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domenica 23 marzo 2014

Snowpiercer



Snowpiercer di Bong Joon-ho - Genere: fantascienza/azione - Corea del Sud, USA, Francia, 2013

Snowpiercer è senza dubbio uno dei film di punta della programmazione cinematografica delle ultime settimane. Film di fantascienza e azione denso di effetti speciali, esaltato dalla critica come uno dei migliori rappresentanti nel suo genere, è stato paragonato addirittura a Blade Runner e Matrix per l'impatto che si pensa potrebbe avere sulle successive produzioni sci-fi. Pur riconoscendo che il film del coreano Bon Joon-ho ha senza dubbio le carte in regola per diventare un capostipite piuttosto fortunato non mi sento di sposare un giudizio così entusiastico. Il film mi è piaciuto, senza dubbio ma non sono del tutto d'accordo coni  giudizi così' sperticati di molti critici. Andando con ordine voglio premettere innanzitutto che il film non è piaciuto proprio a tutti e credo che, un po' come era stato per lo Stoker di Park Chan-wook, gli estimatori puristi o quasi del cinema del Sol Levante potrebbero senza dubbio storcere almeno un po' il naso. Questo perché senza dubbio l'elevatissimo budget per Snowpiercer, che lo ha qualificato come il film coreano più costoso mai realizzato, ha permesso di giocare molto di più su toni americaneggianti anche a livello figurativo e di narrazione, tradendo almeno in parte quel cinema di sensazione e atmosfera che l'Oriente ci ha sempre saputo regalare. Ciònondimeno credo che una serena presa di coscienza della natura di questo prodotto dovrebbe essere sufficiente a evitare che la sua bocciatura diventi uno sterile tentativo isolazionista.

Bong Joon-ho, regista famoso soprattutto per il suo The Host (2006), da non confondere con l'omonimo e più recente film ispirato dagli scritti dell'autrice di Twilight, mette in scena un mondo distopico dove l'azione dell'uomo diventa (come spesso accade) il motore di un inarrestabile meccanismo distruttivo. Nel 2031 i pochi sopravvissuti viaggiano su un treno, sorta di Arca dell'Alleanza, per tentare di preservare la propria specie. Il tentativo del giovane Curtis (Chris Evans, alias la Torcia Umana e Capitan America...!) sarà dunque quello di cambiare le cose, arrivando in testa al treno. Già il nome di Evans dovrebbe dare l'idea del cast stellare o quasi coinvolto nel film: al di là del Vendicatore, che interpreta un personaggio smaccatamente americano, quasi stalloniano e dunque incredibilmente fastidioso, segnaliamo almeno la buona prova di John Hurt, forse non sfruttato abbastanza e la fascinosa interpretazione di Tilda Swinton, vero e proprio fiore all'occhiello del film. Una serie di nomi importanti dunque, che impreziosisce il buon lavoro alla regia fatto dal coreano Joon-ho, coadiuvato proprio da quel Park Chan-wook che abbiamo già citato in precedenza.

Lo stile di Park si fa sentire chiaramente nella scelta dei colori e dello stile di regia. Il cromatismo grigio e pesante è senza dubbio il dato visivo più efficace dell'intero film, sopratutto considerando che esso viene progressivamente a trovarsi in compresenza con tinte diverse a mano a mano che si procede nella scalata al treno. Per il resto, per quanto Snowpiercer sia senza dubbio ben realizzato dal punto di vista tecnico, ci si sarebbe forse potuti aspettare qualcosa di più a livello di sperimentazione, ma è probabile che l'alto budget abbia portato anche ad alcune ingerenze da parte della produzione. Il risultato è dunque un oggetto decisamente concorrenziale e interessante, per quanto forse un po' troppo visivamente legato a stilemi americaneggianti. Anche la costruzione della trama e il ritmo della vicenda, che si dipana su poco più di due ore di durata, reggono abbastanza bene la prova, seppure con alcuni tempi morti che una limatura più attenta avrebbe senza dubbio potuto evitare. 

Per tutti questi motivi Snowpiercer è senza dubbio un film piacevole che vale la pena di guardare anche per la sua capacità di sposare, seppure non sempre in maniera efficace, due diverse modalità di utilizzo dell'immagine filmica. Dal mio punto di vista mi pare che il film di Bong Joon-ho non possa essere paragonato a quello di Scott o dei Wachowski, non essendo riuscito a dire in maniera pienamente convincente qualcosa di nuovo sul genere che indaga. E' pur vero che, fra i molti cloni che ci aspettano nel futuro, qualcosa di interessante potrebbe venir fuori, in mani esperte e forse (paradossalmente?) non americane.

