Visualizzazione post con etichetta anni 70. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni 70. Mostra tutti i post

lunedì 28 aprile 2014

Quattro mosche di velluto grigio



Quattro mosche di velluto grigio di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1971

Con questa recensione si chiude la Trilogia degli animali diretta da Dario Argento. Inaugurata dal bel L'uccello dalle piume di cristallo e proseguita con il discutibile Il gatto a nove code, è la serie di film che più di tutti ha contribuito a fondare il genere del giallo all'italiana, che ha avuto una notissima diffusione e fortuna e che meriterebbe di essere rivalutato anche in sede critica più di quanto non si faccia. Per quanto io appartenga più al gruppo degli estimatori del sottovalutatissimo Lucio Fulci e non sia un amante degli argentiani, devo riconoscere che l'inizio e l'epilogo della trilogia sono senza dubbio interessanti. Sebbene con minore freschezza rispetto a quanto mostrato ne L'uccello, qui Argento riesce ancora a proporre uno stile libero e veloce, fatto di inquadrature fortemente influenzate dal cinema moderno. 

Ambientato a Roma, location tipica del regista, il film si sviluppa attorno ai temi più cari ad Argento, senza farsi mancare neppure il riferimento all'omosessualità, questa volta incarnata dal detective privato Arrosio. E' probabile che sotto il profilo della queer theory la scelta di Argento potrebbe essere criminalizzata, per le modalità di rappresentazione, ma devo dire che tutto sommato l'effetto complessivo non è spiacevole e anzi garantisce a Quattro mosche di velluto grigio degli spazi umoristici che difficilmente è possibile trovare nelle produzioni del genere (men che mai nelle successive dell'autore) e che penso ne costituiscano uno dei tratti più interessanti. Risponde a questa esigenza anche il cammeo (decisamente più mediocre, in verità) di Bud Spencer, strappato al suo ruolo caratteristico da scazzotatore di saloon improvvisati.

Nel complesso Quattro mosche risolleva le sorti di una trilogia pesantemente affossata da Il gatto a nove code, vero e proprio fallimento stilistico e di struttura. Pur non trattandosi di un capolavoro assoluto, si tratta di un film del tutto dignitoso, infiocchetato anche da una serie di riferimenti eruditi che non spiacciono nonostante la loro autoreferenzialità. Senza dubbio uno dei migliori lavori di Argento dopo Profondo Rosso.

VOTO: 6.50/10 

domenica 27 aprile 2014

Distretto 13: Le brigate della morte



Distretto 13: Le brigate della morte di John Carpenter - Genere: thriller - USA, 1976

John Carpenter è senza dubbio uno degli autori che ha contribuito a fondare un tipo di cinema, troppo spesso snobbato dalla critica e dal pubblico, che ha condizionato fortemente il nostro immaginario. Universalmente noto (ma mai sufficientemente celebrato) per il capolavoro Halloween: La notte delle streghe, Carpenter si è sempre presentato come un regista abile e dallo stile sorvegliatissimo. Lo dimostra benissimo questo Distretto 13, sua seconda opera immediatamente precedente al primo capitolo della saga di Michael Meyers. Fortemente influenzato da Romero e dalla fondazione dello zombie movie, Carpenter realizza un film profondamente contemporaneo ancora oggi, che si presenta come un'accurata riflessione sulla violenza urbana e su alcune fondamentali caratteristiche della società americana (La notte del giudizio a confronto è un nonnulla). 

Pur senza ricadere nella vacua previdibilità di una analisi sociologica inconsistente, già nel '76 Carpenter era riuscito a diagnosticare con evidenza il ruolo che la violenza ha all'interno della mentalità yankee, adottando significativamente lo stile dell'assalto che di solito - lo abbiamo detto - è tipico della massa di non-morti, agglomerato decerebrato guidato soltanto da un oscuro istinto di morte. In un primo tempo snobbato praticamente da chiunque, Le brigate della morte ha conosciuto una grande rivalutazione negli ultimi tempi, arrivando a presentarsi come un film molto quotato sui maggiori siti di cinema (4/5 per Mymovies e 10/10 per Comingsoon). Pur non condividendo i toni forse eccessivamente entusiastici di questa rifioritura critica, devo riconoscere che il film di Carpenter si lascia apprezzare per la libertà linguistica, soprattutto per quanto riguarda la scelta dei piani e la composizione dell'inquadratura. 

Completa il tutto una nutrita serie di citazioni erudite che riprendono alcuni stereotipi di genere satellite, come il noir (viene perfettamente mimata una scena originalmente attribuita alla coppia divistica Bogart/Bacal). Questo rende Distretto 13 un film ancora oggi validissimo, che si lascia apprezzare sotto il profilo tecnico forse più che sotto quello drammatico. Certamente un titolo da recuperare per l'ottima gestione del thrilling e del ritmo narrativo.

VOTO: 6.50/10 

martedì 15 aprile 2014

L'uccello dalle piume di cristallo



L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1970

Se esistesse una petizione per cacciare Argento dalla scena cinematografica italiana, tutti sanno benissimo che la firmerei. Non sarò mai troppo stanco di ripetere come io trovi la fama di questo regista eccessiva e in larga parte immeritata, soprattutto viste le sue ultime derive. Ciò nondimeno, una serena valutazione critica del suo corpus cinematografico non può non portare alla luce la presenza di alcuni titoli decisamente interessanti, come Profondo Rosso (forse il suo film più noto) e il qui presente L'uccello dalle piume di cristallo, datato 1970, che segna l'esordio del cineasta romano dietro alla macchina da presa. Esordio della cosiddetta Trilogia degli animali (è bene precisare il cosiddetta perché in tutti e tre i film che la costituiscono, come nel mediocre Il gatto a nove code, il referente zoologico risulta poco più di un pretesto), al di là di un indubbio valore estetico per interessanti trovate stilistiche che propongono una linea regista sciolta e gradevole, il titolo in esame merita di essere ricordato senza dubbio per la sua importanza storica. 

Se si cercasse un film in grado di dettare legge, o quantomeno capace di cambiare le carte in tavola nel panorama del giallo italiano, questo sarebbe senza dubbio L'uccello dalle piume di cristallo. Sgravando la tradizione dallo schema di Mario Bava, che ebbe il merito di inaugurare il genere (Sei donne per l'assassino ne è un classico esempio), il film di Argento realizza un perfetto sposalizio fra uno stile registico non aneddotico, in cui predomina l'uso della soggettiva e una struttura diegetica  consistente che detterà praticamente  legge all'interno del cinema italiano degli anni immediatamente successivi e non solo. Questo vale anche (e forse soprattutto) per la caratterizzazione dei personaggi: il ruolo morboso e paranoide affidato alle figure femminili, il protagonismo di scrittori/giornalisti/fotografi che si trovano a diventare detective e l'identità celata dell'assassino, sempre connessa alla doppiezza e ai disturbi dell'identità.

