lunedì 16 settembre 2013

Mamma Roma



Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini - Genere: drammatico - Italia, 1962

La filmografia di Pier Paolo Pasolini è sempre stata caratterizzata, soprattutto nella sua fase più matura - quella che normalmente viene etichettata come Trilogia della Vita e rispetto alla quale solo l'ultimo Salò appare eversivo proprio perché parte di una incompiuta Trilogia della morte - da un interesse estremo per l'esplorazione della sessualità nelle sue forme più vitalistiche o perverse e da un occhio critico nei confronti della dinamica delle corporeità. Mamma Roma, produzione di certo precedente per stile e per l'assenza del colore che in un certo senso sopisce la spiccata vena pittoricistica di Pasolini, presenta però tutti i prodromi di questa indagine, ancora condotta senza estremismi e collocata sullo sfondo.

La vicenda vede protagonista Mamma Roma, una prostituta interpretata dalla splendida Anna Magnani, che decide di cambiare vita per amore del figlio Ettore, guidata dal desiderio di regalargli una vita migliore. Eppure, la morale di questo racconto nero, di questa formazione che è anche precipitare nella disperazione, è proprio l'opposto: l'immutabilità della condizione umana. Non c'è speranza per Mamma Roma e per suo figlio, costantemente riportati dalle contingenze di una Provvidenza maligna nella loro condizione originale: la presenza di Carmine diventa il simbolo tangibile e corporeo di un passato che riemerge e che non può essere contenuto entro i confini del quartiere che Mamma Roma ha deciso di abbandonare. 

La narrazione, limpida nella sua drammaticità, è dotata di un forte valore educativo e ideale, che si ricollega all'ideale tutto pasoliniano del subproletariato italiano del dopoguerra e dell'aspra contestazione dello stile di vita e dei valori borghesi. Mamma Roma incarna con materna eleganza tutto il desiderio di rivalsa, costantemente negato nelle sue giuste pretese, dall'ineluttabilità di un fato immodificabile, di una dinamica di classe che si rifiuta di essere forzata dall'interno. 

Su questo sfondo si intrecciano molti altri temi cari a Pasolini, come la scoperta del sesso che per Ettore si intreccia con l'amore per Bruna, sempre condotto in quei luoghi campestri e periferici che Pasolini sapeva ritrarre con tanta eleganza. Non c'è nulla di esplicito, tutto è suggerito: non siamo ancora giunti alla fase scopertamente shockante del cinema pasoliniano che si avrà con il maestoso Salò: in Mamma Roma un ruolo molto più importante è riservato al tratteggio preciso dei sogni e delle disillusioni della classe proletaria. Soltanto in seguito, quando forse avrà intuito l'irrealizzabilità del suo progetto sociale, Pasolini si dedicherà a raggiungere attraverso le immagini un'idea concreta degli immaginari del corpo e del sesso, che saranno ritratti liberamente senza farsi contaminare dal panorama censorio della morale comunemente riconosciuta; solo allora la poetica cinematografica di Pasolini raggiungerà le sue vette più alte.

VOTO: 7.50/10 

martedì 10 settembre 2013

Bianca



Bianca di Nanni Moretti - Genere: commedia, drammatico - Italia, 1984

Devo dire che non ho mai apprezzato molto i (pochi) film di Nanni Moretti che ho visto fino a questo momento. Bianca, commedia surreale nella quale si intrecciano alcune punte di giallo e una buona dose di ironia, mi ha fatto ricredere ampiamente e fra l'altro ha confermato la mia impressione secondo cui la stagione più felice della commedia italiana si è chiusa con l'inizio degli anni Novanta. E' vero che il film è disimpegnato, eppure non rinuncia - anche all'interno di quella logica del riflusso che lo ha partorito - a proporre degli accenti critici alla società italiana dell'epoca; sorprendentemente (e forse è proprio questa la grandezza del lavoro morettiano), sono criticità che possono essere ritrovate anche oggi.

