mercoledì 16 aprile 2014

Le Iene



Le Iene di Quentin Tarantino - Genere: azione, thriller - USA, 1992

Nel mio ultimo post, parlando della prima opera di Dario Argento, ho detto che si è trattato di un esordio convincente che si è presto tramutato in uno stile cancrenizzato e insoddisfacente. Quentin Tarantino, regista per il quale ho senza dubbio un rapporto di amore/odio, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, confeziona un film straordinario, di una violenza visiva inenarrabile ma - soprattutto - di uno stile talmente sofisticato e al tempo stesso apparentemente facile da far venire i brividi. Mi pare infatti che una delle caratteristiche fondamentali dei film di Tarantino, penso a Kill Bill e in misura minore a Pulp Fiction, sia la loro grandissima capacità di parlare efficacemente anche ai non addetti ai lavori, o quantomeno al pubblico che dal cinema esige solo un sano intrattenimento. Ho a lungo pensato che questo carattere pop (nel senso etimologico del termine) fosse un potenziale demerito, ma sto lentamente convincendomi a rivedere la mia posizione. 

In ogni caso Le Iene contiene in sé un cocktail esplosivo di elementi che ci raccontano, in una specie di teatro kabuki della violenza gratuita, praticamente tutto il cinema di Tarantino precedente a Bastardi senza gloria, per il quale va fatto senza dubbio un discorso almeno in parte diverso. Siamo di fronte a un film che è davvero una prova registica di grande valore, che ci dice in modo succinto e stringato quanto bisogna sapere sull'estetica di Tarantino e sulla sua capacità mascherare il proprio valore ai più. Intendiamoci, Le Iene è senza dubbio un film difficile da girare e che mette subito in chiaro quella che è la tempra di uno dei registi più controversi ma importanti delle ultime decadi. Anche se forse c'è ancora qualche asperità da smussare, la linea narrativa a intreccio è gestita in maniera egregia e il titolo è già un crogiolo di citazioni che arrivano fino all'ormai ben noto spaghetti western Django.

Tarantino lo si può apprezzare o no, ma è senza dubbio un dovere della critica quello di rendere merito all'importanza di titoli tanto ben realizzati. Forse non eccessivamente rivoluzionari in questo caso, ma davvero egregiamente orchestrati sotto il profilo della tecnica.

VOTO: 9/10 

martedì 15 aprile 2014

L'uccello dalle piume di cristallo



L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 1970

Se esistesse una petizione per cacciare Argento dalla scena cinematografica italiana, tutti sanno benissimo che la firmerei. Non sarò mai troppo stanco di ripetere come io trovi la fama di questo regista eccessiva e in larga parte immeritata, soprattutto viste le sue ultime derive. Ciò nondimeno, una serena valutazione critica del suo corpus cinematografico non può non portare alla luce la presenza di alcuni titoli decisamente interessanti, come Profondo Rosso (forse il suo film più noto) e il qui presente L'uccello dalle piume di cristallo, datato 1970, che segna l'esordio del cineasta romano dietro alla macchina da presa. Esordio della cosiddetta Trilogia degli animali (è bene precisare il cosiddetta perché in tutti e tre i film che la costituiscono, come nel mediocre Il gatto a nove code, il referente zoologico risulta poco più di un pretesto), al di là di un indubbio valore estetico per interessanti trovate stilistiche che propongono una linea regista sciolta e gradevole, il titolo in esame merita di essere ricordato senza dubbio per la sua importanza storica. 

