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martedì 27 maggio 2014

Oculus



Oculus di Mike Flangan - Genere: horror - USA, 2013

Devo ammettere che quando ho cominciato a sentire il trailer di questo film in radio, mi è sembrato subito una grande presa in giro, l'ormai classico film horror d'ascendenza paranormale che probabilmente avrebbe deluso più o meno tutti. Poi, per qualche settimana, non mi è più capitato di sentirne parlare se non da uno youtuber piuttosto noto che per l'appunto ne tesseva gli elogi e si dichiarava stupito di come il risultato finale lo avesse ben impressionato. Così, quando dopo qualche tempo, mi è capitato di poterlo vedere, ho deciso di accantonare i miei pregiudizi e di gettarmi nella visione di questo lungometraggio di Mike Flangan (regista di cui - ammetto - non avevo mai sentito nulla; girando su internet però mi pare che questo non sia solo un mio limite). Per una volta, pur in presenza di un prodotto di genere che sembrava decisamente poco promettente, posso dire non senza soddisfazione di essere rimasto piacevolmente colpito dalla proiezione di Oculus.

Contro ogni aspettativa, almeno per quanto mi riguarda, la scrittura è molto valida e anche dal punto di vista tecnico i risultati raggiunti sono notevoli. Per quanto riguarda il primo aspetto Oculus propone una narrazione articolata su due livelli temporali che si richiamano continuamente l'uno con l'altro, permettendo un passaggio molto efficace e fortemente evocativo dal livello del ricordo a quello dell'esperienza dei protagonisti. Questo ecamotage, al di là di un prologo piuttosto nebuloso che non permette di comprendere a pieno la vicenda (ma che pure non fonda in maniera forte il meccanismo della suspense), dà per tutta la pellicola buoni risultati e mantiene viva l'attenzione per una vicenda altrimenti certo non originalissima. Il tutto si traduce dal punto di vista compositivo in un uso sbrigliatissimo e quasi ipercinetico del montaggio, che diventa il mezzo privilegiato per passare in maniera fluida e capace attraverso i piani temporali coinvolti. L'uso intelligente di questo mezzo salva anche in questo caso una fotografia e una composizione non certo imperdibili e di questi tempi è già un risultato da considerare.

Nel complesso Oculus è un film di genere ben fatto che, pur non avendo elevatissime pretese, fa il suo lavoro e intrattiene efficacemente con un buon ritmo e un interessante comparto tecnico. Se si volesse continuare su questa strada è probabile che per migliorare si dovrebbero scegliere sceneggiature meno inflazionate e spingere ancora di più sul lato visivo, arrivando a lambire i confini della sperimentazione.

VOTO: 6/10 

sabato 24 maggio 2014

La mosca



La mosca di David Cronenberg - Genere: fantascienza/horror - USA, 1986

Remake de L'esperimento del dottor K e indiscusso capolavoro diretto dal genio visionario di David Cronenberg, La mosca è uno dei film più amati del regista canadese e i motivi che giustificano questa passione cinefila sono molteplici. Il più scontato è senza dubbio quello relativo agli effetti speciali, premiati con l'Oscar al miglior trucco nel 1986: Walas e Dupuis (che lavoreranno ancora con Cronenberg in diversi film successivi), sono infatti riusciti a confezionare un prodotto assolutamente straordinario, che racconta la degenerazione di Brundle con una apticità assolutamente fuori dal comune. Raggiungendo un effetto simile a quello di Carpenter ne La Cosa, il make-up de La mosca riesce a rendere concrete e quasi tattili le immagini del film; da questo punto di vista è emblematica la scena in cui Brundle, accorgendosi delle prime preoccupanti mutazioni del suo aspetto, si stacca le unghie delle dita, lasciando scoperta la carne viva e sgocciolante. Le sequenze del genere sono molteplici e non è questa la sede di citarle tutte, ma bisogna rendere merito a un lavoro che ha sicuramente influito fortemente, forse in misura preponderante, alla riuscita del film.

Questo non faccia pensare, però, che la firma di Cronenberg non si percepisca. Tutt'altro: l'intera pellicola, che riesce a fondere perfettamente caratteristiche di genere e riflessione speculativa, è permeata di quell'estetica che ha reso celebre il cineasta, in particolare per quello che riguarda il trattamento e la messa in mostra del corpo nella sua natura squadernata e scomposta (vedasi la scena della primissima sperimentazione della telecapsula su un animale). Questo perché nell'86 Cronenberg aveva già prodotto alcuni film fondamentali, fra cui il capolavoro Videodrome, che avevano messo bene in evidenza le tematiche più care all'autore, che nel caso specifico si declinano forse in un senso più prevedibile e meno elevato ma che rimangono comunque di sicuro impatto. 

L'opera, straordinaria nelle sue caratteristiche, è riuscita a permeare di sé una buona parte della cultura visuale e più genericamente pop successiva, garantendosi il titolo di vera e propria opera di culto. Probabilmente per questo motivo venne prodotto anche l'indecente La mosca 2, ovviamente non firmato da Cronenberg e che prevedibilmente non è riuscito a bissare il successo del capostipite. Personalmente l'ho trovato un film davvero riuscito, anche se meno teoreticamente solido di quanto non lo fosse un Videodrome.

VOTO: 8/10 

mercoledì 21 maggio 2014

La stirpe del Male



La stirpe del Male di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett - Genere: horror - USA, 2014
 
Ho precisato con una certa forza della recensione di Cloverfield appena pubblicata come io trovi tutto sommato piuttosto fastidioso il ricorso insistente e poco ragionato allo stile mockumentary con camera a mano. Molto spesso infatti, per riprendere il filo del discorso, capita che questa scelta si riveli soltanto un adeguamento alla moda del momento e non si porti dietro nessuna forma di ragionamento sulla natura dell'immagine. Per intenderci, secondo me è travisante e sbagliato considerare la ripresa amatoriale come una cornice neutra da appiccicare all'immagine: se si fa una scelta di questo tipo la si deve portare fino in fondo, agendo sul supporto dell'immagine stessa e usandola come sito di un'azione attiva. Se già in Cloverfield il risultato mi era parso tutto sommato semplicistico e poco studiato, La stirpe del Male è - da questo punto di vista - un autentico disastro.
 
Per quanto la giustificazione della camera a mano sia più plausibile di quanto non accada nel film sopraccitato, il risultato è di una banalità sconfortante. Ne consegue un film che non si prende la briga di abbracciare nessuno stile e fa della telecamera amatoriale un oggetto privo di qualsiasi identità, che serve solo a marcare uno stile (à la R.E.C.), che in realtà viene costantemente negato dallo sviluppo stesso del film. Questo, torno a ripeterlo, tradisce una assoluta incapacità di ragionare sull'immagine e traduce la scelta in un mero espediente commerciale. Se il problema de La stirpe del Male fosse solo questo, il risultato complessivo sarebbe certo insufficiente ma più o meno assimilabile a Cloverfield. Purtroppo, le difficoltà non si limitano a questo punto e permeano l'intero prodotto degli esordienti (?) registi americani.
 
