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lunedì 26 maggio 2014

Django



Django di Sergio Cobucci - Genere: western - Italia, Spagna, 1966

Chi mi conosce sa che il western è senza dubbio il genere cinematografico che amo (e conosco meno). Questo per svariati motivi, sia personali (non mi attrae e lo trovo piuttosto noioso di norma), sia storici (mi sembra che non sia un genere più attuale; come ho sentito recentemente a una conferenza interessante il western è un genere che - almeno nella sua declinazione canonica - è morto da tempo). Quindi fino ad ora non solo ho visto pochissimi film di questo tipo, ma non ne ho mai recensito uno su questo blog. Non mi dispiace interrompere questa comunque disdicevole tradizione (dopotutto è sempre una fetta - peraltro importante - di storia del cinema) con un film come Django. Avendo recentemente visto il film di Tarantino che in un certo qual modo riprende il lavoro di Cobucci, mi sembrava doveroso andare a ripescare anche questo titolo di genere dai meandri della filmografia italiana. 

Django, interpretato da un Franco Nero incredibile, è stato poi un personaggio di grandissima fortuna all'interno dell'immaginario collettivo e ha dato origine a una serie di seguiti e adattamenti che hanno toccato addirittura l'estremo Oriente grazie all'opera di quel mezzo genio di Takashi Miike. Voglio precisare sin da subito che il film mi è piaciuto molto, l'ho trovato parecchio divertente e piacevole; per certi versi, pur se sotto due profili diversi, l'ho anche preferito al Django unchained di Quentin Tarantino, al quale ho già avuto modo di muovere diverse critiche nella sua recensione. Al di là di questo però è bene riconoscere che se l'autentico talento tarantiniano, sviluppatosi con il cinema italiano e con quello di genere, non avesse fatto uscire dal dimenticatoio l'opera di Cobucci, molti giovanissimi come me non l'avrebbero mai conosciuta. Questo perché a conti fatti si tratta di un titolo piuttosto dozzinale, con diversi problemi e qualche pregio; un prodotto eminentemente commerciale e di intrattenimento sul quale Tarantino, al di là della riuscita finale, è comunque riuscito a fare un discorso bello e interessante.

Django è un film che mi sento di consigliare un po' a tutti, perché l'assurdità cinica dei suoi dialoghi, di alcune situazioni (la famosa scena della sparatoria con la mitragliatrice) e di qualche sequenza in particolare (come il "duello finale" nel cimitero) lo rendono un lavoro del tutto godibile anche ai neofiti del genere o a chi non lo ama particolarmente come me. Certo è necessario sottolineare con forza che Django è un tipo di western diverso, nato dall'appendice dello Spaghetti western e che per giunta ha caratteristiche peculiari anche in seno a quel bacino. Siamo ben lontani dal western classico alla Ford, per intenderci.

VOTO: 6.50/10 

domenica 18 maggio 2014

Intruders



Intruders di Juan Carlos Fresnadillo - Genere: thriller/horror - Spagna, Regno Unito, 2011

Dopo aver diretto il non completamente riuscito sequel di 28 giorni dopo, Fresnadillo si è preso quattro anni di pausa, prima di tornare sulle scene con Intruders, film snobbato dai cinema italiani e giunto nel belpaese soltanto attraverso la distribuzione DVD. Per fortuna; sì perché il film - fiasco colossale costato 13 milioni di dollari e che ne ha incassati solo 3 in tutto il mondo - si presenta sin da subito come l'ennesimo film situato al crocevia di diversi generi che, pur con qualche idea interessante, finisce col risultare anonimo e poco studiato. In questo caso, la presenza fantasmatica di "Senzafaccia", essere inquietante che si muove piuttosto agilmente fra i due piani della narrazione (che, sul finale, si ricongiungeranno), regala al film un atmosfera piuttosto strana, sospesa fra il thriller, l'horror psicologico, l'horror di possessione, sconfinando pericolosamente perfino nei territori dello sci-fi. Questo, come solitamente accade, diventa il simbolo di una elevata sterilità creativa, o il segno tangibile dell'incapacità del regista di far prendere al suo lavoro una strada ben precisa. 

