domenica 30 giugno 2013

Qualcuno volò sul nido del cuculo



Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman - Genere: drammatico - USA, 1975

La tematica della malattia mentale è al centro di diversi lavori cinematografici che di solito la affrontano tracciandone una mitografia negativa, come avviene nel caso di molti thriller (la trilogia su Hannibal Lecter ha fatto scuola da questo punto di vista e i serial televisivi ne hanno tratto grande beneficio). Meritevolissimo quindi il film di Milos Forman, uno dei pochi ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, per la modalità narrativa che mette al centro della vicenda la vita all'interno di un istituto di igiene mentale "vecchio stile", con elettroshock e quant'altro. 

Il film si colloca nella stagione a mio avviso più felice di tutto il cinema statunitense, in quella Nuova Hollywood che cercava con forza di scrollarsi di dosso l'eredità ingombrante del suo ormai stantio classicismo e voleva svecchiarsi attraverso gli insegnamenti dei maestri europei, primi fra tutti gli autori della nouvelle vague francese. Qualcuno volò sul nido del cuculo è una sorta di operazione sincretica fra le due tradizioni: non rinuncia a un impianto narrativo molto solido che riesce a venir condotto con lucidità e intelligenza per due ore, ma neppure si trincera dietro stanchi e prevedibili stereotipi come il lieto fine a tutti i costi.

Il cast nel suo complesso è meritevolissimo; certamente Nicholson qui è al suo meglio (qui e in Batman, va da sé), ma tutti gli attori riescono perfettamente a calarsi nella propria parte pur senza risultare eccessivi e fuori luogo. La recitazione calcata e mimicamente estrema di Nicholson trova qui la sua forma ideale, non imbrigliata da alcuna regola di comportamento o di gestione: il folle non ha leggi e quindi la magmatica pantomima di McMurphy può liberarsi in tutta la sua eversività. 

Il comparto narrativo come si diceva è solido e molto americano, ma non per questo risulta spiacevole o prevedibile, anzi. Il crudo realismo mutuato dalla materia diegetica si sposa perfettamente con una modalità di gestione del ritmo narrativo che rifugge dalla stereotipia e dal coronamento favolistico della circostanze. Ogni qualvolta lo spettatore medio si aspetterebbe un'evoluzione in negativo il film ci fa cadere più in basso nella nera oscurità dell'ospedale, fino al tragico epilogo. Non c'è lieto fine e l'impostazione classica del racconto hollywoodiano viene completamente meno (è vero che alla fine "Grande Capo" riesce a fuggire. ma a che prezzo?). 

Il grande merito di film come questo è di riuscire ad essere belli al di sopra della soggettività, di riuscire ad ambire ad una piacevolezza visiva che si svincola dai giudizi personali e che pretende da chiunque un consenso nell'affermare la bellezza del visibile. Davanti a lavori come questi la stessa differenziazione fra cinema narrativo e cinema sperimentale/critico viene completamente meno e rimane solo la settima arte nella sua più pura essenzialità.
VOTO: 10/10

sabato 29 giugno 2013

Manhattan



Manhattan di Woody Allen - Genere: commedia - USA, 1979

Devo ammettere di non essere mai stato un grande estimatore delle commedia, soprattutto quando hanno dei lacrimosi risvolti romantici. Ma si sa che nella vita non si finisce mai di imparare; così come bisogna continuare a leggere, chi ama il cinema deve continuare a guardare i suoi prodotti sia per rimanere sempre aggiornato sulle ultime tendenze, sia per una questione di conoscenza storica. E' una fortuna quindi che questa tendenza mi abbia condotto a (ri)scoprire i film di Woody Allen, come il già recensito Io e Annie o il presente Manhattan

Di entrambi ho adorato quella vena paradossale che li rende un perfetto esempio di commedia sofisticato-cinica e - al tempo stesso- un divertente gesto decostruttivo e parodico dell'autore verso sé stesso. La schizofrenica logorrea di Allen, che rimette in gioco il senso dell'autore postmoderno agendo nei suoi testi filmici a più livelli (dalla regia alla recitazione) conduce lo spettatore entro un disegno relazionale spesso desolante ma sempre dipinto con uno sguardo mordace e colmo di spirito. Come nel suo precedente film che mi è capitato di vedere, la spinta autobiografica sembra essere molto forte, con i drammi e le piccole psicosi del protagonista/autore che vengono messe impietosamente e comicamente in luce. 

