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sabato 12 aprile 2014

Nymphomaniac: Volume II



Nymphomaniac: Volume II di Lars von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio, 2013

Dopo l'uscita di Nymphomaniac: Volume I in Italia, dove il film è adesso in programmazione, si è avuto modo di leggere più o meno di tutto, sia sulle testate specialistiche cartacee e non che su pagine meno formali, come blog o semplici siti di approfondimento gestiti da utenti. C'era da aspettarselo; Lars von Trier ha sempre fatto parlare molto di sé e un titolo come questo non poteva che accendere la polemica. La divisione fra chi lo ha ritenuto una splendida summa del cinema del regista e chi invece lo ha stroncato o quasi è stata netta come al solito. Tralasciando i commenti, pure esistenti, che definiscono il film visivamente brutto o poco riuscito (sono valutazioni evidentemente non utili ai fini della critica), qualcuno vi ha trovato molta filosofia, molta profondità e altri solo molte chiacchiere. Personalmente, pur situandomi all'interno del primo gruppo, non faccio fatica a capire le motivazioni dei detrattori, che pure ho parzialmente condiviso per alcuni precedenti lavori del regista danese. 

Riguardo al Volume II di quest'opera tanto complessa, che io ritengo il capolavoro (o almeno uno dei massimi lavori di von Trier), tecnicamente non c'è molto da aggiungere rispetto alla parte precedente; anche l'idea di dividere le recensioni non mi ha conquistato, ma data la diffusione "episodica" dei film la scelta è stata necessaria. Dunque ancora una volta ottima regia, fotografia magistralmente orchestrata su cui si inscrive, con un uso sbrigliatissimo, una semiosfera di segni diversi, che fanno da commento o apertura discorsiva al contenuto narrativo. Se dovessi individuare un valore che cambia dal primo capitolo a questo secondo è senza dubbio il senso della recitazione, che almeno in parte mi pare mutato. Shia Labeouf si mostra in questa seconda parte di Nymphomaniac in modo molto più sfaccettato e profondo di quanto non facesse nei primi cinque capitoli della storia, dove era più che altro un inarrivabile oggetto di desiderio. Qui invece abbiamo modo di apprezzare appieno delle insospettabili (almeno per me) doti recitative, in un personaggio incredibilmente toccante e a suo modo intimamente positivo. La Gainsbourg, sempre meravigliosa nel suo rapporto simbiotico e quasi di sfruttamento con il regista, appare qui non più come una dominatrice violenta, ma quasi come una vittima indifesa alla costante ricerca di un orgasmo che si tinge a tratti di un misticismo che, se per molti potrebbe risultare fastidioso a causa delle implicazioni religiose, per me è senz'altro assolutamente geniale. 

Interessante anche la sequenza in cui Joe fa sesso con due uomini di colore, volendo sperimentare l'esperienza di avere un rapporto sessuale con persone delle quali non conoscesse il linguaggio e delle quali fosse quindi in pieno potere. Senza dubbio il personaggio più affascinante, almeno per me, è pero Jamie Bell, attore protagonista del lacrimoso Billy Elliot, che qui viene rappresentato come un sadomasochista decisamente affascinante, per quanto inquietante. Von Trier ha probabilmente voluto giocare con le conoscenze cinematografiche del suo pubblico, rovesciando di segno l'eroe positivo di un notissimo successo di pubblico: per quanto Bell abbia recitato in diversi altri film, il ruolo che lo ha segnato è senza dubbio stato quello del suo debutto nel 2000; tutti lo ricordiamo per quello. 

Personalmente credo che a un livello che potremmo definire "filosofico", ci sia molto altro da dire ma questa non mi pare la sede adatta. Senza dubbio, traendo un giudizio sintetico su questo secondo capitolo, non posso che confermare quanto detto per il precedente, vale a dire elogiare la potenza/violenza visiva di un film girato benissimo e dalle elevate pretese stilistiche e di contenuto. Confermo l'impossibilità di paragonarlo a Shame, pure gradevole, rispetto al quale si pone decisamente su un'altro livello. L'attesa per la versione non censurata è assolutamente grande e senza dubbio quello sarà il momento della valutazione più importante per un film tanto discusso.

