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lunedì 19 maggio 2014

Una commedia sexy in una notte di mezza Estate



Una commedia sexy in una notte di mezza Estate di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1982

Il genio creativo di Woody Allen è sempre stato molto, forse troppo prolifico: la sua filmografia è sterminata e in quest'ultimo periodo è riuscito a proporre un film all'anno fino al suo ultimo Blue Jasmine, premio Oscar di quest'anno. Già nel 1982, comunque, Una commedia sexy in una notte di mezza Estate veniva girato addirittura in contemporanea al già recensito Zelig, a riprova che il desiderio cinematografico di Allen spesso sconfina - mi pare - con la patologia. Comunque mi pare ormai risaputo che io apprezzo particolarmente questa "prima" fase della produzione alleniana e tendo a ritenere gli ultimi lavori un po' meno riusciti (ma non ho ancora visto l'ultimo, quindi la partita è ben aperta!). E' quindi con un po' di delusione che devo ammettere che il qui presente film, primo del sodalizio con la Farrow, sempre e comunque splendida, non è riuscito a conquistarmi come gli altri. 

Ho amato film come Prendi i soldi e scappa per il loro sapore sagacemente assurdo, umoristico fino al parossismo e debitore quasi dell'eredità screwball. Allo stesso tempo ho saputo apprezzare i grandi capolavori della seconda metà degli anni Settanta (Io e Annie e Manhattan - per me il migliore) per il disincantato cinismo, più sofisticato e intriso di una profonda capacità d'analisi dell'animo umano. Una commedia sexy, invece, pur mantenendo inalterati alcuni degli elementi che hanno fatto grande lo stile di Allen, come la ripresa a volte quasi decostruttiva dell'eredità bergmaniana, mi sembra un prodotto insipido e privo dell'autosufficienza degli altri titoli. Pur rimanendo in presenza di un prodotto tutto sommato gradevole, con delle indubbie qualità, il risultato complessivo non mi convince.

A partire da un intreccio piuttosto classico, che più che altrove si palesa debitore della grande stagione della commedia all'americana, l'intreccio si sviluppa attorno a una successione peraltro piuttosto lineare di equivoci e occasioni mancate, sempre sotto il segno dell'erotismo ma con la mancanza quasi completa di quella freschezza e agilità inventiva che ha fatto di Allen ciò che è. Anche il carattere allegramente nevrotico dei suoi personaggi e in particolare del suo alter-ego, un bizzarro inventore, risulta in fin dei conti notevolmente ridimensionato e tanto basta a tarpare le ali al frizzate umorismo che tanto mi ha fatto amare questo autore. Risollevano in parte il giudizio alcuni piccoli dettagli, come le gustose citazioni metacinematografiche che strizzano l'occhio, per nulla sottilmente, alla tradizione della lanterna magica. Un Allen piuttosto deludente, ma in fin dei conti ancora godibile.

VOTO: 6/10 

mercoledì 26 marzo 2014

Amore e Guerra



Amore e Guerra di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1975

Devo ammettere, anche se ormai sarà piuttosto palese, che sono un vero e proprio amante del cinema del primo Allen; per quanto i suoi titoli più recenti non mi entusiasmino (mi manca Blue Jasmine, di cui ho letto molto bene; faccio allusione ad esempio a To Rome with love) è innegabile riconoscere a questo autore una straordinaria capacità comica e un'intelligenza e cultura cinematografica assolutamente fuori dal comune. Come autore di punta dell'ondata di rinnovamento promossa dalla Nuova Hollywood, Allen ha riempito i suoi primissimi film con una serie di citazioni erudite (è evidente il motivo del bergmanismo in questa e in altre opere), che si intrecciano a doppio filo con un uso più libero e sbrigliato degli stilemi moderni messi a disposizione dal nuovo cinema europeo. Così Allen piega una struttura filmica più libera alle sue esigenze comiche, che molto spesso (come accade anche in questo Amore e Guerra) si rifanno ancora una volta a elementi facilmente riconoscibili del comico d'autore. 