VOTO: 7/10 

sabato 15 marzo 2014

Amen



Amen di Kim Ki-duk - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2011

Ho sempre ritenuto Kim Ki-duk uno dei registi più interessanti dell'attuale panorama cinematografico e chi segue questo blog lo sa fin troppo bene. Pure, temo che la mia stima per questo cineasta mi abbia condotto a valutare in maniera troppo ottimistica Pietà, film che gli valse il Leone d'Oro nel 2012, cui ha fatto seguito il mezzo insuccesso di Moebius. Penso che dovrei riconsiderare il giudizio dato a quel film, come a molti altri su queste pagine, ma non è la sede giusta per pensarci. Amen è un film minimale ed esteticamente molto difficile, che richiede un grandissimo sforzo allo spettatore. Gioverà ricordare che viene subito dopo Arirang, ultimo lavoro veramente valido di Kim secondo me, che entro una cornice nudamente documentaria mette in scena il disagio e la crisi creativa dell'autore. Se come credo ho bene interpretato Arirang, alla sua conclusione Kim si era dato due strade: smettere per sempre di fare film oppure tentare un nuovo inizio, ricominciare dal grado zero. E la risposta è proprio questo Amen.

Girato con uno stile impreciso, tremolante e spesso amatoriale, tutto il film è stato realizzato con una "troupe" di sole due persone: lo stesso Kim, che interpreta l'uomo misterioso che porta una maschera antigas e l'attrice Kim Ye-Na, vera e propria protagonista del film. Attraverso una struttura che richiama alla mente almeno un po' il Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, Kim mette in scena una non-storia fatta di casualità, di ricerca, di mancati incontri, di elementi insoluti. E' evidente che Amen apre a un'ampia gamma di speculazioni che vanno dal filosofico al matecinematografico e per me è questo secondo aspetto il più interessante. Senza dubbio l'anonima ragazza abbandonata all'aeroporto di Parigi, che poi comincerà un viaggio in Francia (con una capatina perfino a Venezia!) è uno dei molti alter-ego di Kim, come ne ritroviamo diversi nella sua cinematografia (così ho interpretato, ad esempio, anche il Tae-Suk di Ferro 3). Interessante, se tutto questo è vero, che questa volta il portavoce delle istanze registiche nel film sia una donna, non a caso incinta. 

La ragazza, che si reinventa per sopravvivere diventando una sorta di artista di strada, ci parla degli esordi di Kim, di quel mondo oscuro che è la sua vita prima dell'esordio alla regia. Non sarà allora un caso che l'ultimo gesto che la Nostra compie prima della conclusione del film sia quello di guardare in camera, "inquadrandoci" con le mani: è una chiara dichiarazione di intenti, il desiderio di tornare al cinema poi confermato tanto da Pietà quanto da Moebius. Il senso di questo Amen allora è davvero quello di un ritorno, di una ricerca ossessiva dell'arké cinematografica di Kim e lo stile ce lo conferma: niente di più diverso dalle eleganti inquadrature dei suoi capolavori, da quella capacità quasi pittorica di racconto che portava il campo sonoro quasi fuori dal film, creando spazi sospesi e di eterna suggestione. 

Quello che il regista sempre chiederci è allora uno sforzo, il tentativo difficile e complesso di dargli ancora fiducia, di entrare nel suo mondo e in questo suo nuovo inizio. E' appunto una sfida difficile, che personalmente non mi sembra vincente. Come Moebius, forse anche come Pietà (che a questo punto potrei non aver capito e letto nella maniera giusta), questo Amen è un film riuscito a metà, che si spinge probabilmente troppo oltre sul sentiero della semplificazione, senza garantire quell'empatia quasi commossa che ancora si poteva offrire in Arirang.

VOTO: 5/10 

domenica 16 febbraio 2014

Lady Vendetta



Lady Vendetta di Park Chan-Wook - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2005

Leoncino d'oro a Venezia 62 e conclusione della Trilogia della Vendetta, di cui ho già recensito recentemente Oldboy, Lady Vendetta è l'estremo sviluppo delle tematiche del lavoro precedente, presentate però da un'ottica fondamentalmente diversa. Dopo aver raccontato nel film del 2003 un sovraccarico di odio, di livore distruttivo che rischiava di tramutarsi in sostanza autodistruttiva (il finale di Oldboy da questo punto di vista è estremamente significativo e colpisce proprio per la sua crudeltà nei confronti del protagonista e delle attese dello spettatore), Lady Vendetta racconta il desiderio di vendetta di una immateriale creatura femminile, che - come apprenderemo per la verità piuttosto presto - si è immolata per il bene della propria figlia e ora, spinta da un atavico desiderio di redenzione, ricerca il mezzo per espiare le proprie colpe. Soprattutto nella prima parte del film, per introdurre la vicenda, Park Chan-Wook utilizza gli stilemi registici già presentati nella sua fatica precedente, scompaginando la sequenzialità narrativa in un gioco di specchi che si richiamano a vicenda, entro una struttura a mosaico policroma e quantomai aperta. In un continuo andirivieni temporale lo spettatore ricostruisce in gran parte grazie a uno sforzo mentale la vicenda pregressa agli eventi raccontati nel film, per poi seguire in tutta la seconda parte di questo lavoro di circa 120 minuti, la ricerca del colpevole e il consumarsi della vendetta.

