sabato 31 agosto 2013

La quinta stagione



La quinta stagione di Peter Brosens e Jessica Woodworth - Genere: drammatico - Belgio, Paesi Bassi, Francia, 2012

Un piccolo villaggio nelle Ardenne è lo sfondo di questo pregevole e lirico film presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. In una società dove sempre di più si fa pressante l'esigenza di ragionare su temi ambientali e dove diventa irrimandabile la necessità di trovare delle soluzioni alla crescita non più sostenibile che il genere umano ha cominciato, il film della coppia Brossens Woodworth ragiona su questi temi finalmente in maniera matura e antianeddotica. Rifuggendo dalla classica location metropolitana, così come dal classico format catastrofista/allarmista, La quinta stagione è un serio tentativo di tracciare per immagini l'itinerario della decadenza del naturale e dell'umano, tramutando in idea l'urgenza materiale che infiamma molti animi soprattutto fra i più giovani. Niente di male in un interesse che ha la sua teologia nel desiderio di salvarci dall'autodistruzione, ma per una volta è bello vedere sullo schermo un prodotto veramente artistico che fa proprie queste attualissime tendenze.

La stagione del titolo diventa quindi il simbolo di una atemporalità sterile, un minimo comune denominatore che accompagna il succedersi sempre uguale delle altre quattro. Nonostante il ciclo solare prosegua nel suo corso, le attività umane non riprendono il loro movimento circolare e questa mutazione nei tempi e nei modi si rivela in breve tempo fatale. L'incapacità di germogliare delle sementi e dei bovini di fornire materia prima accompagnano la comunità rurale nel torbido gorgo della disperazione, che tramuta un consorzio umano in apparenza unito dal caldo legame di tradizioni legate ai cicli naturali in un gruppo di sconosciuti legati solo dall'odio e da un tragico senso di fastidio. La freddezza dei rapporti umani viene ricalcata dalla messa in scena, che predilige ampie riprese in esterno con colori lividi e mortuari, simbolo perfetto di una natura che non è più in grado, nei fatti, di rigenerarsi. 

Non sappiamo cosa accada nel resto del mondo, perché per la durata del film noi siamo parte di quella comunità, condividendone ansie e aspettative. Non importa cosa succeda al di fuori, perché il mondo per noi e per i protagonisti de La quinta stagione è tutto in quei campi e in quelle stalle ormai vuote. Il deterioramento delle condizioni di vita si accompagna all'illogorirsi dei rapporti umani, che diventano sempre più difficili. Emblematico e quanto mai realistico il caso dell'apicoltore che, ritenuto colpevole delle sciagure occorse alla comunità, diviene protagonista suo malgrado di un rito alle soglie del paganesimo. E' proprio in questo frangente, superata la metà, che il film raggiunge il suo punto di massimo sviluppo figurativo: abbandonata la materia concreta, i volti dei personaggi si trasfigurano in maschere deindividualizzanti che sembrano voler far eco alla celebre sequenza di Eyes wide shut. Solo dietro a queste coperture i paesani mostreranno la loro vera natura e si renderanno capaci degli atti antiumani di cui si macchieranno.

Un film pregevole, potente da un punto di vista delle immagini e prezioso per quanto riguarda le finezze linguistiche. Assolutamente consigliato.
VOTO: 9/10 

domenica 25 agosto 2013

La grande bellezza



La grande bellezza di Paolo Sorrentino - Genere: drammatico - Italia, Francia, 2013

Raramente mi è capitato di vedere accatastati tanti giudizi positivi attorno ad un'unica pellicola. La soggettività del giudizio estetico è normalmente una caratteristica sufficiente a fare in modo che la critica si divida in maniera abbastanza equanime fra gli ammiratori e i denigratori. Persino nel caso di film veramente brutti è possibile, scavando oltre la patina terrosa della stampa impegnata, trovare un sottobosco di fans che magari di quella pellicola aberrante apprezzano proprio la volontaria scalcinatezza (il caso storico di Ed Wood ce lo ha ampiamente dimostrato). Nel caso del film di Sorrentino, presentato in concorso all'ultimo Festival di Cannes, le voci discordanti sono state ben poche e il voluttuoso scorrere delle immagini di una Roma decadente me ne ha svelato senza dubbio i motivi. 