Amore e Guerra è a mio avviso uno dei più riusciti film comici di Allen. Pur senza raggiungere il lirismo romantico e disincantato che costituisce la cifra fondamentale dei suoi due capolavori (Io e Annie e soprattutto Manhattan), mi sembra che a partire da qui Allen si allontani almeno parzialmente dalla strada smaccatamente umoristica che aveva caratterizzato ad esempio Prendi i soldi e scappa. La sua comicità si evolve in forme più sofisticate e parodisticamente filosofiche, cosa che si vede molto bene nei dialoghi assolutamente surreali fra Allen e la straordinaria Diane Keaton, qui in una delle sue migliori prove secondo me. Operando una sistematica decostruzione dei miti del romanzo russo dell'Ottocento (penso ovviamente a Guerra e Pace, ma anche a Dostoevskij, con i titoli delle cui opere viene composto un dialogo a mio avviso assolutamente geniale) e di tutta la pomposa stagione del patriottismo anti-napoleonico grazie all'inserimento di parodici anacronismi all'interno della struttura narrativa. L'effetto è ingigantito dalla capacità di Allen di rovesciare di senso anche i più seriosi riferimenti alla storia del cinema, come quelli al cinema muto e in particolare alla poetica di Ejzenstejn (spesso e forse giustamente presa di mira dai film comici realizzati con intelligenza; penso ovviamente alla celeberrima sequenza de Il Secondo Tragico Fantozzi). 

Questa complessa nebulosa di elementi fortemente interrelati fra di loro costituisce secondo me una delle massime espressioni della comicità alleniana, non ancora approdata alle vette dei due capolavori già citati, ma comunque sgrossata dagli elementi ancora incerti delle sue prime produzioni (è da escludere Che fai, rubi? per la particolarità della sua ideazione e messa in opera).

VOTO: 8/10 

mercoledì 6 novembre 2013

Zelig



Zelig di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1983

Zelig è un film che potrebbe apparire esteriormente atipico all'interno della prima produzione alleniana, essendo un film di completa finzione che decide di vestire i panni del documentario. L'intera vicenda raccontata nella pellicola il cui nome ha avuto una fortuna particolarmente pronunciata proprio in Italia, è completamente frutto d'invenzione ma, nonostante questo, il modo in cui è stata girata e la sottile preziosità dell'intarsio strutturale, la rende credibilmente simile a un documentario sugli anni Trenta in America. All'interno di questa cornice oggettivante che si incarna in uno sguardo distaccato privilegiante (falsi) materiali di repertorio, interviste e inserti successivi, trova spazio una classica storia alleniana, che in questo caso viene proposta allo spettatore in una forma in sé conclusa e successiva allo svolgersi dei fatti. In qualche modo Zelig ricostruisce la storia del suo omonimo protagonista come Welles aveva fatto in Quarto potere, ma lo fa in un modo evidentemente più vicino alla sensibilità medializzata degli anni Ottanta.

Utilizzando un'apparecchiatura di ripresa d'epoca (risalente all'incirca agli anni Venti), Allen infonde nelle sue immagini quello spirito discontinuo, impreciso e a tratti tremolante che le produzioni cinematografiche avevano davvero all'epoca. Pur travestendo (in maniera signifcativamente camaleontica, visto che l'intero film è basato sul meccanismo della metamorfosi) da documento reale, il film esaspera fino al parossismo quella sensazione di incredulità che un certo cinema ha sempre cercato di evitare; possiamo certamente apprestarci a vedere un film d'intrattenimento consci e consapevoli della sua natura finzionale, ma Zelig pur ricordandocelo, finisce con l'impedircelo. La patina di realtà imbastita da Allen è da una parte formalmente credibile ma dall'altra gli elementi di comicità la minano dall'interno, facendo saltare (dialetticamente) la sospensione dell'incredulità nello spettatore.

Lo sviluppo di questo docu-film procede quindi per accumulo (seppure all'interno di una linea narrativa che privilegia il racconto cronachistico/cronologico della vita di Zelig) di materiali eterogenei, tanto che ad un certo punto Allen arriva a fingere l'esistenza di un film dedicato al suo personaggio, che sarebbe stato girato nel giro di anni immediatamente successivo agli eventi, in pieno stile classico con tanto di eroi e spauracchio nazista. Il tutto viene finemente impreziosito dalla presenza di illustri studiosi della contemporaneità, come Susan Sontag, che si sono prestati a ricostruire in maniera del tutto fittizia un edificio speculativo sulla vita mai avvenuta di Zelig, a sottolineare ancora una volta come questo personaggio profondamente alleniano sia prima di tutto profondamente umano.