Personalmente avrei preferito che lo stile del film fosse più uniforme, anche considerato che il risultato era comunque molto piacevole. Nonostante questo, anche quando il dettato registico si fa più lineare e meno aperto Park Chan-Wook si mantiene su livelli di ricerca elevatissimi e riesce a coniugare senza difficoltà la presenza di una narrazione forte con un lavoro sull'immagine di grande impatto. La scelta dell'inquadratura è funzionale, soprattutto nei momenti più concitati, a veicolare un contenuto che integra o ripete metonimicamente quello dell'intreccio drammaturgico, facilitando al contempo la digestione della vicenda che, soprattutto nella sezione incipitaria potrebbe altrimenti risultare difficoltosa. Come sempre l'aspetto che si fa più apprezzare del film è senza dubbio quello "filosofico", anche se questo termine non mi piace particolarmente. La vendetta come mezzo di espiazione che la protagonista incarna getta una nuova luce sui concetti eticamente condivisi (è giusto punire un omicida al di fuori della giustizia istituita?), una luce che è quella che promana proprio dal viso della Lady, attraverso un espediente dal sapore quasi surrealista (ne avevamo visti parecchi anche in Oldboy). Il risultato è che alla morale dell'uomo sembra sostituirsi quella "dell'angelo (della morte)", per la quale anche agire in deroga all'ordine costituito è legittimo, se il risultato è la purezza. 

Non è allora un caso se il colore principe delle sequenze terminali del film è il bianco, quello della neve che cade, coprendo le cose pur evidenziandole e quello del tofu, moderno "pane del perdono" che la protagonista sbrana voracemente, quasi a contraltare del "rito di smembramento" che si era consumato poco prima. Il bianco diventa il colore della cancellazione, del nuovo inizio, della firma conclusiva ma non annullante posta a suggello di un film che - ancora una volta - marchia col sangue la sua immagine nella mente dello spettatore, che finisce con l'essere morbosamente attratto dal suo fascino avvolgente e, perché no, un po' malato.

VOTO: 8/10

giovedì 30 gennaio 2014

Oldboy (2003)



Oldboy di Park Chan-Wook - Genere: thriller - Corea del Sud, 2003

Credo che Oldboy sia uno dei film su cui - fino ad oggi - avevo letto di più, ma che non ero ancora riuscito a vedere. Soprattutto dopo l'uscita del recentissimo remake, si sono moltiplicate un po'ovunque nella rete le impressioni sempre più o meno negative nei confronti del lavoro di riscrittura operato sul film di Park Chan-Wook. Così, finalmente, mi sono deciso ad affrontare quest'opera tanto fortunata da essere stata premiata a Cannes 2004. Ebbene, devo dire che non solo non mi sono pentito della mia decisione, ma non posso non ammettere che senza dubbio Oldboy merita tutti gli onori che gli vengono tributati. A mio avviso potrebbe benissimo essere collocato nella lista dei film più importanti degli "anni zero", insieme a capolavori assoluti come Elephant o Irreversible. Il consiglio più spassionato che si possa dare davanti a film come questi, la cui complessità è difficilmente sintetizzabile in una recensione, è quello di guardarli essendo preparati a una filmicità diversa, più violenta e invasiva, a una serie di immagini forti che oltre a colpire l'occhio rimangono ben piantate nella memoria. 

Se un film è un sistema che si fonda e si realizza sulla connessione efficace di diversi elementi, Oldboy centra in pieno l'obiettivo. In esso si fondono perfettamente una vicenda diegetica coinvolgente, sceneggiata con attenzione e una ricerca formale che si spinge ai massimi livelli, proponendo il film come una vera e propria fenomenologia degli stilemi cinematografici, utilizzati sempre con capacità e coscienza dalla mano esperta del regista (a questo punto il livello raggiunto nel recente Stoker è surclassato senza riserve e non posso che dare ragione a tutti quelli che vedevano in quel film una "americanata" di basso profilo). La genialità del film sta già - lo si diceva poc'anzi - nella trama: raramente mi è capitato di vedere in un film, per quanto narrativo fosse, una simile capacità di strutturazione drammaturgica. Si potrebbe persino individuare una connessione con i topoi classici della tragedia greca che, riaggiornati senza difficoltà in uno scenario contemporaneo, mantengono pressoché inalterata la drammaticità esistenziale che ancora possiamo leggere in Sofocle o negli altri grandi maestri di quella fortunata stagione teatrale. 

Un sottotitolo del film che spesso viene presentato in italiano è "Un vecchio ragazzo vendicativo". A parte la scorrettezza di fondo di una traduzione del genere, continuare a veicolare questo concetto significa aver capito poco o nulla dell'opera, che parla molto meno della vendetta in quanto concetto e molto di più di una tragedia sottocutanea e inconsapevole che, proprio come spesso succede, si consuma nel momento in cui si pensa di essere fuori pericolo. Oldboy è un film che parla alla parte più profonda del nostro Io, risvegliando elementi innati della nostra natura, che quasi inconsapevolmente sembrano emergere mentre la ricerca del protagonista arriva al suo drammatico compimento. Tutto questo è narrato in maniera cruda, diretta ma non per questo cementificata: soprattutto nella prima parte del film sono presenti dei micro-elementi di ironia che contribuiscono a darci l'idea di una (auto)consapevolezza registica e cinematografica assolutamente fuori dal comune.