La trama ripete senza troppe variazioni quella di Rosemary's baby, semplificandola di tutte le problematizzazioni così innovative che Polanski aveva saputo dare alla sua opera. Appiattendo completamente tutti i personaggi ci si sarebbe potuti aspettare quantomeno una successione di scene truculente, che però sono state sistematicamente evitate; mi spiego: anche Polanski sceglie di non scadere nel grottesco e nel suo caso è una linea vincente. La coppia Bettinelli-Gillett invece non intraprende nessun percorso di sviluppo della trama, che rimane ancorata a un blando intreccio piuttosto scontato.
 
La stirpe del Male è dunque un film assolutamente sconsigliato, senza fantasia e privo di qualsiasi elemento interessante. Uno dei molti, moltissimi titoli che purtroppo ammorbano le nostre sale.
 
VOTO: 2/10 

domenica 18 maggio 2014

Intruders



Intruders di Juan Carlos Fresnadillo - Genere: thriller/horror - Spagna, Regno Unito, 2011

Dopo aver diretto il non completamente riuscito sequel di 28 giorni dopo, Fresnadillo si è preso quattro anni di pausa, prima di tornare sulle scene con Intruders, film snobbato dai cinema italiani e giunto nel belpaese soltanto attraverso la distribuzione DVD. Per fortuna; sì perché il film - fiasco colossale costato 13 milioni di dollari e che ne ha incassati solo 3 in tutto il mondo - si presenta sin da subito come l'ennesimo film situato al crocevia di diversi generi che, pur con qualche idea interessante, finisce col risultare anonimo e poco studiato. In questo caso, la presenza fantasmatica di "Senzafaccia", essere inquietante che si muove piuttosto agilmente fra i due piani della narrazione (che, sul finale, si ricongiungeranno), regala al film un atmosfera piuttosto strana, sospesa fra il thriller, l'horror psicologico, l'horror di possessione, sconfinando pericolosamente perfino nei territori dello sci-fi. Questo, come solitamente accade, diventa il simbolo di una elevata sterilità creativa, o il segno tangibile dell'incapacità del regista di far prendere al suo lavoro una strada ben precisa. 

Pur non essendo a mio avviso particolarmente spiacevole sotto il profilo visivo, Intruders sceglie anche in questo caso la via della sicurezza, rifiutando di osare e proponendosi dal punto di vista tecnico come un film piuttosto anonimo quando non scolastico. Forse dieci anni fa questo non sarebbe stato necessariamente un male, ma considerando la quantità di prodotti che vengono riversati costantemente sul mercato e la pregnanza di alcune scelte estetiche sviluppate negli ultimi anni, nonché le condizioni dell'offerta e della fruizione attuali, mi pare che sia sempre necessario giocare le proprie carte con coraggio, rischiando di intraprendere anche una strada sbagliata. Nel caso di Intruders invece, i personaggi si ripiegano su ruoli ben consolidati della tradizione statunitense, a cui evidentemente Fresnadillo è molto debitore (Clive Owen in particolare è l'ennesimo mimo di una specie di personaggi partoriti a partire dal già non originalissimo Willis de Il sesto senso). 

Complessivamente, per il mio gusto, un film assolutamente senza sapore che pur non essendo completamente sbagliato risulta perdente sotto ogni punto di vista per la mancanza di un qualsiasi timbro stilistico. 

VOTO: 4/10 

venerdì 2 maggio 2014

Hunger (2009)



Hunger di Steven Hentges - Genere: horror - USA, 2009

Preciso subito, anche se la cosa dovrebbe capirsi dal titolo, che questo Hunger non è il film di Steve McQueen datato 2008. Lo specifico perché io stesso, cercando la pellicola con Fassbender protagonista, ho erroneamente reperito questo horror americano di un anno successivo e diretto da un regista questa volta veramente sconosciuto. Questo a dimostrazione di come molto spesso la rete possa giocare dei brutti scherzi (e di come a volte la scelta di un titolo può essere utile anche a prodotti di serie B). Al di là di questa annotazione primaria, bisogna però ammettere che - guardando Hunger senza alcun preconcetto, si deve riconoscere che almeno dal punto di vista visivo, il lavoro di Hentges si lascia apprezzare per il cromatismo e alcune scelte di fotografia. E, per un film che per molti è soltanto il risultato venuto fuori cercando qualcos'altro, è già un risultato più che dignitoso. 

Il vero problema di questo horror senza troppe pretese sta però nella sceneggiatura. Ispirandosi a un canovaccio ormai ben sedimentato nel genere horror e evidentemente debitore di quel vero cambiamento che fu Saw: L'enigmista, il testo di Hentges non fa altro che ripetere con minime e spesso impercettibili variazioni un modello retorico ormai piuttosto inattuale. A fronte di alcune trovate interessanti, il regista non approfondisce a sufficienza la psicologia dei personaggi per far emergere un intreccio che sia valido e appiattisce notevolmente l'entertainment  del prodotto. Anche a livello di ritmo bisogna poi rilevare che l'azione stenta a svilupparsi e tutta la prima parte del film è, quand'anche non noiosa, decisamente poco funzionale ai fini del film. 

Nel complesso Hunger è un film mediocre ma non del tutto spiacevole, che comunque si potrebbe rivelare adatto a una serata all'insegna del disimpegno. C'è certamente di meglio nel genere, ma considerando anche la grande massa di immondizia cinematografica che viene regolarmente immessa sul mercato, lo spettatore medio non dovrebbe sentirsi troppo insoddisfatto.

VOTO: 5/10 

domenica 20 aprile 2014

Sinister



Sinister di Scott Derrickson - Genere: horror - USA, 2012

L'analisi di Sinister, film partorito dal genio creativo di Scott Derrickson (regista di non più di una manciata di film, fra cui l'improponibile Hellraiser 5 e il certamente più riuscito L'esorcismo di Emily Rose), conferma una delle tendenze condivise dal cinema contemporaneo sotto il profilo commerciale, che si applica soprattutto nel caso del cinema horror/thriller (oggi giorno la demarcazione mi sembra diventata molto sfumata...). Mi riferisco all'idea per cui un prodotto di successo (ovviamente al botteghino, non alludo alla qualità estetica!), debba dettare legge per gli anni a venire. Nel caso in esame  è singolare notare come i produttori siano gli stessi di Insidious, film dal quale Sinister copia in maniera evidente tanto l'impostazione drammatica quanto parte dei topoi. Si dirà che questo si è sempre fatto, ed  è assolutamente vero. Ma se negli anni Settanta/Ottanta i filoni di film-cloni nascevano da prodotti abbastanza validi sotto il profilo tecnico, nel nostro caso la situazione è ben diversa; già Insidious infatti era quello che si potrebbe tranquillamente definire un film di bassa lega. 

