giovedì 15 maggio 2014

Violent cop



Violent cop di Takeshi Kitano - Genere: drammatico/azione/thriller - Giappone, 1989

Attenzione, quest'uomo è estremamente percioloso. Questa è la traduzione italiana del titolo originale giapponese del primo lungometraggio diretto e interpretato da Kitano, indiscusso maestro del cinema giapponese (già attore di altre pellicole di tono comico). Per quanto anche la lezione italiana della titolazione rimanga fedele allo spirito della pellicola, la traslitterazione originale dei kanji rende sicuramente meglio il clima anche culturale che sta dietro a questo lavoro. In ogni caso già da questo suo primo film Kitano impagina degli elementi di grandissimo interesse: a partire da un canovaccio piuttosto convenzionale, il regista riesce a far emergere un prodotto decisamente interessante che è stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico. Attraverso gli occhi del poliziotto Azuma, Kitano ci racconta di una discesa ad inferos che sembra però investita di un forte valore morale: per quanto sia indubbiamente uno sconfitto, il personaggio di Kitano assume una valenza quasi titanica nella sua lotta (condotta, come da titolo, con mezzi ben poco convenzionali) contro la corruzione degli altri strati della polizia.

E' un racconto morale, ma non moralistico. Lo stile personalissimo del regista garantisce al film una pregnanza particolare e una discreta qualità complessiva, anche se ancora non ai livelli dei suoi capolavori. Violent cop è a mio avviso un film interessante ma non ancora pienamente maturo, da vedersi per completismo o se si cerca un film di genere diverso dal solito, impreziosito da una regia comunque attenta e intellettuale, che non mancherà di lasciarsi gustare con piacere da chi ha occhio in materia. Per quanto mi riguarda l'eccesso di violenza che lo stesso Kitano ha visto a posteriori in questo suo debutto è del tutto ingiustificato; anzi, mi pare che - conoscendo il coraggio del cinema orientale in questo senso - si sarebbe potuto osare decisamente di più.

VOTO: 6/10 

lunedì 12 maggio 2014

12 anni schiavo



12 anni schiavo di Steve McQueen - Genere: drammatico - USA, 2013

Ho sempre considerato gli Oscar un premio importante e ambito, ma di certo non rappresentativo di quelli che sono i miei gusti cinematografici. A livello di ricerca sul linguaggio filmico mi pare che i risultati più interessanti si vedano a Venezia o a Cannes. L'Academy invece tende a premiare sempre film di una certa commercialità, ovviamente con alcune gradite eccezioni come il bel Gravity (che pure ha una sceneggiatura smaccatamente pop, ma si eleva grazie a una perizia registica decisamente fuori dall'ordinario). E così 12 anni schiavo, film che ha fatto incetta di premi all'ultima edizione, partorito da un regista talentuoso come McQueen e con un bravo attore come Fassbender, non mi ha impressionato positivamente. Tengo subito a precisare che il problema non sta assolutamente nella regia, che è anzi assolutamente meritoria (d'altronde dal regista di un film freddamente perfetto come Shame non mi sarei aspettato niente di meno). 

Il problema di questo film secondo me deriva innanzitutto dalla sceneggiatura; preciso di non aver letto il testo originale da cui McQueen ha tratto il suo film, ma mi pare che in generale la pellicola fosse infarcita di episodi del tutto marginali per lo sviluppo della vicenda, messi apposta per infiocchettare un prodotto dal forte patetismo e dalla sicura presa commerciale. Mi spiego: è evidente che la schiavitù è stata una grave piaga della società americana rispetto alla quale gli Stati Uniti devono ancora porsi in una maniera precisa. Tuttavia, la vera e propria strumentalizzazione del dramma collettivo perpetrata da 12 anni schiavo per costruire un prodotto ben poco coraggioso è secondo me del tutto disdicevole. McQueen avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto, osare di più nel raccontare un evento tanto drammatico. Attraverso una narrazione che si vuole d'impatto ma che in realtà è piuttosto (anzi troppo) blanda, il risultato non è altro che una perpetuazione di stereotipi consolidati, conditi da situazioni stereotipiche e da performance attoriali di contorno che, spiace ammetterlo, non sempre sono all'altezza (Pitt ne è in questo film un chiaro esempio). 