VOTO: 9.50/10 

giovedì 20 marzo 2014

Nymphomaniac: Volume I



Nymphomaniac: Volume I di Lars von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio, 2013

E' più o meno impossibile dire quanto si sia parlato dell'ultima fatica di Lars von Trier negli ultimi mesi, da quando sono circolate le prime locandine che raffiguravano i diversi protagonisti del film in preda all'orgasmo. Due versioni diverse (di 240 e 330 minuti) per un film diviso in due parti a loro volta frazionate in episodi  o capitoli (scelta non nuova per il regista, che aveva già utilizzato questo artificio in Dogville, uno dei suoi indiscussi capolavori). Questa recensione prende in considerazione il primo volume della versione breve (essendo la versione lunga e non censurata ancora irreperibile, cosa che sarà vera almeno fino al tardo 2014, stando a quanto detto dagli incaricati). Come sempre nel caso di un film di Lars mi trovo in grande difficoltà: dai tempi di AntiChrist devo ammettere in tutta sincerità che i suoi film hanno sempre messo a dura prova le mie capacità ermeneutiche, facendole davvero esplodere nel caso del film appena citato. In senso generale mi pare che Nymphomaniac, per quanto sia senza dubbio un film profondo e connesso a più livelli a una serie di tematiche assai ampie e complesse, sia meno ermetico dei precedenti (penso anche a Melancholia) e, mi azzardo a dire, costituisca quasi una summa del percorso artistico compiuto sin'ora da Lars (cosa che mi sembra confermata anche dall'impianto monumentale dell'opera). 

Riguardo alla trama in questo come negli altri casi c'è veramente poco da dire, se non che lo spettatore segue, attraverso una sorta di "confessione" (ma il termine non è esatto), le vicende di una donna ninfomane (ancora una volta Charlotte Gainsbourg) che si racconta ad un anziano e gentile individuo con la passione per la pesca da lenza (cosa che, peraltro, consentirà una catena di affascinanti associazioni per tutta la durata del film). Dunque il sesso è senza dubbio la cifra caratteristica del film e non si tratta di un campo inedito per il regista: al di là della sequenza fin troppo esplicita di AntiChrist, riferimenti del genere erano presente anche nel meraviglioso Le onde del destino e nell'altrettanto bello Idioti. In tutto questo von Trier fu accusato spesso di misoginia e fino a tempi recenti pare non si fosse impegnato troppo a smarcarsi da queste voci. Ma nelle sue ultime opere e in particolare con questa è evidente come in realtà von Trier abbia un rapporto di amore/odio con la figura femminile, dal quale è morbosamente attratto eppure (pare) continuamente inquietato: sorta di madre fallica, la Gainsbourg oscilla qui continuamente fra la volontà predatoria (emblematica in tal senso la sequenza del "sei il primo che mi abbia mai fatto provare un orgasmo) e il completo e passivo abbandono (di cui ci parla, seppure in modo per nulla sciocco, il personaggio di Jerome, ben interpretato da Shia LaBeouf, protagonista del certo non imperdibile Transofmers). 

Tutto questo prende la forma di un gigantesco e fittissimo arazzo nel quale lo spettatore si trova avvinto suo malgrado, seguendo il racconto e i dialoghi con l'anziano Seligman. Il risultato è un pastiche di grande spessore nel quale il regista riesce a fondere con sapienza scene sessuali realistiche guardate quasi voyeuristicamente (ma aspetto la versione non censurata per cogliere le differenze e ragionarci sopra meglio), riflessioni erudite, citazioni letterarie e molto altro ancora. Anche stilisticamente il cambiamento è ben percepibile sia nel modo di gestire i brani filmici, sia per quanto riguarda fattori più evidenti come la scelta del b/n nel capitolo Delirium o l'utilizzo sciolto e libero di segni grafici che si inscrivono sull'immagine o la sostituiscono (vedi Dogville), senza dimenticare l'elegante citazione della cronofotografia verso la fine del film. 