Michele, giovane insegnante di matematica all'istituto Marylin Monroe, edificio surreale perfettamente in linea con la mente un po' delirante del protagonista, è un alienato che vive costantemente alla ricerca di un perfezionamento della realtà che lo circonda, soprattutto dal punto di vista emotivo e relazionale. La sua insicurezza esistenziale si traduce nell'ossessiva ricerca di ordine, nell'atto di schedare con maniacale cura tutti gli individui con cui è entrato in contatto annotando le evoluzioni delle loro vite. Lo stesso linguaggio della matematica, con la precisione inappellabile e il rigido determinismo che lo governa, non è altro che un estremo tentativo di regolarizzare le asperità di un'esistenza imprevedibile, dalla quale Michele espelle continuamente ogni possibilità di sofferenza.

La grandiosità di questo personaggio sta proprio nella sua inconsistenza, nel suo essere costantemente staccato dal reale e nella sua capacità ostinata di vivere in un mondo schizofrenico ma profondamente morale, seppure in un modo estremo e diverso da quello della communis opinio. Così Moretti è l'anti-Allen per eccellenza: tanto l'uno ha il bisogno insopprimibile che tutto trovi la sua giusta collocazione nell'equazione della vita, tanto l'altro nuota con disillusione nella palude limacciosa dell'apatica fragilità dei sentimenti. Quello di Bianca è un mondo alla rovescia, dove gli studenti, bravissimi, cacciano gli insegnanti e dove l'outsider morettiano trova una sua collocazione, al riparo dalle intemperie delle relazioni interpersonali. 

La stessa protagonista femminile del film (una bella Laura Morante), non occupa nell'economia complessiva di questo giallo surreale che una porzione secondaria della vicenda. La storia d'amore che il film propone è più quella di Michele per la felicità altrui che per la propria ("Non sono abituato alla felicità", dirà a un certo punto a Bianca). Il film è splendido a livello ideale e narrativo e, anche se non arriva a un livello di ricerca formale invidiabile, si lascia ricordare con piacere soprattutto per la profondità della sceneggiatura, per l'ottima caratterizzazione dei personaggi (in particolare quello di Michele) e per i numerosi spunti di riflessione proposti (ci sarebbe da pensare, ad esempio, all'immagine dell'istituzione scolastica che esce fuori da qui...). Unica nota dolente, ma è davvero una questione di poco conto, la persistente fastidiosità del tema principale, non sempre ben raccordato con la narrazione anche a livello di intensità. 

VOTO: 7.50/10 

Il posto delle fragole



Il posto delle fragole di Ingmar Bergman - Genere: drammatico - Svezia, 1957

Capolavoro insuperato del cinema europeo e mondiale, uno dei massimi esempi di quello stile moderno che, forzando le rigide geometrie formali del classico, ha aperto ad una delle stagioni più belle e intense della settima arte. Con uno schema di base talmente semplice da sfiorare l'elemntarietà, Il posto delle fragole riesce a farsi ricordare, a qualche decade dalla sua uscita, come un film meraviglioso e intimamente umano. Il viaggio in auto del vecchio Isak insieme alla nuora diventa la parabola di una conversione, che si accompagna a una serena e lucida riflessione sulla vita e sulla morte (com'è nello spirito di Bergman, ce lo dimostra il meraviglioso Il settimo sigillo). La valorizzazione dei sentimenti umani e il ritrovamento di una dimensione di vera esistenza per Isak non sarà quindi legato ad un miglioramento delle condizioni di chi gli sta intorno e il destino individuale appare in ultima analisi legato alla propria egoità. 