Pur non essendo a mio avviso particolarmente spiacevole sotto il profilo visivo, Intruders sceglie anche in questo caso la via della sicurezza, rifiutando di osare e proponendosi dal punto di vista tecnico come un film piuttosto anonimo quando non scolastico. Forse dieci anni fa questo non sarebbe stato necessariamente un male, ma considerando la quantità di prodotti che vengono riversati costantemente sul mercato e la pregnanza di alcune scelte estetiche sviluppate negli ultimi anni, nonché le condizioni dell'offerta e della fruizione attuali, mi pare che sia sempre necessario giocare le proprie carte con coraggio, rischiando di intraprendere anche una strada sbagliata. Nel caso di Intruders invece, i personaggi si ripiegano su ruoli ben consolidati della tradizione statunitense, a cui evidentemente Fresnadillo è molto debitore (Clive Owen in particolare è l'ennesimo mimo di una specie di personaggi partoriti a partire dal già non originalissimo Willis de Il sesto senso). 

Complessivamente, per il mio gusto, un film assolutamente senza sapore che pur non essendo completamente sbagliato risulta perdente sotto ogni punto di vista per la mancanza di un qualsiasi timbro stilistico. 

VOTO: 4/10 

venerdì 28 marzo 2014

Il Ricatto



Il Ricatto di Eugenio Mira - Genere: thriller - Spagna, 2013

Nella recensione de The Woman in Black ho parlato del destino degli attori che sono fortemente legati a una saga cinematografica, facendo l'esempio di Daniel Radcliffe, il quale rischiava di essere marchiato per tutta la vita con il segno del maghetto più famoso della letteratura (e del cinema). Mi sembra che lui sia riuscito a smarcarsi piuttosto bene da questo pericolo e anche in questo thriller spagnolo il cui titolo originale è assai più significativamente Grand Piano (purtroppo gli adattamenti a volte soffrono di alcune peculiari difficoltà) il ben noto Elijah Wood (il Frodo de Il Signore degli Anelli) ce la mette davvero tutta per liberarsi dall'ingombrante ruolo che grazie a Peter Jackson gli ha garantito un grande successo. Come per Radcliffe dico subito che la performance tutto sommato mi è sembrata decisamente accettabile e il giudizio almeno in parte negativo che ho riservato a The Woman in Black e che ho intenzione di comminare a questo Il Ricatto dipendono in larga misura da altri aspetti.

Eugenio Mira, il regista che ha partorito il film, è noto soprattutto per essere il compositore di tutta una serie di altre pellicole; a quanto mi risulta questo è il suo esordio dietro la macchina da presa. Lodevole il tentativo di tenere assieme due grandi passioni, quella per la musica e per il cinema, ma a mio modesto avviso non troppo riuscito. Al di là di un'idea originale che aveva tutti i presupposti per funzionare, dando corpo a un film che quanto meno riuscisse a intrattenere senza grosse pretese, mi sembra che Mira abbia perso la direzione nel momento in cui ha cominciato a prendere sé stesso e la propria opera troppo sul serio: tutta la vicenda che sta dietro al ricatto che fa da sfondo alla composizione mi sembra pretestuosa e poco credibile, senza considerare che da un punto di vista visivo è resa in maniera quasi dilettantesca. 

Sotto il profilo del ritmo il film tiene abbastanza bene, sviluppandosi agilmente in un crescendo di colpi di scena che però complicano ulteriormente la struttura, appesantendola fino ad approvare al finale assolutamente sproporzionato rispetto al materiale di base. Anche a livello di sceneggiatura si riscontrano diverse ingenuità evitabili, culminanti nella figura della coppia di amici di Wood e della moglie: per quanto siano proprio loro a dare al film la prima importante svolta narrativa in senso risolutivo, la loro caratterizzazione è del tutto fuori contesto e lascia pensare più ad American Pie che a un thriller degno di questo nome.

Complessivamente Il Ricatto è un titolo che, per quanto non del tutto spiacevole sotto il profilo dell'intrattenimento, deve scontare la presenza di diversi errori tecnici e di struttura che ne compromettono grandemente la godibilità. 