Manhattan poi ha il pregio di essere formalmente dissonante, con un'aria che raggiunge quasi il noir per il colorismo e il modo di riprendere gli ambienti e e le situazioni ma che viene costantemente rovesciata e cambiata di segno dal genio magmatico ed eternamente in movimento di Allen. Proprio per questo all'innegabile portato da commedia sofisticata si unisce qui un'attenzione per il corpo e i suoi movimenti che non ho ritrovato ad esempio in Io e Annie e che sembra avvicinare il film a tutto un altro filone della commedia americana, che mette al centro appunto i movimenti dei personaggi che diventano il vettore della comicità. Qui il tutto è molto cristallizzato ma è innegabile che è proprio la danza quasi chapliniana di Allen a condurci entro i motori della macchina narrativa.

Tecnicamente il film si situa, rispetto ad Annie, in una prospettiva più classica: mancano quasi completamente gli stilemi moderni che pure permanevano nel precedente lavoro fortemente piegati alla diegesi. Comunque sono quantomeno da notare la bellezza di alcune inquadrature e lo splendido prologo con voce over e immagini della New York tanto amata dal protagonista. Anche la titolazione non può non far pensare a un gigantesco regalo di un cineasta alla sua città, di cui è evidentemente follemente innamorato.
VOTO: 8/10

venerdì 28 giugno 2013

Ecco l'Impero dei sensi



Ecco l'Impero dei sensi di Nagisa Oshima - Genere: drammatico, erotico - Giappone, Francia, 1976.

Uno dei film giapponesi più conosciuti da noi, che però non mi era mai capitato di vedere. Anche lo schermo televisivo, ora capisco perché, respinge tenacemente il capolavoro di Oshima, uno dei massimi registi della cinematografia giapponese. Siamo di fronte a un'opera dal contenuto estremo, soprattutto in relazione al contesto produttivo. Non era pensabile che un prodotto come L'impero dei sensi circolasse liberamente nelle sale italiane, tanto che la prima edizione commercializzata del film è stata pesantemente tagliata e solo negli anni Novanta si è potuto apprezzare il lavoro del regista nella sua vera essenza. 

L'impero dei sensi è un film visivamente splendido ma molto violento. E'autoreferenziale, praticamente non ha una trama e si consuma su sé stesso come una fiamma che dopo aver arso si spegne perché è rimasta senza ossigeno. Oshima rappresenta la discesa dei due protagonisti nei meandri più caldi e perversi della sessualità, alla continua ricerca di nuove forme di appagamento del loro piacere sessuale. Ciò consente di tratteggiare ambienti asfittici e molto materici, di cui sembra quasi di sentire l'odore e sui quali è quasi possibile poggiare le proprie mani. 

Oshima rappresenta la sessualità nella sua componente più materica, mostrando senza censure o stratagemmi di sorta gli organi sessuali e l'atto riproduttivo nella sua essenza più carnale. A questo fuoco dionisiaco si contrappone però una spinta che rappresenta freudianamente il thanatos, la caratteristica mortifera che accompagna sempre inscindibilmente questo genere di discorsi. Non è un caso che la fine dell'opera sia tragica e connotata appunto da una morte violenta dal sapore quasi mantideo-surrealista. Il massimo del piacere si situa su un confine molto (a volte anche troppo) sottile con la morte.
VOTO: 7/10

giovedì 27 giugno 2013

Blade runner



Blade runner di Ridley Scott - Genere: fantascienza - USA, 1982

Parlare di Blade Runner a trent'anni dalla sua uscita è veramente difficile, soprattutto perché non si possono non prendere in considerazione le molte analisi che di questo lavoro sono state fatte. E' comunque certo che il film di Scott merita un posto di primo piano nella storia della settima arte in particolare perché segna un momento di passaggio a livello stilistico e figurativo, inaugurando quella tendenza ancora attuale che possiamo definire schematicamente come postmodernismo. In Blade runner la transizione non è ancora completa e gli stilemi di questo nuovo modo di fare e produrre cinema non risultano ancora pienamente sviluppati; eppure fra le immagini si percepisce già l'avvento di un'epoca nuova.