Questa complessa strutturazione ci regala un film a mio avviso straordinario (ma l'errore è dietro l'angolo? Nel caso di questa recensione gli eventuali commenti saranno ancora più graditi), che come sempre sembra dire qualcosa che viene smentito progressivamente, senza che lo spettatore se ne accorga. E dunque cosa resta dopo due ore di proiezione che hanno saputo raccontare attraverso una vasta pluralità di registri le cose più diverse? Alla fine, avvinta nell'abbraccio di Jerome, la Gainsbourg dice "non riesco a sentire niente". Non c'è definizione più adatta - mi sembra - per un film del genere, che racconta il vuoto di un'esistenza ossessivamente in cerca di un senso (di un completamento, potremmo dire con un gioco di parole forse un po'infelice, di uno riempimento) che approda in un vicolo grigio e freddo, in maniera quasi incomprensibile (almeno finché non avremo per le mani il Volume II). Prima di concludere e di invitare ovviamente alla visione del film (qui più che mai raccomandata), una nota di merito va senza dubbio a Uma Thurman, che con il suo personaggio ci regala uno dei momenti migliori dell'intero film (e forse uno dei monologhi più belli degli ultimi anni?).

VOTO: 9/10 

martedì 28 gennaio 2014

Valhalla Rising: Regno di Sangue



Valhalla Rising: Regno di Sangue di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico - Danimarca, Regno Unito, 2009

Di Nicolas Winding Refn ho già avuto modo di parlare quando ho recensito il bellissimo Solo Dio perdona che, per quanto mi riguarda, rimane uno dei film più belli che ho visto durante il 2013. Senza dubbio la caratterizzazione esteriore di Valhalla lascerebbe immaginare un classico film pseudo-epico ambientato nelle terre nordiche: tanto il titolo quanto la locandina contribuiscono a creare un voluto ammiccamento nei confronti del potenziale spettatore. Niente di più sbagliato e semplificante; molti commenti di spettatori insoddisfatti si appuntano proprio su questo elemento, senza rendersi conto che è proprio nella straordinaria capacità di porsi al di fuori di schematismi sperimentati che sta il tratto caratteristico del film di Winding. 

Formalmente, quanto avevo affermato per Solo Dio perdona vale anche per questo lavoro precedente, almeno in linea di massima. Il tratto più caratteristico dello stile di regia risiede nella perfetta calibratura delle inquadrature che in questo caso specifico, anche grazie a un uso spesso antinaturalistico (potremmo dire espressionista?) del colore, raggiunge livelli di intensità davvero notevoli. Questa capacità di sperimentazione all'interno del tessuto dell'immagine si sposa con una ricerca sui tagli dell'inquadratura che fonde perfettamente la bella scenografia selezionata con l'abilità della messa in scena. In Valhalla, inoltre, vediamo all'opera una strutturazione della trama diegetica che in Solo Dio perdona sembrava appena accennata: una struttura a capitoli che in questa situazione non può non ricordare quella delle "sezioni" (libri, canti etc.) in cui sono divise tutte le grandi saghe epiche e romanzesche della storia letteraria. E' evidente in Winding la volontà di riscrivere una mitografia che però non si traduce in un elogio della violenza fine a sé stessa (di violenza in Valhalla ce n'è meno di quanta non ce ne si aspetterebbe) ma in una costruzione iperstratificata e complessa, a tal punto che alla fine questa costruzione che privilegia vuoti ellittici e silenzi prolungati lascia nello spettatore la (spiacevole?) sensazione di aver perso qualcosa, che esista cioè un differenziale semantico che non si è riusciti a cogliere, almeno non pienamente.

Unica nota negativa in un film tanto interessante è - solo in alcuni momenti specifici e soprattutto per quello che riguarda il personaggio del bambino che accompagna il nostro silenzioso protagonista - qualche ingenuità a livello di scrittura, che si traduce in una forzatura di alcuni dialoghi. Ma, tutto considerato, si tratta certo di un elemento poco importante.

VOTO: 8/10

martedì 23 luglio 2013

Solo Dio perdona



Solo Dio perdona di Nicholas Winding Refn - Genere: thriller - Francia, Danimarca, 2013

Direttamente dall'ultimo festival di Cannes, un thriller decisamente europeo seppure ambientato in estremo Oriente. E' asiatico lo sfondo narrativo della vicenda, ma il modo di riprenderla, la geometria dello sguardo disegnata dalla macchina da presa, con i suoi iati e le sue ambiguità, è decisamente europeo e si ricollega con forte decisione, per la presenza di alcuni stilemi linguistici, alla sua stagione più felice. Il film di Winding Refn è ricercatissimo da un punto di vista formale e senza dubbio si presenta come uno dei migliori titoli dell'anno (attendo ancora di riuscire a vedere La grande bellezza che, certamente non deluderà). 