Stilisticamente la capacità di Park Chan-Wook si esprime nella sua straordinaria abilità nel scegliere sempre il tipo di inquadratura adatta alla situazione: magistrale l'utilizzo di atmosfere che sembrano attinte dall'universo lynchano in tutta la prima parte del film, quella che ci mostra la prigionia. La macchina da presa si fa scrutatore ossessivo dello scorrere del tempo, come ad anticipare il carattere ossessivo che la visione avrà in tutto il seguito del film. Notevole anche il tema principale, che sembra avere la capacità di trasfigurare i propri toni per adeguarsi alla contingenza narrativa; eppure è sempre lo stesso. Quentin Tarantino si è lasciato scappare che Oldboy è il film che avrebbe voluto fare; non ne vedo i motivi, essendo questo prodotto ben lontano dagli eccessi pop a cui ci ha abituato il regista americano. In ogni caso, almeno dal mio punto di vista, un capolavoro assoluto: da gustarsi per tutte le sue due ore, a patto che si sia pronti a vedere qualcosa di veramente violento, nel senso meno scontato del termine.

VOTO: 10/10 

martedì 24 settembre 2013

Moebius



Moebius di Kim Ki-duk - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2013

Reduce dall'ingombrante successo meritorio di un Leone d'Oro nel 2012, Kim Ki-duk si è ripresentato quest'anno a Venezia con il controverso film fuori concorso Moebius. Dopo il drammatico minimalismo di Arirang, altro titolo contestatissimo e non da tutti apprezzato, e la violenza visiva di Pietà, il talentuoso regista coreano ritorna ad indagare il tema delle relazioni familiari (lo aveva fatto con il suo ultimo lavoro e con diversi dei precedenti, fra cui certamente svetta per fattura e fortuna Ferro 3: La casa vuota), con una capacità di penetrazione visiva certamente fuori dal comune. Anche in questo caso la semplicità della trama è la conditio sine qua non per un lavoro sull'immagine che si esprime in questo caso soprattutto con una cura maniacale per la scelta dell'inquadratura, strategia che - come avremo modo di dire - non da' sempre i propri frutti. La vicenda è mossa da un episodio di evirazione familiare, episodio topico da Catullo in poi (si ricorderà che l'Evirazione di Attis è uno dei più celebri carmina docta del poeta latino), utilizzabile soprattutto - e questa è la direzione che sembra prendere Kim - per rileggere in chiave conciliante o conflittuale la dinamica del complesso edipico in psicanalisi. 

La scelta di azzerare completamente la sfera dialogica (opzione già sperimentata in L'Arco, primo film a raggiungere il massimo dei voti in una recensione su questo blog, precedentemente ospitato da wordpress) non appesantisce eccessivamente l'incedere della vicenda e fa in modo che lo spettatore sia chiamato a ricostruire la dinamica degli eventi e la strutturazione psicologica dei personaggi soltanto attraverso il divenire della loro gestualità. Si tratta di una decisione fortemente sperimentale che però non sempre sembra sortire l'effetto sperato: in particolare non ho trovato felice il continuo rendere conto delle ricerche che il padre del protagonista compie su internet per informarsi circa le possibilità di cura per il figlio. La cosa poteva funzionare la prima volta, ma il fatto che il regista ci mostri di continuo sequenze del genere lascia legittimamente sospettare che proprio a questi passaggi egli affidi la possibilità di decodifica del pubblico: il silenzio dei personaggi poteva invece essere usato in maniera più intelligente e una diegesi più ellittica avrebbe favorito una visione ancora più consapevole.

Altro punto abbastanza dolente riguarda proprio lo sviluppo delle relazioni fra i tre protagonisti (tutti gli altri sono accessori; la rosa potrebbe essere estesa a quattro se si includesse anche l'amante del padre di famiglia, ma la nostra scelta si può facilmente giustificare facendo notare che essa è interpretata dalla stessa attrice che impersona la moglie). Soprattutto nell'incipit e nella parte finale emergono alcune incongruenze comportamentali, che rendono la vicenda meno realistica del dovuto: questo di per sé non è un male, ma visto che Kim ha optato per un'orchestrazione fortemente legata alla sfera fenomenica, queste fratture finiscono con l'avere un effetto sbalestrante e, in ultima analisi, ingiustificato. Un' ultima annotazione deve essere fatta in merito a ciò che il regista sceglie di mostrare: come abbiamo già detto tutto l'universo narrativo è mosso da un Sacro Graal (il riferimento non è casuale) che si concretizza nell'organo sessuale maschile. Un'impostazione di questo genere richiede e sembra promettere la visione di immagini disturbanti presentate senza alcun tipo di censura, in pieno accordo con quell'aria sporca e materica che il regista aveva proposto già in Pietà. Così non è però e in tutte le sequenze potenzialmente shockanti viene scelto un punto di ripresa che, in un modo abbastanza infantile e tipico più della retorica televisiva che di quella cinematografica d'autore, maschera continuamente l'oggetto in questione. 

