. Gradevolissima anche la colonna sonora.

VOTO: 7.50/10 

lunedì 21 aprile 2014

Ichi the killer



Ichi the killer di Takashi Miike - Genere: thriller - Giappone, 2001

Takashi Mike è senza dubbio uno dei registi più controversi della cinematografia giapponese e, per alcuni suoi titoli importanti come Audition, pure uno degli interpreti più interessanti della contemporaneità. Ichi the killer è forse uno dei suoi film più noti; non particolarmente apprezzato dalla critica per motivi in parte condivisibili, la pellicola è presto diventata un vero e proprio prodotto di culto entro cerchie ben determinate di fans. Opera fondamentale per comprendere la poetica del regista e il suo rapporto alle cose, oltre che il suo modo di tratteggiare elementi fondamentali dell'animo umano, Ichi è utile addirittura per gettare luce su scelte apparentemente fuori registro della sua filmografia, come il già recensito Yattaman

Delirio ultrapop di una mente apparentemente malata, Ichi propone una struttura diegetica abbastanza tradizionale che si inscrive agevolmente nell'ambito del noir contemporaneo, una crime story di Yakuza che apparentemente potrebbe non avere troppo da dire: il rapimento di un capo mafioso dà il via a uno sviluppo drammatico che in realtà, pur mantenendo una salda compattezza narrativa, si arricchisce di tanti "piccoli" elementi incongruenti che ne costituiscono la fortuna. Il film è talmente gonfio di assurdità apparentemente convenzionali che a mio avviso illumina magistralmente quello strano gusto dei giapponesi per l'assurdo (e che è poi uno dei motivi per cui, almeno un certo loro cinema, o lo si ama o lo si odia; Mike ne è un classico esempio).

Solo a partire da questa considerazione si possono comprendere meglio e forse completamente tutte le sequenze ultraviolente che hanno contribuito a inserire il film nella classifica dei cinquanta titoli più disturbanti stilata da un noto sito di cultura popolare. Una tecnica registica praticamente magistrale si associa così a scene di tortura spinte sino al parossismo e a un gusto per il grottesco e l'atto dello smembramento che spesso supera il limite di sopportazione dello spettatore medio; a tutto ciò si aggiunge poi, integrandosi in maniera inaspettata ma del tutto naturale la sequela di piccole infiorettature pseudocomiche che costituiscono la cifra fondamentale, il gusto autentico del film. 

Nel complesso si tratta di un film molto bello dal mio punto di vista, anche se sono propenso a condividere alcune critiche dei più; di certo non si tratta di un lavoro che consiglierei a tutti. Bisogna essere abbastanza forti da accettare, nel giro di pochi secondi, di passare da un sorriso alla comprensione della grande tragicità sottocutanea che scorre ostinatamente lungo tutto il film, rivelando un lato esistenzialista che a prima vista si potrebbe non cogliere.

VOTO: 8/10 

martedì 8 aprile 2014

Pulse



Pulse (titolo originale: Kairo) di Kiyoshi Kurosawa - Genere: horror/thriller - Giappone, 2001

Forse fra i grandi capolavori dell'horror giapponese, quelli che hanno contribuito a definire il rinnovamento degli anni Zero all'interno del genere godendo di una pervasività enorme legata non tanto ai sequel ma piuttosto ai remake americani, che ho recensito e visto sino ad oggi, Pulse merita il primo posto per quanto riguarda la complessità dell'intreccio e la vastità delle implicazioni teoriche e/o filosofiche che si porta dietro. Ben più dell'osannatissimo Cure, del medesimo Kurosawa, Pulse si presenta come un titolo che è stato in grado, in tempi decisamente non sospetti, di raccontare con una visionarietà disarmante alcuni dei tratti più significativi della contemporaneità attuale. 

Entro la cornice tradizionale dell'horror che potremmo definire con un termine sicuramente improprio "d'apparizione", nel quale delle entità non meglio definite comunicano in qualche modo con il mondo fenomenico, Kurosawa riesce ad inserire, seppure in maniera non sempre convincente, una dimensione cosmica che amplifica enormemente la drammaticità del racconto. Ring non ha avuto questa fortuna, anche se nel romanzo Loop (che conclude il ciclo dal cui titolo di testa il film è tratto), Koji Suzuki fa un ottimo e riuscitissimo tentativo in questo senso. Tornando a Pulse, Kurosawa mette in scena con una grande lucidità e capacità di racconto il Giappone di fine anni Novanta/inizio anni Zero usando il computer come interfaccia di analisi. Questo gli dà la possibilità di analizzare alcuni dei fenomeni oggi più comuni legati all'uso della rete, ma all'epoca incredibilmente innovativi (mi riferisco ad esempio alla condivisione di immagini in streaming, al problema dell'identità dietro lo schermo, alle conseguenze psicosociali delle reti telematiche etc). Il tutto prende corpo attraverso una grande capacità scenica, che si esprime in una composizione solidissima e strutturata su più piani, cui corrisponde un uso libero della macchina da presa e del montaggio.

Ma se il tutto si limitasse a questo, la grande fama di Pulse sarebbe almeno in parte ingiustificata. Ciò che rende questo titolo capace di imporsi a livello mondiale come uno dei titoli capitali dello scorso decennio è senza dubbio la sua capacità di trasfigurare i dati accidentali in universali, cosa che consente a Kurosawa di ipotizzare, nel finale del film (che è senza dubbio la parte meno riuscita) una globalizzazione del dramma di cui l'opera racconta. Più importante sembra però il modo di trattare i corpi fantasmatici, che significativamente si riducono a macchie nere quasi putrescenti o a un pulviscolo fluttuante che è impossibile trattenere. Corpi disintegrati, immagini della catastrofe; per me, concrezioni visive del dramma di Hiroshima.