La trama è molto semplice, elementare, quasi stereotipica e dai tratti spiccatamente freudeani. Gli scambi dialogici fra il protagonista Julian e sua madre formalizzano una gerarchia di poteri non conciliabile, che vede al vertice della gestione degli eventi proprio la Madre, che orchestra dietro le quinte la vendetta del suo primogenito. Sono dialoghi ricchissimi, per quanto tremendamente ellittici: dietro ogni frase si respira l'evidenza di un vuoto profondo, che rimanda a un passato che non può che rimanere inespresso, dietro lo sguardo nel contempo profondo e vacuo di Julian. 

Tutto il film ha un'aria fortemente onirica, con la macchina da presa che diventa uno strumento confusivo nel disegnare ambienti incoerenti abitati da presenze impossibili. Anche la gestione delle bellissime scenografie d'interno ce lo conferma: questi ambienti asfittici campiti con colori violenti sono ambienti mentali ancor prima che fisici, dove prende corpo il dramma dell'inadeguatezza, del senso di colpa e della paura. Questi brani tradiscono il mondo interiore del protagonista, lacerato fra il rifiuto di vendicare il fratello (colpevole di aver ucciso una ragazza) e l'impossibilità di sfuggire ai desideri della madre. 

C'è molta psicanalisi in tutto questo e anche nella decisione finale di Julian di uccidere la moglie del suo antagonista, come per punire trasversalmente l'unica altra figura femminile di tutto il film. Figura dalla quale però non è possibile staccarsi completamente e a cui lo stesso Julian sceglie di ritornare quando, lacerando le carni del suo cadavere senza vita, poggia la mano all'interno del suo grembo, recuperando almeno idealmente la condizione fetale di massima congiunzione con quella presenza così ingombrante eppure così fondamentale.

Nel complesso, senza stare a dilungarsi sui pregi di una composizione splendida dal punto di vista della messa in immagine e della fotografia, non si può negare che Solo Dio perdona sia un film assolutamente meritevole che, pur essendo formalmente un thriller, rifugge dallo stesso concetto di proprietà di genere per aprirsi a spazi di lirismo visivo certamente non sperati.
VOTO: 9/10 

mercoledì 12 giugno 2013

Canzoni del secondo piano



Canzoni del secondo piano di Roy Andersson - Genere: drammatico - Svezia, Norvegia, Danimarca, 2000

Vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes nel 2000, il film di Andersson, anteriore di sette anni rispetto al già recensito You the living, ne presenta già in nuce tutte le caratteristiche, anche se con alcune leggere variazioni che ne garantiscono l'indipendenza e la singolarità. Rimane comunque inalterata l'impostazione di fondo, tanto a livello linguistico quanto a livello dei contenuti. La diegesi è spezzata e, anche se risulta internamente più coerente rispetto a quanto avviene in You the living, le linee narrative sono praticamente inesistenti. Il regista sceglie di procedere per compartimenti ben definiti, cornici elementari entro cui si compie l'azione drammatica. Sono contenitori chiusi, anche se non ermeticamente: spesso accade che i personaggi si incontrino e si trovino a passare nei medesimi ambienti, anche se non c'è mai interazione fra di essi.

Arriviamo così al grande messaggio esistenziale che sottende tutta l'opera e che rimarrà inalterato anche nel bellissimo film del 2007. Non c'è possibilità di interazione fra gli individui che, per quanto tentino di instaurare dei dialoghi, alla fine risultano sempre irrimediabilmente soli; è una concezione negativa che investe anche la sfera linguistica, defraudata della possibilità di essere elemento cementificante all'interno del consorzio umano. Ogni uomo è un'isola, potremmo dire, anche se Canzoni del secondo piano appare forse leggermente meno pessimista rispetto a quanto non sia You the living in merito a questo aspetto. 

L'idea che anima la regia si traduce anche a livello grammaticale: anche qui la fotografia è ottima, ma disegna ambienti asfittici che opprimono l'individuo in una dimensione che dovrebbe formalmente appartenergli ma che in realtà mette in crisi lo stesso concetto di abitabilità. Lo spazio è autoreferenziale e non è pensato per ospitare gli individui che, anzi, risultano sempre più soffocati quanto più vi entrano. Questo porta anche alla scelta di un montaggio estremo, un grado zero potremmo dire, molto simile a quanto poteva capitare di vedere nel cinema delle origini (prima dell'istituzionalizzazione del montaggio narrativo, prima di Nascita di una nazione, per intenderci). E' un elemento che ritroviamo fortemente anche nella pellicola del 2007, ma in quel caso la sensazione era quantomeno smorzata dall'idea di montaggio tramite la luce; qui questo elemento appare invece solo accennato e a farla da padrone è una sorta di tableaux postmoderno. 