Se si cercasse un film in grado di dettare legge, o quantomeno capace di cambiare le carte in tavola nel panorama del giallo italiano, questo sarebbe senza dubbio L'uccello dalle piume di cristallo. Sgravando la tradizione dallo schema di Mario Bava, che ebbe il merito di inaugurare il genere (Sei donne per l'assassino ne è un classico esempio), il film di Argento realizza un perfetto sposalizio fra uno stile registico non aneddotico, in cui predomina l'uso della soggettiva e una struttura diegetica  consistente che detterà praticamente  legge all'interno del cinema italiano degli anni immediatamente successivi e non solo. Questo vale anche (e forse soprattutto) per la caratterizzazione dei personaggi: il ruolo morboso e paranoide affidato alle figure femminili, il protagonismo di scrittori/giornalisti/fotografi che si trovano a diventare detective e l'identità celata dell'assassino, sempre connessa alla doppiezza e ai disturbi dell'identità.

Un film gradevole e molto ben riuscito. Un peccato che abbia dato origine a una posterità tanto sfortunata (sia per quanto riguarda gli altri registi che ne sono stati condizionati, sia per quanto concerne la poetica dello stesso Argento)

VOTO: 7/10 

sabato 12 aprile 2014

Nymphomaniac: Volume II



Nymphomaniac: Volume II di Lars von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Germania, Regno Unito, Belgio, 2013

Dopo l'uscita di Nymphomaniac: Volume I in Italia, dove il film è adesso in programmazione, si è avuto modo di leggere più o meno di tutto, sia sulle testate specialistiche cartacee e non che su pagine meno formali, come blog o semplici siti di approfondimento gestiti da utenti. C'era da aspettarselo; Lars von Trier ha sempre fatto parlare molto di sé e un titolo come questo non poteva che accendere la polemica. La divisione fra chi lo ha ritenuto una splendida summa del cinema del regista e chi invece lo ha stroncato o quasi è stata netta come al solito. Tralasciando i commenti, pure esistenti, che definiscono il film visivamente brutto o poco riuscito (sono valutazioni evidentemente non utili ai fini della critica), qualcuno vi ha trovato molta filosofia, molta profondità e altri solo molte chiacchiere. Personalmente, pur situandomi all'interno del primo gruppo, non faccio fatica a capire le motivazioni dei detrattori, che pure ho parzialmente condiviso per alcuni precedenti lavori del regista danese. 

Riguardo al Volume II di quest'opera tanto complessa, che io ritengo il capolavoro (o almeno uno dei massimi lavori di von Trier), tecnicamente non c'è molto da aggiungere rispetto alla parte precedente; anche l'idea di dividere le recensioni non mi ha conquistato, ma data la diffusione "episodica" dei film la scelta è stata necessaria. Dunque ancora una volta ottima regia, fotografia magistralmente orchestrata su cui si inscrive, con un uso sbrigliatissimo, una semiosfera di segni diversi, che fanno da commento o apertura discorsiva al contenuto narrativo. Se dovessi individuare un valore che cambia dal primo capitolo a questo secondo è senza dubbio il senso della recitazione, che almeno in parte mi pare mutato. Shia Labeouf si mostra in questa seconda parte di Nymphomaniac in modo molto più sfaccettato e profondo di quanto non facesse nei primi cinque capitoli della storia, dove era più che altro un inarrivabile oggetto di desiderio. Qui invece abbiamo modo di apprezzare appieno delle insospettabili (almeno per me) doti recitative, in un personaggio incredibilmente toccante e a suo modo intimamente positivo. La Gainsbourg, sempre meravigliosa nel suo rapporto simbiotico e quasi di sfruttamento con il regista, appare qui non più come una dominatrice violenta, ma quasi come una vittima indifesa alla costante ricerca di un orgasmo che si tinge a tratti di un misticismo che, se per molti potrebbe risultare fastidioso a causa delle implicazioni religiose, per me è senz'altro assolutamente geniale. 