VOTO: 9/10 

lunedì 7 aprile 2014

Yattaman: Il film



Yattaman: Il film di Takashi Mike - Genere: commedia/fantascienza - Giappone, 2009

Forse qualcuno oltre a me guardava i cartoni che trasmettevano sulle reti secondarie come Italia 7 Gold, canale su cui sono andate in onda serie anime assolutamente pregevoli come L'uomo Tigre e Ken Il Guerriero. Nella programmazione preserale di questa rete c'era anche Yattaman, sgangheratissimo anime che fondeva elementi di una comicità surreale, battaglie con robot in puro stile giapponese e una ostinata insistenza sulla nudità e la sessualità. Aver scoperto che quel folle di Takashi Mike ha realizzato qualche anno fa un film live action di questa bella serie animata mi ha molto colpito, perché si tratta di un cartone abbastanza datato anche a livello di grafica e disegni, perciò ero molto curioso di vedere il risultato. Il difficile, nei confronti di un prodotto come Yattaman è senza dubbio quello di rendere al meglio l'assurdità delle trovate di spirito che lo hanno da sempre contraddistinto, cosa che poteva risultare impedita o resa più ostica con il cambio di linguaggio insito nella transizione tv/cinema.

Mike è senza dubbio un regista che ci sa fare e la sua capacità indiscussa gli ha consentito di soddisfare appieno la richiesta implicita che tutti coloro che hanno apprezzato la serie gli ponevano. Pur non caratterizzando in modo pienamente soddisfacente i due personaggi positivi (molto più riuscita è l'impresa relativa al Trio Dronio, che anche nella serie era in effetti ciò che contribuiva in maniera sostanziale a reggere l'edificio), la sceneggiatura si basa interamente sui giochi di spirito, che sono sempre divertenti e in pieno stile Yattaman. Viene invece completamente a mancare la componente "erotica" (mi rendo conto che il termine è fuorviante, ma non ne ho di migliori...), ma sinceramente non se ne sente troppo la mancanza. Forse tutto sommato lo Yattaman cinematografico è più adatto ai bambini di quanto non lo fosse quello televisivo, ma in effetti non si tratta di un format in cui la correttezza logica la fa da padrone, anzi forse è vero completamente l'opposto. 

Tutto sommato, pur in presenza di qualche difetto e certamente non presentandosi come un titolo dall'alto contenuto estetico, Yattaman riesce a raccontare con successo le atmosfere del cartone cult grazie a una regia attenta e sensibile a quello che era il vero senso della serie.

VOTO: 6/10 

sabato 29 marzo 2014

Cure



Cure di Kiyoshi Kurosawa - Genere: thriller - Giappone, 1997

A partire dagli anni Novanta e per buona parte del decennio immediatamente successivo l'estremo Oriente ha regalato alla cinematografia mondiale una serie di titoli assolutamente fondamentali per il rinnovamento del genere horror, a partire dal meraviglioso Ring di Hideo Nakata. Cure, film di cui ero a conoscenza ma che ho rivisto con molto piacere grazie al consiglio di Roberta Novielli, si inserisce decisamente in questo filone estetico, seppure con un aroma più thriller e legato al leitmotiv dell'indagine poliziesca. A partire dalle ricerche del detective Takabe su una serie di strani omicidi si sviluppa una trama incredibilmente originale per l'epoca, orbitante intorno al problema del mesmerismo e della suggestione ipnotica. Ma se Kurosawa si fosse limitato a svolgere - seppure con precisione e dovizia - un compitino già scritto il film sarebbe decisamente mediocre. La capacità registica di Kurosawa, invece, riesce a garantire a questo Cure un alto livello di ricercatezza formale, che si traduce in uno stile visivo: inquadrature permeate di un malessere interiore che sembra promanare, come un'aura, direttamente dai personaggi si articolano in lunghi e agonizzanti piani-sequenza che ritagliano campi oblunghi e carichi di un'ansia atavica.

C'è molto Fincher in tutto questo e lo stesso Kurosawa ha ammesso di essersi ispirato a Seven oltre che a Il Silenzio degli Innocenti, anche se in questo caso i riferimenti mi sembrano più estemporanei e contingenti, meno pregnanti insomma. Lo stesso consegnarsi (seppure involontario) alle autorità del responsabili dei crimini ricorda molto più John Doe che non Hannibal Lecter, del cui fascino - purtroppo - non c'è alcuna traccia in Cure. La cosa straordinaria comunque è proprio che Kurosawa sia riuscito a integrare gli stimoli provenienti da questo cinema tipicamente americano filtrandoli, grazie alla sua cultura di origine, sino a creare un prodotto completamente originale e stilisticamente quasi agli antipodi del modello. Kurosawa ricerca un'antispettacolarità intimista e a tratti lirica, basata molto più sulla sottile interazione psicologica che sull'evidenza del macabro (seppure a tratti questo registro diventi evidente, come nel momento in cui la dottoressa viene colta nell'atto di privare la sua vittima del proprio volto). 

Per tutti questi motivi Cure è senza dubbio un film consigliato, da rivedere anche solo per una questione storicistica o per godere di un buon thriller, ben scritto e ancor meglio girato. Astenersi patiti della truculenza gratuita e delle sceneggiature senza spessore, che privilegiano un'inutile esasperazione della violenza visiva.

VOTO: 7.50/10 

giovedì 6 marzo 2014

Capitan Harlock



Capitan Harlock di Shinji Aramaki - Genere: animazione/fantascienza - Giappone, 2013

Capitan Harlock, anime tratto da un felice manga di Matsumoto, è stato senza dubbio uno dei prodotti che ha fatto epoca e ha segnato la generazione nata negli anni Ottanta. Personalmente non conosco bene il personaggio di Harlock, avendo solo qualche vago ricordo dei pochi episodi visti in tv, ma senza dubbio la pervasività di questa serie è stata tale da renderla uno dei marchi di fabbrica del Giappone per la generazione che lo ha seguito nel suo concreto sviluppo. Probabilmente l'effetto di Harlock è stato simile a quello che ha avuto Neon Genesis: Evangelion su di me. Paragone non casuale, perché entrambe le serie prendono in prestito gli stilemi e le movenze retoriche della fantascienza per raccontare storie incredibilmente attuali, che gettano una luce intelligente e inedita sul nostro presente. Alla faccia di chi sostiene che l'animazione sia un genere secondario. Il rilancio di Aramaki andava dunque incontro ad aspettative altissime, soprattutto da parte di chi la figura del pirata spaziale la conosce bene, certamente meglio di me. 