VOTO: 7.50/10 

lunedì 16 settembre 2013

Harry a pezzi



Harry a pezzi di Woody Allen - Genere: drammatico, commedia - USA, 1997

Nelle pagine virtuali di questo blog ho più volte recensito film di Woody Allen, autore che ammetto di aver scoperto e cominciato ad apprezzare da poco. Harry a pezzi è il più maturo di quelli che ho visto fin'ora e conserva intatte alcune delle caratteristiche stilistiche del cinema alleniano, senza risparmiarsi alcune nuove trovate che ben si adattano, comunque, a quello spirito schizofrenico e un po'paranoide che caratterizza il periodare di questo regista. Anche in questo caso, come in molti altri, il nucleo tematico orbita attorno alla vicenda di un intellettuale outsider, fortemente fuori dagli schemi, che incarna e riflette la figura dello stesso regista, vero e proprio centro di irradiazione del suo cinema. Nevrotico, incline al tradimento eppure fortemente legato al ricordo, ateo e freddo nei confronti del rapporti umani, Harry è il classico esempio di un'umanità cinica e disillusa, elemento tipico del cinema di Allen.

La struttura di base ricorda molto quella del bel Il posto delle fragole, cosa che fra l'altro ci conferma l'amore di questo autore per il bergmanismo, tratto fondamentale di diversi suoi film. Harry sta per essere premiato dall'università che lo aveva cacciato e tutto il tragitto che il film ci porta a fare prenderà le sembianze di un ritorno alle origini a partire dal quale il protagonista intraprenderà un viaggio interiore per riconsiderare la sua esistenza. L'iter attraverso le insoddisfazioni e gli insuccessi di Harry si rifrangerà come in un sistema di specchi attraverso le creature che la sua penna ha creato, che mostreranno i chiari legami che legano la creazione artistica e la vicenda autoriale. Il camuffamento di personaggi ed eventi passa attraverso un linguaggio metaforico che riproponendo le stesse situazioni del mondo reale crea un diverso universo di possibilità: la virtù demiurgico-creatrice della scrittura e più in generale dell'atto artistico emerge dunque come uno degli assunti di base del film.

La formazione linguistica è quindi stratificata e spesso fortemente discontinua: la diegesi si compone grazie a un progressivo gravitare di detriti narrativi attorno al filone principale della vicenda: l'esistenza di Harry diventa quindi il centro propulsivo attorno al quale vengono attratti degli elementi che, presentati in discontinuità, mettono i due universi di riferimento in comunicazione e interscambio. Nel finale, a saldare definitivamente la connessione fra i due mondi interviene, come nel capolavoro bergmaniano, il mondo onirico che - con la sua capacità di travalicare il fenomenico - ricompatta gli elementi e irradia una speranza, mai prima presentatasi, sul destino del protagonista.

Il film è decisamente piacevole e ben strutturato ma, nonostante sia forse più ricercato degli altri film alleniani che ho recensito precedentemente, non mi ha convinto altrettanto. Siamo lontani, mi sembra, dall'intellettualistica drammaticità di Manhattan e ancor più dall'impreciso e scanzonato universo de Il dittatore dello stato libero di Bananas o di Prendi i soldi e scappa. Comunque un lavoro meritevole; sopratutto una valida alternativa alla mediocrità imperante del cinema comico, un melange dei generi e temi che complessifica l'immagine solitamente disimpegnata che viene data di questo tipo di film.

VOTO: 7/10 

martedì 30 luglio 2013

Prendi i soldi e scappa



Prendi i soldi e scappa di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1969

Opera giovanile di Allen, quasi di formazione. Siamo in quel particolare momento della sua carriera, già descritto o quantomeno tratteggiato parlando di Che fai, rubi? in cui il personaggio alleniano per eccellenza muove i suoi primi passi e qui lo fa in prima persona. Se l'opera prima era un'esperimento che metteva in discussione anche il senso della categoria autoriale riguardo un film che in effetti sembrava rubato più che prodotto, Prendi i soldi e scappa è il primo, vero film di quel simpatico e scanzonato regista che molti di noi apprezzano ancora oggi.