Ho sempre trovato abbastanza fastidiosa la mania autocensoria di molti registi e di certo non mi aspettavo di vederla messa in atto da un autore asiatico e provocatore come Kim Ki-duk; se Bernardo Bertolucci ha mostrato senza difficoltà le nefandezze sessuali dei tre protagonisti del bel The dreamers, perché Moebius sceglie di chiudere gli occhi al suo pubblico? La sensazione che si ricava da questa scelta, più o meno consapevole che sia, è quella di una forte indecisione stilistica, che indebolisce di molto le possibilità estetiche della pellicola. Nel complesso il film è comunque abbastanza interessante, ma l'ho trovato decisamente al di sotto delle capacità del suo autore e, quel che è peggio, ben lontano dalla vena sperimentale e provocatoria che aveva animato i suoi titoli precedenti. 

VOTO: 5/10

giovedì 20 giugno 2013

Arirang



Arirang di Kim Ki-duk - Genere: drammatico/documentario - Corea del Sud, 2011

Se Pietà, splendido lavoro di Kim Ki-duk praticamente appena recensito, ha segnato il ritorno sulle scene del celebre regista coreano con la (meritatissima) premiazione al Festival di Venezia, Arirang è la testimonianza di un tempo precedente, dal sapore quasi atavico e antidiluviano, di una crisi che prelude a una resurrezione (sarà un caso che il film successivo, che collega i due, sia Amen?). Sotto shock dopo l'incidente occorso durante le riprese di Dream, il cineasta si è ritirato per tre anni in un eremo di montagna, in un isolamento assoluto che sa di ascesi monastica e che i fotogrammi terrei e imprecisi di questo lavoro testimoniano egregiamente.

Al di là di tutto, delle motivazioni personali che hanno spinto il regista a dedicarsi a questo genere di cinema (aspetto sicuramente meritorio ma che non ho gli strumenti per approfondire), Arirang è un grido che risale violentemente e che urla alla base della nostra percezione, chiedendoci di riflettere sulla vera essenza del cinema. Insomma, oltre a tutte le interpretazioni che potrebbe potenzialmente ricevere, il film di Kim Ki-duk è la perfetta dimostrazione del fatto che per fare cinema, vero cinema, non ci sia bisogno di nient'altro che di una videocamera e di qualcosa da filmare; questo non vuol suggerire certo che un qualsiasi materiale filmato sia un film, ma sarebbe bene riflettere che si può dire e fare moltissimo anche col niente quasi assoluto. 

L'aspetto commovente di questa narrazione così fortemente irregolare, spezzata, paradossalmente antinarrativa è la profonda umanità che rilascia ad ogni immagine, come se il regista fosse riuscito a intridere la pellicola della sua sensibilità incredibilmente umana. E' singolare poi rendersi conto che l'affezione che si può provare per un film come Arirang non deriva essenzialmente da una sterile empatia con una storia lacrimosa, ma con la presa d'atto dello sterminato amore di Kim per il cinema e della sua insopprimibile necessità di produrre per esistere, come che lui fosse nato per la macchina da presa.

Sicuramente un film complicato, non per tutti, che grazie a una ottima fotografia riesce a penetrare nella sostanza più pura e personale della settima arte. Non è un film pensato per il grande pubblico, il ritmo narrativo ce lo conferma, ma fatto essenzialmente per un regista che ne aveva l'estrema necessità. Il cinema è una cosa seria; c'è anche chi lo intende come una questione di vita o di morte.
VOTO: 9/10

sabato 15 giugno 2013

Pietà



Pietà di Kim Ki-duk - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2012

Che Kim Ki-duk sia uno dei registi più interessanti di questi ultimi anni, almeno a mio avviso, è un dato di fatto. Pur non avendo avuto modo di vedere ancora tutta la sua filmografia ho già avuto modo di parlare spesso dei suoi lavori e non mi sono mai trovato meno che estasiato dopo aver guardato uno dei suoi film. Pietà non fa eccezione e il Leone d'Oro alla Mostra del cinema di Venezia è meritatissimo. E' un film grandioso, profondamente contemporaneo ma al tempo stesso intriso di sensazioni e movimenti che hanno tutta la valenza di un sapere arcaico. 

Conformità di fondo con il lirismo compositivo che lo ha sempre contraddistinto, ma che questa volta si sposa perfettamente con un'idea completamente diversa della vita e delle cose. Si abbandona il leggiadro incedere delle forme che aveva caratterizzato Ferro 3 o Soffio e si va ad indagare un mondo che si presenta sporco, putrido, brulicante di individui che faticano ad esistere e che - nonostante questo - sono dotati di un'umanità profonda e incontestabile. E' come se la pellicola prendesse corpo da sé, come se il regista non avesse avuto bisogno di orchestrarla nei minimi particolari: c'è qualcosa di profondamente reale in queste immagini che descrivono l'Inferno sulla Terra. E' un realismo che però è ben lontano dall'essere epistemologicamente attendibile e ciò che ne risulta, alla fine, è un senso di imminenza escatologica pericoloso e distruttivo.