Quello che balza subito all'occhio guardando Capitan Harlock è la straordinaria perizia tecnica dispiegata dalla produzione, che ha stanziato un budget enorme (più di dieci milioni di dollari) per la realizzazione del progetto. Questo ha consentito di realizzare animazioni convincenti e credibili, oltre ad aver garantito una qualità assolutamente straordinaria alle scene di battaglia campale e una evocatività senza precedenti alle ambientazioni dettagliate e credibili. Tecnicamente dunque nulla da segnalare: in particolare per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi è possibile apprezzare la qualità della progettazione, in particolare per quanto riguarda le figure femminili.

Da un punto di vista narrativo le cose si fanno più complicate, forse anche troppo. Aramaki attinge ampiamente alla saga dei Nibelunghi per realizzare un film di circa due ore nel quale sullo sfondo di una diatriba familiare che ruota (come sempre) attorno alla Terra e alla sua immagine, si staglia la figura ombrosa di Harlock, caratterizzata bene nelle sue ambiguità e certamente molto affascinante. Si potrebbe obiettare che forse il Capitano non è il protagonista assoluto del film, ma personalmente ho abbastanza apprezzato questa caratteristica, considerando che una maggiore definizione dei suoi tratti avrebbe rischiato di far venir meno quell'apparenza spettrale che lo contraddistingue; credo che sarebbe stato un peccato ben più grave. A livello drammatico però la storia è molto involuta e a tratti piuttosto stentata, sopratutto per quel che riguarda alcuni elementi del rapporto fra i due fratelli, sui quali registro un'insistenza eccessiva, che anche visivamente si traduce in un debito maggiore nei confronti di altri titoli non solo cinematografici (penso a Guerre Stellari, L'Impero colpisce ancora e al videogioco Final Fantasy XII). 

Nel complesso il film è ben riuscito e intrattiene senza difficoltà, lasciandosi apprezzare anche da chi (come il sottoscritto) non era un fan di Harlock. Non si tratta certamente di un capolavoro, ma penso che per come viene condotto il cinema di questi tempi si possa sposare il commento di chi sosteneva che la sola resa dell'Arcadia (l'incrociatore di Harlock) valga il prezzo del biglietto.

VOTO: 6.50/10 

lunedì 4 novembre 2013

Perfect Blue



Perfect Blue di Satoshi Kon - Genere: animazione - Giappone, 1988

Il 1988 è senza dubbio l'anno di grazia per l'animazione giapponese, il momento in cui una forma cinematografica e/o televisiva come l'anime supera per la prima volta in maniera consistente le barriere geografiche e politiche e trova un concreto diritto di cittadinanza sul mercato occidentale. A questo rinnovamento, di importanza storica capitale per gli sviluppi successivi del cinema d'animazione e non, hanno concorso senza dubbio il meraviglioso Akira di Katsushiro Otomo e il particolarissimo Perfect Blue, di genere completamente diverso ma non per questo meno ricercato sotto molti punti di vista. Il grande pregio di questi prodotti sta nell'aver fatto capire per la prima volta come un certo cinema di animazione possa e debba rientrare all'interno dei canoni della settima arte, uscendo dal limbo indistinto in cui - purtroppo - ancora oggi è da molti collocato.

Cosa più unica che rara, anche attualmente, Perfect Blue è - da un punto di vista narrativo - la traduzione animata di quello che potrebbe essere considerato un ottimo film thriller a tinte psicologiche. Il paragone non deve sembrare azzardato, dal momento che il film pullula di riferimenti al genere e in particolare a Il silenzio degli innocenti che all'epoca non esisteva ancora come film (la pellicola con Hopkins è del 1991), ma si potrebbe ritenere che Satoshi Kon possa aver conosciuto il romanzo di Harris (uscito proprio nell'88). Entro una cornice narrativa fortemente connotata, si inserisce - dopo un' ouverture piuttosto prevedibile - il personalissimo stile del regista che ricorda per molti aspetti quello di David Lynch, soprattutto per il taglio delle inquadrature e per un certo gusto nei confronti del dettaglio quotidiano riletto in chiave perturbante . In aggiunta è sorprendente notare come il progressivo frantumarsi della linearità narrativa a favore di una struttura irregolare assimilabile per certi tratti a un nastro di Moebius, paia preludere alle più celebri realizzazioni del cineasta americano (Strade perdute su tutti). 

Il lavoro di Kon mette al centro, con uno sguardo pionieristico su una società ancora non lobotomizzata dall'imperversare della medialità digitale, le conseguenze che lo strapotere dell'immagine televisiva e più in generale mediata ha sullo statuto delle rappresentazioni. Così la storia della protagonista rimane lungamente sospesa e lo spettatore non riesce a comprendere i motivi per cui la sua immagine (unica vera dimensione di esistenza?) pare aver preso corpo e aver cominciato a godere di un diritto di cittadinanza esclusivo. La risoluzione conclusiva dell'enigma che sostanzia la narrazione è ben lungi dall'avere una natura puramente conciliante: le problematiche sollevate dalla visione di Perfect Blue, soprattutto per uno spettatore attuale, rimangono attualissime e hanno delle implicazioni etiche che è difficile sottovalutare. 

Perfect Blue è un film narrativamente piacevole, molto interessante sotto il profilo ideale e contenutistico che - se confrontato con il coevo Akira - denuncia però una qualità disegnativa non certo delle migliori. Il grande lascito di questo lavoro (fra gli altri) sta però proprio nella sua capacità di affermare con forza la propria natura cinematografica, anche a fronte della presenza della tecnica d'animazione.