L'errore che imputo al film di McQueen è insomma quello di essere troppo facile e semplificatorio. Rinunciando alla contraddizione, che pure ha alimentato il fenomeno dello schiavismo, il regista propone un panorama depauperato dalle sue istanze più interessanti, che vengono ignorate in modo praticamente assoluto. Per assurdo, un film ovviamente ben diverso come Django Unchained, parla della schiavitù in modo molto più problematico e interessante di quanto non abbia fatto 12 anni schiavo, proponendoci una versione per famiglie benpensanti di un problema storico e sociale che meriterebbe di essere sviscerato senza qualunquismi di sorta, che qui invece abbondano.

VOTO: 5/10 

domenica 11 maggio 2014

Gioventù bruciata

 

Gioventù bruciata di Nicholas Ray - Genere: drammatico - USA, 1955

E' probabile che quando Gioventù bruciata uscì nelle sale americane gli spettatori furono in qualche modo sconcertati. In una ripresa molto stretta sul protagonista ma con elevata profondità di campo, mentre i titoli di testa scorrono su una musica trionfalisticamente hollywoodiana, un ubriaco James Dean cincischia con oggetti di poco conto, fra cui un giocattolo. Una busta di carta (oggetto anche questo stereotipicamente hollywoodiano), stride con il vestito elegante di Jim. Pochissimi film prima di allora, forse nessuno, avevano raccontato in questo modo il proprio eroe, entro un sistema produttivo ancora fortemente legato ai modelli della Hollywood classica dove il divo era forte anche quando era una parodia di sé stesso. Gioventù bruciata, insieme a una manciata di altri film (Fronte del porto e sicuramente La valle dell'Eden, con lo stesso Dean), hanno contribuito a mettere in seria discussione questo sistema, aprendo la strada a uno svecchiamento dei modelli retorici dell'industria cinematografica americana. 

Ed ecco che uno straordinario James Dean, accompagnato dalla performance recitativa altrettanto eccezionale dei suoi compagni di avventura Nathalie Wood e Sal Mineo (entrambi morti, come lo stesso Dean, in circostanze tragiche e sospette), diretto dall'audace macchina da presa di Ray, riesce a raccontare un'America ancora buonista ma indebolita nelle sue convinzioni, nella quale i giovani mettono in discussione il sistema di valori dei padri e più in generale della famiglia (cosa che almeno in parte era stata fatta, seppure in tono vivacemente scherzoso, dalla commedia americana classica, s'intende).Tutto si svolge in una notte, seguendo un modello ancora fortemente legato al continuity script ma già foriero di un'aria nuova: la scelta dei piani di ripresa ma soprattutto l'impostazione della sceneggiatura sembrano preludere alla stagione degli eroi deboli della Nuova Hollywood (Taxi Driver, Easy Rider), anche attraverso la rinuncia al fittizio happy ending a cui praticamente tutto il cinema classico ci aveva abituato.

Più ancora di Jim dunque è il personaggio di John a diventare il simbolo di una generazione che ha perso, dopo l'esperienza traumatica della guerra, i punti di riferimento per orientarsi nel mondo e - non potendo più contare su quelli tradizionali incarnati dalla legge del padre - decide di costruirsene di propri, anche a costo di sfidare le autorità costituite e con il rischio ben presente che il proprio sogno di felicità si trasformi in tragedia. Gioventù bruciata, oltre ad avere una innegabile importanza storica, è dunque un film che ancora oggi si lascia guardare con grande piacere e che non sembra sentire il peso dei propri anni. Il che è certamente la conferma che il cinema di qualità non invecchia, o forse che acquisisce sempre nuove possibilità proprio col passare del tempo.

VOTO: 10/10 

sabato 10 maggio 2014

La promessa dell'assassino



La promessa dell'assassino di David Cronenberg - Genere: thriller - USA, Regno Unito, Canada, 2007

Finalmente riesco a trovare, nella sempre interessantissima filmografia di Cronenberg, un film potente e realizzato in maniera attenta e sapiente. Dopo Videodrome, devo ammettere che ho faticato a trovare una pellicola altrettanto interessante: Crash, per quanto idealmente accattivante non mi è parso così ben realizzato e Cosmopolis secondo me è un parziale buco nell'acqua. Discreto invece A history of violence, che non a caso si avvicina già dalla scelta dell'attore protagonista (Viggo Mortensen, qui ben più convincente) ma che è affine a La promessa dell'assassino anche per l'idea di base, con Mortensen che impersona un individuo scisso fra due universi esistenziali e sopratutto morali, dei quali uno rimane sotterraneo per la maggior parte del film. A partire da un intreccio per la verità insolitamente banale, almeno a mio avviso, per un film di Cronenberg, il regista canadese riesce a tirar fuori il meglio da una trama thriller piuttosto classica, orbitante attorno alla criminalità organizzata russa.