Il passaggio fondamentale che conduce Isak a una nuova dimensione di vita si concretizza proprio durante il viaggio quando, forse inquietato da un incubo di sapore surrealista rappresentato con una maestria ancora oggi inimitabile da Bergman, decide di fermarsi nella vecchia casa di villeggiatura dove trascorreva l'infanzia. Lì i ricordi della sua gioventù si mischiano alla realtà, creando una discorsività dialettica fra due mondi dotati di un diverso regime di esistenza che fa smarrire il senso della realtà. Proprio in queste sequenze di sospensione narrativa, di cui non si capisce sino in fondo lo statuto, la grammatica cinematografica viene liberata in tutte le sue potenzialità. L'uso del montaggio si fa più libero e la voce fuori campo di Isak accompagna lo spettatore nell'esplorazione di un mondo tutto mentale in cui il ricordo e la realtà si fondono.

E' proprio il rapporto con la temporalità precedente (il ricordo) o successiva (l'incubo che getta l'ombra della morte su Isak) che incrina irrimediabilmente la concezione esistenziale di Isak, inducendolo a mutare il suo atteggiamento nei confronti della vita e delle persone. L'ideale dell'uomo perfezionante al di là della socialità e chiuso in una torre d'avorio si sgretola di fronte alla melanconica rimembranza dell'amore mai realizzato per la cugina Sarah, che prende corpo ed esce dal mondo onirico sotto forma dell'omonima turista che, con i suoi due amici (quasi figure di Isak e del cugino), accompagnerà il viaggio dell'anziano medico verso il suo giubileo professionale.

Un'opera cinematografica dotata ancora oggi di una potenza maestosa e, nel contempo, una delle migliori riflessioni sull'uomo e sulla sua più intima natura. 

VOTO: 10/10 

World War Z



World War Z di Marc Forster - Genere: azione, fantascienza, horror - USA, Malta, 2013

Tratto dal romanzo omonimo pubblicato nel 2006, WWZ si è proposto, sin dal suo annuncio pubblicitario, come un'opera epocale che - almeno sulla carta e, forse, nelle aspettative del pubblico - aveva l'arduo compito di ripensare o quantomeno contribuire a ridefinire la figura dello zombie nel cinema contemporaneo. In effetti sembra che in questo campo, dopo la grande innovazione romeriana avviata con il meraviglioso La notte dei morti viventi, le cose siano rimaste un po' ferme. Il motivo è da ricercarsi tanto nella solidità della figura edificata da Romero e costantemente riproposta dai sequel, tanto nel fatto che il cinema horror contemporaneo ha cercato di battere (senza troppo successo) altre strade (Ring e Paranormal Activiy hanno fatto scuola). 

Il fatto che questo tentativo derivi da un film che non è neanche completamente horror, ma sembra fortemente contaminato dai topoi fantascientifici della pandemia e dell'apocalisse, rende tutto ancora più interessante: un tentativo in questa direzione era già stato fatto con l'ibridazione fra horror e sci-fi con La Cosa di Carpenter (che poco ha a che vedere con gli zombie, ma è simile per l'idea di commistione fra generi). Sulla carta, dunque, buone aspettative: l'idea di un film che riproponesse uno scenario di guerra globale causata dai non morti tendeva a complessificare il filone cinematografico di riferimento e rendeva nel contempo ragione al clima di tensione attuale, dando eco alle ansie e alle paure per una eventuale terza guerra mondiale (già svariate volte ho sostenuto che le immagini del secondo conflitto mondiale siano state il patrimonio iconografico più pervasivo e shockante della storia dell'uomo). 

Alla prova dei fatti l'obiettivo appare raggiunto solo in parte: se è vero che il film contribuisce in effetti ad arricchire la figura dello zombie con nuove venature che la distaccano dal modello ingombrante ma ormai non più attuale voluto da Romero (cosa che comunque non priva i suoi film di una visionaria genialità), l'impressione generale che se ne ricava non è certo scevra da alcune perplessità. Si tratta non tanto di problemi relativi alla forma cinematografica, che è comunque molto buona, ma di quello che potremmo definire il "colpo d'occhio", oppure la sensazione che rimane a narrazione conclusa. 