VOTO: 7/10 

domenica 29 settembre 2013

Evangelion 3.0: You can (not) redo



Evangelion 3.0: You can (not) redo - Genere: animazione - Giappone, 2012


A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, è indubitabile che nell’educazione e nella formazione della cultura visuale dei bambini e dei ragazzi, una parte progressivamente crescente sia stata condizionata dalla visione dei prodotti di animazione giapponese, proposti principalmente sulle reti private del gruppo Mediaset e su alcuni canali secondari (la RAI sembra non aver quasi mai ritenuto opportuno questo genere di contenuto per il proprio palinsesto). Si tratta di una tendenza che a partire dagli anni Duemila si è progressivamente invertita, anche per l’appiattimento dell’offerta e della qualità dei prodotti. Il punto di svolta di questo processo dunque, l’apogeo di una tendenza ormai in dissoluzione, è da rintracciarsi fra la fine degli anni Novanta e i primi anni del XXI secolo. Non è un caso allora che proprio in quel periodo, MTV (emittente musicale che proponeva un insieme di serie animate ignorate dalle altre reti) avesse cominciato a trasmettere Neon Genenis: Evangelion. Il ritorno al cinema della serie con la tetralogia Rebuild of Evangelion, arrivata in questi giorni al terzo episodio (Evangelion 3.0: You can (not) redo) ha quindi smosso le fasce di fan che aspettavano l’uscita del titolo, quelle stesse che l’11 Settembre del 2001 (data ancor più emblematica per un cartone animato denso di escatologia), erano pronti a sintonizzarsi su MTV.

Evangelion 3.0, a differenza dei due precedenti lavori di Rebuild, non si preoccupa di riscrivere la vicenda narrata nella pur non eccessivamente prolissa serie televisiva, se non in piccola parte. La vicenda è infatti quasi completamente nuova, non fosse che per alcuni dettagli contingenti e per la presenza di quella chiave di volta che è Kaworu Nagisa, personaggio molto sacrificato dall’anime che riesce a trovare una dignità maggiore in questa occasione, anche se la natura del suo ambiguo rapporto con il protagonista Shinji non riesce ad emergere con la stessa incisiva chiarezza che aveva nel manga originale.

Il mondo di 3.0 è devastato da un’apocalisse causata, pure in maniera involontaria, proprio da quello Shinji Ikari che avrebbe dovuto sventarla, pilotando le unità EVA cui si fa cenno nel titolo. Lo scontro con gli Angeli, nemici tradizionali delle puntate dell’anime, dal nome biblico e dalle oscure facoltà, viene completamente messo da parte per quasi tutta la durata della pellicola e un’attenzione molto maggiore viene data a quegli elementi che, pur costituendo il fascino di Evangelion erano rimasti avvolti nel mistero (le vere intenzioni della NERV, i piani della SELEE, la natura di Rey Hayanami, il rapporto fra l’unità EVA01 e la madre di Shinji). La conseguenza di questa profonda riscrittura narrativa è una gestione diversa dei personaggi, che vengono profondamente mutati e per lo spettatore affezionato risultano in alcuni casi quasi irriconoscibili; questo è il caso, ad esempio, di Misato Katsuragi, che perde del tutto la vena divertente e spiritosa che faceva da contraltare alla sua sempre lucida riflessione sulla difficile posizione che era chiamata a ricoprire.



Un altro motivo di perplessità potrebbe risiedere nella difficoltà di gestire i rapporti fra questo episodio della tetralogia e le puntate della serie originale, anche considerando il lungometraggio End of Evangelion. In particolare You can (not) redo pone delle problematiche di plausibilità di non facile risoluzione se si considera che esso è in tutto e per tutto incompatibile con la conclusione dell’anime e con questo evidenziato nel film sopraccitato. Si apre dunque un ulteriore universo di possibilità, anche più drammatico almeno per quanto è stato possibile vedere sino a questo momento. Stante questo è evidente che l’attesa per il quarto e ultimo capitolo di questa riscrittura cinematografica, divenuta ormai profonda a tal punto da mettere in crisi l’edificio visivo messo in piedi dal cartone animato di base, è estrema. La chiusura del cerchio che tutti si aspettano potrebbe anche non arrivare mai ed è molto verosimile pensare che i profondi cambiamenti messi in atto da questo terzo episodio di Rebuild potrebbero aver lasciato scontenti alcun fan, perplessi dal nuovo stato di cose aperto da questa apprezzabile ma forse azzardata operazione filologica. 

Nel complesso un film valido, non eccelso, senza infamia né lode. Non saprei se consigliarlo o meno a un amante della saga, poiché le reazioni potrebbero essere decisamente contrastanti.

VOTO: 6/10 

giovedì 5 settembre 2013

Akira



Akira di Katsushiro Otomo - Genere: animazione - Giappone, 1988

Capolavoro indiscusso dell'animazione giapponese recentemente riproposto al cinema in occasione del suo venticinquesimo anniversario, Akira è un film che ha senza dubbio segnato la storia del genere e l'impressione è stata decisamente confermata dal fatto che, alla visione, esso manifesta tutta una serie di situazioni archetipiche che saranno riproposte anche da molti film e anime successivi. La corrispondenza più prossima, per situazione ed evoluzione della vicenda, è senza dubbio con Neon genesis: Evangelion, il cui debito si manifesta sopratutto nel finale del film, quando la trasformazione di Tetsuo in un organismo ameboide non può non richiamare alla mente di chi conosce la fortunata serie (presto al cinema con il terzo capitolo della tetralogia Rebuild of Evangelion) la struttura interna delle unità EVA. 