Pur non presentando sperimentazioni esorbitanti per quel che riguarda l'impostazione registica, La promessa dell'assassino regge molto bene sotto il profilo della composizione e soprattutto della fotografia che, in particolare negli interni, regala alle scenografie un'atmosfera straordinariamente intensa grazie a scelte cromatiche particolarmente indovinate. Tutto o quasi, questa volta, mi pare si regga però sulle interpretazioni degli attori, tutto sommato molto buone anche se devo riconoscere che per quanto mi riguarda Naomi Watts si è rivelata qui piuttosto debole; interessante e molto ben scritto anche il personaggio di Vincent Cassel, attore che non amo particolarmente ma che qui riesce ad uscire parzialmente dalla sua parte stereotipica (che pure gli ha garantito un certo successo in un film come L'odio). 

Personalmente, conoscendo Cronenberg almeno in parte, mi sarei aspettato delle scelte più coraggiose a livello di sceneggiatura (già An history of violence mi era sembrata piuttosto blanda in quanto a scrittura drammatica, ma qui la situazione mi pare ancora più seria; per fortuna la compensazione offerta dal profilo visivo è decisamente meritoria) e forse un maggiore approfondimento di alcuni personaggi, ma tutto sommato La promessa dell'assassino rimane un film che, a fronte di alcune difficoltà, intrattiene molto bene ed è decisamente valido per quello che riguarda la tecnica di messa in scena.

VOTO: 8/10 

giovedì 8 maggio 2014

Django Unchained



Django Unchained di Quentin Tarantino - Genere: azione - USA, 2012


A volte si ha bisogno di colmare le proprie lacune. In questo caso la mia riguardava un clamoroso successo commerciale di pochi anni fa, di cui peraltro ho sentito parlare davvero molto sia da parte del pubblico che da parte di "specialisti" del settore. Django Unchained, riedizione tarantiniana di uno spaghetti western di qualità neppure troppo elevata, è da una parte un punto di svolta e dall'altra parte una conferma del cinema di Tarantino. E' una novità perché è il film più lungo da lui diretto, il primo in cui Tarantino va a scavare in un'altra delle grandi ferite del popolo americano. E' una conferma perché si deve comunque ammettere sinceramente che Django non aggiunge molto a quanto già affermato, forse con più forza e convinzione, in Bastardi senza gloria. L'idea teorica è la stessa; qui si aggiunge una più evidente passione per il cinema di genere, ripreso con criterio spesso filologico e un ritorno a un gusto smaccatamente e spesso umoristicamente splatter già visto in modo ben più drammatico ne Le Iene.

Dal punto di vista della qualità registica, non si possono muovere critiche di sorta. Tarantino sa come muoversi agilmente e con convinzione utilizzando sempre uno stile eclettico e ultracinematografico, piegato di volta in volta alle sue esigenze. Ma se Bastardi rappresentava per me il capolavoro (o uno dei capolavori) del Nostro, Django ha degli evidenti problemi, che però non chiamerei veri e propri difetti. Mi pare che lo stile di Django e molte delle scelte che lo hanno generato siano il risultato di uno stile mutuato senza troppe differenze dal precedente successo, il che a mio avviso ha generato un prodotto piuttosto sterile e manieristicamente incancrenitosi su un risultato già raggiunto. Clement Greenberg in un suo famoso saggio, parlando del rapporto fra avanguardia e kitsch, fa riferimento al concetto di alessandrinismo accademico e immobile, che mi pare calzante per il caso in esame.

Intendiamoci, Django Unchained rimane comunque un film ben realizzato e gustoso dal punto di vista dell'appealing. La straordinaria interpretazione di Cristoph Waltz (già apprezzato nel precedente film di Tarantino) così come il cameo di Franco Nero garantiscono al film una certa presa. Ma, ad esempio, c'era davvero bisogno di prolungare il film sino alla sua conclusione ultrapop? Non sarebbe stato sufficiente calare il sipario dopo la mattanza realizzata da Django a Candyland? Del tutto irrilevanti mi sembrano invece le polemiche sorte all'uscita del film sull'utilizzo del termine "negro"; credo che chiunque sia in grado di approcciarsi a un testo sull'argomento con maturità sappia (o dovrebbe sapere) discernere con facilità le scelte estetiche e quelle etiche (anche se di questi tempi e nel caso di un regista polemico come Tarantino mi rendo conto che possa essere difficile); lo stesso valga per le tanto discusse scene di violenza: ad eccezione della lotto fra mandingo, davvero d'impatto, non ho trovato tutto questo surplus di insistenza sul corpo ferito. Spesso, anzi, mi pareva che le scelte in questo senso fossero più umoristiche che altro.