Un film gradevole e molto ben riuscito. Un peccato che abbia dato origine a una posterità tanto sfortunata (sia per quanto riguarda gli altri registi che ne sono stati condizionati, sia per quanto concerne la poetica dello stesso Argento)

VOTO: 7/10 

domenica 30 marzo 2014

Non si sevizia un paperino



Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci - Genere: thriller/horror - Italia, 1972

Che Lucio Fulci sia uno degli autori più amati del thriller all'italiana è assolutamente indubbio. Apprezzato per alcuni lavori anche dalla critica, che comunque non sembra mai avergli tributato le lodi che avrebbe meritato (forse per un disamore pregresso nei confronti del genere o del cinema di genere), ha fatto la sua fortuna presso il pubblico con lavori di indiscusso pregio come Zombi 2, ideale sequel del capolavoro romeriano. Su questo blog ho avuto modo di recensire solo Black Cat, piuttosto bruttino e di certo non adeguato a parlare dell'importanza di Fulci per il nostro cinema. Non si sevizia un paperino è uno dei classici lavori fulciani in questo senso, ritenuto abbastanza mediocre dalla critica (due stelle sul Farinotti) e molto ben riuscito dal pubblico. Nell'impossibilità di stare completamente nel mezzo devo dire che a conti fatti il film è piacevole per quanto non esente da difetti e sotto il profilo formale risponde bene alla necessità di riconoscere al compianto regista romano i suoi meriti.

Scegliendo di ambientare il suo dramma in un retrogrado paesino del Meridione, Fulci compie una scelta originale e azzeccatissima; pur con un'ombra di classismo geografico, questo gli permette di inserire piuttosto bene l'elemento della superstizione magica e popolare all'interno dello sviluppo della vicenda, grazie al personaggio della Maciara interpretata magistralmente da Florinda Bolkan. Gli intenti sociologici, per quanto non forti o preponderanti, sembrano ben presenti e tratteggiati con sicurezza e profondità dalla mano esperta del regista, che articola un discorso visivo coerente fatto di inquadrature ricercate e insistenti piani ristretti sugli occhi che diventano davvero lo specchio della caratterizzazione dei personaggi. Interessante e ben scritto anche il personaggi di don Avallone (Marc Porel), mentre decisamente minoritario appare il contributo del "divo" del cinema di genere italiano Tomas Milian, che qui interpreta un giornalista che per la maggior parte della vicenda se ne sta tranquillamente sullo sfondo.

Solido a livello di sceneggiatura e dialoghi, arricchito da una ricercatezza d'immagine che è propria ai grandi maestri, Non si sevizia un paperino scade inevitabilmente - come molti prodotti a lui assimilabili - quando si fa viva la volontà di shockare il pubblico con effetti sanguinolenti e macabri. Al di là della fattura degli effetti stessi, che dipende anche dall'anno di realizzazione, la necessità quasi fisiologica di scadere nel registro del macabro mi è sempre sembrata inutile e poco funzionale, sopratutto quando il film si regge bene sulle sue gambe come in questo caso. Un lavoro da (ri)scoprire per rendere a un mezzo genio come Lucio Fulci il posto che merita nella storia del cinema italiano.

VOTO: 6.50/10 

mercoledì 26 marzo 2014

Amore e Guerra



Amore e Guerra di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1975

Devo ammettere, anche se ormai sarà piuttosto palese, che sono un vero e proprio amante del cinema del primo Allen; per quanto i suoi titoli più recenti non mi entusiasmino (mi manca Blue Jasmine, di cui ho letto molto bene; faccio allusione ad esempio a To Rome with love) è innegabile riconoscere a questo autore una straordinaria capacità comica e un'intelligenza e cultura cinematografica assolutamente fuori dal comune. Come autore di punta dell'ondata di rinnovamento promossa dalla Nuova Hollywood, Allen ha riempito i suoi primissimi film con una serie di citazioni erudite (è evidente il motivo del bergmanismo in questa e in altre opere), che si intrecciano a doppio filo con un uso più libero e sbrigliato degli stilemi moderni messi a disposizione dal nuovo cinema europeo. Così Allen piega una struttura filmica più libera alle sue esigenze comiche, che molto spesso (come accade anche in questo Amore e Guerra) si rifanno ancora una volta a elementi facilmente riconoscibili del comico d'autore. 

Amore e Guerra è a mio avviso uno dei più riusciti film comici di Allen. Pur senza raggiungere il lirismo romantico e disincantato che costituisce la cifra fondamentale dei suoi due capolavori (Io e Annie e soprattutto Manhattan), mi sembra che a partire da qui Allen si allontani almeno parzialmente dalla strada smaccatamente umoristica che aveva caratterizzato ad esempio Prendi i soldi e scappa. La sua comicità si evolve in forme più sofisticate e parodisticamente filosofiche, cosa che si vede molto bene nei dialoghi assolutamente surreali fra Allen e la straordinaria Diane Keaton, qui in una delle sue migliori prove secondo me. Operando una sistematica decostruzione dei miti del romanzo russo dell'Ottocento (penso ovviamente a Guerra e Pace, ma anche a Dostoevskij, con i titoli delle cui opere viene composto un dialogo a mio avviso assolutamente geniale) e di tutta la pomposa stagione del patriottismo anti-napoleonico grazie all'inserimento di parodici anacronismi all'interno della struttura narrativa. L'effetto è ingigantito dalla capacità di Allen di rovesciare di senso anche i più seriosi riferimenti alla storia del cinema, come quelli al cinema muto e in particolare alla poetica di Ejzenstejn (spesso e forse giustamente presa di mira dai film comici realizzati con intelligenza; penso ovviamente alla celeberrima sequenza de Il Secondo Tragico Fantozzi). 

Questa complessa nebulosa di elementi fortemente interrelati fra di loro costituisce secondo me una delle massime espressioni della comicità alleniana, non ancora approdata alle vette dei due capolavori già citati, ma comunque sgrossata dagli elementi ancora incerti delle sue prime produzioni (è da escludere Che fai, rubi? per la particolarità della sua ideazione e messa in opera).

VOTO: 8/10 

sabato 22 marzo 2014

La casa dalle finestre che ridono



La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati - Genere: thriller - Italia, 1976

Come spesso succede nello scrivere queste brevi recensioni che, mi rendo conto, spesso hanno più la fisionomia di appunti piuttosto sconnessi il cui scopo sarebbe quello di indirizzare la visione dei lettori, devo confessare la mia ignoranza. Ammetto infatti che non conosco bene Pupi Avati come regista e che, anzi, questo è il suo primo film che mi capita sottomano. Ciò nonostante devo dire che per quello che si legge in giro La casa dalle finestre che ridono mi aveva molto incuriosito; considerata da molti uno dei migliori film di Avati si presenta sin da subito come un classico giallo/thriller all'italiana, con la peculiare caratteristica di essere ambientato nella provincia ferrarese. Questo aspetto, che avrebbe senza dubbio potuto far sconfinare tutta la composizione nel ridicolo, è gestito da Avati in modo tanto convincente che alla fine la caratterizzazione padana risulta vincente, arrivando ad assurgere al rango di vero e proprio elemento qualificante del film. L'orgoglioso provincialismo dei personaggi non si riduce a una successione di situazioni macchiettistiche, ma anzi conferisce spessore e credibilità a una vicenda che, almeno per tutta la prima parte, appare giocata su temi meno sanguinolenti di quelli a cui un certo cinema del genere ci ha abiutato, soprattutto in Italia.