Canzoni del secondo piano è un lavoro profondo, meno ironico di You the living e profondamente pervaso di uno spirito che si rivela al contempo religioso ed eretico, per quanto paradossale questo possa sembrare. Memorabile è a tal proposito la scena della Prima Comunione (che ricorda molto il dipinto di Ensor, L'entrata di Cristo a Bruxelles) che si traduce nell'omicidio intenzionale di tutti i bambini: gioco mortale fine a sé stesso o recupero di un'ideale vicinanza al Cristo? Certo è che la sfera della religiosità gioca in questo lavoro un ruolo fondamentale ma costantemente ambivalente: anche la figura di Gesù, costantemente evocata nella materia e negli scambi dialogici, rimane vittima di questo gioco. 

Siamo di fronte a un film estremo che, al di là dei gusti, deve essere necessariamente visto e ricordato come il manifesto di un cinema antico e contemporaneo. E' antico nei modi, ma estremamente moderno nei contenuti, sagace e tagliente nel disegnare il degenerare della nostra società, che viene distaccatamente dipinta come un grigio insieme di stanze post-apocalittiche, dove i flussi che tanto stanno a cuore a tutto un certo modo di intendere l'esistenza e l'abitabilità, si ingorgano irrimediabilmente. Ognuno è bloccato nella sua posizione, in uno stallo che non può risolversi, perché muoversi significherebbe essere annientati (o considerati folli).
VOTO: 9/10

giovedì 31 maggio 2012

Le onde del destino - Recensione


Le onde del destino di Lars Von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, 1996

Film in un prologo, 8 capitoli e un epilogo. Bess ha deciso di sposare Jan, tecnico su una piattaforma petrolifera, nonostante il parere contrario degli anziani della comunità che non apprezzano l'ingresso di un 'estraneo'. Bess, che ha un dialogo interiore con Dio, ama Jan con tutta se stessa, corpo e anima. Un giorno lui rimane vittima di un incidente sul lavoro che lo immobilizza per sempre su un letto. Chiede allora a Bess di rifarsi una vita perché la comunità non le consentirà mai di divorziare: deve fare l'amore con un uomo e poi descrivere a Jan quanto accaduto. A lui sembrerà di rivivere sensazioni che non può più provare. Bess inizialmente oppone resistenza ma poi decide di cedere. Per amore.

Era il lontano 1996 e Von Trier non era ancora il regista anticonvenzionale e simbolista che tutti oggi conosciamo e (forse) apprezziamo. Eppure già in questo film, drammatica e vibrante storia dalla solida struttura narrativa (divisa appunto in capitoli, come sarà poi Dogville) si percepisce già il tocco di Von Trier, la sua cifra poetica e stilistica. E' una storia forte, drammatica, realistica ma al tempo stesso trascendente (simile forse a quella di Dancer in the dark per questo). La vicenda di Bess McNeil, elemento alieno in una società teocentrica e patriarcale di una dimenticata cittadina affacciata sul mare del Nord, si situa al di fuori di qualsiasi schema socialmente accettabile per il piccolo e ottuso assembramento umano in cui vive; diventa quindi figura dell'emarginazione, della difficoltà di relazionarsi (cfr. sempre Dogville) ma inizia già ad aprirsi sull'altro grande tema del cinema vontrieriano e cioè la critica agli istituti sociali, in particolar modo alla famiglia (cfr. Melancholia e Antichrist) e alla Chiesa.