Sarebbe interessante cercare di capire il motivo per cui una così larga parte della filmografia giapponese sia così fortemente ispirata dalla situazione narrativa della rinascita della civiltà dopo un disastro distruttivo: la terza guerra mondiale che ha distrutto il mondo di Akira portando alla nascita di una Nuova Tokyo (o il Second Impact di Evangelion) sono probabilmente il riflesso ritualizzato delle immagini sconvolgenti di Hiroshima e Nagasaki, come se il Giappone non potesse più fare a meno di richiamare quegli episodi che ne hanno segnato in senso traumatico l'esistenza. Un'esplosione che è anche un momento di rinascita, un momento di crisi profonda dalla quale l'arcipelago nipponico ha saputo risollevarsi sino a imporsi, oggi, come una delle nuove potenze leader dell'economia mondiale.

Nel 1988 questo non si poteva ancora prevedere, forse. Sta di fatto che Akira propone un mondo fortemente contemporaneo e che appare grossomodo valido anche oggi, con le sue ipocrisie e i suoi sogni di progressismo infinito. E' straordinario notare come un cartone animato, solitamente considerato un prodotto non artistico, possa riuscire a tratteggiare con una così tagliente sagacia un ritratto del mondo (seppure condensato in una sola città) che, al di là di alcuni cambiamenti intercorsi negli ultimi venticinque anni, è rimasto isomorfo a sé stesso. Akira rappresenta questo organismo decadente con l'eleganza e la compostezza formale di un film vero e proprio, mentre l'organizzazione delle immagini segue criteri compositivi non dissimili da quelli della classica inquadratura. Tutto questo porta allo straordinario risultato di un prodotto ormai divenuto culto e simbolo di un'intera generazione che riesce a intrattenere sulla smodata lunghezza di circa 130 minuti, superando in qualità non solo prodotti consimili ma anche pellicole cinematografiche non animate.

Al di là dell'innegabile valore storico che ha acquisito, Akira è il titolo ideale per le persone convinte che il cinema di animazione sia qualitativamente inferiore alla filmografia normalmente intesa. Le loro capacità di raccontare e di mostrare non solo sono quantomeno equipotenti; nel caso in esame, in effetti, la capacità creativa dell'animazione è addirittura superiore, in quanto slegata dalle contingenze di un referente fenomenico reale e ancora non del tutto manipolabile (ricordiamo che il film è del 1988 e l'immagine digitale era ancora ben lontana dalle sue possibilità odierne). 
VOTO: 8/10 

venerdì 12 luglio 2013

Che fai, rubi?



Che fai, rubi? di Woody Allen - Genere: commedia - USA, Giappone, 1966

Primo film di Woody Allen, Che fai, rubi? è un gigantesco esperimento cinematografico sul ruolo dell'autore nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, come avrebbe detto Benjamin. La sperimentazione alleniana tocca qui vette insuperate: il regista si appropria di un film già esistente (il giapponese La chiave delle chiavi), che mantiene inalterato nel comparto figurativo ma che sceglie di ridoppiare scrivendoci sopra una commedia. Già questo è sufficiente per far saltare quella corrispondenza biunivoca e troppo spesso auratica che lega l'autore-genio alla sua opera. Questo film non è di Woody Allen, che nonostante ciò se ne dichiara il regista sia a livello commerciale (il film è di Woody Allen, si legge nelle locandine e sui DVD) sia a livello narrativo (la cornice della pellicola ce lo conferma). La manifestazione dell'autorialità passa attraverso lo scippo intellettuale, che diventa per Allen giocosa riscrittura di un genere non sufficientemente autoironico.

La vera genialità del film, quello che insomma ci può far dire che Che fai, rubi? non è La chiave delle chiavi e di riconoscerlo come appartenente alla produzione alleniana, sta proprio in quel rovesciamento assurdo e fortemente parodico che il regista mette in piedi nei confronti della tradizione 007 in cui il film giapponese defraudato si localizza. L'impostazione spionistica di fondo viene mantenuta, ma viene decostruita ridicolizzandola dall'interno: l'oggetto del contendere di questa favola rivestita di piombo non è una pericolosa arma atomica o simili, ma la ricetta di un'insalata di uova. Attorno a questo motore orbitano tutte le situazioni fortemente didascaliche ma intimamente irreali del film, che grazie alla riscrittura del comparto dialogico raggiungono una comica assurdità.

Nel suo primo film Allen rimane dunque in disparte, non agisce in prima persona diventando il protagonista assoluto del suo lavoro, lo snodo centrale di un complesso quasi teatrale dove lui è unico protagonista. Qui sceglie di rimanere in ombra, ma già in questa prima fatica si intravedono le cifre del suo stile. Sono comunque da segnalare i momenti in cui si registra il suo intervento, come nell'interruzione del film con ritorno alla cornice (funzione puramente discontinua e non narrativamente funzionale), il finale in cui decide di rivolgersi direttamente allo spettatore e soprattutto la sequenza delle mani, dove le mani del regista intervengono fisicamente sulle immagini, muovendole e agendo plasticamente sul loro supporto fisico, materializzato sullo schermo. Anche qui si tratta di discontinuità in atto, che decide però di nascondere il suo valore quando la comicità di Allen lo "costringe" a sdrammatizzare anche questo processo, mostrandoci il gioco delle ombre cinesi.

Una dichiarazione d'intenti chiarissima, che rende ragione di alcune scelte cinematografiche successive, ma che vanta anche una vena sperimentalista che non ho più ritrovato nel cinema alleniano successivo. Un esperimento da riscoprire.
VOTO: 7.50/10 

venerdì 28 giugno 2013

Ecco l'Impero dei sensi



Ecco l'Impero dei sensi di Nagisa Oshima - Genere: drammatico, erotico - Giappone, Francia, 1976.

Uno dei film giapponesi più conosciuti da noi, che però non mi era mai capitato di vedere. Anche lo schermo televisivo, ora capisco perché, respinge tenacemente il capolavoro di Oshima, uno dei massimi registi della cinematografia giapponese. Siamo di fronte a un'opera dal contenuto estremo, soprattutto in relazione al contesto produttivo. Non era pensabile che un prodotto come L'impero dei sensi circolasse liberamente nelle sale italiane, tanto che la prima edizione commercializzata del film è stata pesantemente tagliata e solo negli anni Novanta si è potuto apprezzare il lavoro del regista nella sua vera essenza. 