Siamo di fronte a un lavoro deciso, estremo. Un film che fin dal primo minuto mette in scena uno sguardo visionario e profondamente metafisico, dotato di una capacità che ho già avuto modo di definire figurale. E' come se dietro ogni sguardo - ripreso con una sapienza che pare un melange fra Impressionismo ed Espressionismo - ci fosse non un sentimento ma un'Idea, la prefigurazione di un Assoluto che è pronto a manifestarsi eppure così sfuggente e momentaneo. Il messaggio (sebbene questo concetto sia da ridiscutersi in un'ottica più generale) è quello di un mondo alla deriva, imputridito dall'arrivismo e dalla vorace fagocitosi di denaro, di un denaro che annulla anche i sentimenti umani più elementari e che lascia posto solamente a un nichilistico desiderio di autodistruzione.

La religione del mondo moderno è qui, in questi fotogrammi. Commovente a dir poco.
VOTO: 10/10

martedì 11 settembre 2012

Soffio - Recensione



Soffio di Kim Ki-duk - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2007

Una giovane madre in crisi coniugale (il marito la tradisce) si innamora di un detenuto condannato a morte che ha tentato di suicidarsi. Riesce a incontrarlo nel parlatorio sconvolgendo i suoi sentimenti e suscitando reazioni nei suoi compagni di cella uno dei ne quali ne è geloso. Il marito scopre quanto sta accadendo e cerca di recuperare il rapporto.

Di Kim Ki-duk abbiamo già tessuto le lodi più volte in questo blog, per le magistrali prove fornite con Ferro 3 e L'arco. A conferma ulteriore del talento (peraltro indiscusso) del sud-coreano, il Leone d'Oro a Venezia per Pietà. Anche nei miei interventi sulle colonne di Cinemonitor (www.cinemonitor.it) ho avuto più volte occasione di incontrare, anche tangenzialmente, la figura di questo eccelso cineasta orientale, forse troppo sottovalutato in Occidente. L'opera che analizziamo oggi è Soffio, lavoro che si ricollega evidentemente al fascino silenzioso di Ferro 3, senza esserne però pedissequa (e inutile) riproposizione. 

Come negli altri lavori di Kim, anche in questo caso l'impianto narrativo è semplice, asciutto, ben definito e presenta un rigore costruttivo quasi geometrico. Il modello è senza dubbio Ferro 3, ma qui i contorni del conflitto di coppia alto-borghese si smussano, perdono le spigolosità e si sviluppano in una chiave narrativa più patetica che tragica. Mentre ne La casa vuota il marito era fuor di dubbio un essere detestabile, qui il padre di famiglia diventa personaggio, si stacca dalla piattezza del tipo oppositivo che incarnava all'inizio e diventa una figura a tutto tondo, dialettica ed interessante. Anche la moglie (Yeon) ricorda vagamente quella di Ferro 3, ha la stessa tristezza negli occhi, che sono pieni di amarezza e insoddisfazione. L'insistenza del regista sugli occhi ancora una volta ci ricorda che ogni uomo è un piccolo universo, cosa che già sosteneva in un suo famoso aforisma Michel de Montaigne. In aggiunta, anche qui, troviamo un elemento nuovo: il canto. Nei momenti in cui la nostra giovane protagonista si esibisce in (sgraziate) prove canore, si interrompe il flusso narrativo e questa giovane donna orientale ricorda vagamente la tristezza quasi epica della Selma di Dancer in the dark, altro splendido film di Lars von Trier. Rimane un po' in sordina la figura della figlia, ma non ce ne dispiace. Dopotutto questa scelta evita il rischio di scadere nel solito dramma familiare visto e rivisto, dove i figli vengono usati come ago della bilancia di un sistema micro-sociale in decomposizione. 

Anche in questo film, come si è già accennato, predomina il silenzio, soprattutto "veicolato" dal terzo personaggio principale, ovvero il condannato a morte. A causa del suo tentativo di suicido (che apre il film) è impossibilitato a parlare, riesce ad emettere soltanto dei piccoli gemiti o, ancor meglio, dei "soffi". Interessante anche la figura del compagno di cella, silenzioso anche lui, ma dotato di una intensità drammatica veramente eccezionale. Silenziosamente innamorato (?) di Jin Jang, rimane a subire le angherie del compagno di cella, che non apprezza le sue attenzioni. Soltanto verso la fine della pellicola, Jin Jang si concederà a un abbraccio quasi materno, che chiude circolarmente la vicenda dei due "amici" (la prima frase del compagno di cella indicava che "voleva la mamma"). 