A partire dall'ormai trita e ritrita idea della casa infestata, Derrickson mette in piedi una trama debole che arriva a scomodare addirittura antiche divinità babilonesi, palesatesi nel nostro secolo con sembianze piuttosto ridicole. Al di là della assoluta inconsistenza dell'intreccio, però, bisogna dire che qualche merito il film ce l'ha, soprattutto sotto il profilo visivo. La regia è decisamente buona e l'impaginazione delle immagini è ben studiata e interessante; inoltre, questo è poi l'aspetto che mi pare più importante, Derrickson tenta di proporre, nelle sequenze in cui il suo protagonista visiona i misteriosi Super8 trovati in soffitta, alcune riflessioni di carattere metacinematografico. Il risultato è senza dubbio non centratissimo, ma lo sforzo è certamente apprezzabile, soprattutto di questi tempi. 

Ethan Hawke, attore di lunga carriera già visto ne La notte del giudizio, si trova qui costretto a interpretare la parte assolutamente stereotipica dello scrittore in fallimento col pallino per gli omicidi che, proprio guardando le immagini (à la Blow out, potremmo dire se non temessimo di stare formulando un'eresia), scopre l'intrigo del sopraccitato demone mesopotamico. Peccato che il suo ruolo lo costringa a recitare in una maniera assolutamente piatta e decisamente poco convincente. Sinister, insomma, è un film che non convince, al di là di alcuni innegabili meriti tecnici sotto il profilo della regia e della fotografia. I toni trionfalistici col quale la critica non professionistica (leggasi il pubblico) lo hanno accolto, sono decisamente fuori luogo. 

VOTO: 5/10 

martedì 8 aprile 2014

Pulse



Pulse (titolo originale: Kairo) di Kiyoshi Kurosawa - Genere: horror/thriller - Giappone, 2001

Forse fra i grandi capolavori dell'horror giapponese, quelli che hanno contribuito a definire il rinnovamento degli anni Zero all'interno del genere godendo di una pervasività enorme legata non tanto ai sequel ma piuttosto ai remake americani, che ho recensito e visto sino ad oggi, Pulse merita il primo posto per quanto riguarda la complessità dell'intreccio e la vastità delle implicazioni teoriche e/o filosofiche che si porta dietro. Ben più dell'osannatissimo Cure, del medesimo Kurosawa, Pulse si presenta come un titolo che è stato in grado, in tempi decisamente non sospetti, di raccontare con una visionarietà disarmante alcuni dei tratti più significativi della contemporaneità attuale. 

Entro la cornice tradizionale dell'horror che potremmo definire con un termine sicuramente improprio "d'apparizione", nel quale delle entità non meglio definite comunicano in qualche modo con il mondo fenomenico, Kurosawa riesce ad inserire, seppure in maniera non sempre convincente, una dimensione cosmica che amplifica enormemente la drammaticità del racconto. Ring non ha avuto questa fortuna, anche se nel romanzo Loop (che conclude il ciclo dal cui titolo di testa il film è tratto), Koji Suzuki fa un ottimo e riuscitissimo tentativo in questo senso. Tornando a Pulse, Kurosawa mette in scena con una grande lucidità e capacità di racconto il Giappone di fine anni Novanta/inizio anni Zero usando il computer come interfaccia di analisi. Questo gli dà la possibilità di analizzare alcuni dei fenomeni oggi più comuni legati all'uso della rete, ma all'epoca incredibilmente innovativi (mi riferisco ad esempio alla condivisione di immagini in streaming, al problema dell'identità dietro lo schermo, alle conseguenze psicosociali delle reti telematiche etc). Il tutto prende corpo attraverso una grande capacità scenica, che si esprime in una composizione solidissima e strutturata su più piani, cui corrisponde un uso libero della macchina da presa e del montaggio.

Ma se il tutto si limitasse a questo, la grande fama di Pulse sarebbe almeno in parte ingiustificata. Ciò che rende questo titolo capace di imporsi a livello mondiale come uno dei titoli capitali dello scorso decennio è senza dubbio la sua capacità di trasfigurare i dati accidentali in universali, cosa che consente a Kurosawa di ipotizzare, nel finale del film (che è senza dubbio la parte meno riuscita) una globalizzazione del dramma di cui l'opera racconta. Più importante sembra però il modo di trattare i corpi fantasmatici, che significativamente si riducono a macchie nere quasi putrescenti o a un pulviscolo fluttuante che è impossibile trattenere. Corpi disintegrati, immagini della catastrofe; per me, concrezioni visive del dramma di Hiroshima.

VOTO: 9/10 

venerdì 4 aprile 2014

Madison County



Madison County di Eric England - Genere: horror - USA, 2011

Sembra un luogo comune, ma ormai è proprio vero che il genere horror sembra aver perso almeno parte della sua attrattiva. Salvo pochi capolavori indiscussi, gli ultimi vent'anni ci hanno regalato solo una quantità assolutamente indescrivibile di pattume cinematografico che meriterebbe di essere dimenticato quanto prima. Un genere imbastarditosi, senza niente più da comunicare agli spettatori e agli affezionatissimi, che ricicla ab infinitum degli stilemi narrativi e registici ormai incancrenitisi. E' questo, purtroppo, il caso di Madison County, film dell'americano Eric England il quale, sorprendentemente, ha cominciato a lavorare nel 2010 e ha al suo attivo (secondo la pagina di Wikipedia) già dieci film, con la media di circa 2.5 film all'anno. Questo dato dovrebbe essere sufficiente a non lasciare alcun dubbio sulla qualità delle sue opere; è un peccato che non abbia cercato prima questa informazione, perché mi avrebbe risparmiato 80 minuti di noia assoluta.

Ho detto che uno dei motivi per cui gli horror attuali sono ormai indegni è che non si rinnovano più: nell'opera di England la base dell'impianto drammatico e il suo sviluppo sono ripresi praticamente alla lettera da Non aprite quella porta, film - come si sa - del 1974 che a fronte di una fortuna spaventosa vanta già una serie di remake e sequel che ne hanno compromesso lungamente la qualità e la fortuna critica. England comunque prende il canovaccio ben consolidato dello slasher classico, senza considerare che un (sotto)genere che ha avuto la sua stagione aurea fra gli anni Settanta e i tardi anni Ottanta non è adatto a rappresentare adeguatamente lo spirito dei tempi. Più volte mi è capitato di stroncare titoli che riprendono gli elementi fondanti di Ring o di Paranormal Activity, ma almeno in quel caso le fonti di "ispirazione" erano legate ai tempi, mentre per Madison County si registra in generale un fastidioso anacronismo. 

Dopodiché, tutto il resto è in discesa. A fronte di una trama molto sfilacciata, che vorrebbe essere impressionante pur senza riuscirci e che comunque non si presenta come niente di particolarmente innovativo, abbiamo una sceneggiatura ai limiti della scolaricità per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi (meglio dire tipi) e delle loro interrelazioni psicologiche. Il tutto concorre a definire questo film come un vero e proprio fallimento, di cui non consiglio la visioni a priori dalle proprie preferenze cinematografiche.