L'impero dei sensi è un film visivamente splendido ma molto violento. E'autoreferenziale, praticamente non ha una trama e si consuma su sé stesso come una fiamma che dopo aver arso si spegne perché è rimasta senza ossigeno. Oshima rappresenta la discesa dei due protagonisti nei meandri più caldi e perversi della sessualità, alla continua ricerca di nuove forme di appagamento del loro piacere sessuale. Ciò consente di tratteggiare ambienti asfittici e molto materici, di cui sembra quasi di sentire l'odore e sui quali è quasi possibile poggiare le proprie mani. 

Oshima rappresenta la sessualità nella sua componente più materica, mostrando senza censure o stratagemmi di sorta gli organi sessuali e l'atto riproduttivo nella sua essenza più carnale. A questo fuoco dionisiaco si contrappone però una spinta che rappresenta freudianamente il thanatos, la caratteristica mortifera che accompagna sempre inscindibilmente questo genere di discorsi. Non è un caso che la fine dell'opera sia tragica e connotata appunto da una morte violenta dal sapore quasi mantideo-surrealista. Il massimo del piacere si situa su un confine molto (a volte anche troppo) sottile con la morte.
VOTO: 7/10

giovedì 13 giugno 2013

Tokyo decadence



Tokyo decadence di Ryu Murakami - Genere: drammatico - Giappone, 1992

Il cinema giapponese di qualità sembra essere morbosamente attratto dalle situazioni estreme; ho già più volte avuto modo di commentare questa tendenza e il film di Murakami (tratti dall'omonimo romanzo del medesimo autore) non fa che confermare questa mia impressione. Tokyo decadence è un film visivamente molto potente ma anche profondamente scabroso; bandito in una manciata di Paesi è stato distribuito in Italia in una versione profondamente amputata (90 minuti contro una versione originale di circa 130). Io ho visto proprio la versione arrivata nel nostro paese tramite la Lucky Red (che comunque va ringraziata per averci donato questo film) e quindi anche il commento sarà relativo a quella parte di pellicola che è consentito vedere con il doppiaggio in lingua.

La narrazione è elementare e praticamente non c'è progressione diegetica, se non nel finale che però a mio avviso è uno dei passaggi meno riusciti di tutta l'opera. Il film procede linearmente giustapponendo situazioni estreme in cui la protagonista si trova implicata, dovendo soddisfare i desideri sessuali dei propri clienti. La volontà del regista di riprendere nella loro interezza questi episodi ne ha fortemente ridotto il numero complessivo: in novanta minuti sono tre o quattro le situazioni che vengono rappresentate, ma tanto basta per dare un'idea abbastanza approfondita e della psicologia dei personaggi e delle movenze ideali che stanno alla base della "decadenza di Tokyo", che vengono ben illustrate proprio durante uno degli scambi dialogici migliori del film.

Al di là di un comparto tecnico che regge decisamente la prova, pur senza situarsi su livelli astronomici, ciò che resta di questo film è la verace sensazione, quasi corporale, che i suoi brani trasmettono. E' come se l'illusione di realtà risultasse profondamente amplificata dalla violenza delle situazioni che vengono rappresentate: più la protagonista scende nella torbida parabola della perversione più la nostra visione si fa aptica e sembra poter toccare la carne ferita dalle frustate. 

A bilanciare questa qualità sensoriale delle immagini contribuisce un modo freddo di riprendere la scena, che rifugge dall'immedesimazione emotiva nei personaggi: non c'è compassione per la nostra infelice protagonista, proprio perché quel destino è stato da lei consapevolmente scelto e abbracciato nella sua interezza. Murakami riesce nella difficile impresa di stabilire una dialettica intelligente fra attrazione e repulsione, facendo in modo che nessuna delle due polarità risulti avvantaggiata. Ne viene fuori un'opera affascinante e perversa, certamente da vedere.
VOTO: 7/10

lunedì 3 giugno 2013

Visitor Q



Visitor Q di Takashi Mike - Genere: drammatico - Giappone, 2001

Non so se sia semplicemente una mia impressione, ma pare che la famiglia sia uno dei grandi soggetti del cinema giapponese, che non conosco nel profondo ma che comunque mi sembra abbastanza affezionato a questa tematica. Anche Visitor Q non fa eccezione, rappresentando un vero e proprio manifesto di dinamiche intepersonali alla deriva, riprese dal piccolo occhio di una telecamera amatoriale, retta da un malsicuro padre che lavora all'interno del sistema televisivo.

Ispirato evidentemente al Teorema di Pasolini, di cui riprende in gran parte le strutture fondamentali, Visitor Q è un prodotto indefinibile, in cui la vena inizialmente drammatico-morbosa degli avvenimenti, si fonde progressivamente con una tendenza che ha più del grottesco divertissment autoreferenziale (emblematica a tal proposito la sequenza in cui i due genitori uccidono i bulli che tiranneggiano il figlio). Al di là di questo melange non viene mai comunque a mancare una vena estetica sottilmente perturbante, su cui troneggia la scena della madre che spremendosi i seni inonda il pavimento della cucina di latte materno.

Quello di Mike è un film certamente eccessivo, volutamente sopra le righe, sconnesso nella modalità narrativa e con molti punti interrogativi. Non si sa chi sia il Visitatore, né dove sparisca verso la fine della pellicola. Ma non importa, il lavoro di Mike è comunque affascinante e rimane decisamente unico nel suo genere. I toni allucinati di alcune scene assumono quindi tutto il valore di un racconto sulla famiglia e sulla società, che il Visitatore non è venuto a distruggere ma, forse, a salvare. 