Insomma, lo sguardo la fa ancora da padrone e il dettato dei fotogrammi non si è ancora annichilito su una sterile spettacolarizzazione immersiva, ma tutto risulta invertito di segno. L'occhio del regista non è più critico e comincia a profilarsi l'ombra di un ludismo che avrà la sua massima realizzazione nel cinema degli anni successivi: siamo di fronte al commiato del moderno, che nel frattempo prelude alla generazione successiva. Il pregio di Blade runner, che molti suoi successori non riusciranno a condividere, è la profondità con cui questa spettacolarizzazione viene ancora realizzata: c'è del senso dietro le immagini di Scott e il portato filosofico e concettuale del film è ancora profondo e attuale.

In particolare la pellicola ci propone una versione della fantascienza molto più problematica di quella a cui ci ha abituato tutto un altro genere di cinema. Nello Star Wars di Lucas (ci riferiamo ovviamente all'episodio IV, datato 1977) la spinta sci-fi si traduce in una riproposizione futuristica dello schema classico della fiaba, in cui è chiaramente possibile identificare tutte le funzioni narrative dei personaggi e la trama è semplice e lineare: siamo di fronte alla quintessenza del divertimento. Blade runner invece ci presenta un mondo gnoseologicamente e eticamente molto più sfaccettato, molto più difficile da accettare e analizzare. 

Quanto è sottile la differenza fra un umano e un replicante? Cosa fa di un essere umano ciò che è? Cosa distingue un essere umano da una copia se il simulacro non sa di essere tale? Sono tutti interrogativi che, sebbene sciolti all'interno di una cornice narrativa ben definita, sono centrali nel dibattito filosofico contemporaneo, in particolare per quanto riguarda l'antropologia della persona. Sono questioni complesse che qui sarebbe difficile sintetizzare ma il problema dell'identità personale (Parfit, Nagel etc.) è uno dei grandi nodi concettuali che Blade runner riesce ad affrontare, in un ultimo omaggio a una stagione del cinema "di pensiero" che andava ormai concludendosi.
VOTO: 8/10

La finestra sul cortile



La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock - Genere: thriller - USA, 1954

Uno dei migliori thriller della storia del cinema, una gigantesca metafora dello sguardo così come è stato pensato dal cinema classico, un rovesciamento parodico della commedia di rimatrimonio. La finestra sul cortile è tutto questo e molto altro ancora, in una dinamica di piani di lettura che può essere efficacemente riassunta nel riconoscimento di quello che si suole dire un capolavoro nell'opera di Hitchcock. La grandiosità di un film forse non possiede metri di misura oggettivi, ma questo lavoro hitchcockiano si lascia apprezzare anche per la sua trasversalità: non è un film chiuso autisticamente su se stesso e sul suo sterile autocompiacimento; come tutti i classici esso dice qualcosa a chiunque, a qualsiasi livello ci si approcci alla sua visione.

Da un punto di vista eminentemente figurativo bisogna già notare la perfezione della fotografia, che scandisce ambienti multiformi e spesso incomunicabili pur nella loro vicinanza topografica. La finestra da cui guarda James Stewart si apre su un mondo brulicante, che guarda con sapore entomologico. Ogni uomo è un'isola, potremmo dire. Ma è anche vero che il sistema messo in piedi da Hitchcock non è completamente avulso da contatti e sembra configurarsi come un panoptikon di foucaultiana memoria: un insieme di sguardi che promanano da un unico punto e di cui le "vittime" non sono consapevoli; non sanno di essere guardate e (soprattutto) non sanno se sono guardate. 

Fra l'altro la genialità di Hitchcock sta nel rendere La finestra sul cortile una metafora azzeccatissima di come funziona il cinema di quel periodo, in cui lo stesso regista si trova imbrigliato pur riuscendo a manifestare la sua esuberanza e la sua genialità. Lo sguardo dello spettatore è incardinato a quello dei protagonisti (in questo caso a quello del solo Stewart) e lo segue in tutto e per tutto. Questo da una parte garantisce la posizione perfetta per l'osservazione (lo spettatore si trova cioè sempre nel punto migliore per vedere la scena che si sta svolgendo), ma al tempo stesso nega la possibilità di manifestare la propria presenza e di indagare altre prospettive visive su ciò che sta accadendo.