Tecnicamente i livelli di realizzazione sono altissimi, soprattutto per quello che riguarda inquadrature, montaggio e fotografia. Le immagini sono, come sempre in Kim, bellissime da vedere ed evidenziano una spiccata propensione al pittoricismo e alla plasticità delle forme. In particolare alcune pose sono talmente ben realizzate da poter benissimo valere come fotografie (pur non volendo mettere in secondo piano l'unitarietà di un prodotto così elegantemente confezionato). 
Per quello che riguarda, più in particolare, la composizione dell'immagine si nota una netta prevalenza per una costruzione a più piani in profondità, interrotti da linee verticali di tensione. Volendo scegliere ancora più nel dettaglio, il ricorrere con così ossessiva frequenza a questa figura ci deve suggerisce che essa deve avere un particolare valore simbolico. In effetti si evidenzia, soprattutto nei dialoghi della prigione, questo elemento compositivo, con lo spettatore che vede "dal di fuori" (magari attraverso una finestra con sbarre) una determinata scena. Come a dire che noi possiamo guardare, ma non possiamo intervenire. Un monito alla passività obbligatoria di uno spettatore che non è chiamato in questo caso ad immedesimarsi empaticamente, ma a contemplare in maniera quasi ascetica la storia. 

Il termine potrà sembrare eccessivo, ma se si tiene in considerazione che tutto il lavoro filmico è sottilmente tramato di un sentimento mortifero a tratti piuttosto evidente, risulterà piuttosto lampante che il soffio a cui si allude nel titolo è quello vitale, che si trasferisce da un soggetto all'altro, veramente come un fluido che è in grado di governare le sorti degli individui. In particolare nelle scene dove Yeon e Jin Jang si baciano il loro soffio aumenta esponenzialmente di intensità, come se in quel momento stesse avvenendo uno scambio dialettico di elementi vivificanti. Il tutto ha il suo naturale coronamento sul finale, con la scena di sesso fra i due. Scena bellissima ed emblematica perché stabilisce e riafferma in un modo molto elegante il tipico topos artistico di "Amore e Morte".

Una morte che è anche rinascita, in una concezione perfettamente ciclica e orientale del tempo e della vita. E non è ovviamente un caso che la pellicola si concluda con una battaglia a palle di neve fra madre, padre e figlia, finalmente riuniti in un perfetto equilibrio (altra figura tipica del cinema di Kim) dopo un cammino di discesa nell'abisso ed espiazione. Espiazione che per Yeon passa attraverso il peggiore dei peccati proposti il tradimento fisico del marito, che segna al medesimo tempo il punto più basso della deriva familiare e l'imminente rinascita. 
Una costruzione che è quindi complessa, fortemente interrogativa e dialettica, che tocca le corde della nostra cultura e a volte ci risulta particolarmente dissonante e incomprensibile, proprio come la vita reale. E proprio come la vita reale questo film condensa in sé i sentimenti, le speranze, le delusioni, le schizofrenie e molto altro ancora dei suoi personaggi.

VOTO: 9/10

giovedì 10 maggio 2012

Ferro 3: la casa vuota - Recensione


Ferro 3: La casa vuota di Kim Ki-duk - Genere: drammatico - Corea del Sud, 2004

Tae-Suk è un giovane che trascorre le sue giornate entrando nelle case lasciate vuote occasionalmente dai proprietari. Dorme sul divano, si fa la doccia, lava i panni, aggiusta gli oggetti che non funzionano, gioca a golf e si scatta fotografie da solo con la sua camera digitale. Tutto con una leggerezza quasi ultraterrena. Un giorno, entrando in una casa, si accorge c'è una ragazza, Sun-hwa, che ha dei segni di maltrattamenti sul viso. Sono i continui litigi con il marito. Tae-suk, la prende con sé, per vagare insieme nelle case degli altri, e condividere questo strano modo di vivere che trasforma, lentamente, la loro amicizia in amore.

A detta di molti uno dei film più belli degli ultimi dieci anni, Ferro 3 porta la firma di Kim Ki-duk, regista coreano già apprezzato in questa sede per lo splendido L'arco. In questo film, apparentemente molto lontano dall'altro titolo già analizzato molto positivamente, abbiamo senza dubbio la stessa aria di sospensione, quasi mistica che pervade completamente gli spazi e i personaggi. E' un cinema interessante, molto poco americano, un cinema di poesia che si basa sull'evocazione più che sulla narrazione.
La trama è piuttosto semplice, ma sorprendentemente rivoluzionaria, sia per la materia che per il modo linguistico di tratteggiarla. Il nucleo di base del racconto non sembra eccedere dal tradizionale dramma borghese (la moglie picchiata dal marito violento), ma su questa base il regista installa una serie di eccedenze, di  dati ulteriori che trascendono la semplicità di una visione che si sarebbe presto potuta rivelare convenzionale. 

Anzitutto, e questo è un dato sia linguistico che narratologico, i protagonisti non parlano per tutta la durata del film (neanche troppo lungo, un'ora e mezza circa) e questo è quantomai strano per uno spettatore che è abituato al cinema occidentale in generale. Sorprendentemente, almeno per me, il tutto risulta perfettamente calibrato e anche se il protagonista maschile non parla mai e la protagonista femminile spiccica solo qualche parola alla fine del film (un finale, fra l'altro, che vale da solo tutto il resto!), la pellicola non annoia mai, anzi. 
Questa novità, questa eccedenza straniante rispetto ai canoni tradizionali, unita al vagabondare quasi onirico dei due personaggi in case vuote, che non abitano in quanto spazi non connotati dalla loro presenza, contribuisce a trasformare una storia in un dramma, un melodramma nella fattispecie. 