E' proprio in questo poi che il film di Mike si approssima maggiormente a quello di Pasolini, oltre che per il ricorso insistente alla sfera sessuale (che qui si piega a elemento intertestuale con numerosi altri lavori del regista nipponico). La famiglia è una realtà in sé malata (ce lo diceva anche Van Sant in tempi non sospetti con Drugstore cowboy) ma c'è la possibilità di salvarla. La differenza con Pasolini è che Mike rende tutto più estremo, scanzonato e intimamente giapponese, riprendendo un gusto per l'esasperazione che costituisce uno dei tratti più tipici del cinema del Sol Levante (il che è straordinario, visto che a questo genere di titoli se ne affianca un altro ugualmente splendido tutto basato sull'intimistica analisi di spazi e individui). 

In ogni caso un film che certamente vale la pena di vedere, anche solo per questa sovrabbondante eccedenza che lo pone al di sopra della maggior parte dei titoli cui siamo abituati. Se a ciò si aggiunge una composizione molto ben curata, con elementi interessanti da un punto di vista estetico e un costante scambio di sguardi fra cinematografia e televisione, il giudizio non può che essere concorde nel tributare i giusti onori al genio di Mike.
VOTO: 7.50/10

sabato 18 maggio 2013

Audition



Audition di Takashi Mike - Genere: drammatico/thriller - Giappone 1999

Avevo sentito molto parlare di Takashi Mike, attualmente in concorso a Cannes con un nuovo film e così ho deciso di prendere la palla al balzo e guardare questa pellicola che mi è capitata davanti agli occhi in una delle classifiche del sito di cultura popolare Complex. Decisamente ne è valsa la pena, essendomi ritrovato davanti a un lavoro molto interessante ed accurato. Il film, che dura all'incirca due ore, viaggia in sordina per tutta la prima parte. Al di là della bella impostazione delle immagini e dell'indubbia qualità della regia, non sembra esserci un motivo particolare per interessarsi alla vicenda (se non la stranezza di fondo, tipicamente giapponese; chi altri sarebbe stato in grado di pensare di trovare una moglie tramite un provino cinematografico?). Durante tutta la seconda metà del film però la situazione si complica, diventa più interessante e coinvolgente a mano a mano che il protagonista precipita nel delirio ai limiti della piscopatia di Asami Yamazaki, affascinante e misteriosa ragazza.

Durante la ricerca che il protagonista compie per avere notizia della giovane di cui si è sinceramente innamorato, cade nell'abisso sincopato di una mente delirante, che fa riflettere questo potere di distorsione anche all'interno del tessuto delle immagini. Così mentre il film si avvicina alla sua epitome, localizzata nei bellissimi momenti finali, tutto si trasforma in un incubo a stanze permeabili, dove lo spettatore e i personaggi si muovono con una libertà associativa tutta psicologica. Non c'è più un filo a tenere insieme la vicenda e le situazioni si accavallano confusamente senza perdere tuttavia la loro elevatissima carica estetica. 

Il montaggio la fa da padrone e integra la già splendida fotografia che aveva tratteggiato gli spazi e i modi linguistici di tutta la prima ora abbondante di film. La conclusione è la resa materiale di tutto questo disagio che si è propagato nella matrice materiale del film, facendone vibrare gli elementi linguistici. La brevissima e praticamente non mostrata scena di tortura che chiude idealmente la vicenda è il malessere di una donna eterea eppure destinata all'abisso che prende forma. 

Questa pellicola, che ho rintracciato alle prime posizioni nella classifica dei cinquanta film più disturbanti, di certo non ha colpito nel segno pienamente se si considera quello come il metro di giudizio della qualità del lavoro di Mike. In un'ottica più generale, che possa invece tenere conto della resa generale del prodotto, l'impressione che Audition lascia non può che essere molto buona, sia per la gestione della diegesi e dei suoi tempi, sia più in generale per il modo in cui il linguaggio cinematografico ha trovato piena espressione in un film che è comunque dotato di un solido e coinvolgente impianto narrativo.
VOTO: 8.50/10

giovedì 9 maggio 2013

Dark Water (2002)



Dark Water di Hideo Nakata - Genere: thriller - Giappone, 2002.

Basato su uno dei racconti dell'omonima raccolta di Koji Suzuki, il film ne è il primo adattamento cinematografico, da non confondersi con il discutibilissimo remake americano fatto qualche anno dopo. Come per l'adattamento di The Ring (altra fortunata creazione letteraria di Suzuki), la regia è di Hideo Nakata, che con il suo adattamento del celebro romanzo è riuscito a cambiare le sorti di un intero genere e a creare il fenomeno dei primi anni duemila (qualcosa di paragonabile a Paranormal Activity quanto a risonanza, ma senza dubbio migliore per quanto riguarda la qualità).

L'accoppiata regista/romanziere aveva già funzionato e questo film non fa altro che confermare le aspettative: siamo di fronte a uno dei più bei film thriller (o horror, a seconda di come lo si intenda) che io abbia mai visto. Ciò che il regista riesce a fare, sfruttando magnificamente tutti gli elementi del linguaggio cinematografico che conosce, è trasmetterci delle sensazioni empatiche nei confronti della vicenda narrata; tutto è sapientemente calcolato con il solo fine di suscitare la nostra emozione, che sia paura, ansietà o semplice partecipazione. Il grande pregio di questa pellicola, oltre all'originalità della storia (ovviamente commisurata all'anno di produzione) e all'alta qualità della trasposizione (che si mantiene fedele all'originale, mantenendone cioè il quid), sta soprattutto nella caratterizzazione della protagonista femminile.

Pochi tratti sono sufficienti, qualche pennellata che viene dalla sceneggiatura, dalle inquadrature o dalle scelte cromatiche, per comunicarci tutta la storia di una donna sola, terrorizzata all'idea di perdere la figlia, una donna di cui ci viene detto molto poco (ma quel poco basta per farcene apprezzare l'umanità). La fragilità del personaggio si riverbera su tutto un microcosmo ambientale rappresentato con una sensibilità registica assolutamente fantastica. La fotografia e i cromatismi delle inquadrature sono freddi, cupi, umidi e confezionano veri e propri momenti visivi puramente estetici. 