Così La casa dalle finestre che ridono si promette come un film più di sensazione, almeno per la buona prima metà della proiezione. I personaggi di Avati, non ridicoli ma fortemente caratterizzati in senso grottesco, rappresentano una sorta di eco ai Freaks di Brownings, seppure calati in un contesto robustamente italiano che, come dicevo, impreziosisce e rende caratteristico tutto il film. Nel complesso, soprattutto dal punto di vista visivo, c'è dunque ben poco da imputare al lavoro di Avati che procede con sicurezza attraverso inquadrature dai tagli insoliti ma fortemente espressivi che ben si sposano con il cromatismo un po' umido e palustre degli ambienti scelti. Purtuttavia sopratutto nella gestione della trama tutta la seconda parte del film appare piuttosto faticosa e carente, per quanto persistano alcuni sprazzi interessanti soprattutto nell'ultimissima sequenza. Questo a mio avviso deriva dal fatto che proprio nella parte caudale della pellicola Avati si lascia prendere dal desiderio del sangue, minando tutto il lavoro che aveva sviluppato precedentemente (improponibile, ad esempio, la versione "zombie" del pittore Buono Legnani; veramente una caduta di stile).

Complessivamente un film decisamente interessante, pieno di spunti stilistici e formali davvero meritevoli, purtroppo minato da alcuni errori piuttosto importanti di formulazione. Nonostante ciò mi pare si tratti di un titolo che andrebbe riscoperto e, azzardo, a sicuro discapito di certi lavori - molto meno riusciti - che godono di maggiore popolarità.

VOTO: 6/10 

mercoledì 19 febbraio 2014

Carrie: Lo sguardo di Satana



Carrie: Lo sguardo di Satana di Brian de Palma - Genere: thriller - USA, 1976

La sterminata produzione di Stephen King ha sempre dato origine a diverse trasposizioni cinematografiche, più o meno riuscite (da Misery non deve morire a Grano rosso sangue, tutt'altro che imperdibile). Essendo uscito il remake di questo film di de Palma non molto tempo fa, ho deciso di guardarmi l'originale per poter eventualmente farmi un'idea più precisa della riuscita della cover di Kimberly Pierce. Come sempre, anche se bisognerebbe farlo per essere veramente "professionali", non tratterò dei rapporti fra testo di partenza e film, perché non conosco il lavoro di King e perché questo fuoriesce dai miei interessi attuali. Cercherò quindi di proporre una serena valutazione del lavoro cinematografico proposto, senza addentrarmi nei meandri della variantistica romanzo/film. Come spesso accade per i film tratti dai testi di King, o almeno come mi è capitato di vedere in quelli che ho analizzato, l'inizio è stato tutt'altro che promettente: anche in de Palma si percepisce senza difficoltà il tentativo di rendere un'atmosfera ben precisa, ansiogena e che permea dall'interno le immagini e la vicenda. Il problema è che qui come spesso accade altrove il tutto si rivela abbastanza macchinoso e aneddotico: nel caso specifico una trama veramente troppo prevedibile viene amplificata da una recitazione non certamente imperdibile e soprattutto da uno stile troppo limpido e chiaro. 

Stavo già per gettare la spugna quando, dopo un'ora buona di film, il tocco registico di de Palma si fa vedere e sentire. A partire dalla scena del ballo fino alla fine della pellicola, lo stile sembra subire un cambiamento radicale  e si avvia con grande efficacia verso un uso più libero degli elementi filmici, sopratutto per quello che riguarda fotografia e montaggio. Nella scena culminante del film, quella che segue lo scherzo del ballo studentesco, de Palma si riprende grandemente, utilizzando la luce in maniera espressiva (o espressionistica?) per dare perso e spessore alla situazione, aiutato anche da un uso non ingenuo dello split screen (che, in ogni caso, forse non aveva molto senso di essere in questo prodotto). In ogni caso, al di là di personali valutazioni di gusto, direi che tutta la seconda metà del film ne risolleva fortunatamente le sorti di un lavoro altrimenti destinato (giustamente) al macero.

Il risultato complessivo non è eccessivamente spiacevole, ma si percepisce un po' la frizione fra le due parti. Per ragioni di ritmo, peraltro, escluderei che si sia trattato di una scelta intenzionale realizzata per comunicare il cambiamento dello stato emotivo di Carrie, peraltro recitata molto bene da Sissy Spacek. 

VOTO: 5.50/10

giovedì 13 febbraio 2014

Duel



Duel di Steven Spielberg - Genere: thriller - USA, 1971

Il nome di Spielberg, nella coscienza collettiva dello spettatore medio della mia generazione, non è senza dubbio legata al suo debutto alla regia. Molto più celebre per film come ET o Jurassick Park, si ritiene che Spielberg sia un grande narratore, capace di creare mondi fantastici resi credibili e vicini ma che comunque non rinunciano alla loro carica di esotismo. Oppure come dimenticare un film favola come Hook, riscrittura divertente e briosa di Peter Pan? Eppure Spielberg non è nato come un autore della Terza Hollywood, non come un rappresentante di quel ritorno alle narrazioni forti che ha caratterizzato il cinema dagli anni Ottanta in poi. Duel, dei primissimi anni Settanta, lo testimonia molto bene. Spielberg è una persona che conosce molto bene il cinema e, in questa sua prima stagione creativa, utilizza uno stile molto più interessante e libero rispetto a quanto non fa nei suoi film di fiction. 

Duel effettivamente è il tipico prodotto da New Hollywood: una trama esile, quasi banale nella sua semplicità, raccontata con un'attenzione alle forme plastiche della filmicità, con un uso attento dell'inquadratura che privilegia punti di vista inconsueti e anticlassici. Non sappiamo nulla della vicenda che sta dietro alla folle corsa del nostro protagonista, che anche della sua vita precedente non ci racconta alcunché. Tutto il film è fondato sul dubbio, sul non detto, ci si chiede se la cisterna che tenta di uccidere il nostro sprovveduto viaggiatore sia animata da qualche desiderio preciso ma tutte le speculazioni che il pubblico può fare sono destinate a rimanere senza risposta. Lo stile semplice, lucido e chiaro di Spielberg è in netto contrasto con quella che sarà poi la sua poetica narrativa matura, tutta fondata sulla linearizzazione del racconto e sull'allontanamento della narrazione dallo spettatore. 

