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giovedì 14 novembre 2013

Dillinger è morto

























Dillinger è morto di Marco Ferreri - Genere: drammatico - Italia, 1969
 
Adriano Aprà lo ha definito efficacemente il film della mia generazione ed in effetti il Dillinger di Marco Ferreri è senza dubbio una pietra miliare del cinema italiano e non solo. Accolto con entusiasmo dai Cahier e sistematicamente ostracizzato dalla grande distribuzione/trasmissione (rarissime volte è stato proposto in televisione) il lavoro di Ferreri è l'epitome di un nuovo modo di fare cinema, che sovverte nelle sue strutture fondamentali tutta la produzione precedente. In questo profondo rinnovamento delle strutture narrative e stilistiche della cinematografia pre-esistente l'opera di Ferreri viene spesso accostata, anche per alcune vicinanze di pensiero, a quella di Pasolini, forse non completamente a torto.
 
Dillinger è un film che sembrerebbe essere frutto del caso, come se la macchina da presa del regista si fosse trovata per errore a seguire il peregrinare notturno di un anonimo ingegnere industriale splendidamente interpretato da Michel Piccoli. Così la lunga attenzione che viene riservata alla preparazione della cena, oltre a prefigurare un interesse per il cibo che si connette puntualmente alla tematica della morte e dell'eros (cosa che sarà quantomai evidente ne La grande abbuffata), è rappresentata con una tale attenzione al dettaglio non funzionale che finisce con il risultare volutamente noiosa. Dopotutto, a chi interessa vedere la vita casalinga di una persona come le altre? Basta quest'idea di base a far tremare dalle fondamenta quel cinema dell'eroismo e dello spettacolo su cui Hollywood aveva costruito la sua retorica.
 
Così Dillinger è morto è un film che fa della manchevolezza narrativa il proprio cavallo di battaglia, tanto che la cosiddetta trama potrebbe essere riassunta in uno spazio minimo senza alcuna perdita dal punto di vista dell'intelleggibilità dell'immagine. Anche il linguaggio utilizzato è semplice, come se il regista volesse creare un'uniformità fra il suo film e quei video amatoriali che il protagonista guarda seduto in poltrona, mentre conclude la sua vera ricetta, che non consiste nella preparazione della cena ma nel "restauro" di una vecchia pistola, trovata avvolta in una pagina di giornale che recava notizia della morte proprio di John Dillinger (da qui il senso del titolo).
 
E' proprio nel rapporto con le immagini proiettate (e quindi, da un punto di vista meta-artistico, con il cinema), che il protagonista perde sé stesso, rendendosi conto di quale sia la sua condizione e decidendo di perdersi per sempre in quel mare di rappresentazioni illusorie. Per cercare di sfuggire alla vacuità routinaria della sua esistenza (da una nausea di sapore sartriano) alfine, in un ultimo quanto amaro slancio vitalistico, ucciderà la moglie, vista come concrezione materiale di quell'opprimente condizione. Ma dopo che il Nostro, imbarcatosi su una nave come cuoco, vede il cielo tingersi di rosso, lo svelamento della finzionalità dell'immagine rende lo spettatore consapevole che non c'è scampo all'umana condizione.
 
Dillinger è quindi un capolavoro di drammaticità, che sperimenta nuovi stilemi del linguaggio cinematografico entro una cornice narrativa quantomai debole, tratteggiando un tipo umano dai toni quasi sveviani, ripreso seppure in forma fortemente mutata, da altri personaggi coevi o successivi. Che cos'è il Fantozzi del 1975, se non una versione amaramente comica e forse più disillusa dell'individuo disegnato da Ferreri?
 
VOTO: 10/10 

giovedì 17 maggio 2012

La grande abbuffata - Recensione


La grande abbuffata di Marco Ferreri - Genere: grottesco - Italia, Francia, 1973

Quattro uomini piuttosto benestanti si chiudono in una bella casa nei sobborghi cittadini per consumare un enorme pasto di ottima qualità, con l'unico scopo di morire.

Marco Ferreri è senza dubbio (insieme a Pier Paolo Pasolini) uno dei registi più controtendenza, particolari e volutamente anticonvenzionali che l'Italia abbia mai avuto. Casi rari, che ormai sembrano aver abbandonato queste terre. Già nello splendido Dillinger è morto il regista, scomparso a Parigi nel 1997, aveva fatto esplodere con tutta la violenza possibile e immaginabile la bomba della critica sociale, qui riproposta e se possibile anche con maggior violenza. Ferreri raduna per questa fatica un cast d'eccezione, con un Mastroianni rubacuori, quasi l'altra faccia de La dolce vita felliniana e un Tognazzi veramente grottesco e pasoliniano nelle sua azioni, solo per fare qualche nome. 

Il film di per sé non ha una trama, non segue le portate di un pranzo tipo, anche se l'idea originale è quella. Presto la bellezza compositiva dei primi piatti cede il posto a un tripudio di cibi di ogni sorta, consumati in ogni stanza della casa, che diventa un enorme bordello, quasi una statua all'ingordigia rapace dell'uomo. C'è molto de L'angelo sterminatore di Bunuel in questo film, a partire dalla volontà di decostruire l'istituto della società borghese e benpensante. C'è almeno altrettanto di pasoliniano, in particolare faccio riferimento al capolavoro Salò che era forse più incentrato sui temi del potere e della bio-politica. 

E' un viaggio autodistruttivo, una parabola dell'autoannientamento umano che passa non a caso attraverso quelle azioni che secondo i teorici del comportamento (e della critica alla società occidentale), come Marcell Mauss che maggiormente risentono di una regolamentazione, vale a dire il cibo e tutte le attività che concernono gli orifizi (sesso, escrezioni etc.). E' proprio qui che emerge una memoria pasoliniana, con il celebre Girone della Merda che non può non tornare in mente. 

In generale un film difficile da descrivere, un enorme banchetto ai vizi umani, con una volontà di critica sociale che però non è mai pura demagogia antiborghese, anzi spesso si risolve in un puro gioco grottesco di corpi, cibo, sesso e liquidi, fino alla bellissima sequenza finale, dove Tognazzi si uccide mangiando il pasticcio di carne da lui stesso cucinato a forma di Santa Maria del Fiore.
Certamente, un film che mal si presta ad essere guardato prima o dopo i pasti.

VOTO: 7.50/10