Personalmente ho avuto l'impressione che il film, nonostante una piacevolezza di fondo che lo rende scorrevole nonostante le due ore di durata, non fosse altro che una grossa trovata commerciale, un estremo tentativo di pubblicizzazione delle potenzialità del cinema spettacolare, un'infilata di esplosioni scenografiche e di arzigogolati movimenti della macchina da presa che hanno il solo scopo di impressionare lo spettatore. Si capisce che un film che si propone di raccontare l'invasione zombie come un fenomeno globale a sfondo bellico non possa essere girato in maniera oscura e "intimista", ma alcuni passaggi sono evidentemente ed eccessivamente contaminati da questa volontà di stupire. Per il resto, torniamo a ripeterlo, un film piacevole anche se a tratti (soprattutto per quanto riguarda le azioni di Brad Pitt, classico protagonista americano in stile telefilm), eccessivamente autocompiaciuto della propria baldanza.

VOTO: 5.50/10

lunedì 9 settembre 2013

To the wonder



To the wonder di Terrence Malick - Genere: drammatico - USA, 2012

Quando Malick propose il suo fortunatissimo The tree of life al pubblico, suscitando reazioni contrastanti ma togliendosi diverse soddisfazioni, io ero fra i perplessi. Non che il film non fosse bello, intendiamoci; esteticamente si tratta di uno dei prodotti più riusciti degli ultimi anni che, con una fotografia bellissima, non può che colpire chi lo guarda in maniera molto positiva. Il problema nasceva secondo me dal fatto che i prodotti cinematografici, per quanto belli, non possono essere ridotti a catene di immagini ben girate. Quando il film (lungo più di due ore) non poteva fare a meno di mostrare la sua vacuità e il suo sterile autocompiacimento, per me la visione era già finita. The tree of life era insomma un film che si piaceva profondamente, una masturbazione per immagini insomma. Al di là di quello, a mio avviso, rimaneva ben poco e anche le voci fuori campo che ragionavano sul senso della vita perdevano gran parte del loro fascino proprio in virtù del criptico ermetismo che non permetteva di relazionarsi in maniera chiara con il film.

To the wonder conserva in effetti alcune di queste caratteristiche e l'effetto complessivo che se ne ricava non è poi tanto diverso. Anche questa volta Malick torna a indagare il cosmo delle relazioni interpersonali, dedicandosi forse meno alla famiglia e più al sentimento amoroso colto nella sua essenzialità. Anche qui la perfezione delle immagini è innegabile e la fotografia magnifica non può che rimanere inchiodata nella testa dello spettatore anche dopo che il film è finito. La scelta delle ambientazioni in questo è stata geniale e la bellezza di Mont Saint-Michel non può che uscire rafforzata dall'abilità di Malick di confezionare immagini esteticamente (molto) gradevoli. Ma un film, torno a ripeterlo, non è una cartolina. 

Se qualcuno si chiedesse cosa rimane dietro la perfezione formale del film, direi nulla. E' come se in profondità ci fosse il vuoto e dietro all'armonica geometria degli sguardi non rimanesse nulla. Al di là del colorismo, ciò che promana dalle inquadrature di To the wonder, dalla scelta sempre azzeccata dei punti di ripresa, dall'uso sapiente di raccordi sonori non sempre linearizzati, è una glaciale freddezza, una impersonalità rispetto alla quale non posso pensare che sia voluta. Il film è confusivo e le scelte di Malick lo rendono (non pensavo che l'avrei mai considerato un fattore negativo!) difficile da seguire. Anche la prova attoriale non è al meglio delle sue possibilità, soprattutto per quanto riguarda Ben Affleck, che ho trovato abbastanza inespressivo.