Nel complesso un film assolutamente fantastico, che meriterebbe di essere visto praticamente da chiunque per la particolare modalità di resa della diegesi. Il finale è la vera e propria summa di tutte queste modalità e unisce a tutti gli elementi già delineati una sensibilità tutta orientale per il rapporto con la figura genitoriale e con i trapassati. Consiglio fra l'altro anche la lettura dei racconti di Koji Suzuki, tutti molto belli e tutti potenzialmente degli ottimi film.
VOTO: 9/10

martedì 30 aprile 2013

Qualcuno da amare



Qualcuno da amare di Abbas Kiarostami - Genere: drammatico - Iran, Francia, Giappone 2012

Che Kiarostami sia per molti versi uno dei registi contemporanei più interessanti è un dato di fatto; anche i grandi però sbagliano o meglio, ogni tanto, si concedono dei passi falsi. Qualcuno da amare è l'errore di Kiarostami, un cambiamento di rotta a mio avviso piuttosto infelice in una carriera di tutto rispetto. E' bene intendersi subito e specificare che questo film, in cui il regista sceglie di esplorare il Giappone, non è pessimo né mal realizzato, ma non sembra davvero essere un film di Kiarostami.

Al di là dell'ambientazione assolutamente inedita, l'unico tratto tipico del regista che questo film conserva è il tema della falsità, che qui si esprime nella falsa relazione "nonno-nipote" che si instaura fra i due protagonisti, una giovane prostituta e un professore universitario in pensione. Il problema è che questa falsità, questa doppiezza, si situa - contrariamente a quanto avviene in titoli come Il sapore della ciliegia - soltanto a livello diegetico, mancando del tutto l'elaborata analisi sul linguaggio cinematografico che contraddistingue normalmente i film di Kiarostami.

Qualcuno da amare è un film dalle grandi pretese, che sembra voler indagare l'universo puntiforme delle relazioni umane, ma lo fa scegliendo un contesto (il Giappone) che risulta drammaticamente a-specifico: il film avrebbe potuto benissimo essere ambientato in qualsiasi parte del globo; perciò perché non tornare nei luoghi già ampiamente esplorati nella filmografia precedente e scegliere di spingersi all'estremo Est, donando al film una patina di inverosimiglianza che fa sembrare il film una copia malscritta di un Kim Ki-Duk depauperato delle sue peculiarità stilistiche?

E' un interrogativo senza risposta, così come senza risposta rimangono molti altri elementi, appositamente sospesi in un film che si caratterizza più per le sue assenze che per altro. I dialoghi (non so dire se questo sia un problema di doppiaggio o sceneggiatura) sono spesso piuttosto banali; ciò che si salva è in generale la fotografia, niente più che discreta, e una buona anche se non molto originale idea di fondo. A ciò aggiungiamo alcuni (rarissimi) momenti in cui il regista sembra aver ritrovato la strada di casa e si concede qualche attimo di indagine estetica più approfondita.

In generale il film è caratterizzato da un ritmo lentissimo, ai limiti dell'immobilità. In questo silenzio degli spazi e dei tempi tutto è estremamente dilatato e c'è spazio per la caratteristica migliore della pellicola, quello che a proposito di Xavier Dolan ho definito fenomenologia delle passioni umane. In questo caso tutto acquista un aspetto relazionale e il film diventa la storia di un diacronico dispiegarsi di amori e disamori da cui emerge in generale un paralizzante senso di solitudine. Un peccato che Kiarostami non abbia voluto osare di più, perché il risultato sarebbe potuto essere decisamente migliore.
VOTO: 6/10

martedì 16 aprile 2013

Confessions



Confessions di Tetsuya Nakashima - Genere: drammatico - Giappone 2010.

Che l'istituzione scolastica sia uno dei grandi punti di ridiscussione - e spesso di decostruzione - della cultura orientale e giapponese in particolare è cosa nota. Competitività, rigore e simili sono tutti elementi che il cinema e la cultura popolare ha sempre saputo catturare egregiamente, basti ricordare lo splendido Battle Royale (fingendo che non abbia mai avuto un seguito, s'intende...). Il film di Nakashima si inscrive proprio in questo filone e ha molte idee interessanti alla base.

Anzitutto la composizione narrativa, che rifugge saggiamente dalla costruzione di un edifico stabile per comporre tramite successive sedimentazioni una vicenda corale e liricamente intima nel contempo. La drammatica storia della professoressa Moriguchi, vittima involontaria di un gioco adolescenziale che le ha sottratto la figlia, è la traduzione orientaleggiante del Tito Andronico shakespereano. Come il dramma inglese questo film mette in scena una tragedia di vendetta che a tratti raggiunge picchi di sadismo esistenzial-filosofico da far impallidire il povero Gigsaw. Polifonica è anche la costruzione dell'immagine che si fonda spesso su un rapido susseguirsi di frammenti incompleti che solo in un secondo tempo si ricombinano in maniera efficace. 

La composizione, gradevole, non è però esente da difetti. Ci sarebbe anzitutto da riflettere sull'uso smodato dello slow motion, che il regista utilizza con un'insistenza decisamente esagerata, come se il rallenty fosse l'unico mezzo estetico a disposizione del cinema. Ad aggravare la situazione contribuisce il fatto che questa scelta è quasi sempre gratuita, nel senso che l'artificio suddetto è utilizzato per sottolineare "esteticamente" (???) elementi insignificanti dell'immagine. Anche la colonna sonora sembra da rivedersi, troppo commercialmente ammiccante narrativamente accessoria.

In generale un buon film, che risulta piacevole anche a prescindere da un ritmo narrativo a volte eccessivamente dilatato. Certamente sarebbe potuto essere un prodotto molto più interessante se se ne fossero levigate le difficoltà principali, che ne abbassano la qualità complessiva, costruendo un prodotto che forse non riesce neanche a farsi ricordare più di altri. Peccato!
VOTO: 7/10