Visualizzazione post con etichetta Xavier Dolan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Xavier Dolan. Mostra tutti i post

giovedì 22 maggio 2014

Tom à la ferme



Tom à la ferme di Xavier Dolan - Genere: thriller/drammatico - Canada, Francia, 2013


L’uscita in DVD del film presentato dal giovane canadese Xavier Dolan alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia è un evento di grande importanza per tutti coloro che non hanno potuto essere al Lido in quelle magiche giornate. Al di là di un discorso che sarebbe necessario fare sulla necessità di realizzare delle edizioni italiane delle pellicole di Dolan, la diffusione sul circuito commerciale di Tom à la ferme non può che riaccendere la volontà di analizzare la pellicola criticamente ed esteticamente, così come la necessità di considerarla all’interno del progressivamente più consistente corpus dolaniano.
Che Dolan sia interessato all’analisi attenta e spesso tagliente delle relazioni umane e sentimentali all’interno di uno scenario contemporaneo sempre tratteggiato con padronanza di mezzi ed eleganza è fuori di dubbio. Tom à la ferme da questo punto di vista si presenta come una conferma e una messa in movimento delle scelte di scrittura a cui eravamo stati abituati: se da una parte è vero che rimane centrale il confronto con la figura materna (che, sin dal titolo, pare rimanere tale anche in Mommy, in questi giorni a Cannes), del tutto inedita è la tematica del lutto e della resilienza post-traumatica a cui Tom si sottopone penetrando all’interno della vita della famiglia del suo defunto compagno. È probabilmente in queste scene d’interno, dove i dialoghi si fanno pregnanti e drammatici che, aiutato da una composizione impeccabile e quasi pittorica per la scelta di alcuni toni cromatici, il film raggiunge i suoi punti migliori. Per quanto Dolan sia senza dubbio un buon attore, sotto questo profilo la performance di Lise Roy rimane toccante e assolutamente impareggiabile.
Anche la costruzione del personaggio di Francis (Pierre Yves-Cardinal) manifesta uno studio attento e preciso, che sullo schermo riesce a regalare un uomo perfettamente rappresentato nelle sue ipocrisie e paure; Francis è in ultima analisi un personaggio di una fragilità senza dubbio fastidiosa, ma necessaria allo sviluppo della vicenda. Meno riuscito, forse a causa di una volontà di suggerire più che di definire certi dettagli, è invece il succedersi dei comportamenti di Tom nei confronti del suo antagonista/oggetto del desiderio, che si altalenano in modo spesso scomposto e senza uno sviluppo preciso: questo rende le sequenze di Tom e Francis spesso poco legate, ma comunque di sicuro impatto (da questo punto di vista la scena del tango è magistrale sia nell’orchestrazione che nella capacità di muovere lo spettatore).
Ancora una volta Dolan cade, almeno parzialmente, nel finale. Per quanto il film sia molto più breve del precedente Lawrence Anyways, l’ultima sequenza precipita dell’aneddoto, palesando quella che fino a quel momento era rimasta semplicemente una storia implicita e per questo molto più affascinante. Al di là di questi dettagli però, anche per il coraggio e la capacità di aver saputo raccontare un thriller a tematica omosessuale con una maestria fuori dal comune, Tom à la ferme è senza dubbio un film che merita di essere visto e apprezzato come segno di una giovane generazione che avanza a grandi passi verso le vette di un riconoscimento internazionale. 
VOTO: 8.50/10 

mercoledì 15 maggio 2013

Laurence anyways

 

Laurence anyways di Xavier Dolan - Genere: drammatico - Canada 2012

Di Xavier Dolan, giovanissimo regista canadese, già due volte partecipante alla sezione Un certain regard del festival del cinema di Cannes ho già avuto modo di parlare. Proprio con Laurence Anyways Dolan ha peraltro vinto un premio in quella manifestazione lo scorso anno, che già lo aveva visto partecipare l'anno precedente. Attendevo quindi con estremo interesse di poter vedere questo suo terzo lungometraggio, uscito in dvd anche se (come per gli altri due film) non è ovviamente disponibile una versione in lingua italiana. 

In generale il film si presenta come una gigantesca summa dei temi cari al regista, che in particolare affronta in questa sua ultima fatica l'itinerario di trasformazione di Laurence, un insegnante che - alla soglia dei trentacinque anni - decide di cambiare sesso e di diventare una donna. Dolan quindi non smentisce la sua predilezione per le tematiche LGBT, sempre declinate in particolare attraverso una lente che ne mette in primo piano le componenti relazionali e sociali. Registriamo comunque, rispetto ai precedenti film, una enorme complessificazione dell'universo diegetico che non appare più chiuso nell'analisi quasi maniacale di rapporti minimi come quello con la madre (J'ai tué ma mère) o quello di amore/amicizia in un triangolo dalle tinte indie (Les amours imaginaries). 