VOTO: 5/10 

martedì 14 maggio 2013

Transsiberian



Transsiberian di Brad Anderson - Genere: drammatico/thriller - Spagna, Germania, Regno Unito, Lituania, 2008

Di solito non apprezzo particolarmente i film molto lunghi, a meno che non siano estremamente densi dal punto di vista narrativo (pensiamo ad esempio agli episodi de Il signore degli anelli che, al di là della lunghezza veramente colossale, comunque non annoiano mai). Per questo motivo il film di Anderson mi si prospettava terribile, ma così non è stato. Quello che mi ha sorpreso, soprattutto, è stato notare come questo accadesse anche senza una trama prepotente; la struttura narrativa del film è infatti abbastanza rada e dilatata e lascia ampio spazio a intermezzi estetici molto interessanti.

La narrazione miscela sapientemente elementi attinti da diversi registri stilistici, con un'apertura in pieno genere drammatico che vira, nell'ultima parte della pellicola, su stilemi thriller con accenti grotteschi. Nel complesso però le transizioni appaiono piacevoli, cosa aiutata anche dal fatto che alcune di esse vengono annunciate in maniera sotterranea già nel precedente sviluppo della storia. I personaggi appaiono ben caratterizzati e anzi, sono proprio le loro ben definite individualità a far procedere (seppure con qualche caduta nel banale) la vicenda mantenendo inalterata l'attenzione dello spettatore.

A ciò si deve necessariamente aggiungere un comparto tecnico meritevole, che brilla sopratutto per la fotografia veramente ben fatta: le ambientazioni, soprattutto in esterna, sono splendide e spesso la scelta del punto di ripresa costruisce le inquadrature in maniera rigorosa ma tanto bella da apparire quasi casuale. Interessante è anche il fatto che una dei protagonisti sia fotografa e che proprio l'immagine fotografica contamini pesantemente la struttura del film, fondendosi con la successione dei fotogrammi. 

Un altro spunto meritevole di attenzione è quello che si presenta soprattutto nella prima parte del lavoro di Anderson e che vede un continuo cambio della lingua utilizzata nei dialoghi, come se la Siberia che si sta attraversando in treno sia una terra di nessuno, una terra senza storia la cui verità rimane per sempre sepolta sotto la neve, nel silenzio delle persone rappresentate (nell'immagine fotografica come in quella cinematografica) con spunti di ejzenstejniana memoria.
VOTO: 8/10

mercoledì 27 marzo 2013

Dracula 3D


Dracula 3D di Dario Argento - Italia, Francia, Spagna 2012 - Genere: horror

Sono d'accordo con quanti diranno che quello dei vampiri è un genere ormai super inflazionato e che dopo Twilight è probabilmente impossibile fare un'ingiustizia maggiore alla figura creata da Bram Stoker. Eppure sembra non esserci mai limite al peggio e - soprattutto in ambito di genere - i sequel e i reboot si susseguono uno dopo l'altro, il più delle volte senza troppa grazia. E' ovviamente il caso del film di Argento che, si dica ciò che si vuole, ha ormai perso tutta la sua abilità. Già con La terza madre, infelice chiusa sulla trilogia delle streghe, il nostro povero regista aveva chiaramente fatto capire di aver smarrito il suo genio, ma Dracula 3D fa male come un paletto di frassino conficcato nel cuore.

C'è perfino da chiedersi come possa essere stato anche solo pensato un film del genere e la risposta che ci si è dati è che anche Argento si sia fatto trascinare dalla follia delle tre dimensioni. Il che già di per sé spesso porta a lavori inconcludenti; in questo caso specifico però, si rasenta il ridicolo. Come ogni rilettura anche questo film propone una scelta fra gli episodi della pur grande opera di Stoker, ma mentre la bella versione di Coppola (per me la migliore fin'ora) ne rispetta la strutturazione fin nel dettaglio, la pellicola di Argento fa un grande pasticcio fra innovazione e rispetto, senza voler prendere nessuna delle due strade. Il risultato è solo una grande confusione narrativa.