La genialità di Spielberg gli ha permesso, appena venticinquenne, di confezionare questo piccolo cult in una decina di giorni, tempo veramente irrisorio se si considera la notorietà e il valore quasi auratico che questo film hanno assunto con l'andare del tempo. In Duel, per quanto si possano riscontrare dei difetti non indifferenti a livello di sceneggiatura e di dialoghi (che, duole ammetterlo, sono piuttosto imbarazzanti!), c'è una freschezza stilistica che poi non si ritroverà più nella produzione più avanzata di Spielberg. Un peccato, che forse rende ragione alla definizione di questo autore come di uno dei grandi traditori della Seconda Hollywood. 

VOTO: 7/10 

sabato 8 febbraio 2014

I Guerrieri della Notte



I Guerrieri della Notte di Walter Hill - Genere: azione - USA, 1979

Film culto degli anni Ottanta, di cui riprende lo stile e le movenze narrative, I Guerrieri della Notte è un film decisamente interessante, che riprendendo spunti da un certo cinema colto, li riconfigura entro una cornice più pop ma non per questo meno efficace. Mymovies ha dato alla pellicola di Hills un voto altissimo (4.2/5), cosa che viene fatta di rado. In realtà non condivido il giudizio eccessivamente entusiastico che i recensori hanno dato della pellicola, ma rimane il fatto che I Guerrieri della Notte merita un'attenzione particolare, anche grazie alla vasta pervasività che ha avuto (non molti anni fa gli è stato addirittura dedicato un videogioco per console, segno della sua grande capacità di rimanere incastonato nella mente delle generazioni che ha formato). 

Mutuando senza dubbio numerosi spunti dal capolavoro kubrickiano Arancia Meccanica, datato 1971, Hill è riuscito a creare un prodotto di grande impatto visivo ambientato in una scura notte di una New York trasfigurata, attraverso una grande capacità stilistica, in un vero e proprio non-luogo di augeana memoria. Le inquadrature ritagliano spazi isolati, insicuri e fatiscenti, dove le relazioni umane sono sempre pericolosamente a doppio fondo. Nulla è sicuro e la fuga dei Guerrieri, accusati ingiustamente di aver sovvertito un ordine a sua volta faticosamente costruito e segnato dalla fragilità, assume la forma di una movenza anabatica attraverso la quale, con un fare dal sapore quasi tragico, si giungerà alla fine alla risoluzione dell'intreccio tramite l'intervento di un autentico deus ex machina. Il mondo diegetico ne esce impoverito: se è pur vero che alla fine la moralità dei Guerrieri li ripaga scagionandoli dalle accuse in cui si erano trovati invischiati, non si può non notare come lo spazio di manovra dei singoli sia fortemente schiacciato da uno schema superiore che ne preordina i movimenti e ne inibisce almeno parzialmente le capacità.

In tutto questo l'occhio visionario di Hill installa una visione quantomai moderna del genere distopico (che qui si tinge fortemente di tinte agoniche), ritagliando spazi visivi di sicuro impatto e certa memoria, come la riuscitissima e giustamente famosa sequenza dello scontro con i Baseball Furies, dove il regista è riuscito a dare vita a dei personaggi veramente perfetti per il mondo in cui si muovono (a tal punto che questa può essere considerata la vera e propria scena clou nella memoria collettiva del film). Una nota ulteriore la merita senza dubbio la colonna sonora, quanto mai adatta allo stile visivo ed emotivo del film e anche al di là di questo di per sé davvero apprezzabile.

VOTO: 7/10 

lunedì 3 febbraio 2014

Profondo Rosso



Profondo Rosso di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1975

Il fatto che io non ami Dario Argento è risaputo e senza dubbio non condivido i giudizi entusiastici di quanti lo considerano l'erede "nostrano" di Hitchcock. Alla sua poetica ho sempre preferito quella di altri maestri, come Lucio Fulci, interprete efficace delle istanze romeriane; su questa linea vanno lette le mie recensioni fredde nei confronti di molti suoi film: lo stesso Suspiria, da molti considerato un piccolo capolavoro non mi ha colpito particolarmente. Non vale neanche la pena di parlare degli ultimi suoi lavori, che definire indecenti è ancora eufemistico. Eppure Profondo Rosso è veramente l'eccezione che, in questo caso, conferma la regola. Senza dubbio questa è la più alta realizzazione dell'Argento degli anni d'oro, un film efficace e costruito con sapienza che dipana una diegesi interessante su due ore di pellicola che scorrono senza annoiare minimamente. Vero e proprio fiore all'occhiello di questo lavoro è senza dubbio la colonna sonora dei Goblin, con il notissimo tema principale ma anche con tutto il resto dell'accompagnamento, bellissimo anche se non sempre perfettamente adatto a quanto si andava raccontando.

La grande differenza che ho riscontrato fra questo film e le altre pellicole argentiane dell'età aurea è senza dubbio un uso più sbrigliato del montaggio, meno legato ad esigenze di continuità e narrazione. In tutto questo la fotografia assume una qualità nel contempo più evocativa e tattile, capace di rendere fisiche delle atmosfere oniriche e profondamente legate al mondo della psicologia dei personaggi. C'è effettivamente un che di hitchcockiano nei continui riferimenti alle motivazioni psicanalitiche che stanno dietro la trama delittuosa, ricostruita progressivamente fino all'individuazione di un colpevole sbagliato. Un'altra caratteristica mutuata dal cinema del Maestro del Brivido, questa volta veramente presente in diverse pellicole di Argento, è l'inversione di gender che lega i protagonisti: in Profondo Rosso come in Suspiria, come in molte altre produzioni, sono le donne a tenere le redini del gioco, cosa che nel caso specifico si vede bene anche attraverso il rimando a tutta una serie di situazioni che sembrano mutuate dal grande comico d'autore.

Questo non faccia credere che il film sia esente da difetti: permangono senza dubbio alcuni stilemi registici che io non riesco ad apprezzare, come il colore eccessivamente pop del sangue oppure una certa modalità di scrittura della sceneggiatura, che rende alcuni passaggi singhiozzanti e faticosi. Nonostante questo però il prodotto si fa nel complesso apprezzare per il trattamento più libero dell'immagine cinematografica, in una prospettiva meno attaccata all'economia della trama.

VOTO: 7/10 

domenica 19 gennaio 2014

L'ultima casa a sinistra



L'ultima casa a sinistra di Wes Craven - Genere: thriller/horror - USA, 1972

Il nome di Wes Craven è senza dubbio legato a doppio filo alla storia del genere horror, soprattutto nella sua variante slasher che ha avuto una notevole fortuna fra i tardi anni Settanta e gli anni Novanta proprio grazie a saghe come Nightmare e Scream, entrambe licenziate dallo stesso Craven. L'ultima casa a sinistra è il suo esordio alla regia, vero e proprio film cult che ha segnato un'epoca e ha visto recentemente un remake prodotto fra l'altro dal regista dell'originale. In pieno accordo al clima post-sessantottino in cui venne realizzato con un budget ridottissimo il film ha peraltro dato origine a tutta una serie di lavori di basso profilo, su cui spicca senza dubbio un altro prodotto degno di menzione e già recensito su queste pagine come Non violentate Jennifer. Al di là dei freddi giudizi della critica, sempre poco incline a riconoscere la qualità in un genere spesso giustamente snobbato come questo, probabilmente il film è il capolavoro di Craven, che nelle sue (svariate) fatiche successive non ha mai più mostrato questa incisività.