Django Unchained è in definitiva un film riuscito solo a metà e che mi ha parzialmente deluso. E' comunque una visione consigliata a tutti gli amanti di Tarantino e non, almeno per la sua grande riuscita tecnica.
VOTO: 6/10

mercoledì 7 maggio 2014

Sonatine



Sonatine di Takeshi Kitano - Genere: drammatico - Giappone, 1993

Mi sono sempre trovato estremamente colpito dal cinema giapponese e più in genere orientale: il mio amore per Kim Ki-duk e l'insana passione per Takashi Miike saranno certamente note ai lettori di questo blog. Eppure il mio primo approccio con Takeshi Kitano, notissimo cineasta nipponico riportato in quasi tutte le storie nazionali della settima arte, è stato piuttosto problematico. Forse le mie aspettative erano sbagliate e certamente non sono riuscito a comprendere fino in fondo ciò che Sonatine significa e rappresenta; di certo una più completa conoscenza della filmografia di Kitano mi aiuterebbe nell'impresa e senza dubbio i suoi sono film che desidero recuperare al più presto. Eppure, Sonatine per me è un film irrisolto, incompleto, forse troppo criptico per una esegesi matura, almeno attualmente. Spesso si dice che i critici hanno torto o ci vedono poco chiaro e molte volte posso essere d'accordo. Ma se critica e pubblico sono concordi nel ritenere che un film sia meritevole e io in quanto spettatore letterato non lo ritengo tale, qualche domanda vale la pena di porsela, per quanto il giudizio rimanga immutato. Nel caso specifico credo di non essere riuscito a entrare nell'ottica giusta, oppure di non aver guardato con sufficiente attenzione. E' senza dubbio un peccato.

Quel che è certo è che Kitano è riuscito ad aprire alla riflessione (meta?)cinematografica una trama piuttosto scontata come quella della crime story all'orientale, abbandonando progressivamente la fascinazione di una narrazione forte a favore di una diegesi fredda, molto evocativa ma estremamente debole e dilatata sino all'inverosimile. Gli uomini di Murakawa passano con il loro capo delle giornate vuote, in attesa che il loro destino si compia. Il tempo qui si allunga all'inverosimile e lo spettatore non può che seguire con un certo sconcerto le pantomime assurde che gli yakuza mettono in scena su una spiaggia bianchissima e quasi irreale. Di certo siamo di fronte a un'opera fastidiosa, disarmonica, ruvida e difficile da comprendere. Inoltre sono assolutamente certo che dietro alla diafana camicia di Kitano (qui anche attore oltre che regista), alla granitica inconsistenza della sabbia al di fuori del tempo, sia ben presente un lampo di genialità che non sono ancora riuscito ad assimilare. Come per alcuni film di Lars von Trier, spero di arrivare a comprenderne pienamente il senso e la grandezza. Per ora, il giudizio non può che rimanere parzialmente sospeso.

VOTO: 7/10 

martedì 6 maggio 2014

Amore Tossico



Amore Tossico di Claudio Caligari - Genere: drammatico - Italia, 1983

Gli anni Ottanta sono quelli del reflusso, del disimpegno politico, dell'illusione del benessere televisivo, della corsa agli acquisti. Sono anche, così ce li racconta il documentarista Caligari, gli anni dell'eroina. Abbandonando la pure documentalità ma mantenendo una cornice stilistica disadorna e quantomai scarna, Caligari realizza un film dalla grande fortuna di pubblico, che è riuscito a raccontare in medias res la drammatica situazione dei giovani spostati che in una inospitale ed estiva periferia romana, passano le loro giornate cercando la droga necessaria. Mediamente apprezzato dalla critica per la coscienza con cui persegue uno stile "puro", Amore Tossico è stato praticamente canonizzato dal pubblico come un vero e proprio film di culto, per il disincanto non pietistico con cui il regista è riuscito a parlare direttamente e con franchezza della situazione da cui la pellicola trae ispirazione.