E' meraviglioso notare come un regista perfettamente inserito in una macchina industriale sia in grado di riconoscerne lucidamente i meccanismi di funzionamento e di portarli sulla scena, facendoli emergere rispetto alla condizione di invisibilità in cui si trovano di solito per lo spettatore. Quello che Hitchcock fa è un meraviglioso discorso sulle proprietà e le caratteristiche dello sguardo cinematografico, di cui riconosce pregi e limiti e di cui l'autore di parla entro una struttura comunque fortemente coinvolgente e narrativa (anche se assai metaforica). A rendere il tutto ancora più meraviglioso, le splendide interpretazioni dei protagonisti, con una Grace Kelly che ancora una volta disarticola il discorso sul gender che si stava canonizzando così perfettamente nel cinema di quel periodo.
VOTO: 10/10

domenica 23 giugno 2013

Daft Punk's Electroma



Daft Punk's Electroma di Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter - Genere: musicale/fantascienza - Francia, USA, 2006

Pur non essendo certamente un appassionato di musica elettronica, quando ho scoperto casualmente che i Daft Punk avevano preso parte a questo film che hanno anche diretto, ne sono stato subito incuriosito e ho deciso di guardarlo. La scelta si è rivelata opportuna: anche al di là di alcuni problemi che non lo rendono certamente un capolavoro, siamo di fronte a un prodotto quantomeno interessante. Anzitutto è bene notare (e questo elemento mi ha piacevolmente impressionato) che rispetto alla loro produzione musicale il film si presenta molto silenzioso, minimalista e rifugge continuamente il pericolo di diventare autocelebrazione visiva, una sorta di videoclip ingigantito insomma.

Non è un video musicale, ma forse non è neanche un film. Electroma è talmente diverso dai prodotti cinematografici contemporanei che risulta difficile persino riconoscerlo come tale. E' vero, ci sono state diverse sperimentazioni in questo senso (e i Daft se ne dimostrano consapevoli), ma nessuna era mai giunta così in là. La parola umana è completamente rigettata, in conformità al disegno narrativo che - per quanto blando - vede delle sorte di automi umanoidi abitare il pianeta: non una sola parola viene proferita in tutto il film. Il problema di questa scelta, unita alla lentezza morbosa di alcune sequenze e a una trama che praticamente non esiste, è che nonostante il film duri un'ora e dieci sembra veramente non finire mai. 

Nonostante questa caratteristica discutibile, che avvicina decisamente il film a un prodotto da cinema delle origini, bisogna dire che le ambientazioni roccioso-desertiche e le suggestioni sci-fi che permeano tutto il lavoro sono decisamente piacevoli e rendono tutto il film molto straniante e interessante (rovesciando fra l'altro tutto il filone della fantascienza sullo schermo: qui ci sono dei robot che vogliono diventare essere umani in un mondo di macchine!). Forse questo però non è bastato a fare di Electroma un prodotto piacevole, visto che alla sua proiezione all'annuale Festival di Cannes, la somiglianza di alcune sequenze con Gerry di Gus van Sant ha fatto abbandonare la sala a più di uno spettatore.

Al di là di questo atteggiamento deprecabile bisogna riconoscere che il confine fra ispirazione e copia è davvero molto sottile e, soprattutto nella parte finale, sembra davvero di vedere sequenze del film vansantiano in salsa fantascientifica (il che di per sé potrebbe non essere un male, ma forse i registi hanno esagerato con la densità dei riferimenti). Nel complesso un film piacevole, forse considerato un po'troppo entusiasticamente da alcuni recensori in cui mi sono imbattuto: il problema di Electroma è  - secondo me - una gestione davvero poco riuscita del ritmo narrativo (che poi è il grande pericolo che si nasconde dietro la rinuncia agli scambi dialogici).
VOTO: 6.50/10

Notorious, L'amante perduta



Notorious, L'amante perduta di Alfred Hitchcock - Genere: thriller - USA, 1946

E' forse eccessivo dire che dopo i thriller di Hitchcock il cinema non ha mai più raggiunto certe vette di perfezione? Forse, ma in questo c'è comunque un fondo innegabile di verità. Notorious ne è l'ennesima conferma: siamo di fronte a un film eminentemente narrativo (non è un caso che Hitchcock venga considerato uno dei padri del linguaggio classico!) ma talmente ben realizzato e pieno di implicazioni e possibilità di analisi che se ne potrebbe parlare per ore (la sterminata bibliografia sull'autore non può che confermare questa impressione). La bellezza di questi film sta proprio nell'orchestrazione generale, che a partire da una costruzione che risulta empatica sino all'inverosimile nei confronti dello spettatore, apre a spazi di riflessione praticamente infiniti.