Interessante anche la sequenza in cui Joe fa sesso con due uomini di colore, volendo sperimentare l'esperienza di avere un rapporto sessuale con persone delle quali non conoscesse il linguaggio e delle quali fosse quindi in pieno potere. Senza dubbio il personaggio più affascinante, almeno per me, è pero Jamie Bell, attore protagonista del lacrimoso Billy Elliot, che qui viene rappresentato come un sadomasochista decisamente affascinante, per quanto inquietante. Von Trier ha probabilmente voluto giocare con le conoscenze cinematografiche del suo pubblico, rovesciando di segno l'eroe positivo di un notissimo successo di pubblico: per quanto Bell abbia recitato in diversi altri film, il ruolo che lo ha segnato è senza dubbio stato quello del suo debutto nel 2000; tutti lo ricordiamo per quello. 

Personalmente credo che a un livello che potremmo definire "filosofico", ci sia molto altro da dire ma questa non mi pare la sede adatta. Senza dubbio, traendo un giudizio sintetico su questo secondo capitolo, non posso che confermare quanto detto per il precedente, vale a dire elogiare la potenza/violenza visiva di un film girato benissimo e dalle elevate pretese stilistiche e di contenuto. Confermo l'impossibilità di paragonarlo a Shame, pure gradevole, rispetto al quale si pone decisamente su un'altro livello. L'attesa per la versione non censurata è assolutamente grande e senza dubbio quello sarà il momento della valutazione più importante per un film tanto discusso.

VOTO: 9.50/10 

martedì 8 aprile 2014

Pulse



Pulse (titolo originale: Kairo) di Kiyoshi Kurosawa - Genere: horror/thriller - Giappone, 2001

Forse fra i grandi capolavori dell'horror giapponese, quelli che hanno contribuito a definire il rinnovamento degli anni Zero all'interno del genere godendo di una pervasività enorme legata non tanto ai sequel ma piuttosto ai remake americani, che ho recensito e visto sino ad oggi, Pulse merita il primo posto per quanto riguarda la complessità dell'intreccio e la vastità delle implicazioni teoriche e/o filosofiche che si porta dietro. Ben più dell'osannatissimo Cure, del medesimo Kurosawa, Pulse si presenta come un titolo che è stato in grado, in tempi decisamente non sospetti, di raccontare con una visionarietà disarmante alcuni dei tratti più significativi della contemporaneità attuale. 

Entro la cornice tradizionale dell'horror che potremmo definire con un termine sicuramente improprio "d'apparizione", nel quale delle entità non meglio definite comunicano in qualche modo con il mondo fenomenico, Kurosawa riesce ad inserire, seppure in maniera non sempre convincente, una dimensione cosmica che amplifica enormemente la drammaticità del racconto. Ring non ha avuto questa fortuna, anche se nel romanzo Loop (che conclude il ciclo dal cui titolo di testa il film è tratto), Koji Suzuki fa un ottimo e riuscitissimo tentativo in questo senso. Tornando a Pulse, Kurosawa mette in scena con una grande lucidità e capacità di racconto il Giappone di fine anni Novanta/inizio anni Zero usando il computer come interfaccia di analisi. Questo gli dà la possibilità di analizzare alcuni dei fenomeni oggi più comuni legati all'uso della rete, ma all'epoca incredibilmente innovativi (mi riferisco ad esempio alla condivisione di immagini in streaming, al problema dell'identità dietro lo schermo, alle conseguenze psicosociali delle reti telematiche etc). Il tutto prende corpo attraverso una grande capacità scenica, che si esprime in una composizione solidissima e strutturata su più piani, cui corrisponde un uso libero della macchina da presa e del montaggio.

Ma se il tutto si limitasse a questo, la grande fama di Pulse sarebbe almeno in parte ingiustificata. Ciò che rende questo titolo capace di imporsi a livello mondiale come uno dei titoli capitali dello scorso decennio è senza dubbio la sua capacità di trasfigurare i dati accidentali in universali, cosa che consente a Kurosawa di ipotizzare, nel finale del film (che è senza dubbio la parte meno riuscita) una globalizzazione del dramma di cui l'opera racconta. Più importante sembra però il modo di trattare i corpi fantasmatici, che significativamente si riducono a macchie nere quasi putrescenti o a un pulviscolo fluttuante che è impossibile trattenere. Corpi disintegrati, immagini della catastrofe; per me, concrezioni visive del dramma di Hiroshima.