VOTO: 2/10 

giovedì 3 aprile 2014

#AngoloTrash: Troll 2


Troll 2 di Claudio Fragasso - Genere: horror/trash - Italia, 1990

Notissima produzione italiana (!!!) dei primi anni Novanta, Troll 2 è uno dei film squallidi più celebri sul web. Ammirato negli USA come il migliore fra i film trash mai realizzati e compreso nei peggiori cento film recensiti su IMDB (anche se ormai è quasi uscito dalla lista... incredibilmente), il film è senza dubbio il motivo principe della fama (negativa) di Claudio Fragasso, autore di una serie assolutamente incredibile di film di bassa lega che ha anche firmato, assieme a Bruno Mattei, il celeberrimo Zombi 3, opera "incompiuta" del maestro Fulci, che ne ha girato solo una piccola parte prima di esserne impossibilitato a causa della sua malattia. Ai limiti dell'umana comprensione per la bassezza dell'intreccio e degli effetti visivi, Troll 2 è senza dubbio un titolo che un appassionato di film trash non può non conoscere. 

La trama è molto semplice: un'allegra famigliola americana va a passare un periodo di vacanza nella bucolica cittadina di Nilbog, seguita dal fidanzato della figlia maggiore e dai suoi amici. Gli abitanti di Nilbog sono in realtà dei goblin (e non dei troll...) che uccidono un po'di elementi del gruppo prima di essere eliminati. Fine. La prima cosa straordinaria da notare è che i goblin, già nella loro forma umana, sono vegetariani... e uccidono le persone per poi trasformale in alberi e potersi cibare delle loro "carni". Se tutto ciò non fosse già abbastanza assurdo, e mi pare lo sia, in una specie di chiesa sconsacrata che sembra un laboratorio alchemico si trova anche una strega, che in realtà è a sua volta un goblin (!!!) e che collabora con i suoi amichetti verdastri con l'obiettivo di eliminare la famiglia di cui sopra. 

Il film è pieno di assurdità sia a livello narrativo che tecnico (celeberrima la scena dei pop-corn, assolutamente impagabile!) ma alla fin fine per come è costruito non riesce a divertire fino in fondo, anche al di là della breve durata. In circa novanta minuti di film succedono tante di quelle cose strampalate e raccontate talmente male che l'effetto complessivo è un po'stordente e comunque si vorrebbe che la proiezione finisse il prima possibile. Peccato che non succeda e fra una recitazione pessima (da vedere anche il celebre Oh my god!) e degli effetti spaventosamente trash, Troll 2 si presenta come un titolo da cui forse, ormai, ci si aspetta un po' troppo. 

VOTO



domenica 30 marzo 2014

Non si sevizia un paperino



Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci - Genere: thriller/horror - Italia, 1972

Che Lucio Fulci sia uno degli autori più amati del thriller all'italiana è assolutamente indubbio. Apprezzato per alcuni lavori anche dalla critica, che comunque non sembra mai avergli tributato le lodi che avrebbe meritato (forse per un disamore pregresso nei confronti del genere o del cinema di genere), ha fatto la sua fortuna presso il pubblico con lavori di indiscusso pregio come Zombi 2, ideale sequel del capolavoro romeriano. Su questo blog ho avuto modo di recensire solo Black Cat, piuttosto bruttino e di certo non adeguato a parlare dell'importanza di Fulci per il nostro cinema. Non si sevizia un paperino è uno dei classici lavori fulciani in questo senso, ritenuto abbastanza mediocre dalla critica (due stelle sul Farinotti) e molto ben riuscito dal pubblico. Nell'impossibilità di stare completamente nel mezzo devo dire che a conti fatti il film è piacevole per quanto non esente da difetti e sotto il profilo formale risponde bene alla necessità di riconoscere al compianto regista romano i suoi meriti.

Scegliendo di ambientare il suo dramma in un retrogrado paesino del Meridione, Fulci compie una scelta originale e azzeccatissima; pur con un'ombra di classismo geografico, questo gli permette di inserire piuttosto bene l'elemento della superstizione magica e popolare all'interno dello sviluppo della vicenda, grazie al personaggio della Maciara interpretata magistralmente da Florinda Bolkan. Gli intenti sociologici, per quanto non forti o preponderanti, sembrano ben presenti e tratteggiati con sicurezza e profondità dalla mano esperta del regista, che articola un discorso visivo coerente fatto di inquadrature ricercate e insistenti piani ristretti sugli occhi che diventano davvero lo specchio della caratterizzazione dei personaggi. Interessante e ben scritto anche il personaggi di don Avallone (Marc Porel), mentre decisamente minoritario appare il contributo del "divo" del cinema di genere italiano Tomas Milian, che qui interpreta un giornalista che per la maggior parte della vicenda se ne sta tranquillamente sullo sfondo.

Solido a livello di sceneggiatura e dialoghi, arricchito da una ricercatezza d'immagine che è propria ai grandi maestri, Non si sevizia un paperino scade inevitabilmente - come molti prodotti a lui assimilabili - quando si fa viva la volontà di shockare il pubblico con effetti sanguinolenti e macabri. Al di là della fattura degli effetti stessi, che dipende anche dall'anno di realizzazione, la necessità quasi fisiologica di scadere nel registro del macabro mi è sempre sembrata inutile e poco funzionale, sopratutto quando il film si regge bene sulle sue gambe come in questo caso. Un lavoro da (ri)scoprire per rendere a un mezzo genio come Lucio Fulci il posto che merita nella storia del cinema italiano.

VOTO: 6.50/10 

giovedì 13 marzo 2014

Il Corvo



Il Corvo di Alex Proyas - Genere: thriller/horror - USA, 1994

Tratto da un fortunato fumetto underground, il film di Proyas è senza dubbio uno di quei titoli che, pur non possedendo delle indubbie qualità estetiche o tecniche, è penetrato fortemente all'interno dell'immaginario collettivo fino ad assumere un autentico valore cultuale. Per motivi diversi un discorso simile lo abbiamo fatto nel caso de I guerrieri della notte. Il Corvo è in effetti un film che ha avuto un grandissimo successo e, spiace un po' ammetterlo, forse almeno una parte di quest'ultimo deriva dalla tragica morte del povero Brandon Lee, ucciso per errore proprio durante le ultime riprese del film. Come l'Eric protagonista della pellicola anche Brandon è morto in modo del tutto inaspettato, come per conseguenza di una inarrestabile e generalizzata entropia. 