L'idea di base è fortunatissima e godrà di largo consenso nella cinematografia successiva, con l'escamotage del finto documentario utilizzato per raccontare la storia di un criminale, interpretato dallo stesso Allen, che è la rivisitazione parodica del classico gangster all'americana. Come sempre, lo abbiamo già detto riguardo a Il dittatore dello stato libero di Bananas, il regista strizza l'occhio con complicità all'America e ai suoi miti. Dopo aver fatto a pezzi l'agente segreto alla James Bond, Virgil (il protagonista del film) rappresenta l'anti-Tony Montana per eccellenza (il paragone è anacronistico, ma funzionale). 

L'assoluta incapacità relazionale e l'impacciato intellettualismo che caratterizzeranno le più alte realizzazioni alleniane (pensiamo a Manhattan o a Io e Annie) si tramutano qui in un'icompetenza che è pratica ancor prima che interpersonale: Virgil ha una moglie che lo ama ma il suo problema è la pertinace incapacità di realizzare il più ovvio disegno criminale. E' ben vero che lo stile registico è ancora incerto e che senza dubbio non siamo di fronte al cinema per cui Allen si fa ricordare nella memoria collettiva, ma Prendi i soldi e scappa è comunque un film interessante e divertente, che prelude ad alcune delle sue più felici realizzazioni.
VOTO: 7/10 

venerdì 12 luglio 2013

Che fai, rubi?



Che fai, rubi? di Woody Allen - Genere: commedia - USA, Giappone, 1966

Primo film di Woody Allen, Che fai, rubi? è un gigantesco esperimento cinematografico sul ruolo dell'autore nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, come avrebbe detto Benjamin. La sperimentazione alleniana tocca qui vette insuperate: il regista si appropria di un film già esistente (il giapponese La chiave delle chiavi), che mantiene inalterato nel comparto figurativo ma che sceglie di ridoppiare scrivendoci sopra una commedia. Già questo è sufficiente per far saltare quella corrispondenza biunivoca e troppo spesso auratica che lega l'autore-genio alla sua opera. Questo film non è di Woody Allen, che nonostante ciò se ne dichiara il regista sia a livello commerciale (il film è di Woody Allen, si legge nelle locandine e sui DVD) sia a livello narrativo (la cornice della pellicola ce lo conferma). La manifestazione dell'autorialità passa attraverso lo scippo intellettuale, che diventa per Allen giocosa riscrittura di un genere non sufficientemente autoironico.

La vera genialità del film, quello che insomma ci può far dire che Che fai, rubi? non è La chiave delle chiavi e di riconoscerlo come appartenente alla produzione alleniana, sta proprio in quel rovesciamento assurdo e fortemente parodico che il regista mette in piedi nei confronti della tradizione 007 in cui il film giapponese defraudato si localizza. L'impostazione spionistica di fondo viene mantenuta, ma viene decostruita ridicolizzandola dall'interno: l'oggetto del contendere di questa favola rivestita di piombo non è una pericolosa arma atomica o simili, ma la ricetta di un'insalata di uova. Attorno a questo motore orbitano tutte le situazioni fortemente didascaliche ma intimamente irreali del film, che grazie alla riscrittura del comparto dialogico raggiungono una comica assurdità.

Nel suo primo film Allen rimane dunque in disparte, non agisce in prima persona diventando il protagonista assoluto del suo lavoro, lo snodo centrale di un complesso quasi teatrale dove lui è unico protagonista. Qui sceglie di rimanere in ombra, ma già in questa prima fatica si intravedono le cifre del suo stile. Sono comunque da segnalare i momenti in cui si registra il suo intervento, come nell'interruzione del film con ritorno alla cornice (funzione puramente discontinua e non narrativamente funzionale), il finale in cui decide di rivolgersi direttamente allo spettatore e soprattutto la sequenza delle mani, dove le mani del regista intervengono fisicamente sulle immagini, muovendole e agendo plasticamente sul loro supporto fisico, materializzato sullo schermo. Anche qui si tratta di discontinuità in atto, che decide però di nascondere il suo valore quando la comicità di Allen lo "costringe" a sdrammatizzare anche questo processo, mostrandoci il gioco delle ombre cinesi.