Il film non mi ha convinto e, anzi, non ha fatto altro che confermare il mio disamore per quest'ultimo Malick. Rimane solo la bellezza delle immagini e il film è consigliato proprio a chi stesse cercando questo tipo di esperienza che, ancora una volta, rimane irrimediabilmente solo estetica. 

VOTO: 4/10 

Comic Movie



Comic Movie di autori vari - Genere: commedia - USA, 2013

La forma del film antologico è senza dubbio fra le meno frequenti del cinema odierno; lo era molto di più tempo fa, soprattutto per quanto riguarda il cinema italiano (numerose commedie, ad esempio, seguivano questo schema anche tenendo ferma una unità di personaggi e topoi narrativi, come succede in tutti i film della saga di Fantozzi). Questo tipo di prodotti sembra essere legato al passato e gli anni Duemila, salvo rare eccezioni (tutte legate al mondo horror come ad esempio V/H/S) hanno confermato questa tendenza. Comic Movie rappresenta quindi una gradita novità nel panorama dei prodotti comici attualmente disponibili sul mercato e si assicura una fetta di pubblico non indifferente grazie al titolo e ai contenuti che ammiccano alla fortunata formula sperimentata dai vari Scary Movie; mentre in quel caso la parodia era rivolta solamente a un certo ventaglio di titoli tutti accomunati dal medesimo genere, in Comic Movie la scelta si fa più ampia e le situazioni comiche derivano non tanto dal rovesciamento umoristico di stereotipi ormai consolidati, quanto dalla demenzializzazione di elementi quotidiani che tutti viviamo ogni giorno. 

La presenza della cornice narrativa (la ricerca del Movie 43), lega insieme le disparate situazioni che i vari episodi vanno a proporre, anche se la costante riproposizione della medesima modalità di avvio delle sequenze risulta in fin dei conti abbastanza noiosa. Per quanto riguarda i singoli episodi, data la diversità delle mani registiche, è difficile fare un discorso che ne riassuma in pieno le differenze; basti dire che una buona parte è sinceramente divertente e solo alcuni lasciano un po' storcere il naso solitamente per una volgarità più accentuata. La presenza di un cast importante garantisce quantomeno una buonissima prova attoriale da parte di tutti i partecipanti, cosa che compensa la semplicità della messa in scena, sempre sacrificata in titoli del genere.

Nel complesso un film divertente e valido, ovviamente da guardarsi in compagnia se si cerca una serata all'insegna del disimpegno. 

VOTO: 6/10

domenica 8 settembre 2013

I spit on your grave 2



I spit on your grave 2 di Steven R. Monroe - Genere: horror - USA, 2013

Quando nel 2010 Steven R. Monroe si mise alle prese con il remake del capolavoro dell'horror Non violentate Jennifer, vero e proprio caposaldo che ha rinnovato un genere contribuendo a ripensarlo nel profondo, la mia reazione fu abbastanza sconcertata. Il lavoro era approssimativo e tradiva una forte incapacità di ricreare le stesse atmosfere disturbanti del film ispiratore. La colpa, a ripensarci, non era tanto di Monroe quanto dello statuto ontologico della pratica del remake che, se non è condotta con sapienza e capacità, spesso si rivela fallimentare. Il motivo è presto detto: non è possibile riproporre dopo due decadi di distanza o più un film di successo solamente per motivi commerciali; il fallimento è quasi matematico, proprio perché è molto difficile proporre i ritmi e le modalità di un certo cinema se non si vive quell'epoca dall'interno. 

Questo secondo capitolo, dunque, si lasciava immaginare come un completo disastro essendo, per inciso, il "sequel di un remake", vero e proprio monstrum cinematografico insomma. Invece non solo non è stato così, ma con mia grande sorpresa Monroe è riuscito a confezionare un prodotto decisamente valido e nel complesso non eccessivamente scontato (il che, per il panorama horror odierno, è già un ottimo risultato!). La durata leggermente più avanzata rispetto a quella media del genere ha consentito una gestione felice della struttura diegetica, che appare bipartita almeno per quanto riguarda la localizzazione geografica (New York per la prima parte, Bulgaria per la seconda). Il cambiamento di ambienti ha consentito al regista di divincolarsi dall'ingombrante eredità dell'originale I spit on your grave e gli ha permesso di ricreare uno stile nuovo, che mantenesse comunque fede al dettato del film-modello. 