Riguardo al film, come dicevo, non c'è di per sé troppo da dire. Trovo che il lavoro del regista non sia del tutto negativo e per esempio da un punto di vista visivo riesca a rendere molto bene le atmosfere goticheggianti e degradate che fanno da sfondo al mortifero volo del corvo. Da questo punto di vista la caratterizzazione dei luoghi e degli ambienti è forse troppo fumettistica e quindi debitrice al testo di partenza, ma il salto di qualità avviene per fortuna nel caso dei personaggi: sia Eric che il suo principale antagonista interpretato da Michael Wincott sono raccontati molto bene anche se, soprattutto quest'ultimo, si riduce spesso a una sorta di parodia pseudo-filosofica di sé stesso. I difetti maggiori del film emergono però a mio avviso a livello di sceneggiatura, soprattutto nel caso di alcuni dialoghi che vedono protagonisti la giovane Sarah e il detective Albrecht (il personaggio forse più stereotipato dell'intero film). In questi casi emerge una ingenuità eccessiva a livello di resa drammatica, che stona completamente con alcuni punti ben più efficacemente costruiti e messi in bocca al cattivo/filosofo. 

Nel complesso mi sembra che il film intrattenga molto bene e senza dubbio gli va riconosciuto, quantomeno da un punto di vista storico, un ruolo senza dubbio importante a livello di cultura pop. Per quanto riguarda il lato più eminentemente cinematografico il lavoro di Proyas poteva riuscire senza dubbio meglio, anche se - bisogna dirlo - l'accompagnamento offerto dalla colonna sonora è davvero qualcosa di raro. 

VOTO: 5/10 

lunedì 10 marzo 2014

Inferno



Inferno di Dario Argento - Genere: horror/thriller - Italia, USA, 1980

Chi mi conosce sa che non amo i film di Argento e che in linea di massima lo trovo un regista sopravvalutato. Ho apprezzato Profondo Rosso per la particolarità dello stile, l'intricata struttura drammatica e la bella interpretazione della Calamai, ma non amo la poetica di questo autore e il suo modo usuale di raccontare. Peraltro, anche al di là del mio gusto personale, è innegabile che già da Il Cartaio Argento abbia subito una inflessione involutiva veramente sconfortante, a tal punto che Dracula 3D è praticamente inguardabile. Tuttavia ho un ricordo abbastanza preciso di Suspiria, capostipite della Trilogia delle Tre Madri che si è conclusa solo in anni recenti con il tragico La Terza Madre, che non vale un soldo bucato. Inferno è il secondo episodio di questo ciclo ed ha l'indubbio merito di portare a chiarezza gran parte delle questioni che in Suspiria restano poco chiare (il che di per sé non è spiacevole, anzi Suspiria è probabilmente il film, dei tre, meglio riuscito e che ha più senso di esistere anche scorporato dal progetto triadico). 

La diegesi rispetta i classici canoni argentiani: morti misteriose che fanno capo ad una forza oscura (materiale o "fantastica", come nel caso in esame) verranno spiegate e risolte nel finale attraverso le indagini del/della protagonista, sempre caratterizzate da un forte elemento di casualità (non si capisce bene come si arriva allo scioglimento dell'enigma e questo di solito avviene in maniera indipendente dalle azioni indagatrici). Nel nostro caso questo sviluppo non certo originale soprattutto per chi conosce l'opera del regista, porta in primo piano tutta una serie di cliché narrativi fortemente standardizzati e - più ancora - mutuati senza troppa fantasia da un gusto gotico piuttosto fortunato nel cinema italiano. All'interno di scenografie anche ben fatte e dominate dal rosso quasi iridescente di molte superfici, vediamo dispiegarsi i luoghi classici di questo immaginario: il bosco paludoso e nebbioso, la caverna sotterranea, l'antro alchemico etc. La stessa figura della Strega, che qui viene a sovrapporsi a quella della Morte risponde a questo orizzonte di pensiero. 

Stilisticamente il film è anche interessante, fors'anche più di Suspiria, ma devo ammettere in tutta onestà che questa costante evocazione quasi favolistica dell'immaginario oscuro non mi piace assolutamente. In aggiunta questa scelta da' al film un andamento eccessivamente lento, denso di scene inutili e caricato di un'insistenza eccessiva su momenti che avrebbero potuto essere sbrogliati in maniera più celere, favorendo invece una maggiore attenzione al finale, liquidato in fretta e troppo repentinamente. L'impressione che se ne ricava è quella di un film eccessivamente lungo, che non ha le forze di reggere per tutto il tempo di visione e in certi tratti finisce seriamente col risultare noioso.

VOTO: 5/10 

martedì 25 febbraio 2014

Silent Hill Revelation



Silent Hill Revelation di Michael J. Bassett - Genere: horror - USA, Canada, 2012

Fare un film tratto da un videogioco è un'impresa difficile, quando non destinata a fallire in partenza. E' oltremodo complesso cercare di mimare sul grande schermo un prodotto pensato per essere fruito da un altro medium; nel caso specifico, oggigiorno, data la grande capacità simulativa degli ambienti videoludici, un tentativo di questo genere risulta ancora più complesso. Devo ammettere che, al di là delle pesanti bocciature avute dalla critica, sono uno dei molti che fra il pubblico ha apprezzato la prima traduzione cinematografica di Silent Hill, ad opera di Christophe Gans, nell'ormai lontano 2006. Già in quel primo tentativo c'erano alcuni problemi non marginali, come la scarsa qualità delle performance attoriali, ma il film si salvava sicuramente per la bella fotografia e per la capacità di trasmettere almeno una parte delle sensazioni legate alla fruizione del videogioco. Tutto questo (e non era già molto, nel senso che il film si lasciava guardare ma senza troppe pretese), viene disilluso sistematicamente da Bassett, regista peraltro poco celebre (e ora capisco il perché).

Tralasciando la scelta del 3D, che non condivido a priori ma che quanto meno qui ha una sua elementare ragion d'essere (anche se davvero troppe scene sono evidentemente fatte apposta per attirare spettatori con questa fandonia del rinnovato realismo, cantilena che si sente ciclicamente nella storia del cinema), Bassett realizza un'opera anonima, che annulla i pregi del suo predecessore e ne incrementa i difetti. Al riguardo c'è davvero poco da dire: la trama è lineare e attinge senza nessun tentativo di contestualizzazione da alcuni stilemi classici del genere e non solo (alcuni passaggi sembrano estrapolati direttamente dal già non imperdibile Twilight). A livello di sceneggiatura non si può non notare una povertà di contenuti che viene senza dubbio ingigantita dalla prova non buona del cast; almeno nel film di Gans, se anche gli attori non davano una buonissima interpretazione, c'era il personaggio di Cristabella che, con la storia (forse troppo?) articolata che le stava intorno, riequilibrava le sorti del prodotto. Al contrario Bassett svuota di ogni interesse e profondità il personaggio di Alessa e con Claudia raggiunge il minimo storico della caratterizzazione.

Senza dubbio un film da dimenticare. Noioso e sul quale non vale la pena di spendere tempo o parole ulteriori.