Laurence è il simbolo di una crescita, un film spartiacque che apre a un nuovo momento d'indagine. Lo sviluppo linguistico che ha avuto modo di farsi nei precedenti lavori viene qui fatto esplodere in tutta la sua potenza. Vengono meno le parti più autoreferenziali (sintomatica anche la scelta di Dolan di non prendere parte al film in qualità d'attore, se si esclude un brevissimo cammeo alla Hitchcock) e si privilegia una sinergia molto ben riuscita fra strutturazione narrativa e sperimentazione estetica. Anzitutto va notato che Dolan è stato in grado di gestire egregiamente una pellicola di lunghezza davvero insolita (più di 180 minuti), evitando anche il pericolo sempre presente di scadere nel banale o di sbagliare il ritmo narrativo. La costruzione è infatti sempre molto ben sorvegliata, gli eventi si dispongono bene sulla lunga durata e la sceneggiatura regge egregiamente, anche grazie alla presenza di una cornice (altro elemento topico di Dolan) che commenta e chiude il film. L'unica nota un po' dolente sta proprio nell'ultimo scambio dialogico - piuttosto banale per essere un finale - ma, dopo un film così ben fatto è davvero una questione di poco conto.

Come abbiamo già avuto modo di notare per i titoli precedenti, la fotografia è ottima ed evidenzia uno sviluppo linguistico di Dolan, che è ormai pienamente padrone dei mezzi espressivi che utilizza. Rimangono alcuni relitti delle sue precedenti creazioni (come il primo "in negativo" che si effettua riprendendo le teste di spalle, tipico di Les amours imaginaries) ma la novità è che questi elementi ora non sono più una sorta di autocompiacimento estetico (piacevole ma, a volte, piuttosto fine a sé stesso) ma sono sempre subordinati alla comunicazione di un portato narrativo o extra-narrativo ben rintracciabile. L'abilità registica si vede poi nell'utilizzo di tutta una serie di elementi sintattici molto ben costruiti sia a livello di inquadratura che a di montaggio; si usano inquadrature diverse, slittando senza frizioni sensibili attraverso vari stili di realizzazione. La massima prova di tutto ciò sta nel fatto che Dolan è riuscito a inserire perfino un'interpellazione allo spettatore, in pieno stile moderno (il che oggigiorno è piuttosto raro). 

Un ultima nota va senza dubbio data al comparto musicale, sempre centrale nei film di questo cineasta canadese. Come in Les amours imaginaries si riscontrano diversi brani attinti dallo stile indie-rock (?) che di solito vengono utilizzati in corrispondenza dei pezzi più estetici. A questo repertorio va aggiunta un'ampia selezione (più ampia che in passato) di pezzi classico-sinfonici, che il regista piega magnificamente in alcune sequenze molto piacevoli anche se non narrativamente utili ai fini del procedere della storia. 

Ci sarebbe molto altro da dire su questa pellicola. Per concludere mi permetto di segnalare come Laurence si inserisca perfettamente nell'alveo scavato dai due precedenti film per tematica, idea di fondo etc. Quest'ultimo lavoro fra l'altro sembra veicolare un'idea meno pessimista del rapporto interpersonale mediato dal genere, portando a compimento una parabola di pacificazione che forse apre uno spiraglio di luce sulla nostra contemporaneità. In effetti Dolan, con la sua storia di Laurence Alia (significativamente neutro plurale dell'aggettivo latino alius, altro) sussume una vicenda che è comune quando non universale. Non si vogliono fare eccessivi panegirici al regista, ma questa trilogia d'esordio sembra essere la voce che narra delle vicende dell'oggi (o dell'immediato passato) con disincanto e senza banalità. Walter Benjamin diceva che la storia si fa per chi nel passato è morto senza avere voce, per redimerlo e per narrare la sua vicenda e; di queste storie senza voce, Laurence Alia è il simbolo più eloquente
VOTO: 9.50/10