La semplicità è senza dubbio la cifra stilistica e narrativa più evidente: alla linearità perfetta della narrazione corrisponde un canovaccio di scelte formali variegato ma senza eccessi. Scegliendo un bagaglio coerente e in sé concluso di figure registiche di montaggio o fotografia Craven riesce a costruire uno stile eclettico e abbastanza imprevedibile per dare al suo film un giusto ritmo. L'accompagnamento musicale è scelto con attenzione per arrivare a creare, in alcuni punti, addirittura degli esempi (piuttosto brevi purtroppo) di montaggio ritmico assolutamente degni di nota. Il clima complessivo che ne deriva non è quello di un inno alla violenza gratuita come era per Non violentate Jennifer (molti non sembrano capirlo, il che dimostra la leggerezza con cui anche le più brillanti menti critiche si approcciano a questo genere di lavorazioni), ma un oggetto perturbante che - per quanto spesso si autocensuri - riesce a trasmettere una sensazione di profondo disagio allo spettatore.

Ma se tutto questo esaurisse il portato del film non sarebbe altro che un prodotto magari godibile ma di mediocre qualità e inoltre non esente da difetti: soprattutto nella parte finale, quando prende corpo la "tragedia di vendetta", emergono delle difficoltà a livello registico (i primi piani di Craven andrebbero tutti cancellati) e di caratterizzazione (alcuni passaggi drammaturgici sono effettivamente difficili da digerire) non indifferenti. La vera genialità de L'ultima casa a sinistra è la sua assolutamente moderna capacità di proporsi come una parodia di sé stesso, attraverso delle emergenze discontinue di una spiccata autoconsapevolezza. In particolare le sequenze quasi pantomimiche dei due agenti di polizia, oltre a ricordarci le grandi comiche degli anni Venti, destrutturano il presunto portato shockante del film, aprendolo a delle nuove possibilità interpretative. 

E' proprio questa la freschezza, potremmo dire quasi l'autocoscienza autoriale che poi verrà irrimediabilmente a mancare nei più celebri lavori successivi di Craven. Un peccato, perché al di là di uno stile registico ancora acerbo, L'ultima casa a sinistra poteva davvero far sperare in qualcosa di meglio.

VOTO: 710

domenica 7 luglio 2013

Il dittatore dello stato libero di Bananas



Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1971

Quando la comicità alleniana non era ancora riconosciuta a livello globale e il suo stile doveva ancora prendere una consistenza che ne facesse un marchio, proprio quando la crisi cubana era ancora dietro l'angolo, sedimentata nella memoria collettiva degli statunitensi, Bananas è riuscito a trattare l'argomento in una maniera leggera e disincantata. Lontano dalle retoriche ufficiali dei piani alti, il film di Woody Allen è un'operazione demistifcatoria che decostruisce i fatti e le sensazioni di quei giorni, mostrandone la paradossale comicità. 

Il personaggio-autore alleniano muove qui i suoi primi passi e lo fa in quel modo divertente e scanzonato che ha sempre costituito il suo marchio di fabbrica. L'insofferenza nei confronti delle strutture sociali e l'incapacità relazionale diventa qui desiderio di fuga, stereotipo tipico della commedia romantica che ancora una volta viene rovesciato in un susseguirsi paradossale e casuale di eventi che porteranno il nostro protagonista ai vertici dello stato di Bananas. I complotti, la rivoluzione, la dittatura, tutto viene riscritto dalla magmatica genialità della regia in un modo assurdo che ne mette in luce la natura dialogica e costruita. 

In questo discorso che - va da sé - accusa fortemente anche l'America come soggetto partecipante in un progetto che gioca con la pelle degli individui, non c'è però nessun intento etico-morale che si ricolleghi direttamente alla politica. L'attenzione di Allen sembra più riversarsi sulla natura finzionale dell'immagine, in particolare televisiva. In svariate occasioni è lo stesso regista a suggerircelo esplicitamente, come avviene nell'incipit (l'omicidio del presidente di Bananas) e nel finale (la prima notte di nozze di Woody che diventa la parodia di un incontro di pugilato). Tutto ciò che vediamo è falso, costruito a tavolino e recitato da una schiera di figuranti inconsapevoli: un messaggio forte, ma raccontato con la leggerezza disillusa e disincantata di uno sguardo che agisce - seppure con forte autonomia - all'interno di quello stesso sistema.

L'altro polo di Bananas che merita di essere giustamente evidenziato è la grande intertestualità che il titolo dimostra nei confronti di molti altri titoli della produzione cinematografica mondiale. Il bergmanismo sempre presente (rievocato a posteriori anche in Manhattan) si accompagna qui a echi piuttosto evidenti dalla Corazzata Potemkin: la scena della rivoluzione nel Bananas diventa l'eco della maestosa scena ejzenstejniana, con un riproposizione pressoché perfetta della scena della carrozzina che precipita dalla scalinata, di fantozziana memoria.

Un film semplice, forse non perfetto in confronto ad altre produzioni alleniane più controllate (si veda anche solo Io e Annie per farsene un'idea), ma che risulta assolutamente geniale per la straordinaria vivacità di un'inventiva ancora non perfettamente canalizzata.
VOTO: 8/10

domenica 30 giugno 2013

Qualcuno volò sul nido del cuculo



Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman - Genere: drammatico - USA, 1975

La tematica della malattia mentale è al centro di diversi lavori cinematografici che di solito la affrontano tracciandone una mitografia negativa, come avviene nel caso di molti thriller (la trilogia su Hannibal Lecter ha fatto scuola da questo punto di vista e i serial televisivi ne hanno tratto grande beneficio). Meritevolissimo quindi il film di Milos Forman, uno dei pochi ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, per la modalità narrativa che mette al centro della vicenda la vita all'interno di un istituto di igiene mentale "vecchio stile", con elettroshock e quant'altro. 

Il film si colloca nella stagione a mio avviso più felice di tutto il cinema statunitense, in quella Nuova Hollywood che cercava con forza di scrollarsi di dosso l'eredità ingombrante del suo ormai stantio classicismo e voleva svecchiarsi attraverso gli insegnamenti dei maestri europei, primi fra tutti gli autori della nouvelle vague francese. Qualcuno volò sul nido del cuculo è una sorta di operazione sincretica fra le due tradizioni: non rinuncia a un impianto narrativo molto solido che riesce a venir condotto con lucidità e intelligenza per due ore, ma neppure si trincera dietro stanchi e prevedibili stereotipi come il lieto fine a tutti i costi.