VOTO: 3/10 

venerdì 7 febbraio 2014

Nightmare Man



Nightmare Man di Rolfe Kanefsky - Genere: horror - USA, 2006

Pensare che, cercando la locandina di Nightmare Man per questa recensione ho trovato un poster dove il film viene elogiato grandemente e valutato con il massimo del punteggio possibile, mi sconvolge veramente. E' vero che molto spesso si cercano dei prodotti disimpegnati che ci facciano divertire senza troppe pretese, ma penso che a tutto ci sia un limite. Senza esagerare, posso dire di essere stato davvero in dubbio sulla possibilità stessa di scrivere queste righe, perché con prodotti di questo genere è veramente difficile dare un giudizio. E' un po' come dare zero a un compito scritto di italiano, una cosa piuttosto ridicola. Eppure, in questo caso, la tentazione è veramente forte: si tratta di un lavoro talmente brutto che in certi momenti ho seriamente pensato di essere di fronte a un prodotto della Asylum: magari! Almeno in quel caso sai a che cosa vai incontro, guardando un film che si autodenuncia sin dal titolo come un apoteosi del b-movie. Nightmare Man invece appartiene a quella categoria di film (i più fastidiosi) che si spacciano per titoli "seri" e poi ti lasciano a bocca aperta per la loro completa mancanza di qualità.

Lo ripeto, il genere horror è costellato di questi prodotti e la maggior parte dei film commerciali attuali sono comunque piuttosto bruttini. Ma se un Insidious poteva essere considerato come un prodotto banale e noioso ma nulla di più, Nightmare Man è veramente realizzato male, girato peggio e recitato in una maniera assolutamente inqualificabile. La cosa sconcertante è che a volte sembra quasi di trovarsi davanti a una parodia del genere, alla Scary Movie e se il film fosse tutto così sarebbe senza dubbio più riuscito. Invece lo spettatore è sballottato da una parte all'altra senza capire quasi nulla, dentro una trama tanto banale da poter essere ricondotta a quella di alcuni film della serie Piccoli brividi... L'apoteosi dell'emozione insomma. Per il resto in realtà non c'è molto da dire su una lavorazione del genere, se non che sarebbe meglio dimenticarla. Sulla questione del voto torno a ripetere che sono stato a lungo combattuto, ma considerando i giudizi dati a Twilight e Dracula 3D (i film fra i peggiori di tutto il mio blog) penso di aver raggiunto un buon compromesso.

VOTO: 1/10 

domenica 19 gennaio 2014

L'ultima casa a sinistra



L'ultima casa a sinistra di Wes Craven - Genere: thriller/horror - USA, 1972

Il nome di Wes Craven è senza dubbio legato a doppio filo alla storia del genere horror, soprattutto nella sua variante slasher che ha avuto una notevole fortuna fra i tardi anni Settanta e gli anni Novanta proprio grazie a saghe come Nightmare e Scream, entrambe licenziate dallo stesso Craven. L'ultima casa a sinistra è il suo esordio alla regia, vero e proprio film cult che ha segnato un'epoca e ha visto recentemente un remake prodotto fra l'altro dal regista dell'originale. In pieno accordo al clima post-sessantottino in cui venne realizzato con un budget ridottissimo il film ha peraltro dato origine a tutta una serie di lavori di basso profilo, su cui spicca senza dubbio un altro prodotto degno di menzione e già recensito su queste pagine come Non violentate Jennifer. Al di là dei freddi giudizi della critica, sempre poco incline a riconoscere la qualità in un genere spesso giustamente snobbato come questo, probabilmente il film è il capolavoro di Craven, che nelle sue (svariate) fatiche successive non ha mai più mostrato questa incisività.

La semplicità è senza dubbio la cifra stilistica e narrativa più evidente: alla linearità perfetta della narrazione corrisponde un canovaccio di scelte formali variegato ma senza eccessi. Scegliendo un bagaglio coerente e in sé concluso di figure registiche di montaggio o fotografia Craven riesce a costruire uno stile eclettico e abbastanza imprevedibile per dare al suo film un giusto ritmo. L'accompagnamento musicale è scelto con attenzione per arrivare a creare, in alcuni punti, addirittura degli esempi (piuttosto brevi purtroppo) di montaggio ritmico assolutamente degni di nota. Il clima complessivo che ne deriva non è quello di un inno alla violenza gratuita come era per Non violentate Jennifer (molti non sembrano capirlo, il che dimostra la leggerezza con cui anche le più brillanti menti critiche si approcciano a questo genere di lavorazioni), ma un oggetto perturbante che - per quanto spesso si autocensuri - riesce a trasmettere una sensazione di profondo disagio allo spettatore.

Ma se tutto questo esaurisse il portato del film non sarebbe altro che un prodotto magari godibile ma di mediocre qualità e inoltre non esente da difetti: soprattutto nella parte finale, quando prende corpo la "tragedia di vendetta", emergono delle difficoltà a livello registico (i primi piani di Craven andrebbero tutti cancellati) e di caratterizzazione (alcuni passaggi drammaturgici sono effettivamente difficili da digerire) non indifferenti. La vera genialità de L'ultima casa a sinistra è la sua assolutamente moderna capacità di proporsi come una parodia di sé stesso, attraverso delle emergenze discontinue di una spiccata autoconsapevolezza. In particolare le sequenze quasi pantomimiche dei due agenti di polizia, oltre a ricordarci le grandi comiche degli anni Venti, destrutturano il presunto portato shockante del film, aprendolo a delle nuove possibilità interpretative. 

E' proprio questa la freschezza, potremmo dire quasi l'autocoscienza autoriale che poi verrà irrimediabilmente a mancare nei più celebri lavori successivi di Craven. Un peccato, perché al di là di uno stile registico ancora acerbo, L'ultima casa a sinistra poteva davvero far sperare in qualcosa di meglio.

VOTO: 710

giovedì 9 gennaio 2014

Insidious 2: Oltre i confini del male



Insidious 2: Oltre i confini del male di James Wan - Genere: thriller/horror - USA, Canada, 2013

Il precedente capitolo della saga firmata da Wan non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma dopo aver letto una recensione molto positiva di questo sequel su Mymovies e aver preso atto che anche alcune opinioni del pubblico erano piuttosto confortanti, ho deciso di buttarmi su questo film, ben consapevole che molto spesso la serialità è sinonimo di ripetizione. Devo ammettere che nel caso di Insidious 2 non è stato affatto così e almeno in parte mi sono trovato in accordo con i giudizi letti qua e la prima di cominciare la visione. Il film riprende esattamente dove si era interrotto il precedente e sviluppa una trama che, una volta tanto, cerca una continuità logica con quella del capostipite (anche ESP per la verità ci aveva provato, ma con esiti piuttosto scoraggianti). 