La struttura della diegesi è infatti grossomodo inalterata e l'impressione che si ricava è proprio che quando la regia è in grado di slegarsi dalle aspettative e di cercare strade personali il risultato sia decisamente gradevole. Tenendo ferma la costante del contrappasso secondo cui la Jennifer della situazione si lascia andare a una cruda vendetta nei confronti dei suoi aguzzini, Monroe calca la mano e regala nella seconda parte del suo lavoro momenti di puro terrore: l'aspirante modella Katie sperimenta su di sé la regressione allo stato larvale e grazie ad un sacerdote (passaggio questo, piuttosto aneddotico e prevedibile), si instrada verso la ricerca della vendetta. Tutto ciò che esula da questo piano (il poliziotto, lo stesso prete ortodosso che cerca di aiutare la ragazza), è inutile e secondario e viene anche gestito con poca attenzione da parte del regista.

I colori tetri e verdastri e la crudeltà sadica di Katie non possono non ricordare alcuni dei titoli che hanno segnato la prima decade del XXI secolo, come Saw e Hostel, vere e proprie miniere di situazioni e aneddoti cui tutti i registi successivi sembrano essersi ispirati. Per quanto riguarda il nostro caso possiamo parlare di un tentativo riuscito di sfruttare un bacino narrativo e drammaturgico ormai ben collaudato, pur riuscendo a districarsi con sufficiente indipendenza all'interno di legami spesso troppo costrittivi. Nel complesso I spit on your grave 2, anche grazie a una discreta fotografia e a una buona caratterizzazione dei personaggi, si lascia guardare con piacere e alla fine dei conti si rivela come un modello che si dovrebbe tentare di imitare, perfezionando una strada ancora tutta da tracciare. Un buon lavoro, che si congeda con la speranza che un eventuale successo di pubblico non porti il regista a volerlo rendere parte di un progetto a episodi più complesso.

VOTO: 7/10 

sabato 7 settembre 2013

Cosmopolis



Cosmopolis di David Cronenberg - Genere: drammatico - Canada, Francia, Italia, Portogallo, 2012

Ammetto che al trailer di questo film, uscito ormai da un anno abbondante, ero rimasto molto colpito dalle immagini che venivano proposte, dalle belle atmosfere contemporanee ma decadenti ed ero portato a sperare dall'importanza della firma registica di Cronenberg (Videodrome, Il pasto nudo etc.). Anche le rimostranze che avrei potuto avere su Pattinson come protagonista erano state fugate avendo visto il bellissimo Little Ashes, in cui il protagonista di Twilight da' sfoggio di una capacità attoriale insperata. Come si dice però, a doppia superbia doppia caduta e Cosmopolis si è rivelato piuttosto deludente. 

L'idea di base pareva non prospettare una situazione di questo genere e, anzi, lo schema compositivo di fondo regge ed è piacevole. Il personaggio di Eric Packer è la perfetta rappresentazione del topos letterario e cinematografico del miliardario arrivista e spietato, perfettamente inserito nella società delle reti postmoderna, in cui il capitale e la merce di scambio principali sono le informazioni, che Pattinson padroneggia con capacità all'interno di una limousine che diventa abitazione (e non può non ricordare a fortiori quella di uno dei film più riusciti dell'anno, lo splendido Holy motors). Tutto il film, ripreso con colori caldi ma allo stesso tempo alienanti si basa su inquadrature che conferiscono alle ambientazioni un'aria perturbante e asfissiante, come se tutti gli spazi in cui Eric si muove, anche quelli potenzialmente più familiari, diventassero ostili; questo ricercato effetto è ottenuto attraverso un posizionamento sapiente del punto di ripresa, spesso individuato in maniera volutamente troppo vicina al volto dei protagonisti. 