mercoledì 11 gennaio 2012

J'ai tué ma mère - Recensione

J’ai tué ma mère (Ho ucciso mia madre) - Genere: Drammatico – Canada, 2009
Hubert è un giovane diciassettenne che vive con la madre, separata ormai da anni. Il loro rapporto è tutt’altro che pacifico. I due in realtà vivono uno schizofrenico rapporto di amore-odio in un continuo tentativo di amarsi e odiarsi. Ma ci sono molte cose che la madre non conosce del figlio e quando questi piccoli grandi segreti verranno a galla, cosa succederà al loro già fragilissimo rapporto?
J’ai tué ma mère, un delicato e fragile racconto sul conflitto familiare e generazionale. Un conflitto che scuote nel profondo le strutture basilari della nostra società, partendo appunto dalla famiglia. Perchè la famiglia è la base di tutto e in questo caso è la base del malessere di un adolescente e di una madre che, come figuranti di una tragedia greca, sembrano riportare alla luce in salsa contemporanea il mito di Edipo. Non che il film in questione sviluppi la parte incestuosa del racconto, ma la continua ricerca di attenzioni che sfocia continuamente in un odio profondo non può riportare alla mente queste figure. L’unica differenza è che – nel caso filmico – Laio e Giocasta (l’oggetto di odio e quello d’amore) sono entrembi condensati nella madre, che diventa il feticcio a cui attaccarsi.
La storia – brevemente sintetizzata più in alto – si sviluppa tutta su questo entroterra e non concede soste o variationes sul tema. Il montaggio è abbastanza lineare ma ci sono dei momenti molto interessanti in cui musica e immagini si fondono particolarmente bene, creando dei momenti particolarmente piacevoli. Solitamente si tratta però di “pause narrative” e credo che questo sistema, se ampliato anche a momenti più intensi, sarebbe stato più efficace. La musica è piacevole e ci sono degl intermezzi di pianoforte molto interessanti anche se non sempre si legano bene alle immagini. Le interpretazioni sono convincenti, ma non emerge nessun personaggio in particolare. Da segnalare infine i momenti riflessivi di Hubert, contraddistinti dal bianco/nero, che sono una delle parti che mi sono piaciute di più.
J’ai tué è un film piacevole e fresco, interessante e non eccessivamente scontato. Con qualche ingenuità in meno penso che sarebbe potuto riuscire anche meglio ma, comunque, è già un risultato apprezzabile.
VOTO: 7/10

Les amours imaginaries - Recensione

Les amours imaginaries (tit. internazionale Heartbeats) di Xavier Dolan – Genere: drammatico – Canada, 2010
Un ragazzo e una ragazza, amici da tempo si innamorano dello stesso ragazzo. La loro ossessione diventerà sempre più importante, tanto che a un certo punto non potranno più fare a meno di lui.
Avevamo lasciato Xavier Dolan in preda ai complessi di Edipo in Ho ucciso mia madre e lo ritroviamo qui, cambiato ma non troppo, in questo nuovo esuberante e sorprendente Gli amori immaginari. Dolan dipinge a tinte forti e implicitamente fosche la discesa negli inferi della psiche (di nuovo!) ma non più in manienra pericolosamente antifamiliare come in J’ai tué. Il giovane regista e attore canadese questa volta si avvale della patina edulcorante del vintage e di un certo stile pseudo-indie per accompagnarci in un’altra, stroboscopica galoppata nell’Averno dei sentimenti. Gli amori immaginari sono una costante della vita, di quando in metropolitana ci infatuiamo a prima vista di una persona, di quando coltiviamo in silenzio passioni segrete per anni e poi siamo costretti ad abbandonarle, di quando aspettiamo morbosamente telefonate, lettere o segni che (lo sappiamo benissimo) non arriveranno mai.
E’ triste il racconto di Dolan, intimistico e straordinariamente vitale. Vitale perchè foriero di attuali interpretazioni, ma al tempo stesso profondamente sconsolante. Un elogio funebre ai sentimenti, destinati ad essere macinati nel tritacarne dell’ambiguità, di quella che ti fa soffrire di notte attanagliandoti con mille e più dubbi. Con una fotografia accurata ancorché un po’ incerta, sezioniamo il cuore dei nostri tre protagonisti, sperando e vivendo con loro realtà e ipocrisie che noi tutti abbiamo provato. Dolan non delude né come regista, bellissime le inserzioni non meglio definite di quelle vittime d’amore che cercano di disintossicarsi, né come attore. Il suo fascino ammaliante conquista lo spettatore e ci dimostra che si tratta di un individuo dalle elevatissime potenzialità.
La musica è scelta con attenzione e sempre accuratamente calibrata, con uno squisito gioco di violini ad accompagnare l’evolversi di questa nevrosi sentimentale. Una nota ulteriore va fatta per la scelta di inserire il brano Bang bang nella versione meno conosciuta di Dalida. Una scelta decisamente azzeccata, che dimsotra un bagaglio culturale molto importante per un artista ancora così giovane ma evidentemente così meritevole.
Un racconto tragico e attuale sull’amore inteso come sentimento, come forza distruttiva (tema ricorrente anche in letteratura dallo Stilnovo in poi), come energia folle che acceca e comanda, come sogno e come immaginazione. Una riflessione sullo statuto ontologico di un sentimento troppo spesso invocato senza conoscerne il potere, un demone troppo pericoloso per essere cercato nel momento sbagliato (a rischio di collezionare delusioni come il personaggio del povero Dolan!). Un salto in avanti rispetto al già riuscito J’ai tué ma mère, che porta Dolan a un livello ulteriore. Stiamo a vedere che cosa saprà fare anche se personalmente vedo ancora una mancanza di carica eversiva, di spinta all’osare che potrebbe renderlo un vero genio visionario del cinema occidentale (p.e. se si fa una scena con connotazioni sessuali – e qui ce n’è una bella forte – mostriamola! Osare è un obbligo, per chi può farlo come Dolan).
Un candidato ad essere uno dei miei film preferiti
VOTO: 8/10