Sebbene abbia trovato eccessivamente entusiastica la recensione Rudy Salvaggini che inneggia a un vero e proprio rinnovamento del genere horror (dando poi al film un giudizio insufficiente...), devo ammettere che almeno in parte Wan tenta di battere una strada linguisticamente diversa da quella del titolo medio attuale. Egli dimostra una libertà maggiore nell'uso della macchina da presa, proponendo immagini animate, veloci e dinamiche. Tuttavia questo genere di ricerca si sviluppa ancora all'interno di un recinto ben collaudato, entro il quale Wan cade nella tentazione di ricorrere all'ormai fastidioso strumento della soggettiva in presa diretta. Anche da un punto di vista più schiettamente narrativo ci sono alcuni passaggi poco felici, come il prologo che non mi ha convinto e che ritengo poco funzionale al proseguo della narrazione. 

Il film, che secondo me è ricco di citazioni da The Shining, è tutto sommato efficace e concede allo spettatore anche qualche autentico salto sulla sedia, cosa che di questi tempi non guasta mai. Immagini complessivamente ben fatte controbilanciano una caratterizzazione dei personaggi un po' troppo prevedibile. L'unico punto davvero negativo di tutto il lavoro di Wan, quello che non permette una lettura complessivamente buona del film è il fatto che nel finale il regista ha sentito la necessità di riaprire ad un futuro sequel con un inutile finale cliffhanger, inserito evidentemente per tenere vivo l'interesse dei fan. Peccato; un po' di sperimentalismo in più non sarebbe guastato.

VOTO: 5/10 

martedì 12 novembre 2013

Alta Tensione


Alta Tensione di Alexandre Aja - Genere: horror - Francia, 2003

Considerando che High Tension era stato classificato da un noto sito di cultura contemporanea come uno dei cinquanta film più disturbanti della storia del cinema, devo ammettere che le mie aspettative erano piuttosto alte. In realtà il lavoro di Alexandre Aja, che ha firmato dopo questo film anche il remake de Le colline hanno gli occhi e il discutibilissimo Piranha 3D, a parte per alcuni aspetti che lo salvano almeno parzialmente, si rivela sin da subito piuttosto deludente. In effetti è possibile scorgere nella struttura della narrazione e nello stile di messa in scena dei dettagli che richiamano da una parte le atmosfere sporche e terrose tipiche di un certo slasher americano perfettamente rappresentato dal remake firmato da Nispel (e uscito proprio nel 2003) di Non aprite quella porta e dall'altra, soprattutto per un certo uso della fotografia e del colore, alcune ben più riuscite pellicole francesi come Martyrs di Pascal Laugier e A l'intèrieur di Bustillo e Maruy.

Se però i due film citati avevano degli indubbi meriti tecnici che sembrano per certi aspetti poter far parlare dell'emersione di un nuovo stile di genere nell'alveo del cinema francese, la presenza di elementi americaneggianti nella pellicola di Aja rende il procedere di Alta Tensione una semplice e prevedibile ripetizione di un canovaccio ormai trito e ritrito. E' pur vero che ci sono alcune modifiche attinte da altri titoli del genere che complessificano almeno in parte la semplicità del prodotto standard del genere, ma la scarsa innovazione che il regista propone nel mixare insieme questi elementi non può passare inosservata. Anche il finale a sorpresa, con ribaltamento percettivo e chiari risvolti psicanalitici è ben lontano dallo riuscire a convincere lo spettatore e, anzi, non fa altro che rivelare dei nodi scoperti all'interno dell'edificio filmico di Aja. 

Forse la volontà di strafare, cercando a tutti i costi di proporre un film che fosse in qualche modo innovativo ha spinto il regista troppo in là. A questo punto sarebbe stato preferibile un lavoro di puro intrattenimento che, pur senza eccellere nel suo genere, avrebbe soddisfatto senza dubbio l'obiettivo minimo di divertire lo spettatore disimpegnato. Il rischio di prendersi troppo sul serio finisce spesso, come succede in questo caso, colo portare a un lavoro approssimativo e di mediocre fattura, che si salva solamente da un punto di vista visivo per l'ottima scelta dei colori e di alcune inquadrature, elementi che mi hanno reso ancora più convinto delle buone possibilità (tutte potenziali) di questo lavoro (si veda ad esempio il modo in cui Aja rappresenta i corpi dei personaggi principali che, ancor prima di esse uccisi, sono avvolti da una luce mortifera che sembra farne prevedere il destino).

VOTO: 4.50/10 

giovedì 7 novembre 2013

Halloween: The Beginning



Halloween: The Beginning di Rob Zombie - Genere: horror - USA, 2007

Il remake è una strategia di rilancio ampiamente utilizzata all'interno del cinema di genere, soprattutto horror. Volendo tracciare un panorama generale che racchiuda gli ultimi 10-20 anni di cinema, potremmo facilmente trovare un minimo comune denominatore proprio nel ricorso continuo a questa forma di riscrittura che si è consolidata in forme ampiamente codificate insieme al remake. Eppure il film di Rob Zombie, pur all'interno di un panorama definito in maniera fin troppo archetipica, si ritaglia un proprio spazio di originalità e fa in modo che la sua produzione si distanzi dalla maggior parte di queste lavorazioni. 

Se dovessimo trovare un termine adatto a definire Halloween: The Beginning potremmo probabilmente parlare di antologia. Infatti Zombie confeziona un'opera che ha lo scopo primario di riabilitare l'immagine di Michael Mayers dopo le performance piuttosto scadenti degli episodi precedenti della saga (parliamo in particolare di Halloween: 20 anni dopo e Halloween: La Resurrezione), regalandoci un film che attinge a singoli episodi o movenze archetipiche dai film precedenti. Questo significa che Zombie, pur mantenendosi all'interno di uno stile pop e fortemente truculento, regala al pubblico un'opera in qualche misura innovativa che - almeno per questo motivo - merita senza dubbio un qualche tipo di riconoscimento. 

Fatta questa doverosa premessa dobbiamo però riconoscere che il film di Zombie è decisamente al di sotto di qualsiasi aspettativa, anche accantonando il fatto che non si tratta di un remake fede dell'opera (geniale per l'epoca) di Carpenter. La cosa è particolarmente evidente se si considera la sequenza iniziale, quella con il celeberrimo omicidio multiplo dei suo familiari da parte di Micahel Mayers. Anche se il regista decide saggiamente di non confrontarsi con l'immagine carpentierana per eccellenza (cioè la lunga soggettiva di Michael mascherato), tutta la sequenza - dilatata oltre il limite massimo di sopportazione - è infarcita di una retorica di buoni sentimenti e ambisce a una descrizione psicologica stereotipata che Carpenter aveva cassato in toto ed era riuscito a compendiare in poche semplici inquadrature.  

Il lacrimevole racconto del rapporto fra Michel e la madre fa parte di un registro altro, che non solo sembra del tutto alieno al personaggio che il regista vorrebbe riedificare (Mayers è il personaggio del silenzio per eccellenza), ma pare non essere in linea neanche con lo stile dello stesso Zombie, che in un film molto più riuscito come Le Streghe di Salem non indulge mai in questi sentimentalismi. Per il resto siamo di fronte a uno stile piuttosto accademico che utilizza il noto accompagnamento musicale del film in maniera assai prevedibile, così come accade per la fotografia (salvata solo dai colori a tratti interessanti) e per il montaggio. Fra i personaggi assume un'inedita rilevanza il Dr. Loomis, antagonista di Michael per eccellenza, ben interpretato da Malcom Mc Dowell.