Il cast nel suo complesso è meritevolissimo; certamente Nicholson qui è al suo meglio (qui e in Batman, va da sé), ma tutti gli attori riescono perfettamente a calarsi nella propria parte pur senza risultare eccessivi e fuori luogo. La recitazione calcata e mimicamente estrema di Nicholson trova qui la sua forma ideale, non imbrigliata da alcuna regola di comportamento o di gestione: il folle non ha leggi e quindi la magmatica pantomima di McMurphy può liberarsi in tutta la sua eversività. 

Il comparto narrativo come si diceva è solido e molto americano, ma non per questo risulta spiacevole o prevedibile, anzi. Il crudo realismo mutuato dalla materia diegetica si sposa perfettamente con una modalità di gestione del ritmo narrativo che rifugge dalla stereotipia e dal coronamento favolistico della circostanze. Ogni qualvolta lo spettatore medio si aspetterebbe un'evoluzione in negativo il film ci fa cadere più in basso nella nera oscurità dell'ospedale, fino al tragico epilogo. Non c'è lieto fine e l'impostazione classica del racconto hollywoodiano viene completamente meno (è vero che alla fine "Grande Capo" riesce a fuggire. ma a che prezzo?). 

Il grande merito di film come questo è di riuscire ad essere belli al di sopra della soggettività, di riuscire ad ambire ad una piacevolezza visiva che si svincola dai giudizi personali e che pretende da chiunque un consenso nell'affermare la bellezza del visibile. Davanti a lavori come questi la stessa differenziazione fra cinema narrativo e cinema sperimentale/critico viene completamente meno e rimane solo la settima arte nella sua più pura essenzialità.
VOTO: 10/10

sabato 29 giugno 2013

Manhattan



Manhattan di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1979

Devo ammettere di non essere mai stato un grande estimatore delle commedia, soprattutto quando hanno dei lacrimosi risvolti romantici. Ma si sa che nella vita non si finisce mai di imparare; così come bisogna continuare a leggere, chi ama il cinema deve continuare a guardare i suoi prodotti sia per rimanere sempre aggiornato sulle ultime tendenze, sia per una questione di conoscenza storica. E' una fortuna quindi che questa tendenza mi abbia condotto a (ri)scoprire i film di Woody Allen, come il già recensito Io e Annie o il presente Manhattan

Di entrambi ho adorato quella vena paradossale che li rende un perfetto esempio di commedia sofisticato-cinica e - al tempo stesso- un divertente gesto decostruttivo e parodico dell'autore verso sé stesso. La schizofrenica logorrea di Allen, che rimette in gioco il senso dell'autore postmoderno agendo nei suoi testi filmici a più livelli (dalla regia alla recitazione) conduce lo spettatore entro un disegno relazionale spesso desolante ma sempre dipinto con uno sguardo mordace e colmo di spirito. Come nel suo precedente film che mi è capitato di vedere, la spinta autobiografica sembra essere molto forte, con i drammi e le piccole psicosi del protagonista/autore che vengono messe impietosamente e comicamente in luce. 

Manhattan poi ha il pregio di essere formalmente dissonante, con un'aria che raggiunge quasi il noir per il colorismo e il modo di riprendere gli ambienti e e le situazioni ma che viene costantemente rovesciata e cambiata di segno dal genio magmatico ed eternamente in movimento di Allen. Proprio per questo all'innegabile portato da commedia sofisticata si unisce qui un'attenzione per il corpo e i suoi movimenti che non ho ritrovato ad esempio in Io e Annie e che sembra avvicinare il film a tutto un altro filone della commedia americana, che mette al centro appunto i movimenti dei personaggi che diventano il vettore della comicità. Qui il tutto è molto cristallizzato ma è innegabile che è proprio la danza quasi chapliniana di Allen a condurci entro i motori della macchina narrativa.

Tecnicamente il film si situa, rispetto ad Annie, in una prospettiva più classica: mancano quasi completamente gli stilemi moderni che pure permanevano nel precedente lavoro fortemente piegati alla diegesi. Comunque sono quantomeno da notare la bellezza di alcune inquadrature e lo splendido prologo con voce over e immagini della New York tanto amata dal protagonista. Anche la titolazione non può non far pensare a un gigantesco regalo di un cineasta alla sua città, di cui è evidentemente follemente innamorato.
VOTO: 8/10

venerdì 28 giugno 2013

Ecco l'Impero dei sensi



Ecco l'Impero dei sensi di Nagisa Oshima - Genere: drammatico, erotico - Giappone, Francia, 1976.

Uno dei film giapponesi più conosciuti da noi, che però non mi era mai capitato di vedere. Anche lo schermo televisivo, ora capisco perché, respinge tenacemente il capolavoro di Oshima, uno dei massimi registi della cinematografia giapponese. Siamo di fronte a un'opera dal contenuto estremo, soprattutto in relazione al contesto produttivo. Non era pensabile che un prodotto come L'impero dei sensi circolasse liberamente nelle sale italiane, tanto che la prima edizione commercializzata del film è stata pesantemente tagliata e solo negli anni Novanta si è potuto apprezzare il lavoro del regista nella sua vera essenza. 

L'impero dei sensi è un film visivamente splendido ma molto violento. E'autoreferenziale, praticamente non ha una trama e si consuma su sé stesso come una fiamma che dopo aver arso si spegne perché è rimasta senza ossigeno. Oshima rappresenta la discesa dei due protagonisti nei meandri più caldi e perversi della sessualità, alla continua ricerca di nuove forme di appagamento del loro piacere sessuale. Ciò consente di tratteggiare ambienti asfittici e molto materici, di cui sembra quasi di sentire l'odore e sui quali è quasi possibile poggiare le proprie mani. 

Oshima rappresenta la sessualità nella sua componente più materica, mostrando senza censure o stratagemmi di sorta gli organi sessuali e l'atto riproduttivo nella sua essenza più carnale. A questo fuoco dionisiaco si contrappone però una spinta che rappresenta freudianamente il thanatos, la caratteristica mortifera che accompagna sempre inscindibilmente questo genere di discorsi. Non è un caso che la fine dell'opera sia tragica e connotata appunto da una morte violenta dal sapore quasi mantideo-surrealista. Il massimo del piacere si situa su un confine molto (a volte anche troppo) sottile con la morte.
VOTO: 7/10

mercoledì 12 giugno 2013

Il gatto a nove code



Il gatto a nove code di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, Francia, Germania, 1971

Che secondo me Dario Argento sia ormai un regista all'empasse è un fatto risaputo; lo dimostrano tanto l'infelice conclusione della trilogia sulle streghe (La terza madre) in cui si perde completamente l'atmosfera dei due precedenti lavori, quanto l'imbarazzante riedizione del mito draculiano (Dracula 3D), fatta in modo goffo e approssimativo. Il gatto a nove code si situa in una situazione ben diversa, agli inizi della carriera del regista che ha rifondato il genere del giallo all'italiana, che in questo caso si colora decisamente di tinte thriller, in pieno stile argentiano. Siamo quindi di fronte a un lavoro ben più degno delle ultime tremende prove del cosiddetto "maestro del brivido", quando ancora la sua poetica era innovativa e capace di formare e attrarre le giovani generazioni di registi: da questo genere di film discenderà tutto un filone cinematografico fatto di epigonismo e di copie più o meno riuscite; è per questo genere di film, insomma, che Argento merita di essere ricordato.