La grande bellezza è una ricerca, ancor prima che un film. Come tutti gli itinerari della scoperta esso si esprime attraverso un viaggio, che lo spettatore segue completamente ammaliato dalla maestria compositiva di una regia sicura, mai ridondante per quanto spesso incline a concedersi lussi stilistici che i più potrebbero solo sognare. La narrazione è strutturata in maniera fluida, a tal punto che risulta difficilmente imbrigliabile, per quanto le maglie adottabili possano essere ampie, come a confermare ancora una volta il grande assunto di tutto un certo cinema, per cui la narrazione è spesso solo una sovrastruttura da cui è bene liberarsi. Il passeggiare di Jep Gambardella è un filo sufficientemente solido per tenere insieme l'arazzo istoriato che Sorrentino dedica alla città di Roma. 

Com'era stato per L'amico di famiglia, film da poco proposto agli occhi dello spettatori televisivi, anche in questa sua ultima fatica il regista tratteggia un mondo in disfacimento che, come un muro esposto alle intemperie da troppo tempo, si trova perennemente in bilico fra il desiderio ottuso o ostinato di esistere e la consapevolezza dell'oblio che lo avvolge. Roma notturna, illuminata da feste assordanti e accecanti che zittiscono almeno per un po' il sordido vociare degli arrivisti alotoborghesi è una splendida cornice per rappresentare, con tratti quasi dechirichiani nella fotografia e nella gestione degli spazi aperti, una realtà marcia e sordida, doppiogiochista e sporca. 

Jep Gambardella, re della mondanità tiberina, ne è l'esempio più lampante e recupera alcuni dei tratti distintivi dei famosi personaggi sorrentiniani, come la loro titanica e solitaria grandezza. Sì, perché il sessantacinquenne interpretato splendidamente da Toni Servillo, perfetto esempio dell'uomo contemporaneo, si ritrova sempre solo e insoddisfatto, condannato a vivere con un acume acre ma passionale la fastidiosa sensazione di uno scollamento fra il reale e l'ideale che gli altri, persi nel loro smodato desiderio di apparire, sembrano non percepire. Sul suo volto antidiluviano si inscrivono le sofferenze e le delusioni di una sensibilità strozzata dalle contingenze, che solo a tratti, quando il montaggio si fa più libero dal racconto del reale, viene recuperato attraverso le immagini di una gioventù dai tratti quasi irreali. Un ricordo, un breve baluginio che tuttavia è sufficiente per continuare ad esistere, con fatica.

Lo splendido cast messo in piedi per questa antinarrazione dal sapore così drammaticamente nichilista (eccelsa la prova recitativa di Isabella Ferrari fra gli altri, mentre abbastanza deludente perché troppo sopra le righe quella di Sabrina Ferilli) rappresenta con un occhio quasi hopperiano una fiera delle vanità e delle mostruosità che sembra fare eco ad alcune sequenze del vecchio Freaks di Tod Browning. Organismi ai confini dell'umano che fanno di un'esasperazione della loro corporeità il simbolo di un'intera esistenza, come si vede nell'ombrosa sequenza del botulino. 

A rendere questa rappresentazione l'affresco memorabile che è ha concorso senza dubbio una sapienza registica fuori dal comune, attraverso la quale il regista è riuscito ad orchestrare immagini e spazi di una narrazione talmente debole da riuscire solo a promettersi nello spazio ampio di più di due ore di pellicola. L'uso liberissimo della scrittura cinematografica ha permesso di rappresentare la permeabilità degli spazi e delle cose che caratterizzano una Roma aperta, visibile ma al tempo stesso assente e lontana, che solo di notte e per brevissimi momenti riesce a far recuperare una sensazione di vivibile calore. 