E' un film quasi lynchiano questo che von Trier confeziona, un inno dedicato alla narrazione, con un repertorio tecnico che non esorbita dalla normale struttura di un film commerciale ma che ad ogni inquadratura presenta un elemento di tensione, una potente scossa sottocutanea che traccia un film parallelo, un itinerario di suggestioni e immagini che sgancia il film dalla mera narratività e lo eleva a vera e propria creatura artistica. 
La fotografia dai colori tenui traccia ambienti poveri e fatiscenti, modesti ed austeri. Eppure quest'austerità diventa presto stancante e appare fuori tono se messa a confronto con i folli movimenti sincopati di Bess, che pur perpetuando quegli stessi colori li mette in movimento con il suo incessante destreggiarsi fra gli ambienti e le situazioni. 
Il montaggio è lineare, si basa principalmente su figure piuttosto classiche e non cerca ossessivamente una scomposizione del piano narrativo o dell'immagine (cosa confermata anche dalla "rigida" divisone in capitoli, che non servono a estraniare lo spettatore ma a condurlo nella storia); fanno eccezione solo alcuni momenti in cui alla successione di raccordi si sostituisce una modalità di ripresa più concitata e indecisa, ma è un momento marginale; Von Trier si lega alla narrazione convenzionale e affida il suo messaggio alla forza delle pure immagini.

Immagini splendide da un punto di vista compositivo, che tracciano come abbiamo già ricordato un doppio movimento, come se l'universo diegetico si sdoppiasse e noi vivessimo la stessa storia da due punti di vista, quello di Bess e quello di tutto il resto del "mondo". Due prospettive diverse e apparentemente inconciliabili: da una parte il movimento ascensionale di Bess verso la santità e la salvezza di Jan, dall'altro il medesimo movimento, percepito da tutti gli altri come una caduta nel baratro. Le due pulsioni troveranno però la loro unione nel finale che, seppure un po' didascalico (le campane celesti ricordano vagamente il futuro avvicinarsi del pianeta Melancholia), garantisce allo spettatore una conciliazione con il film e una completa immedesimazione nel tessuto narrativo, nella storia di questa Maddalena contemporanea e così profondamente umana.

Nessuna sperimentazione estrema, nessuna provocazione spettatoriale, "solo" un film perfettamente riuscito, a metà fra il narrativo e il simbolico.

VOTO: 9/10

mercoledì 11 aprile 2012

Dancer in the dark - Recensione


Dancer in the dark di Lars von Trier - Genere: drammatico/musicale - Danimarca, 2000

Dancer in the Dark era una canzone cantata, e ballata, da Fred Astaire in Spettacolo di varietà. Ed è la metafora della vita di Selma, operaia arrivata in America dalla Cecoslovacchia, minata da una cecità progressiva che diventerà totale, e che fantastica, appunto, sui musical. Lavora in tutti i turni in fabbrica, si porta a casa altri lavori, non ha svaghi, non ha amori, non ha niente, tranne un figlio che ha la sua stessa malattia, ma che potrà essere operato. Selma risparmia il denaro per l'operazione centesimo dopo centesimo. Quando un poliziotto (Morse) che le sembrava amico le ruba i soldi, tutto precipita.

Mai un film di Lars von Trier è scontato e banale. Fare un musical non è facile, soprattutto se si cerca di realizzare un prodotto originale. I film musicali sono molto connotati dal punto di vista del genere e, salvo la storia, si assomigliano un po' tutti. Dancer in the dark, invece, è assolutamente eccentrico rispetto alla media, e ovviamente vi si posiziona trionfalmente sopra. 
Il film si muove su due registri complementari e perfettamente compenetrati, anche se assolutamente separati e riconoscibili: la realtà, la diegesi narrativa del dramma umano di Selma, e i momenti spettacolari, dove la protagonista da sfogo alla sua vena artistica, al suo sognare ad occhi aperti. 
Ma è un sogno, e niente di più.

Il montaggio segue la biforcazione della storia, con la macchina da presa che insegue tremolante la nostra Bjork ipovedente, salvo poi riprendersi e "classicizzarsi" nelle esibizioni musicali. Ancora una volta la realtà e l'illusione holliwodiana, quella del Fred Astaire da cui viene il titolo della pellicola, si dimostrano inconciliabili. 
Su tutti spicca, ovviamente, Bjork-Selma, vera e propria diva del film. Sarebbe meglio dire anti-diva, perché il suo personaggio intimamente altruista e gentile non ha niente delle classiche protagoniste dei musical. Ma proprio in questa sua semplicità, che von Trier indaga da vicino con la sua cinepresa, sta il suo profondo fascino, che si esprime in un'espressione svanita avvolta in una chioma scarmigliata.