L'onnipresente Asia conferma ancora una volta di essere brava soltanto in pochi ruoli, per lo più anonimi: qui è a dir poco ridicola, anche se la sua performance non esorbita certo da quella degli altri membri del cast. Perfino l'epico confronto fra il Conte e Van Helsing, epitome della lotta bipolare fra bene e male qui si configura come un gioco senza scopo e senza eleganza. In effetti la grande mancanza che Dracula 3D ha evidenziato è quella di non aver interiorizzato il giusto spirito nella rappresentazione dei vampiri: nessuna nobiltà d'animo, nessuna fierezza, nessun lussurioso eccesso. Sembra voler ritornare al dettato di Murnau ma anche in questo caso è una causa persa: il regista tedesco di Nosferatu era riuscito a creare con molto meno, atmosfere molto più spettrali grazie a un uso attento del colore e della recitazione sul muto.

La cosa senza dubbio peggiore, poi sono gli effetti speciali 3D assolutamente fini a loro stessi e generalmente piuttosto grotteschi. Citiamo ad esempio soltanto l'imbarazzante cavalletta gigante che uccide il padre di Lucy (come sarà venuto in mente ad Argento di inserire un orrore del genere? Dev'essere per forza stata una sua idea, visto che Stoker non manifesta queste tendenze entomofile!!!). Il sangue abbonda, c'è addirittura qualche testa mozzata, come se Dracula fosse il protagonista di un film splatter di serie B. Alla fine di un film lungo quasi due ore, dopo aver visto solo errori e orrori di ogni tipo, rimangono solo due certezze: il vampiro poteva essere ridicolizzato più di quanto Edward Cullen non avesse già fatto e - soprattutto - non sembra più possibile tornare ai bei tempi di Lestat de Lioncourt.
VOTO: 0/10

giovedì 21 marzo 2013

Insensibles


Insensibles di Juan Carlos Medina - Spagna, Francia, Portogallo 2012 - Genere: drammatico
Spagna, 1931. Un gruppo di bambini violenti viene scoperto essere il portatore di una malattia allora sconosciuta, che impedisce loro di percepire il dolore. Per questo motivo vengono internati in un istituto di igene mentale.
Ai giorni nostri, un medico ha un grave incidente in auto, dove perde la moglie incinta. Il bambino viene salvato e messo in un'incubatrice. Come se non bastasse, scopre - dalle analisi fatte - di avere un tumore che gli lascia poche speranze di vita.
Muovendosi su due piani temporali diversi e in costante permeabilità, Insensibles sperimenta una tecnica ormai consolidata di un certo genere di cinematografia, che ha però il vizio di lasciar intendere anche troppo presto come esista una correlazione fra i due registri narrativi coinvolti. Il film in questione non fa eccezione ed è fin troppo facile prevedere come ci sia una chiara relazione fra uno dei bambini internati nel manicomio/prigione e il malcapitato dottore. Al di là di questo, da un punto di vita diegetico, il film è solido e coinvolgente, lo spettatore è decisamente incuriosito dalla struttura proposta che si rivela comunque interessante. L'unico neo che si può segnalare è un certo spiacevole mixaggio di elementi reali e implausibili, che si fa sentre sempre di più con il procedere del film. Questo fa perdere di credibilità alla storia, che già nel suo sviluppo precedente aveva prestato il fianco a delle situazioni quanto meno improbabili
Al di là del contenuto narrativo poi non c'è molto da segnalare: non ci sono grossi errori da un punto di vista della costruzione dell'immagine, ma al tempo stesso essa non eccelle da nessun punto di vista. L'unico motivo di discussione che Insensibles dà a chi voglia farne critica è appunto il suo comparto narrato, che può indurre a interrogarsi sul senso che può avere un film in cui si innesta una vicenda quantomeno improbabile su uno sfondo storico tanto inflazionato e pericoloso quanto quello del secondo conflitto mondiale (ed eventi seguenti - il film arriva fino agli anni Sessanta).
VOTO: 6/10

giovedì 5 aprile 2012

Paranormal Experience 3d - Recensione


Paranormal experience 3d di Sergi Vizcaino - Genere: horror - Spagna 2011

Un gruppo di studenti di psichiatria accetta la proposta del professore più autoritario della facoltà: andranno in un villaggio minerario abbandonato dove sarà loro possibile verificare se i fenomeni paranormali esistono veramente. Per il viaggio utilizzano un pulmino che viene fornito loro da Diana, sorella della studentessa Angela, che si unisce al gruppo. Sarà proprio il passato infantile delle due sorelle ad entrare drammaticamente nell'indagine.