Il mondo di Cosmopolis è un mondo in continuo movimento, ma il ritmo del film è tutt'altro che veloce; con un effetto di inversione decisamente piacevole anche se a tratti un po' troppo accentuato, la giornata di Pattinson occupa l'intera pellicola e questa scelta comporta una dilatazione estrema del ritmo narrativo. La cosa non è di per sé spiacevole e, anzi, costituisce una trovata molto interessante; il problema è che il comparto dialogico amplifica eccessivamente la sensazione di immobilismo che deriva da questa componente, finendo a lungo andare con il favorire l'insorgere di una noiosa sonnolenza. Il punto debole del film sono forse proprio i dialoghi, non so in che percentuale mutuati dal testo di De Lillo cui il lavoro di Cronenberg si ispira. 

L'ostentato filosofeggiare di Packer e del suo entourage si traduce molto presto in un vuoto chiacchiericcio incomprensibile allo spettatore; ho più volte sostenuto che l'immedesimazione totale nell'immagine non è di norma una buona cosa perché è sinonimo di uno spettatore disattento, ma da un maestro come Cronenberg ci si aspetterebbe il raggiungimento di una maggiore dialettica fra coinvolgimento del pubblico e la costruzione di un discorso cinematografico o metacinemtografico coerente e importante. Ciò che resta di Cosmopolis è la spiacevole sensazione di un lavoro che sarebbe potuto essere molto valido ma che alla fine non si lascia ricordare per nessun motivo particolare, fatta salva comunque la buona qualità della fotografia e una prestazione di Pattinson comunque non indecorosa. 

VOTO: 5/10 

giovedì 5 settembre 2013

Akira



Akira di Katsushiro Otomo - Genere: animazione - Giappone, 1988

Capolavoro indiscusso dell'animazione giapponese recentemente riproposto al cinema in occasione del suo venticinquesimo anniversario, Akira è un film che ha senza dubbio segnato la storia del genere e l'impressione è stata decisamente confermata dal fatto che, alla visione, esso manifesta tutta una serie di situazioni archetipiche che saranno riproposte anche da molti film e anime successivi. La corrispondenza più prossima, per situazione ed evoluzione della vicenda, è senza dubbio con Neon genesis: Evangelion, il cui debito si manifesta sopratutto nel finale del film, quando la trasformazione di Tetsuo in un organismo ameboide non può non richiamare alla mente di chi conosce la fortunata serie (presto al cinema con il terzo capitolo della tetralogia Rebuild of Evangelion) la struttura interna delle unità EVA. 

Sarebbe interessante cercare di capire il motivo per cui una così larga parte della filmografia giapponese sia così fortemente ispirata dalla situazione narrativa della rinascita della civiltà dopo un disastro distruttivo: la terza guerra mondiale che ha distrutto il mondo di Akira portando alla nascita di una Nuova Tokyo (o il Second Impact di Evangelion) sono probabilmente il riflesso ritualizzato delle immagini sconvolgenti di Hiroshima e Nagasaki, come se il Giappone non potesse più fare a meno di richiamare quegli episodi che ne hanno segnato in senso traumatico l'esistenza. Un'esplosione che è anche un momento di rinascita, un momento di crisi profonda dalla quale l'arcipelago nipponico ha saputo risollevarsi sino a imporsi, oggi, come una delle nuove potenze leader dell'economia mondiale.