La scelta di attori non professionisti che avessero condiviso davvero l'esperienza della tossicodipendenza con i personaggi che avrebbero interpretati è da questo punto di vista vincente e garantisce delle performance fresche e convincenti anche di fronte all'evidente asciuttezza e terrosità dei dialoghi della sceneggiatura. Situandosi a metà fra una ripresa delle scelte più cogenti del Neorealismo e un recupero dell'eredità pasoliniana per quanto riguarda l'utilizzo dei corpi e il racconto degli ambienti, Amore Tossico si lascia apprezzare come un documento valido e di forte impatto emotivo. Questo elemento assolutamente non sottovalutabile non dovrebbe però portare a una valutazione affrettata: la consapevole scelta stilistica di Caligari a volte si rivela poco utile, mentre la caduta di stile del finale lacrimoso chiaramente ispirato alla poetica di Pasolini conferma la tentazione sempre presente di precipitare nel gorgo del banale.

Per tutti questi motivi la pellicola di Caligari è senza dubbio un film che mi sentirei di consigliare più per la sua importanza storico-documentaria che per le sue qualità artistiche. La gravità del tema raccontato non dovrebbe precludere una serena valutazione critica del film e delle sue scelte formali.

VOTO: 5.50/10 

lunedì 5 maggio 2014

Bronson



Bronson di Nicolas Winding Refn - Genere: drammatico/grottesco - Regno Unito, 2008

La grande stima che nutro per Nicolas Winding Refn, quest'anno membro della giuria di qualità a Cannes, e la bellezza dei suoi ultimi lavori (Solo Dio perdona, Drive etc.), mi hanno convinto a recuperarne le precedenti lavorazioni, per apprezzare lo sviluppo della sua poetica e confermare la mia impressione, secondo cui il regista danese è uno dei migliori interpreti del grande cinema contemporaneo. Bronson, biopic dedicata al "più pericoloso criminale inglese", pur non avendo soddisfatto appieno le mie aspettative, si qualifica come un film dal forte spirito intrattenente e che mostra chiaramente i prodromi di un netto miglioramento stilistico intercorso nelle successive produzioni di Refn. Scegliendo di affrontare il genere biografico Refn sarebbe potuto facilmente cadere in tutta una serie di stereotipi visivi e drammatici che avrebbero interamente compromesso la godibilità della sua opera, infarcendola di cliché troppo spesso buonisti e scontati. Per fortuna non è stato così.

Da quel che mi è dato capire del personaggio protagonista, perfettamente interpretato da Tom Hardy, posso infatti affermare che la scelta di Refn di incorniciarne la vicenda entro una struttura teatrale ai limiti del grottesco, dove l'uso del corpo e dell'overacting costituiscono una scelta eccezionalmente valida, è stata vincente. La prospettiva adottata permette di giocare molto più liberamente con i piani narrativi, enfatizzando i momenti smaccatamente umoristici del personaggio di Bronson pur senza sacrificare la forza delle immagini e quell'amore per il corpo ferito che sembra accompagnare Refn dai tempi di Valhalla Rising (primo suo film che mi è stato dato di vedere). Tutto sommato, pur in presenza di alcune perplessità per quanto riguarda l'impostazione e il ritmo del racconto, la perfetta interpretazione offerta da Hardy da un corpo del tutto rispettabile a questa atipica biografia cinematografica, che riesce a sfruttare in maniera valida ma non ancora perfettamente calibrata (come sarà invece nei film successivi) la visionarietà immaginifca di Refn.

Un film che ambisce chiaramente a qualcosa di più, ma non riesce a raggiungere del tutto il suo scopo. Rimane in ogni caso un titolo dalla forte carica intrattenitiva e che presenta in nuce molte delle qualità che si possono apprezzare nei film più curati di Refn.

VOTO: 6.50/10 

domenica 4 maggio 2014

Miss Violence



Miss Violence di Alexander Avranas - Genere: drammatico - Grecia, 2013

La mia conoscenza del cinema greco, come credo quella della maggior parte degli spettatori non professionisti, è piuttosto limitata. Eccettuata la felice scoperta di Dogtooth, firmato dal visionario Lanthimos, devo riconoscere con tutta franchezza che non conosco altri autori degni di nota. Limite importante, ma che almeno in parte si può scusare considerando la scarsa penetrazione di certe cinematografie nazionali nei nostri schermi. Proprio per questo motivo, la presenza di Miss Violence a Venezia 70 è stata una vera scoperta e i premi importanti che gli sono stati tributati mi hanno particolarmente incuriosito. Le aspettative non sono state deluse: per quanto diversi critici abbiano considerato questo film un prodotto non degno di eccessivi onori, a me pare che si tratti di un prodotto estremamente ben realizzato e profondamente drammatico nella sua trattazione delle dinamiche familiari (cosa peraltro già tragicamente emersa nei film di Lanthimos, come se la decostruzione dell'immaginario da famiglia felice all'americana fosse uno dei tratti qualificanti la cinematografia greca). 