Così Notorious, tutto basato su una trama noir ben strutturata e su una sceneggiatura molto ben scritta, grazie anche all'interpretazione magistrale degli attori (un sensuale Cary Grant e una Ingrid Bergman che è davvero una dama di cristallo), il film rappresenta una delle vette insuperate della cinematografia statunitense e forse mondiale. A livello linguistico non c'è molto da dire in effetti, ma questa povertà viene profondamente compensata da una serie molto fitta di stimoli sottocutanei che il regista inserisce all'interno delle immagini. Solo per fare un esempio possiamo citare tutta la problematica della figura femminile e del suo ruolo nella costruzione dell'identità e della società, cui si aggiunge in forma di parziale derivazione, il rapporto con la figura della Madre, centrale in Htichcock (Psycho docet) anche per le sue chiare implicazioni di carattere psicanalitico. 

Notorious è il perfetto esempio di un titolo bellissimo, affascinante grazie anche al bianco e nero etereo, nonostante non sia per nulla sperimentale. Si tratta di un film perfettamente inserito in una ben determinata logica produttiva, diciamo pure di consumo, ma entro cui l'autorialità di Hitchcock emerge prepotentemente a livello di tematiche e di sguardi. E' proprio da questi titoli che i cineasti contemporanei dovrebbero ripartire, per cercare di capire che è possibile realizzare un bel cinema di intrattenimento, che è ancora possibile realizzare dei buoni prodotti anche all'interno di una non sempre clemente logica produttiva.
VOTO: 10/10

sabato 22 giugno 2013

Le monde nous appartient


Le monde nous appartient di Stephan Streker - Genere: drammatico - Belgio, 2012

La nostra esistenza è costantemente riempita di tragedie silenziose, episodi di violenza interpersonale o auto inflitta in cui vite dimenticate si spengono con violenza oppure lentamente, lasciandosi andare senza reagire. Quanti individui vediamo ogni giorno per la strada e quanti di questi la sera non rivedranno la propria famiglia? È il disagio del flaneur, la spada di Damocle della modernità, diretta conseguenza della perdita di abitabilità dello spazio. Il mondo ci appartiene, ma è diventato un luogo altro da noi.

Il film di Streker è un manifesto alla vacuità dell’oggi, ma non ha l’aria di esserlo. È un’insieme di storie, un arazzo post-moderno dove le esistenze più diverse si incrociano senza esserne consapevoli. Ognuno ha i propri demoni da combattere (il rapporto familiare, un amore non corrisposto, il gioco…) ma il dramma individuale è incomunicabile agli altri e tutti sono chiusi in una solitudine senza scampo. Circondate dall’abisso, le figure di Le mond nous appartient giostrano freneticamente in cerca di una salvezza, che trovano nei più diversi espedienti. Alla fine, però, rimane solo un grande senso di vuoto.

È un senso di vuoto acre, che non lascia scampo perché non ha senso ed è costantemente stemperato da false relazioni sociali che costruiscono il simulacro di una vita felice. Ma, al di là della diegesi principale, che dipinge le miserie e i sogni dei due giovani protagonisti, di questo film rimangono soprattutto le sequenze extra-narrative, che con uno sguardo quasi scientifico, riprende senza giudicare frammenti di vita fini a sé stessi.

Il regista si diverte a scompaginare i tempi del racconto, che si frammentano in unità minimali destinate a ricomporsi solo in virtù di un piacevole (auto)compiacimento visivo, che passa attraverso un uso sapiente e intelligentissimo dei processi di montaggio e un ricorso mai banale alla musica, che diventa a sua volta fattore compositivo. È proprio grazie a una buona dose di sperimentalismo che il film si situa su un livello qualitativo decisamente alto, che riscatta anche la presenza di alcune sequenze poco riuscite.



I fili della storia si ricompongono nel finale, che ripropone e amplifica tutte le suggestioni di questo breve ma estremamente riuscito prodotto belga che, per citare una splendida frase di Giacometti, rappresenta il vuoto che ti cammina accanto, facendotelo dimenticare. 
VOTO: 8/10

venerdì 21 giugno 2013

Il bosco fuori



Il bosco fuori di Gabriele Albanesi - Genere: horror - Italia, 2006

Due dati di fatto risultano piuttosto evidenti riguardo al cinema italiano: che spesso è poco originale e tende a copiare prodotti di successo senza badare troppo alla loro qualità (e questo è verissimo anche per quanto riguarda la televisione) e che spesso questi prodotti si rivelano poi un fiasco pressoché totale perché chi si da alla copia non è in grado di usare questo procedimento in maniera intelligente e di tenere in considerazione le condizioni al contorno (p.e un film che potrebbe avere molto successo in Giappone potrebbe essere un fallimento sul mercato occidentale etc.).