Nel complesso si tratta di un'opera idealmente molto interessante per la sua inedita modalità di rapporto con il materiale filmico di base, ma che scade in una serie di errori concettuali e formali che ne minano profondamente la potenziale qualità. Su questo film ho letto numerose critiche di qualsiasi genere, dalle più negative a quelle accecate da una passione per il genere che impedisce una serena valutazione delle immagini. A mio giudizio rimane un film che, seppure con qualche trovata gradevole - in linea con lo stile sporco e disturbante di Zombie (che, comunque, rimane un musicista prima che un cineasta) -, finisce col prendersi troppo sul serio, a fronte di una natura eminentemente ludica. 

VOTO: 4.50/10 

domenica 13 ottobre 2013

Cannibal Diner



Cannibal Diner di Frank W. Montag - Genere: horror - Germania, 2012

Pensare che il cannibal-movie è un'invenzione grossomodo italiana può essere considerato almeno in qualche senso, un merito; è innegabile infatti che il filone di pellicole cui appartiene ad esempio il controverso Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, abbia contribuito alla ridefinizione di un genere che, da sempre, procede per accumulazioni e derive manieriste di cicliche innovazioni. E' stato così per l'epigonismo balbettante dei prodotti derivanti dalla filiazione di Ring, mentre attualmente assistiamo a riproposizioni invarianti di stilemi apparsi compiutamente in R.E.C. ma già presenti in un progetto pionieristico come The Blair Witch Project. Cannibal diner si inserisce quindi in un filone di titoli ben collaudato ma ormai metastatico e lo fa - fra le altre cose - raccattando citazioni illustri con cui cercare di risollevare il livello del prodotto.

L'unico punto interessante di un film completamente piatto, sono infatti le riproposizioni di immagini e topoi derivanti da titoli più o meno riusciti che, in ogni caso, hanno fatto la storia del cinema. Così è impossibile non riconoscere la sequenza ricalcata sul modello della notissima scena di Shining in cui Nicholson abbatte la porta della stanza da bagno a colpi di accetta. Allo stesso modo l'intera struttura narrativa del lavoro di Montag propone una mistura malriuscita di elementi che possiamo ritrovare tanto nel classico Le colline hanno gli occhi (anche se in questo film pare senza dubbio maggiore, anche solo per questioni di ritmo narrativo, l'influenza dei remake successivi) quanto nel ben più recente Chernobyl Diaries. 

Ma se quantomeno nel film ambientato nel luogo della fuoriuscita di radiazioni più nota della storia, la fattura tecnica era per certi versi almeno accettabile, la realizzazione di Cannibal Diner risulta, da tutti i punti di vista, un pasticcio che pare non tentare neanche di proporre qualcosa di minimamente innovativo. Anche a livello di intrattenimento, comunque, l'obbiettivo sembra non essere stato raggiunto: non potendo cercare di creare qualcosa di originale, il regista avrebbe potuto quantomeno cercare l'accondiscendenza degli appassionati investendo sul lato gore e truculento della vicenda; purtroppo le scelte sembrano andare in direzione contraria e l'effetto generale è di una noia estrema a fronte di una durata quantomai ridotta, che non arriva neppure agli 80 minuti.

VOTO: 2/10

martedì 10 settembre 2013

World War Z



World War Z di Marc Forster - Genere: azione, fantascienza, horror - USA, Malta, 2013

Tratto dal romanzo omonimo pubblicato nel 2006, WWZ si è proposto, sin dal suo annuncio pubblicitario, come un'opera epocale che - almeno sulla carta e, forse, nelle aspettative del pubblico - aveva l'arduo compito di ripensare o quantomeno contribuire a ridefinire la figura dello zombie nel cinema contemporaneo. In effetti sembra che in questo campo, dopo la grande innovazione romeriana avviata con il meraviglioso La notte dei morti viventi, le cose siano rimaste un po' ferme. Il motivo è da ricercarsi tanto nella solidità della figura edificata da Romero e costantemente riproposta dai sequel, tanto nel fatto che il cinema horror contemporaneo ha cercato di battere (senza troppo successo) altre strade (Ring e Paranormal Activiy hanno fatto scuola). 

Il fatto che questo tentativo derivi da un film che non è neanche completamente horror, ma sembra fortemente contaminato dai topoi fantascientifici della pandemia e dell'apocalisse, rende tutto ancora più interessante: un tentativo in questa direzione era già stato fatto con l'ibridazione fra horror e sci-fi con La Cosa di Carpenter (che poco ha a che vedere con gli zombie, ma è simile per l'idea di commistione fra generi). Sulla carta, dunque, buone aspettative: l'idea di un film che riproponesse uno scenario di guerra globale causata dai non morti tendeva a complessificare il filone cinematografico di riferimento e rendeva nel contempo ragione al clima di tensione attuale, dando eco alle ansie e alle paure per una eventuale terza guerra mondiale (già svariate volte ho sostenuto che le immagini del secondo conflitto mondiale siano state il patrimonio iconografico più pervasivo e shockante della storia dell'uomo). 

Alla prova dei fatti l'obiettivo appare raggiunto solo in parte: se è vero che il film contribuisce in effetti ad arricchire la figura dello zombie con nuove venature che la distaccano dal modello ingombrante ma ormai non più attuale voluto da Romero (cosa che comunque non priva i suoi film di una visionaria genialità), l'impressione generale che se ne ricava non è certo scevra da alcune perplessità. Si tratta non tanto di problemi relativi alla forma cinematografica, che è comunque molto buona, ma di quello che potremmo definire il "colpo d'occhio", oppure la sensazione che rimane a narrazione conclusa. 

Personalmente ho avuto l'impressione che il film, nonostante una piacevolezza di fondo che lo rende scorrevole nonostante le due ore di durata, non fosse altro che una grossa trovata commerciale, un estremo tentativo di pubblicizzazione delle potenzialità del cinema spettacolare, un'infilata di esplosioni scenografiche e di arzigogolati movimenti della macchina da presa che hanno il solo scopo di impressionare lo spettatore. Si capisce che un film che si propone di raccontare l'invasione zombie come un fenomeno globale a sfondo bellico non possa essere girato in maniera oscura e "intimista", ma alcuni passaggi sono evidentemente ed eccessivamente contaminati da questa volontà di stupire. Per il resto, torniamo a ripeterlo, un film piacevole anche se a tratti (soprattutto per quanto riguarda le azioni di Brad Pitt, classico protagonista americano in stile telefilm), eccessivamente autocompiaciuto della propria baldanza.

VOTO: 5.50/10