Von Trier non delude mai e questa volta realizza un prodotto originale e splendido, che per molti aspetti della trama ricorda a fortiori il successivo "Dogville" ma anche, almeno secondo me, germi di quella critica alla società borghese e americana (società alla "Blue Velvet" per capirci) che sarà fatta esplodere nel recentissimo e splendido "Melancholia". 
VOTO: 10/10

domenica 15 gennaio 2012

Melancholia - Recensione




Melancholia di Lars Von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Francia 2011.

Justine arriva con il neomarito alla festa delle nozze che il cognato e la sorella Claire le hanno organizzato con un ritmato protocollo. Justine sorride molto ma dentro di sé prova un disagio profondo che la spingerà ad allontanarsi in più occasioni dai festeggiamenti provocando lo sconcerto di molti, marito compreso. Non si tratta però solo di un malessere esistenziale privato. Una grave minaccia incombe sulla Terra: il pianeta Melancholia si sta avvicinando e, benché il mondo scientifico inviti all'ottimismo, il rischio di collisione e di distruzione totale del globo terrestre è più che mai realistico. Tempo dopo, con Melancholia sempre più vicino, sarà Claire a invitare a casa sua la sorella.

Avevamo lasciato Von Trier dopo il discusso (almeno da me) film Antichrist, gigantesco e criptico labirinto mentale in cui uno spettatore medio non poteva che perdersi. Due anni dopo lo ritroviamo qui, dopo la querelle che lo ha visto protagonista al Festival di Cannes, di nuovo con la Gainsbourg a ricoprire un ruolo di primo piano. Sicuramente un film più fruibile anche per uno spettatore medio che, comunque, non dev'essere disattento (stiamo parlando di Von Trier... anche la linearità più semplice nasconde sfaccettature e interpretazioni impreviste).

In questo film ho trovato molto di quel Luis Bunuel di cui ho amato particolarmente due pellicole, tutte e due rivolte a pugnalare al cuore la classe dominante: la borghesia. Sia ne "L'angelo sterminatore" che ne "Il discreto fascino della borghesia", il regista padre del surrealismo dipinge con gelida freddezza, ma con non poco sarcasmo tutte le ipocrisie della sua società. Lars riprende il portato di queste grandi opere, che ho apprezzato molto per la coniugazione del gusto surrealista a tematiche di più stringente critica sociale, e le trasporta nel nostro mondo contemporaneo. Von Trier critica senza remore i portati fondanti della nostra realtà, a partire dal matrimonio che rappresenta ancora l'istituto fondante della famiglia, almeno in linea di principio.

Attraverso le crisi di Justine e il comportamento crudo ma realista di sua madre il regista dipinge la crisi della borghesia occidentale attraverso il crollo delle certezze. Mentre il pianeta Melancholia si avvicina inesorabile, il mondo cade lentamente a pezzi, senza bisogno di nessuna apocalisse da decine di milioni di dollari. Fino all'ultimo la crisi dipinta dal regista in questa sua ultima fatica è silenziosa e intima, ma non per questo meno destabilizzante. L'implosione dell'umanità avviene attraverso l'esplosione dei suoi difetti e delle sue ipocrisie. L'umanità sull'orlo della crisi di nervi (o del fallimento ontologico) è l'umanità del futuro, la visione che Von Trier probabilmente ha di noi.

E' un' umanità insicura e spaventata, incapace di muoversi e di compiere i più elementari passi all'interno del mondo senza rischiare di cadere, non in grado di impegnarsi in alcun tipo di legame senza sentirsi costretta (Justine). E' l'umanità della scienza che vive di assoluti e di certezze inoppugnabili, che giorno dopo giorno si vedono disintegrate dalle crisi multiple che ci stanno colpendo senza remore (il marito di Claire). E' l'umanità spaventata dal domani, che non è più in grado di vedere un futuro per sé stessa (Claire). L'elenco potrebbe continuare: Lars compone un quadro della crisi umana complesso e variegato, unendovi una brillantissima tecnica cinematografica.

A conclusione di questa recensione voglio consigliare a tutti la visione di questo film, che ho ritenuto splendido. Penso che al suo interno ci sia ancora molto da scoprire; probabilmente ci vorranno visioni plurime per riuscire a scavare nel portato complessivo di una pellicola che si vuole ampia e complessa. Voglio soltanto ricordare, alla fine di un resoconto che non si è speso molto sulla tecnica - comunque ottima - la splendida colonna sonora (in particolare il main theme) e le bellissime interpretazioni delle due protagoniste femminili Dunst e Gainsbourg (quest'ultima visibilmente arricchita dall'espserienza di Antichrist, pellicola che - mi sembra - dialoghi molto con quest'utlima).