Il bosco fuori è un classico esempio di questa dinamica, che già dal titolo internazionale (Last house in the woods) vuole evidentemente omaggiare uno dei capisaldi del genere cui si ispira, il celeberrimo L'ultima casa a sinistra. Già dall'inizio il prodotto di Albanesi si presenta quindi come un omaggio praticamente senza fantasia a un tipo di pellicola che ha rinnovato la storia di un genere ma che oggigiorno risulta mediamente abbastanza inutile e scontato. Questo non è vero per un generico disamore nei confronti di questo tipo di lavori, ma perché è abbastanza facile prendere atto di come oggi siano ben altre le strade da battere.

A questa scarsa utilità e fantasia si aggiunge poi la qualità della realizzazione del prodotto nel suo specifico. che se si dovesse riassumere in una sola parola sarebbe probabilmente da definirsi imbarazzante. Ma davvero il Centro sperimentale di cinematografia può aver contribuito a un simile disastro? A parte la trama di per sé non originale e infarcita di buchi narrativi e stereotipi fino all'inverosimile, la regia incerta e la recitazione a livelli che rasentano lo zero assoluto mi permette di esprimere qualche dubbio circa l'utilità di un film come Il bosco fuori

Nel complesso un lavoro non tanto deludente, quanto semplicemente mediocre e mal realizzato. Un peccato, perché le strade che dovrebbe prendere il cinema italiano sono ben altre; imitando malamente gli americani di certo non si potrà andare molto lontano.
VOTO: 3/10

giovedì 20 giugno 2013

Arirang



Arirang di Kim Ki-duk - Genere: drammatico/documentario - Corea del Sud, 2011

Se Pietà, splendido lavoro di Kim Ki-duk praticamente appena recensito, ha segnato il ritorno sulle scene del celebre regista coreano con la (meritatissima) premiazione al Festival di Venezia, Arirang è la testimonianza di un tempo precedente, dal sapore quasi atavico e antidiluviano, di una crisi che prelude a una resurrezione (sarà un caso che il film successivo, che collega i due, sia Amen?). Sotto shock dopo l'incidente occorso durante le riprese di Dream, il cineasta si è ritirato per tre anni in un eremo di montagna, in un isolamento assoluto che sa di ascesi monastica e che i fotogrammi terrei e imprecisi di questo lavoro testimoniano egregiamente.

Al di là di tutto, delle motivazioni personali che hanno spinto il regista a dedicarsi a questo genere di cinema (aspetto sicuramente meritorio ma che non ho gli strumenti per approfondire), Arirang è un grido che risale violentemente e che urla alla base della nostra percezione, chiedendoci di riflettere sulla vera essenza del cinema. Insomma, oltre a tutte le interpretazioni che potrebbe potenzialmente ricevere, il film di Kim Ki-duk è la perfetta dimostrazione del fatto che per fare cinema, vero cinema, non ci sia bisogno di nient'altro che di una videocamera e di qualcosa da filmare; questo non vuol suggerire certo che un qualsiasi materiale filmato sia un film, ma sarebbe bene riflettere che si può dire e fare moltissimo anche col niente quasi assoluto. 

L'aspetto commovente di questa narrazione così fortemente irregolare, spezzata, paradossalmente antinarrativa è la profonda umanità che rilascia ad ogni immagine, come se il regista fosse riuscito a intridere la pellicola della sua sensibilità incredibilmente umana. E' singolare poi rendersi conto che l'affezione che si può provare per un film come Arirang non deriva essenzialmente da una sterile empatia con una storia lacrimosa, ma con la presa d'atto dello sterminato amore di Kim per il cinema e della sua insopprimibile necessità di produrre per esistere, come che lui fosse nato per la macchina da presa.

Sicuramente un film complicato, non per tutti, che grazie a una ottima fotografia riesce a penetrare nella sostanza più pura e personale della settima arte. Non è un film pensato per il grande pubblico, il ritmo narrativo ce lo conferma, ma fatto essenzialmente per un regista che ne aveva l'estrema necessità. Il cinema è una cosa seria; c'è anche chi lo intende come una questione di vita o di morte.
VOTO: 9/10