Che bisogno c'era di inserire il 3d nel genere horror? Apparentemente nessuno. E infatti...
Il titolo di oggi è uno dei peggiori film che abbia mai visto, non solo per quello che riguarda la cinematografia di genere ma in generale per quello che il cinema dovrebbe essere. Novanta minuti di agonia per lo spettatore, con la prima mezz'ora assolutamente inutile dove non succede nulla a parte la solita, banale, scena di sesso fra la protagonista (bionda!) e il bello ma stupido della situazione.
Non parliamo di suspence perché non ce n'è: il film arrabatta elementi da altri titoli del genere, proponendoci spunti che vanno da "Le colline hanno gli occhi" a "L'esorcista", senza dimenticare la cornice del "documento verità" che piace così tanto ultimamente.

Tecnicamente il nulla assoluto, solo una successione noiosissima di campi-controcampi che stancano dopo cinque minuti buoni. Gli effetti 3d non solo non arricchiscono la narrazione (già a livelli da tabula rasa) ma risultano veramente grotteschi.
Ciliegina sulla torta, il solito finale inconcludente che lascia aperta se non la porta quanto meno una finestrella. Un film da cancellare totalmente

VOTO: 0/10

giovedì 15 marzo 2012

Sidewalls - Recensione


Sidewalls (tit. originale Medianeras) di Gustavo Taretto - Genere: Drammatico - Argentina, Spagna, Germania, 2011

Martin è un web designer. Internet gli ha cambiato la vita, nel senso che gliel'ha tolta completamente, poiché il ragazzo resta davanti al computer 24 ore al giorno: crea i suoi siti, gioca ai videogames, ordina il cibo, fa sesso virtualmente, compra oggetti per la casa. Esce di rado, ma scoppia dal desiderio di vivere davvero. Peccato che, ogni volta che ci prova, finisca per tornare indietro e rinchiudersi nel suo claustrofobico monolocale. Mariana è un architetto. Potenzialmente, perché non hai mai veramente progettato neanche un bagno. Si guadagna da vivere allestendo vetrine, finendo per sentirsi fredda e vuota come i manichini che veste.

Opera prima di questo particolare regista, il film di cui parliamo oggi potrebbe essere a buon diritto considerato il manifesto della vita (urbana, ma della vita in generale) post-moderna e fluida (per dirla con Z. Bauman). Il regista mette a punto un racconto che procede nella città, attraverso la vita di due suoi abitanti che incarnano fin troppo bene le nevrotiche schizofrenie della contemporaneità. Oscillando continuamente fra la narrazione della vicenda e gli intermezzi quasi didascalici, che sembrano provenire direttamente dalle menti dei tuo protagonisti, Taretto dipinge un affresco composito e (volutamente) frammentato della vita odierna, continuamente in lotta fra il desiderio di autoaffermazione e la volontà di ritagliarsi un angolo (reale o virtuale) per la propria sicurezza.

Il regista, attraverso il montaggio alternato che ci consente di seguire le vite dei due personaggi (diverse ma simili nella loro tragicità), fino al momento della ricomposizione finale, ci accompagna in un viaggio attraverso la metropoli dei flussi in cui lo spettatore si perde irrimediabilmente e in questo suo perdersi smarrisce la particolarità della storia narrata per concentrarsi sullo sfondo, sulla città che pulsa, che vive (e che soprattutto muore) sotto i suoi occhi.
Sidewalls è al tempo stesso un film post-moderno e anti-post-moderno perché mostra (drammaticamente e crudelmente, anche se a tratti in maniera ironica) le ipocondrie e le ipocrisie della società e delle relazioni fluide, ma è proprio in questo mostrarle che le esorcizza consentendoci di intravedere, fra i fasci di fibra ottica e i casermoni di cemento, grazie anche alla splendida fotografia, un piccolo raggio di luce.