Il montaggio organizza luoghi e tempi in modo intelligente e mai banale, ricercando anche attraverso l'uso inusuale delle inquadrature una flessibilità dell'immagine che mette a dura prova lo sguardo di uno spettatore abituato a un cinema italiano semplice e basato sullo strapotere della trama. La scelta delle musiche e la caratterizzazione dei personaggi conferiscono all'insieme dei tratti a metà fra il kubrickiano e il lynchano che fanno esplodere quella sottile vena perturbante che percorre tutta la vicenda, in una continua forzatura dello schema cinematografico tradizionale, certamente non adatto a contenere la bellezza debordante e impetuosa di uno dei film italiani migliori degli ultimi dieci anni. Senza dubbio, uno dei film migliori (se non il migliore) che abbia visto quest'anno
VOTO: 10/10 

mercoledì 21 agosto 2013

La notte del giudizio



La notte del giudizio di James DeMonaco - Genere: thriller - USA, Francia, 2013

Dai produttori di Paranormal Acticity ci si sarebbe potuti aspettare un ormai classico film basato sul footage e sulle riprese in soggettiva con macchina da presa amatoriale. Per fortuna La notte del giudizio si è rivelata una piacevole sorpresa rispetto alla produzione di genere corrente, anche se non mancano dei richiami piuttosto evidenti a lavori anche pregevoli di decadi passate. L'idea di base è molto buona e si ricollega a tutto un filone di film che forse a partire dal meraviglioso Battle Royale dipingono un ipotetico futuro in cui il governo prende delle misure preventive per la gestione della paranoia nevrotica collettiva; nel caso de La notte del giudizio, gli organi governativi di una rinnovata confederazione americana avrebbero varato una legge per cui annualmente, la notte del 21 Marzo, ogni crimine diviene legale.

Quello che funziona in questo film non è tanto il preteso realismo, che viene meno all'apparire abbastanza fantascientifico di tecnologie di domotica ai livelli di Star Trek; quello che davvero convince è il fatto che, in fondo, lo spettatore sa benissimo che il panorama profilato da DeMonaco è possibile e che anzi, ne stiamo vivendo tutte le premesse. Il classismo sempre crescente, la forbice economica e dell'alfabetizzazione intesa in senso lato che si allarga sempre di più, l'apertura di gated communities che rendono geograficamente situato uno status quo che è in primis economico e sociale. Il vero filo di ansietà che percorre questo film deriva proprio dal fatto che forse, un giorno, la diegesi prenderà corpo? 

Forse. Sta di fatto che, anche al di là dei riferimenti al bel Funny Games, che tutta la seconda parte mima esasperandone i toni, il film è decisamente piacevole. Anche se nella seconda parte il tutto risulta un po' meno convincente soprattutto a causa di un aumento esponenziale del ritmo conseguente alla crescita della componente action, siamo senza dubbio di fronte a un titolo valido, che forse non si farà ricordare grazie a un numero imprecisato e spesso imbarazzante di sequel ma che costituisce senza dubbio un valido terreno per successivi approfondimenti. Il profilo tecnico è curato, anche se a livello recitativo la prova dei due attori più giovani non è sempre eccellente e la loro caratterizzazione risulta a tratti un po' eccessiva; meraviglioso invece il personaggio biondo che fa da capo ai maniaci mascherati che rende ancor più chiaro il riferimento al Funny games di Haneke ma che comunque risulta sinceramente inquietante.
VOTO: 7/10 

martedì 30 luglio 2013

Prendi i soldi e scappa



Prendi i soldi e scappa di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1969

Opera giovanile di Allen, quasi di formazione. Siamo in quel particolare momento della sua carriera, già descritto o quantomeno tratteggiato parlando di Che fai, rubi? in cui il personaggio alleniano per eccellenza muove i suoi primi passi e qui lo fa in prima persona. Se l'opera prima era un'esperimento che metteva in discussione anche il senso della categoria autoriale riguardo un film che in effetti sembrava rubato più che prodotto, Prendi i soldi e scappa è il primo, vero film di quel simpatico e scanzonato regista che molti di noi apprezzano ancora oggi.