VOTO: 9/10 

lunedì 7 aprile 2014

Yattaman: Il film



Yattaman: Il film di Takashi Mike - Genere: commedia/fantascienza - Giappone, 2009

Forse qualcuno oltre a me guardava i cartoni che trasmettevano sulle reti secondarie come Italia 7 Gold, canale su cui sono andate in onda serie anime assolutamente pregevoli come L'uomo Tigre e Ken Il Guerriero. Nella programmazione preserale di questa rete c'era anche Yattaman, sgangheratissimo anime che fondeva elementi di una comicità surreale, battaglie con robot in puro stile giapponese e una ostinata insistenza sulla nudità e la sessualità. Aver scoperto che quel folle di Takashi Mike ha realizzato qualche anno fa un film live action di questa bella serie animata mi ha molto colpito, perché si tratta di un cartone abbastanza datato anche a livello di grafica e disegni, perciò ero molto curioso di vedere il risultato. Il difficile, nei confronti di un prodotto come Yattaman è senza dubbio quello di rendere al meglio l'assurdità delle trovate di spirito che lo hanno da sempre contraddistinto, cosa che poteva risultare impedita o resa più ostica con il cambio di linguaggio insito nella transizione tv/cinema.

Mike è senza dubbio un regista che ci sa fare e la sua capacità indiscussa gli ha consentito di soddisfare appieno la richiesta implicita che tutti coloro che hanno apprezzato la serie gli ponevano. Pur non caratterizzando in modo pienamente soddisfacente i due personaggi positivi (molto più riuscita è l'impresa relativa al Trio Dronio, che anche nella serie era in effetti ciò che contribuiva in maniera sostanziale a reggere l'edificio), la sceneggiatura si basa interamente sui giochi di spirito, che sono sempre divertenti e in pieno stile Yattaman. Viene invece completamente a mancare la componente "erotica" (mi rendo conto che il termine è fuorviante, ma non ne ho di migliori...), ma sinceramente non se ne sente troppo la mancanza. Forse tutto sommato lo Yattaman cinematografico è più adatto ai bambini di quanto non lo fosse quello televisivo, ma in effetti non si tratta di un format in cui la correttezza logica la fa da padrone, anzi forse è vero completamente l'opposto. 

Tutto sommato, pur in presenza di qualche difetto e certamente non presentandosi come un titolo dall'alto contenuto estetico, Yattaman riesce a raccontare con successo le atmosfere del cartone cult grazie a una regia attenta e sensibile a quello che era il vero senso della serie.

VOTO: 6/10 

domenica 6 aprile 2014

Riddick

 

Riddick di David Twohy - Genere: fantascienza/azione - USA, 2013

Sembra che i titoli commerciali di successo (per evidenti ragioni monetarie) non possano proprio esimersi dal bisogno di fondare delle trilogie (o tetralogie, o peggio...). David Twohy, regista visionario che ha dato al personaggio di Riddick tutto il suo fascino con il bel Pitch Black, titolo di ormai quasi quindici anni fa, cui ha fatto seguito il non altrettanto riuscito The Chronicles of Riddick, ha deciso di non farsi mancare il terzo episodio di una saga che poteva benissimo chiudersi nel 2004. Questo terzo episodio di uno dei più fortunati film di fantascienza degli anni Zero (insieme, ovviamente, a Matrix, del quale però Pitch Black non ha la levatura filosofica e teorica) delude sotto molti punti di vista, a partire - come ho cercato di spiegare - dalla sua stessa esistenza. Pur ricollegandosi al precedente capitolo della trilogia, Riddick lo fa in una maniera piuttosto debole e fantasiosa, seppure in qualche senso coerente con la morale della intera serie.