VOTO: 9.50/10

mercoledì 11 gennaio 2012

Dogville - Recensione

Dogville di Lars Von Trier – Genere: drammatico – Danimarca/Francia/Norvegia/Svezia, 2003
Negli anni trenta, una donna braccata da malfattori ripara in un villaggio di campagna. Quando la popolazione locale viene a conoscenza di un avviso di ricerca contro la fuggitiva, il clima diventa teso…
Primo episodio della trilogia “USA-Terra delle opportunità” messa in cantiere da Lars Von Trier con questo titolo e non ancora terminata, a quasi dieci anni di distanza. Von Trier, regista eclettico e già apprezzato in questa sede per altri titoli (come Antichrist, 8.50/10) raggiunge uno dei più alti gradi di sperimentalismo che io abbia mai potuto vedere in un film. Va detto subito che, effettivamente, non sono un grande consumatore di cinema undergound-sperimentale ma, per un titolo ad ampia distribuzione, si tratta di uno dei risultati più interessanti e avanguardistici che abbia potuto vedere; tanto basterebbe per dire la qualità dell’Opera.
Opera con la “o” maiuscola perchè con una estrema semplicità concettuale, il regista riesce a mettere in piedi un credibilissimo (ma al tempo stesso microscopico) affresco umano, così veritiero e realistico da far male. Opera anche per la mole del film in sé, che supera le due ore anche nella versione cinematografica italiana, più breve dell’originale. Lunghezza mastodontica, si può dire, che però non ho trovato assolutamente stancante: la storia fluisce con interesse e l’evolversi della narrazione assume un ritmo perfettamente calibrato sul totale del tempo filmico, raggiungendo un perfetto equilibrio fra densità di eventi e lunghezza della pellicola.
L’impostazione scenografica è assolutamente originale e di grande impatto: la cittadina di Dogville è rappresentata come un grande allestimento teatrale, con case senza muri che ci lasciano la possibilità di vedere in potenza quello che succede contemporaneamente in tutte le parti della piccola cittadina. Il tutto è accompagnato da una voce narrante sempre presente, che accompagna lo spettatore/ascoltatore nello sfogliarsi progrssivo delle ipocrisie degli abitanti. Splendida la scelta per la voce italiana di Giorgio Albertazzi (Jhon Hurt nella versione originale), così come è molto buona la performance del cast in generale, su cui spicca particolarmente la figura di Nicole Kidman, assolutamente splendida nella sua debolezza e nella sua potenziale bontà; una bellezza non invasiva, minimalista se si vuole.
Dogville è ben realizzato, come si evince da quanto detto. Ma senza il senso che l’opera acquista, non sarebbe così bello. Dogville ci mostra in atto delle dinamiche di comunità che tutti i giorni possono essere viste nelle nostre case (magari non nella nostra, certo, ma non è così difficile immaginarselo…). Dinamiche della segregazione, dell’esclusione, dell’abuso e del sopruso. Il film ci fa immergere in un fiume culturale che non ci appartiene e in cui – come la Kidmann – rischiamo di annegare, trascinati dalla corrente. Come lei ne siamo dapprima attratti, ma poi sempre più disgustati fino allo splendido finale.
Un film che, oltre che per i meriti (tecnici e narrativi) enucleati in questa sede, ho apprezzato personalmente, perchè è stato la base da cui partire in occasione di un corso universitario di drammaturgia. Soltanto grazie a Dogville ho avuto l’idea giusta per creare un personaggio nella riproposizione “teatrale” che si andava a comporre della vicenda dell’anarchico bergamasco Simone Pianetti (la vicenda è riassunta qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Pianetti). Chi avrà l’interesse di informarsi un po’ su questa affascinante figura noterà che, in fin dei conti, le similitudini con la storia raccontata da Von Trier sono sostanziali. Ma questa, come si dice, è un’altra storia…
VOTO: 10/10
Il film in una frase: “C’è parecchio da fare qui a Dogville, considerando che nessuno ha bisogno di niente!”