L'idea di base è fortunatissima e godrà di largo consenso nella cinematografia successiva, con l'escamotage del finto documentario utilizzato per raccontare la storia di un criminale, interpretato dallo stesso Allen, che è la rivisitazione parodica del classico gangster all'americana. Come sempre, lo abbiamo già detto riguardo a Il dittatore dello stato libero di Bananas, il regista strizza l'occhio con complicità all'America e ai suoi miti. Dopo aver fatto a pezzi l'agente segreto alla James Bond, Virgil (il protagonista del film) rappresenta l'anti-Tony Montana per eccellenza (il paragone è anacronistico, ma funzionale). 

L'assoluta incapacità relazionale e l'impacciato intellettualismo che caratterizzeranno le più alte realizzazioni alleniane (pensiamo a Manhattan o a Io e Annie) si tramutano qui in un'icompetenza che è pratica ancor prima che interpersonale: Virgil ha una moglie che lo ama ma il suo problema è la pertinace incapacità di realizzare il più ovvio disegno criminale. E' ben vero che lo stile registico è ancora incerto e che senza dubbio non siamo di fronte al cinema per cui Allen si fa ricordare nella memoria collettiva, ma Prendi i soldi e scappa è comunque un film interessante e divertente, che prelude ad alcune delle sue più felici realizzazioni.
VOTO: 7/10 

lunedì 29 luglio 2013

L'amico di famiglia



L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino - Genere: drammatico - Italia, Francia 2006

Paolo Sorrentino, recentemente apprezzato dal pubblico e dalla critica per la sua performance a Cannes con La grande bellezza (film che non ho ancora avuto modo di vedere!), è senza dubbio una delle firme di punta del cinema italiano contemporaneo, una di quelle per cui vale ancora la pena di andare in sala, insomma. Visto in televisione, L'amico di famiglia non fa che confermare questa sensazione. Il regista scruta, attraverso inquadrature larghe in campo aperto che disegnano ambienti dal sentore quasi dechirichiano, la vita grottesca di Geremia (uno splendido Giacomo Rizzo), sarto e - soprattutto - usuraio.

L'irrealtà di un'esistenza marcescente eppure così concreta viene raccontata attraverso ambienti che, al contrario dei campi aperti, sono chiusi, sporchi, asfittici ed illuminati in maniera antirealistica. Geremia ama pensarsi amico di famiglia, benefattore invasivo eppure per tutto il film e soprattutto nel finale la sua caratteristica fondamentale sarà la solitudine. L'impossibilità di costruire rapporti umani al di là di quello simbiotico e opprimente con la madre paralizzata rimane l'unica costante di una parabola in discesa, che si conclude proprio con la presa di coscienza dell'immutabilità della sua condizione. 

Sorrentino va a scavare la coscienza e mostra senza remissioni un personaggio viscido, brutto e sporco che non si fa alcun problema a violare le norme dell'etica in virtù di una ricompensa monetaria che si esprime attraverso la violenza e la sopraffazione. La tecnica di ripresa e l'impostazione dei dialoghi sono fredde, chirurgiche, nette. La condanna di Sorrentino è netta ma non viene mai meno la capacità lucida di mettere in evidenza le ipocrisie e gli angoli oscuri di una società che il regista ci presenta in decomposizione. 

Non c'è lieto fine in un racconto dove il protagonista è l'anti-eroe per eccellenza e i buoni vengono continuamente sconfitti e ridotti a uno stato di larvale dipendenza. La rivincita del vampirismo (inteso in questo caso in senso eminentemente economico) passa per una decostruzione e un rovesciamento del buonismo cinematografico che contraddistingue tanta parte del panorama attuale.
VOTO: 8.50/10 

martedì 23 luglio 2013

Solo Dio perdona



Solo Dio perdona di Nicholas Winding Refn - Genere: thriller - Francia, Danimarca, 2013

Direttamente dall'ultimo festival di Cannes, un thriller decisamente europeo seppure ambientato in estremo Oriente. E' asiatico lo sfondo narrativo della vicenda, ma il modo di riprenderla, la geometria dello sguardo disegnata dalla macchina da presa, con i suoi iati e le sue ambiguità, è decisamente europeo e si ricollega con forte decisione, per la presenza di alcuni stilemi linguistici, alla sua stagione più felice. Il film di Winding Refn è ricercatissimo da un punto di vista formale e senza dubbio si presenta come uno dei migliori titoli dell'anno (attendo ancora di riuscire a vedere La grande bellezza che, certamente non deluderà). 