Intendiamoci subito specificando che, comunque, si tratta di un prodotto appena discreto: l'apogeo della sua carriera il regista lo raggiungerà con Suspiria e Profondo rosso, ma l'importanza storica della cosiddetta "Trilogia degli animali" (di cui Il gatto fa parte), è innegabile. Nel film considerato è ben presente tutta l'estetica tipica di Argento, tanto a livello formale quanto a livello narratologico. La vicenda è abbastanza lineare e si dipana attraverso una successione di morti perpetrate da un assassino misterioso, cui danno la caccia alcuni individui, mai appartenenti alle forze dell'ordine (in questo caso un giornalista e un enigmista cieco; sulla cecità in Argento ci sarebbe da scrivere credo: è interessante notare come spesso i personaggi più intelligenti nel comprendere la dinamica dei fatti sono ciechi, come qui e in Suspiria: non è da escludersi la presenza di un messaggio metacinematografico, ma la questione andrebbe approfondita). 

A livello linguistico troviamo dispiegati gli elementi tipici della grammatica thriller, con l'aggiunta di un uso molto accentuato della soggettiva, che talvolta diventa quasi esagerato ma che ci fa assumere il punto di vista dell'assassino (in modo simile al brano iniziale di Halloween: la notte delle streghe). Aggiungiamo solo un breve cenno ad alcuni passaggi molto riusciti in cui la percezione distorta della realtà da parte del protagonista cieco trova riscontro in una progressione discontinua, realizzata tramite l'interpolazione di brevi frammenti extra-diegetici all'interno del tessuto narrativo. Nel complesso ci troviamo quindi di fronte a un titolo che è importante più da un punto di vista storicistico che contenutistico, ma che comunque riesce a farsi guardare con interesse e a intrattenere, nonostante i ritmi strutturati in maniera decisamente diversa rispetto al cinema attuale.
VOTO: 6/10

domenica 9 giugno 2013

Io e Annie



Io e Annie di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1977

Woody Allen è uno degli autori più interessanti che hanno animato la scena cinematografica americana nella decade Settanta/Ottanta e, nonostante alcuni colpi sbagliati soprattutto con le sue ultime produzioni (Allen è un cineasta quanto mai prolifico), il suo valore all'interno della storia del cinema rimane indubbio. Il suo merito principale è quello di essere riuscito a creare un nuovo tipo di personaggio, un intellettuale tipicamente americano, cinico e pessimista, aggrappato al senso dell'esistenza in modo quantomai precario. Io e Annie è la storia disincantata di un amore che si consuma su sé stesso, implodendo quando il liquido propellente si è ormai esaurito. 

La storia, solidamente ancorata ad un'idea di base che l'estro schizofrenico di Allen si permette di far esplodere scompaginandone l'impianto narrativo, segue con occhio disilluso l'inasprirsi del topos letterario della love story, che ha animato tanti metri di pellicola americana sin dai tempi del cinema classico. Il trasporto sentimentale eminentemente autobiografico non viene mai meno e questo fa assumere al lavoro di Allen dei toni a volte spiccatamente melanconici. La sinfonia però si bilancia e completa con la vena del sarcasmo amaro, di un pessimismo verso l'uomo e le sue falsità che traspare tanto nella diegesi quanto nella messa in scena che il regista fa di questo stesso racconto. Nelle parole del comico Alvin, interpretato dallo stesso regista, c'è la consapevolezza di un mondo che non funziona come un film e di cui la stessa arte cinematografica non è altro che una copia edulcorata e senza asperità. 

Eppure Io e Annie riesce, nonostante questo, a non ripiegarsi nel suo guscio di solipsistica ma umoristicamente valida autocommiserazione; ci riesce grazie all'ottima prova della protagonista, che comunica con uno sguardo e degli atteggiamenti decisamente efficaci la necessità di ognuno di trovare il proprio posto nel mondo a fianco di chi si ama (il che non esclude l'ineluttabilità della fine, beninteso). A tutto ciò si deve poi aggiungere una regia di altissimo livello, grazie alla quale Allen (in un modo che è tipico del suo cinema) fa esplodere i confini del melodramma romantico aprendosi spazi di rapporto con lo spettatore, in cui creare nella discontinuità dei momenti di riflessione metacinematografica molto intensi anche se perfettamente inseriti in un contesto narrativo.

Io e Annie ha il grande merito, a fronte di un'impostazione generale schiettamente tradizionale, di ritagliarsi degli ambiti privilegiati in cui innestare un pensiero essenzialista sul ruolo del cinema, che soprattutto sul finale emerge come specchio riflettente di una realtà che non può essere mistificata, di un realismo lirico che non può essere disilluso.
VOTO: 8/10

mercoledì 5 giugno 2013

Taxi drvier



Taxi driver di Martin Scorsese - Genere: drammatico - USA, 1976

C'è stato un tempo il cui il cinema americano era in grado di rivaleggiare con l'Europa in termini di indagine sul cinema e di bellezza estetica delle immagini. Si parla di Nuova Hollywood quando ci si riferisce al contesto di concepimento di un film come Taxi driver, un momento della storia americana in cui il forte comparto narrativo ereditato dal cinema classico riusciva perfettamente a convivere con gli stilemi che andavano sviluppandosi in Europa grazie al Neorealismo e alla Nouvelle vague. Il film di Scorsese incarna perfettamente quest'idea di fondo e riesce a recuperare gli elementi delle due tradizioni (americana ed europea), potenziandoli a vicenda e creando un prodotto che rimane ancora oggi come un capolavoro inossidabile della storia della cinematografia mondiale.

In Taxi driver c'è molta America, soprattutto da un punto di vista narrativo. Tutti gli elementi della diegesi (il taxi, le primarie presidenziali, il degrado delle strade e il chiassoso vociare della public opinion sull'argomento) concorrono a creare un mosaico dell'americanità post-vietnamita, che cerca di recuperare la sua identità in un contesto sociale ed etico profondamente mutato, dove vige un relativismo comportamentale che rende difficile vedere da che parte stia la giustizia. E' proprio in questo entroterra che germina la follia mortalmente ineccepibile di un insuperato Marlon Brando, che diventa giustiziere della porta accanto, braccio armato di una legge che non esiste o non agisce, nuovo arringatore contemporaneo che lascia che sia la sua 44Magnum a parlare per lui. 