Questo contribuisce a rendere manifesto il difetto principale del film, che si situa a livello di ritmo e debolezza dell'intreccio drammatico: sulla durata di centoventi minuti circa il film propone un lunghissimo e ben poco utile prologo che sembra fatto apposta per i neofiti della serie, come se ci fosse bisogno di ambientarsi nei confronti del personaggio e del suo stile di vita. Ancor più tamarro di come lo avevamo lasciato, Vin Diesel, sciorina una serie di massime da tipico action movie americano per poi lasciarci a un buon venti minuti di lotta per sopravvivenza del tutto irrealistica che si conclude niente meno che con l'adozione di una specie di cane (c'era proprio bisogno di un amico a quattro zampe?). Dopodiché inizia il vero e proprio sviluppo della trama, che vede Riddick opposto a due compagini (poi alleatisi) di individui che cercano di catturarlo. Nulla di nuovo sotto il sole e anche qui l'azione stenta a decollare: Twohy predilige elementi stealth e dalle sfumature horror che sembrerebbero voler tornare a Pitch Black, purtroppo senza riuscire a mimarne la freschezza e l'efficacia. Anche a livello di effetti speciali non si può segnalare nulla di particolarmente eclatante, cosa che forse si può imputare al budget piuttosto ridotto (conseguenza del flop di The Chronicles of Riddick, con tutta probabilità). 

Nel complesso una conclusione piuttosto indegna per una serie che aveva fatto il botto al suo debutto, ripiegandosi poi in maniera piuttosto indegna per evidenti ragioni commerciali. 

VOTO: 4/10 

venerdì 4 aprile 2014

Madison County



Madison County di Eric England - Genere: horror - USA, 2011

Sembra un luogo comune, ma ormai è proprio vero che il genere horror sembra aver perso almeno parte della sua attrattiva. Salvo pochi capolavori indiscussi, gli ultimi vent'anni ci hanno regalato solo una quantità assolutamente indescrivibile di pattume cinematografico che meriterebbe di essere dimenticato quanto prima. Un genere imbastarditosi, senza niente più da comunicare agli spettatori e agli affezionatissimi, che ricicla ab infinitum degli stilemi narrativi e registici ormai incancrenitisi. E' questo, purtroppo, il caso di Madison County, film dell'americano Eric England il quale, sorprendentemente, ha cominciato a lavorare nel 2010 e ha al suo attivo (secondo la pagina di Wikipedia) già dieci film, con la media di circa 2.5 film all'anno. Questo dato dovrebbe essere sufficiente a non lasciare alcun dubbio sulla qualità delle sue opere; è un peccato che non abbia cercato prima questa informazione, perché mi avrebbe risparmiato 80 minuti di noia assoluta.

Ho detto che uno dei motivi per cui gli horror attuali sono ormai indegni è che non si rinnovano più: nell'opera di England la base dell'impianto drammatico e il suo sviluppo sono ripresi praticamente alla lettera da Non aprite quella porta, film - come si sa - del 1974 che a fronte di una fortuna spaventosa vanta già una serie di remake e sequel che ne hanno compromesso lungamente la qualità e la fortuna critica. England comunque prende il canovaccio ben consolidato dello slasher classico, senza considerare che un (sotto)genere che ha avuto la sua stagione aurea fra gli anni Settanta e i tardi anni Ottanta non è adatto a rappresentare adeguatamente lo spirito dei tempi. Più volte mi è capitato di stroncare titoli che riprendono gli elementi fondanti di Ring o di Paranormal Activity, ma almeno in quel caso le fonti di "ispirazione" erano legate ai tempi, mentre per Madison County si registra in generale un fastidioso anacronismo. 

Dopodiché, tutto il resto è in discesa. A fronte di una trama molto sfilacciata, che vorrebbe essere impressionante pur senza riuscirci e che comunque non si presenta come niente di particolarmente innovativo, abbiamo una sceneggiatura ai limiti della scolaricità per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi (meglio dire tipi) e delle loro interrelazioni psicologiche. Il tutto concorre a definire questo film come un vero e proprio fallimento, di cui non consiglio la visioni a priori dalle proprie preferenze cinematografiche.