Una dichiarazione d'intenti chiarissima, che rende ragione di alcune scelte cinematografiche successive, ma che vanta anche una vena sperimentalista che non ho più ritrovato nel cinema alleniano successivo. Un esperimento da riscoprire.
VOTO: 7.50/10 

domenica 7 luglio 2013

Il dittatore dello stato libero di Bananas



Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1971

Quando la comicità alleniana non era ancora riconosciuta a livello globale e il suo stile doveva ancora prendere una consistenza che ne facesse un marchio, proprio quando la crisi cubana era ancora dietro l'angolo, sedimentata nella memoria collettiva degli statunitensi, Bananas è riuscito a trattare l'argomento in una maniera leggera e disincantata. Lontano dalle retoriche ufficiali dei piani alti, il film di Woody Allen è un'operazione demistifcatoria che decostruisce i fatti e le sensazioni di quei giorni, mostrandone la paradossale comicità. 

Il personaggio-autore alleniano muove qui i suoi primi passi e lo fa in quel modo divertente e scanzonato che ha sempre costituito il suo marchio di fabbrica. L'insofferenza nei confronti delle strutture sociali e l'incapacità relazionale diventa qui desiderio di fuga, stereotipo tipico della commedia romantica che ancora una volta viene rovesciato in un susseguirsi paradossale e casuale di eventi che porteranno il nostro protagonista ai vertici dello stato di Bananas. I complotti, la rivoluzione, la dittatura, tutto viene riscritto dalla magmatica genialità della regia in un modo assurdo che ne mette in luce la natura dialogica e costruita. 

In questo discorso che - va da sé - accusa fortemente anche l'America come soggetto partecipante in un progetto che gioca con la pelle degli individui, non c'è però nessun intento etico-morale che si ricolleghi direttamente alla politica. L'attenzione di Allen sembra più riversarsi sulla natura finzionale dell'immagine, in particolare televisiva. In svariate occasioni è lo stesso regista a suggerircelo esplicitamente, come avviene nell'incipit (l'omicidio del presidente di Bananas) e nel finale (la prima notte di nozze di Woody che diventa la parodia di un incontro di pugilato). Tutto ciò che vediamo è falso, costruito a tavolino e recitato da una schiera di figuranti inconsapevoli: un messaggio forte, ma raccontato con la leggerezza disillusa e disincantata di uno sguardo che agisce - seppure con forte autonomia - all'interno di quello stesso sistema.

L'altro polo di Bananas che merita di essere giustamente evidenziato è la grande intertestualità che il titolo dimostra nei confronti di molti altri titoli della produzione cinematografica mondiale. Il bergmanismo sempre presente (rievocato a posteriori anche in Manhattan) si accompagna qui a echi piuttosto evidenti dalla Corazzata Potemkin: la scena della rivoluzione nel Bananas diventa l'eco della maestosa scena ejzenstejniana, con un riproposizione pressoché perfetta della scena della carrozzina che precipita dalla scalinata, di fantozziana memoria.

Un film semplice, forse non perfetto in confronto ad altre produzioni alleniane più controllate (si veda anche solo Io e Annie per farsene un'idea), ma che risulta assolutamente geniale per la straordinaria vivacità di un'inventiva ancora non perfettamente canalizzata.
VOTO: 8/10

sabato 29 giugno 2013

Manhattan



Manhattan di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1979

Devo ammettere di non essere mai stato un grande estimatore delle commedia, soprattutto quando hanno dei lacrimosi risvolti romantici. Ma si sa che nella vita non si finisce mai di imparare; così come bisogna continuare a leggere, chi ama il cinema deve continuare a guardare i suoi prodotti sia per rimanere sempre aggiornato sulle ultime tendenze, sia per una questione di conoscenza storica. E' una fortuna quindi che questa tendenza mi abbia condotto a (ri)scoprire i film di Woody Allen, come il già recensito Io e Annie o il presente Manhattan

Di entrambi ho adorato quella vena paradossale che li rende un perfetto esempio di commedia sofisticato-cinica e - al tempo stesso- un divertente gesto decostruttivo e parodico dell'autore verso sé stesso. La schizofrenica logorrea di Allen, che rimette in gioco il senso dell'autore postmoderno agendo nei suoi testi filmici a più livelli (dalla regia alla recitazione) conduce lo spettatore entro un disegno relazionale spesso desolante ma sempre dipinto con uno sguardo mordace e colmo di spirito. Come nel suo precedente film che mi è capitato di vedere, la spinta autobiografica sembra essere molto forte, con i drammi e le piccole psicosi del protagonista/autore che vengono messe impietosamente e comicamente in luce. 