Sì, perché Miss Violence nasce da un trauma, il suicidio di una delle figlie di famiglia che signifcativamente non viene mostrato; l'unica testimonianza della ferita aperta nel tessuto familiare è la macchia di sangue sulla locandina, ripresa come se fosse lo schizzo sulle piastrelle di una doccia più che su una pavimentazione. Da qui si sviluppa l'analisi del gruppetto di individui di Avranas, raccontati con una capacità chiaroscurale notevole per quanto non eccessiva: non sappiamo molto dei bambini o del nonno, ma quanto basta per renderci conto di quale sia lo stato della famiglia, rappresentata come in Lanthimos sotto forma di un organismo di potere disciplinante molto ben definito. Mentre in Dogtooth la narrazione prendeva strade più metafisiche, Avranas sceglie di trattenersi sulla mondanità, mostrando senza remore i biechi meccanismi di convivenza messi in atto dal capofamiglia e le metodologie di asservimento delle giovani sottoposte. Si tratta di una scelta che non riesco a condividere appieno, avendo apprezzato alla follia la cura quasi nevrotica che Lanthimos aveva messo in questi aspetti della sua opera. 

Ciò nondimeno, Miss Violence rimane un film estremamente interessante, permeato di un senso malato della famiglia e della società che colpisce per la sua crudezza asettica. Formalmente, la cura di Avranas nella composizione delle inquadrature e nell'utilizzo in senso espressivo della macchina da presa, con inquadrature gelide e desolanti, trasmette perfettamente il senso della sua opera e ne costituisce il perfetto contraltare visivo. Per tutti questi motivi, a mio modesto avviso, Miss Violence è un film importante e meritevole dei premi che si è portato a casa, sopratutto il Leone d'argento alla miglior regia.

VOTO: 8.50/10 

venerdì 2 maggio 2014

Hunger (2009)



Hunger di Steven Hentges - Genere: horror - USA, 2009

Preciso subito, anche se la cosa dovrebbe capirsi dal titolo, che questo Hunger non è il film di Steve McQueen datato 2008. Lo specifico perché io stesso, cercando la pellicola con Fassbender protagonista, ho erroneamente reperito questo horror americano di un anno successivo e diretto da un regista questa volta veramente sconosciuto. Questo a dimostrazione di come molto spesso la rete possa giocare dei brutti scherzi (e di come a volte la scelta di un titolo può essere utile anche a prodotti di serie B). Al di là di questa annotazione primaria, bisogna però ammettere che - guardando Hunger senza alcun preconcetto, si deve riconoscere che almeno dal punto di vista visivo, il lavoro di Hentges si lascia apprezzare per il cromatismo e alcune scelte di fotografia. E, per un film che per molti è soltanto il risultato venuto fuori cercando qualcos'altro, è già un risultato più che dignitoso. 

Il vero problema di questo horror senza troppe pretese sta però nella sceneggiatura. Ispirandosi a un canovaccio ormai ben sedimentato nel genere horror e evidentemente debitore di quel vero cambiamento che fu Saw: L'enigmista, il testo di Hentges non fa altro che ripetere con minime e spesso impercettibili variazioni un modello retorico ormai piuttosto inattuale. A fronte di alcune trovate interessanti, il regista non approfondisce a sufficienza la psicologia dei personaggi per far emergere un intreccio che sia valido e appiattisce notevolmente l'entertainment  del prodotto. Anche a livello di ritmo bisogna poi rilevare che l'azione stenta a svilupparsi e tutta la prima parte del film è, quand'anche non noiosa, decisamente poco funzionale ai fini del film. 

Nel complesso Hunger è un film mediocre ma non del tutto spiacevole, che comunque si potrebbe rivelare adatto a una serata all'insegna del disimpegno. C'è certamente di meglio nel genere, ma considerando anche la grande massa di immondizia cinematografica che viene regolarmente immessa sul mercato, lo spettatore medio non dovrebbe sentirsi troppo insoddisfatto.

VOTO: 5/10