VOTO: 2/10 

giovedì 3 aprile 2014

#AngoloTrash: Troll 2


Troll 2 di Claudio Fragasso - Genere: horror/trash - Italia, 1990

Notissima produzione italiana (!!!) dei primi anni Novanta, Troll 2 è uno dei film squallidi più celebri sul web. Ammirato negli USA come il migliore fra i film trash mai realizzati e compreso nei peggiori cento film recensiti su IMDB (anche se ormai è quasi uscito dalla lista... incredibilmente), il film è senza dubbio il motivo principe della fama (negativa) di Claudio Fragasso, autore di una serie assolutamente incredibile di film di bassa lega che ha anche firmato, assieme a Bruno Mattei, il celeberrimo Zombi 3, opera "incompiuta" del maestro Fulci, che ne ha girato solo una piccola parte prima di esserne impossibilitato a causa della sua malattia. Ai limiti dell'umana comprensione per la bassezza dell'intreccio e degli effetti visivi, Troll 2 è senza dubbio un titolo che un appassionato di film trash non può non conoscere. 

La trama è molto semplice: un'allegra famigliola americana va a passare un periodo di vacanza nella bucolica cittadina di Nilbog, seguita dal fidanzato della figlia maggiore e dai suoi amici. Gli abitanti di Nilbog sono in realtà dei goblin (e non dei troll...) che uccidono un po'di elementi del gruppo prima di essere eliminati. Fine. La prima cosa straordinaria da notare è che i goblin, già nella loro forma umana, sono vegetariani... e uccidono le persone per poi trasformale in alberi e potersi cibare delle loro "carni". Se tutto ciò non fosse già abbastanza assurdo, e mi pare lo sia, in una specie di chiesa sconsacrata che sembra un laboratorio alchemico si trova anche una strega, che in realtà è a sua volta un goblin (!!!) e che collabora con i suoi amichetti verdastri con l'obiettivo di eliminare la famiglia di cui sopra. 

Il film è pieno di assurdità sia a livello narrativo che tecnico (celeberrima la scena dei pop-corn, assolutamente impagabile!) ma alla fin fine per come è costruito non riesce a divertire fino in fondo, anche al di là della breve durata. In circa novanta minuti di film succedono tante di quelle cose strampalate e raccontate talmente male che l'effetto complessivo è un po'stordente e comunque si vorrebbe che la proiezione finisse il prima possibile. Peccato che non succeda e fra una recitazione pessima (da vedere anche il celebre Oh my god!) e degli effetti spaventosamente trash, Troll 2 si presenta come un titolo da cui forse, ormai, ci si aspetta un po' troppo. 

VOTO



mercoledì 2 aprile 2014

Grazie zia



Grazie zia di Salvatore Samperi - Genere: drammatico - Italia, 1968

Che i tardi anni Sessanta siano stati un'epoca agitata è cosa piuttosto nota; il '68 in particolare è da sempre legato a un ben preciso clima contestatario e (ancora) non ingenuamente giovanilistico come spesso si tende a dire in qualità di privilegiati ascoltatori di storie postume. In Italia, nel breve volgere di un paio d'anni, vedono la luce almeno tre titoli che hanno avuto un significato profondo per il rinnovamento del cinema italiano dal punto di vista del linguaggio e delle tematiche: I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965), Escalation (Roberto Faenza, 1968) e il qui presente Grazie zia. Meno nota del film di Bellocchio, la pellicola di Samperi affronta in maniera lucida e disincantata il rapporto torbido e pruriginoso che si sviluppa fra una zia e il proprio nipote falsamente disabile. Erroneamente considerato un film erotico a causa della storia morbosa che si sviluppa fra i due protagonisti, Grazie zia è in realtà uno splendido esempio di un cinema che si avviava a grandi passi nell'alveo della cosiddetta modernità. Cinema arrabbiato, che urlava con violenza e grande eversività visiva la sua necessità di dire qualcosa a tutti i costi. 