Da un punto di vista stilistico e formale, il primato va invece a tutti quegli elementi che contraddistinguono il cosiddetto cinema moderno e che ritroviamo con una pertinace costanza in molte delle produzioni coeve, non solo americane. L'introduzione della voce over che accompagna lo spettatore nell'indagine del mondo psicologico della diegesi è un riflesso di una maggiore libertà narrativa, passata attraverso la mutuazione cinematografica del flusso di coscienza, piegato istanze narrative. Le inquadrature, ben lungi dall'essere sempre consequenziali o utili ai fini della costruzione dello spazio o delle relazioni, si aprono a un maggiore spazio d'indagine che si riverbera su tutto ciò che anima la scena. Sono le inquadrature inutili del non detto, del sussurrato, del sottinteso.

La colonna sonora conferma la sensazione di indistinzione che ci permette di parlare di Taxi driver come un film in divenire, non chiuso in compartimenti stagni. Il jazz che anima il tema principale con note calde e avvolgenti è il contrappunto ideale a un'osservazione partecipe come quella del protagonista Travis. Tutto scorre, filtrato dal vetro bagnato dello yellow cab di de Niro e i suoi occhi non si posano su nulla: è il flaneur senza posa di una nuova metropoli, ancora più magmatica e pericolosa. L'indeterminatezza etica di cui questo monstrum di cemento e ferro si nutre, la facilità con cui schiaccia i suoi membri nel silenzio generale, non passano inosservate agli occhi di Travis che, nuovo (anti)Socrate senza cultura, si fa carico di un grido esplosivo che lancia rumorosamente contro i simboli della sua insofferenza esistenziale.

Un film seducente, plumbeo e dotato veramente di un fascino senza tempo. De Niro è l'individuo anarcoide che ancora oggi cammina al nostro fianco, quello che forse ha il coraggio di fare ciò che noi non possiamo o vogliamo tentare, un uomo sopra le cose, che può e vuole distruggere i simboli della nostra obnubilazione (memorabile la sequenza in cui spara con la sua pistola alla televisione, che trasmetteva - non a caso? - un film romantico; che Taxy driver nasconda una critica anche a un certo modo di fare cinema?
VOTO: 10/10

mercoledì 29 maggio 2013

Alien



Alien di Ridley Scott - Genere: fantascienza - Regno Unito, USA, 1979

Sin dai tempi della sua comparsa nelle sale cinematografiche, il film di Ridley Scott ha lungamente fatto parlare di sé ed è stato anche fortemente generativo, avendo dato vita a una lunga serie di sequel e crossovers con l'altra grande serie di fantascienza postmoderna, Predator. A differenza del film con Schwarzenegger la pellicola di Scott è più incentrata su effetti intimistici, spazi asfittici che non possono non aver ispirato o quantomeno suggerito a Carpenter alcune delle soluzioni adottate per La Cosa.
 
Il film è molto lienare da un punto di vista narrativo, non riserva troppe sorprese ma - considerando che si tratta di un lavoro dei tardi anni Settanta, che comunque riesce a intrattenere e che ha fondato il rinnovamento di un intero genere, la cosa non dispiace particolarmente. In particolare però bisogna ricordare la splendida fattura degli effetti speciali, valsi al film addirittura un meritatissimo oscar. La fattura degli Alien è perfetta, soprattutto considerando l'epoca di realizzazione e anche la resa molto meccanomorfa degli interni e degli esterni della nave mercantile su cui tutto il film è ambientato è decisamente apprezzabile, proprio per il suo pionierismo.
 
Unica nota di demerito, molto piccola, che si può far presente in un lavoro che per quanto eminentemente narrativo è molto ben realizzato, è la caratterizzazione dei personaggi. Tralasciando la protagonista, giustamente assurta a simbolo di una generazione di donne che pretendono di veder riconosciuto il loro spazio, l'insistenza sugli aspetti capitalistici dell'iniziativa mercantile che poi porterà alla scoperta dell'Alien, mi è parsa a tratti eccessiva.
 
Ugualmente è doverosamente necessario far presente che in alcune delle sequenze più concitate, durante lo scontro con la creatura aliena, si perde un po' il senso dell'azione per colpa di qualche inquadratura poco riuscita. Nel complesso però, si tratta veramente di dettagli di poco conto, che non compromettono la buona riuscita dell'iniziativa.
 
Chi si aspetta un film fortemente sperimentale può cambiare titolo, s'intenda. Siamo di fronte a un bel prodotto narrativo, che intrattiene con piacere e riesce a mantenere la struttura diegetica ad alti livelli di coerenza e interesse. Non c'è un forte sperimentalismo dietro alle forme linguistiche ma in fin dei conti ogni tanto non è così male l'idea di perdersi dietro al filo della vicenda. Una visione decisamente valida, anche solo per gli aspetti storicistici e per gli ottimi effetti speciali.
VOTO: 8/10


giovedì 2 maggio 2013

Non violentate Jennifer (1978)



Non violentate Jennifer di Meir Zarchi - Genere: thriller - USA, 1978

Censurato in tutto o in parte in vari paesi del mondo, Non violentate Jennifer (I spit on your grave) è uno dei titoli cinematografici cult degli anni Settanta, sull'onda di un più generale interessamento a quel sotto-genere che sono i film di tipo exploitation. Siamo quindi di fronte a un film che è pensato per l'intrattenimento, squisitamente di genere ma che non per questo non riserva qualche sorpresa. Sull'onda del successo di questa pellicola, ne è stato riproposto un mediocre remake nel 2008 che, come spesso accade, non ha eguagliato le glorie del predecessore.

E' bene precisare che il film, tipicamente americano per impostazione e sviluppo, non sorprende eccessivamente da nessun punto di vista. La trama è chiara, scorrevole e senza troppe sorprese ripercorre lo schema caratteristico della tragedia di vendetta, sperimentato già nel teatro e nella letteratura. Ciò che maggiormente impressiona di questo film si trova negli interstizi figurativi, in quei piccoli dettagli che presi separatamente appaiono irrisori ma che, nel complesso, trasportano il lavoro di Zarchi a un livello superiore, che probabilmente giustifica almeno in parte il suo valore cultuale. 

Anzitutto il ritmo, strutturato con attenzione per accompagnare il dispiegamento della storia: la lentezza diventa quasi insopportabile quando Jennifer si trova sola, a dover fare i conti con il suo corpo violentato e con la sua debolezza. La dilatazione del tempo diegetico impressiona lo spettatore e dona alle immagini una potenza evocativa che altrimenti non avrebbero. Lo schema si fa invece decisamente più concitato nella seconda parte del film, che perde un po' per quanto riguarda la solidità narrativa ma guadagna in velocità.

La costruzione dell'inquadratura e la fotografia sono buone e, pur non eccedendo in sperimentazione e senza abbandonarsi a elevati autocompiacimenti estetici, cerca di darsi qualche slancio ulteriore in alcuni momenti particolari, localizzati soprattutto sul finale del film. Anche questi piccoli tentativi, seppure isolati, garantiscono una maggiore qualità complessiva della pellicola, sottraendola alle pure logiche del divertissement da sala. Certamente si tratta di un film senza particolari pretese, che però appare nel complesso ben realizzato e, riuscendo a intrattenere lo spettatore, soddisfa comunque il suo obiettivo principale. 
VOTO: 7/10