E' un melodramma ben riuscito, che non si risolve in farsa sentimentale ma evoca sensazioni che non vengono mai completamente espresse dalla narrazione: è richiesta un'intensa attenzione da parte dello spettatore per riconfigurare in chiave significante le informazioni, che gli vengono soltanto suggerite e mai affidate in modo completo. Siamo nelle mani di una voce narrante ambigua, che non si capisce se è sospesa in una onniscenza che ci è negata oppure davvero non sa quello che accade davanti ai suoi occhi. E così molti elementi del film rimangono incogniti, o meglio vengono affidati allo spettatore. Non ci viene spiegato quasi nulla, il narratore non comunica con noi, così come i personaggi e alla fine rimaniamo con un pugno di mosche, un nugolo di dubbi che però siamo felici di non aver risolto, come a dire che nella nostra conoscenza non dev'essere per forza sempre tutto spiegato e che i silenzi sono altrettanto importanti rispetto alle parole (emblematica in questo senso la frase finale). 

VOTO: 10/10

mercoledì 11 gennaio 2012

L'arco - Recensione

L’arco - Genere: drammatico – Corea del Sud, 2005
Su una piccola imbarcazione da pesca vivono un vecchio pescatore e una giovane ragazzina, trovata dal vecchio ancora in tenera età e da allora da lui premurosamente allevata in attesa dell’età giusta per poterla sposare. I due si mantengono grazie ai pagamenti versati da gruppi di pescatori che spesso si recano sulla loro barca. Per dimostrare il suo amore alla ragazza, l’anziano pescatore la difende dai “clienti” molesti e la solidità della loro unione è comprovata da una particolare tecnica di predire il futuro. Le cose inizieranno a cambiare quando sulla barca arriverà un giovane ragazzo, che affascinerà molto la nostra giovane protagonista.
Spesso si dice che da un buon libro di dovrebbe trarre un ottimo film. In questo caso credo che questo film sarebbe anche un ottimo romanzo. Direttamente dalla Corea ci arriva una pellicola tecnicamente impeccabile e contenutisticamente particolarmente ricca. La storia è relativamente semplice ma non per questo non meritevole: l’ho trovata particolarmente originale e piacevole. Un racconto non scontato che si sviluppa solo con l’azione e senza la necessità di parole. Infatti il film è contraddistinto dai silenzi, lunghissimi ma mai spiacevoli. E’ un film delle evocazioni più che delle azioni. I nostri protagonisti agiscono, ma non parlano mai. Soltanto i pescatori che vengono invitati sulla barca si lasciano scappare qualche parola ma sono zittiti dal veloce saettare delle frecce scoccate dal vecchio.
L’arco è davvero il protagonista di questo film e – quasi – diventa un personaggio aggiuntivo. E’ dall’arco che ci arrivano le più suggestive e affascinanti evocazioni musicali di una pellicola che, bandendo quasi il dialogo, si sorregge egregiamente su delle melodie evanescenti ed evocative, sempre azzeccatissime. E’ con l’arco che i due protagonisti predicono il futuro a chi lo richiede loro, lasciando sempre nel massimo segreto il responso (vengono fatte tre previsioni ma di nessuna sappiamo il responso, che viene comunicato solo al diretto interessato). E’ l’arco che garantisce l’integrità del nucleo abitativo sulla barca ed è infine l’arco a regalarci una delle scene più dannatamente geniali che io abbia mai visto (ma che, essendo collocata alla fine, non voglio rivelare).
Gli spazi di sviluppo dell’azione narrativa sono ben definiti e bipolari: da una parte la barca, piccolo mondo in miniatura che però si dirama in una serie di ambienti diversi, quasi come se le porte e i passaggi fossero infiniti; un luogo labirintico dove solo gli esperti abitanti dell’imbarcazione sanno muoversi. Dall’altra parte abbiamo gli sconfinati e anonimi spazi del mare sterminato, ma non per questo meno affascinanti; anzi. E’ proprio al mare che il vecchio pescatore (come insegna il buon Hemingway) tornerà nel momento della sua sparizione, dopo aver scoccato l’ultima decivisva freccia. Il tutto poi è reso con una fotografia di altissimo livello e la recitazione è (doverosamente, visto che non ci si aiuta con le parole) fondata sugli sguardi e sull’espressività del volto. Bellissima!
Un lavoro particolare, forse non apprezzabile da tutti ma non per questo meno avanguardistico. Un film che onestamente mi ha catturato e affascinato particolarmente, come raramente mi è accaduto. Poi si sa, la mia passione sono i collegamenti fra cinema e letteratura e questo è un film a mio parere molto pascoliano, sotto certi aspetti; un film delle piccole cose. O meglio, un grande film delle piccole cose. Stando alla mia memoria, che è risalita a tutti i bei film che ho visto in questi anni, si tratta probabilmente del migliore film che io abbia mai visto.
VOTO: 10/10