La bella Lisa Gastoni, quintessenza di una femminilità procace eppure estremamente fragile, danza ossessivamente sul palcoscenico dei desideri, manovrata abilmente da un Lou Castel bravo ma non all'altezza della sua partner femminile. Ciò che se ne ricava è un sismogramma dei sentimenti, raccontato da Samperi con grandissima eleganza e capacità di resa visiva, realizzata soprattutto grazie a un uso più libero della fotografia e del montaggio, che procede per associazioni spesso libere o quantomeno non immediatamente ascrivibili al sistema classico dei raccordi. 

Il film, di per sé per nulla spiacevole, è però poco più di questo. Al di là di alcune perplessità sul ritmo della vicenda e sul trattamento dell'intreccio drammatico, la regia di Samperi per quanto interessante sotto il profilo visivo rischia spesse volte di sconfinare pericolosamente nella pura esibizione degli stilemi tecnici. Il che non è assolutamente un male, ma nel caso di un intreccio forte come appare quello di Grazie zia, il risultato complessivo può finire col risultare eccessivamente appesantito. Ed è proprio quello che succede qui, dove tutta la prima parte sembra quasi perdere di utilità e la seconda finisce per smarrire gran parte del suo fascino. Un peccato, che però non pregiudica completamente il giudizio inevitabilmente positivo su un lavoro ben realizzato e importante dal punto di vista storiografico.

VOTO: 6.50/10 

martedì 1 aprile 2014

I giorni della vendemmia



I giorni della vendemmia di Marco Righi - Genere: drammatico - Italia, 2010

Il cinema italiano, sembra, è ancora capace di stupirci. Lo fa molto piacevolmente con questo I giorni della vendemmia, pluripremiato lungometraggio di Marco Righi che racconta, con un lirismo visivo del tutto fuori dal comune, la fine di un'estate fra i vigneti dell'Emilia. Con una grande capacità registica veniamo proiettati subito nell'ambiente un po' guareschiano di una campagna sapida, saldamente ancorata alle proprie tradizioni e paradossalmente oscillante fra la canonizzazione di Berlinguer e le confortanti litanie religiose. Eppure, al di là delle contraddizioni, era un mondo in cui la pacificazione era ancora possibile e le cose concrete avevano ancora un valore oggettuale. Riprendendo senza dubbio alcuni elementi della poetica di Pier Vittorio Tondelli (non a caso nel film la sua ombra è più volte presente, anche direttamente, con il testo Altri libertini), resi attraverso un uso non banale e a volte quasi pittorico del linguaggio cinematografico. 

Inquadrature profonde e a tratti non troppo dissimili da quelle elogiatissime di Welles, che usa in Quarto potere la profondità di campo in senso espressivo, incorniciano i desideri di Elia (il bravo Marco d'Agostin) nei confronti di Emilia (Lavinia Longhi), nel rincorrersi per nulla stucchevole di emozioni rese sempre con  una grande capacità di racconto. Righi si muove insomma con agilità nei registri della visualità, arrivando infine a mostrarci con uno stile decisamente inaspettato (rispetto al resto del lungometraggio) la reazione di Elia all'"incontro fra Lavinia e Samuele), attraverso una visione quasi espressionistica e comunque legata al suo modo personale di vedere le cose, con una rinuncia all'oggettività poetica che caratterizza invece il resto del film.

Nel complesso siamo di fronte a un titolo che senza dubbio meriterebbe di essere più conosciuto, per le indiscutibili qualità tecniche e la capacità di mostrare con concretezza e un romanticismo per nulla mieloso una storia d'amore mancata nell'epilogo estivo di un'Italia che stava per cambiare. 

VOTO: 8.50/10