Manhattan poi ha il pregio di essere formalmente dissonante, con un'aria che raggiunge quasi il noir per il colorismo e il modo di riprendere gli ambienti e e le situazioni ma che viene costantemente rovesciata e cambiata di segno dal genio magmatico ed eternamente in movimento di Allen. Proprio per questo all'innegabile portato da commedia sofisticata si unisce qui un'attenzione per il corpo e i suoi movimenti che non ho ritrovato ad esempio in Io e Annie e che sembra avvicinare il film a tutto un altro filone della commedia americana, che mette al centro appunto i movimenti dei personaggi che diventano il vettore della comicità. Qui il tutto è molto cristallizzato ma è innegabile che è proprio la danza quasi chapliniana di Allen a condurci entro i motori della macchina narrativa.

Tecnicamente il film si situa, rispetto ad Annie, in una prospettiva più classica: mancano quasi completamente gli stilemi moderni che pure permanevano nel precedente lavoro fortemente piegati alla diegesi. Comunque sono quantomeno da notare la bellezza di alcune inquadrature e lo splendido prologo con voce over e immagini della New York tanto amata dal protagonista. Anche la titolazione non può non far pensare a un gigantesco regalo di un cineasta alla sua città, di cui è evidentemente follemente innamorato.
VOTO: 8/10

domenica 9 giugno 2013

Io e Annie



Io e Annie di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1977

Woody Allen è uno degli autori più interessanti che hanno animato la scena cinematografica americana nella decade Settanta/Ottanta e, nonostante alcuni colpi sbagliati soprattutto con le sue ultime produzioni (Allen è un cineasta quanto mai prolifico), il suo valore all'interno della storia del cinema rimane indubbio. Il suo merito principale è quello di essere riuscito a creare un nuovo tipo di personaggio, un intellettuale tipicamente americano, cinico e pessimista, aggrappato al senso dell'esistenza in modo quantomai precario. Io e Annie è la storia disincantata di un amore che si consuma su sé stesso, implodendo quando il liquido propellente si è ormai esaurito. 

La storia, solidamente ancorata ad un'idea di base che l'estro schizofrenico di Allen si permette di far esplodere scompaginandone l'impianto narrativo, segue con occhio disilluso l'inasprirsi del topos letterario della love story, che ha animato tanti metri di pellicola americana sin dai tempi del cinema classico. Il trasporto sentimentale eminentemente autobiografico non viene mai meno e questo fa assumere al lavoro di Allen dei toni a volte spiccatamente melanconici. La sinfonia però si bilancia e completa con la vena del sarcasmo amaro, di un pessimismo verso l'uomo e le sue falsità che traspare tanto nella diegesi quanto nella messa in scena che il regista fa di questo stesso racconto. Nelle parole del comico Alvin, interpretato dallo stesso regista, c'è la consapevolezza di un mondo che non funziona come un film e di cui la stessa arte cinematografica non è altro che una copia edulcorata e senza asperità. 

Eppure Io e Annie riesce, nonostante questo, a non ripiegarsi nel suo guscio di solipsistica ma umoristicamente valida autocommiserazione; ci riesce grazie all'ottima prova della protagonista, che comunica con uno sguardo e degli atteggiamenti decisamente efficaci la necessità di ognuno di trovare il proprio posto nel mondo a fianco di chi si ama (il che non esclude l'ineluttabilità della fine, beninteso). A tutto ciò si deve poi aggiungere una regia di altissimo livello, grazie alla quale Allen (in un modo che è tipico del suo cinema) fa esplodere i confini del melodramma romantico aprendosi spazi di rapporto con lo spettatore, in cui creare nella discontinuità dei momenti di riflessione metacinematografica molto intensi anche se perfettamente inseriti in un contesto narrativo.

Io e Annie ha il grande merito, a fronte di un'impostazione generale schiettamente tradizionale, di ritagliarsi degli ambiti privilegiati in cui innestare un pensiero essenzialista sul ruolo del cinema, che soprattutto sul finale emerge come specchio riflettente di una realtà che non può essere mistificata, di un realismo lirico che non può essere disilluso.
VOTO: 8/10