La trama è molto semplice, elementare, quasi stereotipica e dai tratti spiccatamente freudeani. Gli scambi dialogici fra il protagonista Julian e sua madre formalizzano una gerarchia di poteri non conciliabile, che vede al vertice della gestione degli eventi proprio la Madre, che orchestra dietro le quinte la vendetta del suo primogenito. Sono dialoghi ricchissimi, per quanto tremendamente ellittici: dietro ogni frase si respira l'evidenza di un vuoto profondo, che rimanda a un passato che non può che rimanere inespresso, dietro lo sguardo nel contempo profondo e vacuo di Julian. 

Tutto il film ha un'aria fortemente onirica, con la macchina da presa che diventa uno strumento confusivo nel disegnare ambienti incoerenti abitati da presenze impossibili. Anche la gestione delle bellissime scenografie d'interno ce lo conferma: questi ambienti asfittici campiti con colori violenti sono ambienti mentali ancor prima che fisici, dove prende corpo il dramma dell'inadeguatezza, del senso di colpa e della paura. Questi brani tradiscono il mondo interiore del protagonista, lacerato fra il rifiuto di vendicare il fratello (colpevole di aver ucciso una ragazza) e l'impossibilità di sfuggire ai desideri della madre. 

C'è molta psicanalisi in tutto questo e anche nella decisione finale di Julian di uccidere la moglie del suo antagonista, come per punire trasversalmente l'unica altra figura femminile di tutto il film. Figura dalla quale però non è possibile staccarsi completamente e a cui lo stesso Julian sceglie di ritornare quando, lacerando le carni del suo cadavere senza vita, poggia la mano all'interno del suo grembo, recuperando almeno idealmente la condizione fetale di massima congiunzione con quella presenza così ingombrante eppure così fondamentale.

Nel complesso, senza stare a dilungarsi sui pregi di una composizione splendida dal punto di vista della messa in immagine e della fotografia, non si può negare che Solo Dio perdona sia un film assolutamente meritevole che, pur essendo formalmente un thriller, rifugge dallo stesso concetto di proprietà di genere per aprirsi a spazi di lirismo visivo certamente non sperati.
VOTO: 9/10 

sabato 13 luglio 2013

Monster University



Monster University di Dan Scanlon - Genere: animazione - USA, 2013

Riconosco di non essere un grande appassionato di film di animazione, ma questo nuovo lavoro della Pixar, sequel del fortunato Monsters & Co. del 2001 (premiatissimo e avanguardistico lavoro in digitale), mi ha sinceramente fatto molto divertire. A parte la bellezza delle animazioni e l'abilità nell'uso del digitale il film si lascia apprezzare molto anche per la storia raccontata. Al centro della vicenda c'è la vita universitaria dei due protagonisti, riproposta in un modo molto piacevole proprio perché fortemente parodico nei confronti di tutta una certa tradizione cinematografica e più generalmente culturale degli Stati Uniti.

Monster University racconta la ricerca di un sogno decostruendo l'immaginario che moltissimi teen-movies hanno contribuito a plasmare. Anche la televisione non è stata da meno in questo senso e questo filone cinematografico ha accentuato in effetti quell'ibridazione linguistica che ancora stiamo vivendo, con l'immagine filmica che si mescola sempre di più a quella televisiva. Nel campus si ripete esattamente con gli stessi ritmi la vita universitaria degli americani-tipo e il procedere della trama conferma stereotipi e aneddoti di questo microcosmo culturale.