Nel 1988 questo non si poteva ancora prevedere, forse. Sta di fatto che Akira propone un mondo fortemente contemporaneo e che appare grossomodo valido anche oggi, con le sue ipocrisie e i suoi sogni di progressismo infinito. E' straordinario notare come un cartone animato, solitamente considerato un prodotto non artistico, possa riuscire a tratteggiare con una così tagliente sagacia un ritratto del mondo (seppure condensato in una sola città) che, al di là di alcuni cambiamenti intercorsi negli ultimi venticinque anni, è rimasto isomorfo a sé stesso. Akira rappresenta questo organismo decadente con l'eleganza e la compostezza formale di un film vero e proprio, mentre l'organizzazione delle immagini segue criteri compositivi non dissimili da quelli della classica inquadratura. Tutto questo porta allo straordinario risultato di un prodotto ormai divenuto culto e simbolo di un'intera generazione che riesce a intrattenere sulla smodata lunghezza di circa 130 minuti, superando in qualità non solo prodotti consimili ma anche pellicole cinematografiche non animate.

Al di là dell'innegabile valore storico che ha acquisito, Akira è il titolo ideale per le persone convinte che il cinema di animazione sia qualitativamente inferiore alla filmografia normalmente intesa. Le loro capacità di raccontare e di mostrare non solo sono quantomeno equipotenti; nel caso in esame, in effetti, la capacità creativa dell'animazione è addirittura superiore, in quanto slegata dalle contingenze di un referente fenomenico reale e ancora non del tutto manipolabile (ricordiamo che il film è del 1988 e l'immagine digitale era ancora ben lontana dalle sue possibilità odierne). 
VOTO: 8/10 

mercoledì 4 settembre 2013

Andarevia



Andarevia di Claudio di Biagio - Genere: drammatico - Italia, 2013

Quando ho visto questo film disponibile per la visione ho cercato di informarmi, leggendo i commenti, spesso poco autorevoli, che gli utenti lasciano dopo aver guardato i titoli. Il diritto d'espressione è sacrosanto e il dialogo fra autore e pubblico costituisce una delle punte di interesse della produzione sociale e dei riti di consumo contemporanei, ma molto spesso la violenza con cui alcuni prodotti vengono stroncati dovrebbero far riflettere. Nel caso di Andarevia, leggendo le valutazioni di chi lo aveva visto, c'era da aspettarsi di tutto; commenti decisamente poco carini in merito al regista, colpevole di essere stato lanciato da una web-serie, si fondevano a critiche piuttosto taglienti sulla qualità del suo lavoro.

Intendiamoci, la pellicola non è esente da difetti e questo è bene evidenziarlo sin da subito. La fotografia è discreta, ma la scelta di alcune inquadrature sembra onestamente casuale, tanto che in alcuni punti l'occhio dello spettatore è ostacolato da elementi della scenografia che sembrano essere lì per errore. Anche la caratterizzazione dei personaggi, aspetto fondamentale per un film che tratta la delicata ma inflazionatissima materia del disturbo psichiatrico, lascia in parte a desiderare: sebbene il tentativo di di Biagio sia pregevole e nuova nella direzione del rendere il delirio dei suoi protagonisti con i mezzi linguistici dell'arte cinematografica, il risultato poteva essere migliore. L'inesperienza del regista può aver giocato a suo sfavore e il risultato è una truppa di pazzi che non riesce a convincere fino in fondo, facendo rimanere in chi guarda il senso a tratti sgradevole della recitazione. 

L'ambientazione del film è piacevole e credibile, ma lo sviluppo della storia è a tratti piuttosto scontato: l'episodio chiave (vale a dire l'incidente che costa la vita ad uno dei conducenti dell'imbarcazione e fa precipitare tutta la compagnia nella spirale della paura) è in effetti abbastanza elementare e poteva essere gestito in maniera diversa. Anche lo svolgimento in generale è prevedibile, ma l'impressione complessiva è comunque di un prodotto che si lascia guardare e anche grazie alla fotografia risulta ben lontano da quella bruttezza che il pubblico pareva avergli attribuito. 

VOTO: 5/10