VOTO: 9/10

lunedì 12 marzo 2012

Princesas - Recensione

Princesas di Fenando Leòn de Aranoa - Genere: drammatico - Spagna, 2005


Zulema è un'immagrata dominicana che si prostituisce per mantenere il figlio. Caye, anche lei prostituta, è una ragazza spagnola; la famiglia è all'oscuro della sua professione. L'incontro fra le due, all'inizio è piuttosto burrascoso ma poi le porterà a un solido rapporto di amicizia. Si aiuteranno nella speranza di raggiungere una vita migliore.


Film tipicamente spagnolo, anche se piuttosto lontano dalla poetica dell'unico grande regista iberico che il grande pubblico conosce (Almodovar). Una storia sorpendentemente a metà fra la lacrimosa drammaticità e l'ironia (a volte anche un po' volgare), che riesce a risultare comunque apprezzabile, pur non brillando per particolari qualità tecniche.

A rendere il film tutto sommato convincente, e godibile pur nella sua evidente non pretesa di artisticità non sono la trama, piuttosto scontata, né il montaggio che non evidenzia nessun particolare lavoro attorno alla successione degli eventi, né la colonna sonora (pur firmata da Manu Chao).


Sono i personaggi aranoani a risultare il centro propulsivo della vicenda: Zulema, sensuale eppure fragilissima madre, di una bellezza sconvolgente e senza tempo; Caye, riproposizione un po' stereotipica della ragazza simpatica ma non particolarmente bella, ancorché arguta; la madre di Caye (soprattutto lei), affascinante e decadente borghese spagnola, impegnata a negare a sé stessa l'evidente morte del marito. Aranoa da' forma a un mondo composito, che fa risultare piacevole un film che si muove lungo traiettorie ironiche e simpatiche, ma un po' troppo stereotipate.


VOTO: 6.50/10

mercoledì 11 gennaio 2012

La pelle che abito - Recensione

La pelle che abito di Pedro Almodòvar – Genere: drammatico – Spagna, 2011
Il chirurgo Robert Ledgard vive nella sua lussuosa casa/clinica privata in compagnia di Vera, una bellissima ragazza per la quale lui sembra avere una vera e propria ossessione: l’uomo la tratta infatti come una cavia, tenendola rinchiusa in una stanza, vestita solo di un body color della pelle e osservandola tramite delle telecamere.
Il nuovo, attesissimo (almeno da me) film di quel diavolo di Pedro Almodòvar mi ha, almeno in parte, deluso. Eh si, perchè chi come me era abiutato alla tipologia di Tutto su mia madre o allo splendido La mala educaçion potrebbe trovarsi un po’ impreparato a questo “cambiamento”. La pelle che abito è un film che punta sulle tinte fosche più di quanto non sia già stato fatto in precedenza ma, forse eccede un po’. La trama è tutto sommato originale, almeno per noi occidentali (ho saputo che, tenuta in conto la cinematografia orientale d’alta classe, questo potrebbe non essere più vero) ed è ben interpretata dagli attori protagonisti che risultano sempre credibili anche se non spiccano per qualità.
Il montaggio sembra scontato ma si risolleva nella parte finale creando una piacevole struttura a rimandi che rimette in discussione l’idea che ci si poteva essere fatti. Sfruttando anche in una scena la tecnica del “vedere lo stesso episodio da più punti di vista” già emersa in Elephant e altrove, Almodòvar riesce a risultare più interessante di quanto l’apertura della pellicola non prospettasse. Il punto è che tutto avviene nei tempi sbagliati, troppo lentamente all’inizio (quando invece si poteva accelerare) e in questo modo la parte centrale e più interessante della vicenda risulta spostata verso la fine (nella 2° metà del film) e si è costretti a correre, accelerando per portare a termine il tutto.
La fotografia è accettabile ma da un regista apprezzato e apprezzabile come P.A. ci si aspetterebbe certamente di meglio. Ci sono, a tratti, delle belle inquadrature e il lavoro nel complesso non è da buttare ma mi aspettavo molto molto di più per un lavoro di questo genere. Apprezzabilissime invece le musiche, con delle sequenze di violino davvero suggestive, che si abbinano bene alle scene proposte. Un’altro problema della pellicola è il finale, imprevedibile (e questo è un bene) ma anche troppo rocambolesco e poco realistico; la situazione peggiora ancora se si considera che, proprio nel momento finale del film, diventa anche un po’ troppo buonista (dove l’Almodòvar cattivo de La mala educaçcion?).
Insomma, un deciso cambiamento di rotta per l’eccentrico regista spagnlo che, personalmente, non ho apprezzato molto (forse anche perchè le mie aspettative erano alte…) ma che – credo – potrà comunque risultare piacevole per gli amanti dell’autore.
VOTO: 5/10