Il film è ovviamente infarcito di buoni sentimenti, cosa che però non risulta sgradevole in quanto è costantemente controbilanciata da un'ironia divertente e mai fuori luogo. Nel complesso un film che, per quanto spiccatamente di intrattenimento, risulta molto piacevole e si lascia guardare per tutto il tempo della sua durata con un bel sorriso sulle labbra. 
VOTO: 7/10

venerdì 12 luglio 2013

Che fai, rubi?



Che fai, rubi? di Woody Allen - Genere: commedia - USA, Giappone, 1966

Primo film di Woody Allen, Che fai, rubi? è un gigantesco esperimento cinematografico sul ruolo dell'autore nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, come avrebbe detto Benjamin. La sperimentazione alleniana tocca qui vette insuperate: il regista si appropria di un film già esistente (il giapponese La chiave delle chiavi), che mantiene inalterato nel comparto figurativo ma che sceglie di ridoppiare scrivendoci sopra una commedia. Già questo è sufficiente per far saltare quella corrispondenza biunivoca e troppo spesso auratica che lega l'autore-genio alla sua opera. Questo film non è di Woody Allen, che nonostante ciò se ne dichiara il regista sia a livello commerciale (il film è di Woody Allen, si legge nelle locandine e sui DVD) sia a livello narrativo (la cornice della pellicola ce lo conferma). La manifestazione dell'autorialità passa attraverso lo scippo intellettuale, che diventa per Allen giocosa riscrittura di un genere non sufficientemente autoironico.

La vera genialità del film, quello che insomma ci può far dire che Che fai, rubi? non è La chiave delle chiavi e di riconoscerlo come appartenente alla produzione alleniana, sta proprio in quel rovesciamento assurdo e fortemente parodico che il regista mette in piedi nei confronti della tradizione 007 in cui il film giapponese defraudato si localizza. L'impostazione spionistica di fondo viene mantenuta, ma viene decostruita ridicolizzandola dall'interno: l'oggetto del contendere di questa favola rivestita di piombo non è una pericolosa arma atomica o simili, ma la ricetta di un'insalata di uova. Attorno a questo motore orbitano tutte le situazioni fortemente didascaliche ma intimamente irreali del film, che grazie alla riscrittura del comparto dialogico raggiungono una comica assurdità.

Nel suo primo film Allen rimane dunque in disparte, non agisce in prima persona diventando il protagonista assoluto del suo lavoro, lo snodo centrale di un complesso quasi teatrale dove lui è unico protagonista. Qui sceglie di rimanere in ombra, ma già in questa prima fatica si intravedono le cifre del suo stile. Sono comunque da segnalare i momenti in cui si registra il suo intervento, come nell'interruzione del film con ritorno alla cornice (funzione puramente discontinua e non narrativamente funzionale), il finale in cui decide di rivolgersi direttamente allo spettatore e soprattutto la sequenza delle mani, dove le mani del regista intervengono fisicamente sulle immagini, muovendole e agendo plasticamente sul loro supporto fisico, materializzato sullo schermo. Anche qui si tratta di discontinuità in atto, che decide però di nascondere il suo valore quando la comicità di Allen lo "costringe" a sdrammatizzare anche questo processo, mostrandoci il gioco delle ombre cinesi.

Una dichiarazione d'intenti chiarissima, che rende ragione di alcune scelte cinematografiche successive, ma che vanta anche una vena sperimentalista che non ho più ritrovato nel cinema alleniano successivo. Un esperimento da riscoprire.
VOTO: 7.50/10 

martedì 9 luglio 2013

True Love



True Love di Enrico Clerico Nasino - Genere: thriller - Italia, USA, 2012.

Succede raramente, ma a volte il cinema italiano riesce a sorprendermi anche nelle sue declinazioni meno autoriali. Questo True love infatti, girato fra la penisola e gli Stati Uniti, sebbene risulti un prodotto abbastanza commerciale, riesce non solo a impressionare ma anche ad essere molto meno scontato della media delle pellicole attualmente in circolazione. Riprendendo un po'la dinamica del fantascientifico The Cube, il film del cineasta italiano vede una coppia di sposini tipicamente americani fatti prigionieri da misteriosi individui che li sottopongo a un innovativo trattamento di coppia al termine del quale la neonata famiglia dovrebbe ritrovarsi più fiduciosa e complice.

Anche se tutto l'impianto sa un po' di già visto (oltre al già citato titolo tutto ricorda molto alcuni passaggi dei primi Saw, anche se ovviamente declinati in salsa decisamente meno grottesca), il risultato finale riesce a risultare gradevole soprattutto per alcune accortezze registiche che, in particolare a livello di fotografia e inquadrature, si fanno decisamente valere. Molto bella è ad esempio la sequenza del delirio di due dei protagonisti, stremati dalla prigionia, che viene ripresa con uno sguardo vorticoso e barcollante che riflette molto bene la sostanza dell'episodio a livello narrativo.

Per il resto, purtroppo, le cose non sono così splendide. La trama infatti, per quanto si voglia forzatamente arzigogolata nel pieno stile del nuovo thriller americano, finisce per risultare spesso confusa e soprattutto forzata. Ci sono degli elementi della progressione narrativa che, infatti, sono evidentemente stati inseriti solo per suscitare l'empatia del pubblico e senza un vero e proprio scopo narrativo (tutta la questione dello scherzo che il protagonista fa al suo amico è, in questo senso, esemplare). Purtroppo anche il finale, prevedibile, va in questa direzione e il film si chiude con un tripudio di scontatezza che avrebbe potuto essere facilmente evitabile.

Complessivamente un film valido e piacevole ma - purtroppo - nulla di più.
VOTO: 6/10

lunedì 8 luglio 2013

Grano rosso sangue



Grano rosso sangue di Fritz Kiersch - Genere: thriller - USA, 1984

Come molti altri film che hanno risvegliato la passione di diversi appassionati, Grano rosso sangue è un adattamento di un'opera letteraria del prolifico Stephen King. Il caso di IT è esemplare e spiega bene anche le forti differenze che ci sono fra il linguaggio letterario e quello cinematografico: molti fan sono rimasti fortemente delusi dal finale che la regia di IT ha imposto in deroga al romanzo. Anche nel caso del racconto Childern of the corn la sorte è in parte analoga e lo stesso King si è mostrato fortemente perplesso circa la qualità della pellicola, che comunque ha riscosso un notevole successo di pubblico e ha portato con sé diversi sequels. Ancora una volta devo denunciare il fatto di non aver mai letto il racconto; la recensione quindi non vuole giudicare la qualità dell'adattamento, ma il film nella sua specificità. 

La storia di per sé è molto gradevole e originale, fonde bene un gran numero di elementi tipici del genere thriller/horror, miscelandoli in proporzioni armoniose. Al di là di questo però la realizzazione generale appare ben lungi dalla perfezione. Anzitutto a livello puramente diegetico si registra una grossa quantità di buchi narrativi, elementi non spiegati che rimangono insoluti. E' probabile che una parte di questi interrogativi troverà risposta nei successivi capitoli della saga (?), ma è quasi una legge matematica che i sequel siano realizzati peggio degli originali e tanto basta per scoraggiarci dalla visione. 

La fotografia invece è discreta e soprattutto in alcuni punti le soluzioni adottate anche a livello di montaggio sono particolarmente funzionali a creare un sottile ma palpabile velo di tensione che percorre tutto il film e che ne rappresenta il maggior lascito; lo stesso valga per la colonna sonora e soprattutto per il tema principale che si ritaglia un posto di tutto rispetto, con i suoi echi religiosi, nell'economia del film e nei motivi del suo successo. I personaggi invece sono abbastanza piatti e non sufficientemente analizzati per essere interessanti; lo stesso Isac non raggiunge la levatura titanica di antagonista principale, cui sembrerebbe sin dall'inizio poter tranquillamente ambire.

Nel complesso il film è anche piacevole, ma non possiamo non accodarci ai biasimi che la critica e lo stesso Stephen King hanno levato nei confronti di questo lavoro, che pur presentando spunti di interesse finisce con il risultare piuttosto anonimo e scontato (a tratti anche inutile, come nel caso del finale cliffhanger appena accennato e subito messo a tacere).
VOTO: 5/10