Hard Candy - Recensione

Hard candy di David Slade – Genere: drammatico/thriller – Spagna, 2006
Hayley Stark (Ellen Page) è una ragazza di quattordici anni dall’aspetto esile ed innocente che si dimostra molto più matura dei suoi coetanei, passa il suo tempo leggendo i romanzi di Zadie Smith e l’autobiografia di Jean Seberg, e frequentando anche le chat, dove conosce il trentenne fotografo emergente Jeff (Patrick Wilson). Dopo alcune settimane di chat, Jeff propone a Hayley un incontro, che avviene in un noto locale. In quell’occasione il fotografo si dimostra molto gentile con lei, e dopo aver pranzato viene da lei convinto a portarla a casa sua.
Interessante film spagnolo, con una trama decisamente innovativa ma con alcuni punti d’ombra che non mi hanno certo entusiasmato. Andiamo con ordine però; dal punto di vista narratologico il film è importante, la trama è ben costruita e varia. Il tutto si gioca, come sempre in film del genere, sulla dialettica servo-padrone (o vittima-pedofilo in questo caso) ma, nel film proposto, si assiste a un interessante ribaltamente dei ruoli che, però, non è complementare ma netto e deciso. Si tratta di un rovesciamento completo, dal bianco al nero, dal bene al male. I confini rimangono sempre netti e distinguibili e non c’è nessun genere di contaminazione che – io credo – sarebbe stato più interessante.
I dialoghi sono buoni ma, a tratti, un po’ scontati. La fotografia invece è pienamente degna e anche le ambientazioni sono azzeccate: i colori netti e decisi della villa del fotografo sono il palcoscenico ideale per assistere alla degenerazione piscotica del ruoli cinematografici, ripresi da una buona fotografia che si concede in maniera sicura ma forse un po’ troppo insistita dei primissimi piani, a indagare le espressioni dei volti segnati dalle emozioni. L’interpretazione dei personaggi, poi, è buona e convincente. I due protagonisti (praticamente gli unici due personaggi) è credibile e ben calibrata sui ruoli che sono stati loro assegnati. Veramente disturbante, soprattutto, il personaggio della giovane ragazzina; il suo comportamento è tale – alla fine – da non permettere più di definirla semplicemente vittima indifesa. Con il procedere del film sembra perdersi irrimediabilmente la dimensione di eticità che caratterizza molti film del genere, con una soluzione interessante ma un po’ troppo insistita (forse).
Un film, comunque, riuscito e interessante. Ben realizzato dal punto di vista tecnico e insignito di qualche premio illustre che ne garantisce la buona qualità. Interessante, in ultimo, la similitudine (del tutto casuale, a detta del regista) fra la storia narrata e la fiaba di Cappuccetto Rosso; la protagonista porta una felpa rossa con cappuccio e non è così trascendentale rileggere le vicende come un rovesciamento della nota storia.
VOTO: 8/10
Il film in una frase:Hai presente quando ti ho detto che a noi adolescenti insegnano a non bere niente che non ci siamo preparati da soli? Beh! Èuna regola che vale per tutti”