lunedì 27 febbraio 2012

L'amore che resta - Recensione


L'amore che resta di Gus Van Sant - Genere: drammatico - USA, 2011

Enoch è un adolescente riemerso da uno stato di morte apparente in seguito ad un incidente stradale che è costato la vita ai suoi genitori. Annabel è una giovane ragazza con un cancro al cervello in fase terminale. Hiroshi è un ex-soldato giapponese, morto kamikaze in giovane età nella II guerra mondiale ed è l'unico amico di Enoch. Quando quest'ultimo e Annabel si incontreranno a un funerale, le loro vite si incroceranno indissolubilmente.

Ultima opera del regista van Sant, finalmente disponibile in dvd (anche prima della chiusura dei principali siti di streaming e download questo film era introvabile!!!) e disponibile al grande pubblico. In questo suo ultimo lavoro il talentuoso regista (già recensito positivamente qui per alcuni dei suoi capolavori come Elephant o Mala Noche giusto per citare gli estremi ideologici di una carriera molto feconda) ritorna a indagare l'età adolescenziale, cosa che aveva già fatto in precedenti occasioni, nella Columbine di Elephant o nell'ambiente underground di Paranoid Park cambiando però radicalmente il registro d'indagine. Se negli ultimi due film citati è il dramma in sé a costituire l'oggetto e il punto culminante della narrazione, in questo film del 2011 quello che ci viene presentato è un vero e proprio melodramma contemporaneo, un'opera dotata di un romanticismo complesso e di rara purezza, immerso in un contesto drammatico e surreale.

La forza di van Sant è quella di rendere credibile e quotidiana una vicenda che normalmente non lo è: il cancro, la presenza costante della Morte, l'esistenza di fantasmi sono tutte cose che il regista inserisce con una estrema naturalezza all'interno delle maglie di una vicenda piuttosto lineare nel suo svolgimento ma visibilmente molto complessa nella sua struttura sotterranea. L'amore che resta è uno di quei film - rarissimi nel panorama contemporaneo, almeno per quello che riguarda il mainstream, che colpiscono al cuore per il modo trasognato ma estremamente coinvolgente di accompagnare lo spettatore medio nella narrazione di un Amore come non se ne vedevano da un po'.

Quella che abbiamo di fronte è un'opera profondamente contemporanea (lo confermano lo stile e la colonna sonora, visibilmente ispirata all'indie, che così tanto sembra affascinare van Sant) ma che sembra appartenere ad un altro tempo e a un altro luogo o, forse, a nessun tempo e a nessun luogo. Un film che riesce ad essere profondamente eversivo e particolare, insomma, pur non mostrando assolutamente nulla dell'atto amoroso, se non dolci e sfuggenti baci (di una delicatezza che a volte raggiunge il lirismo). Nella loro ricerca di un santo Graal affettivo (come nota giustamente Gandolfi) i protagonisti di questa operetta dei giorni nostri si perdono a cercare una felicità troppo perfetta per essere raggiungibile.

Tra le scene più belle a mio avviso quella della rappresentazione della "morte in salotto", vera e propria sceneggiata nella sceneggiata che si ricollega a tutta una serie di presenze nel cinema vansantiano che hanno a che fare più in generale con la meta-arte e con il meta-cinema (cosa che avevo notato, a suo tempo, nella figura del fotografo di Elephant che scattava fermi-immagine degli individui, cosa che in effetti faceva anche la pellicola stessa). In questo caso, in un film che ruota costantemente attorno alla morte, giocandoci per esorcizzarla e consegnarla all'amore, una scena del genere non può essere letta in maniera casuale e costituisce (credo) un chiaro richiamo alla funzione imbalsamante del cinema, in grado di catturare su un supporto i nostri desideri e i nostri feticci affettivi (quale, forse, è Annabel per Enoch).

VOTO: 10/10

giovedì 26 gennaio 2012

Insidious - Recensione


Insidious di James Wan - Genere: thriller/horror - USA, 2011.

I coniugi Renai e Josh Lambert si sono da poco trasferiti, con i tre figli, in una nuova casa situata in periferia. La loro vita trascorre tranquilla, finché una sera il loro figlio maggiore Dalton cade da una scala mentre sta esplorando la soffitta. All'apparenza non si é fatto nulla; ma il giorno dopo Dalton non si sveglia e diventa completamente insensibile a tutti gli stimoli. Da quel giorno inizieranno a verificarsi strani fenomeni in tutta la casa.

Dai produttori di Saw e di Paranormal activities (si da' nota - per inciso - che nel film è presente un riferimento a un possibile ottavo episodio della serie dell'Enigmista), un film che non convince sotto molti (troppi) punti di vista. La trama di per sé è piuttosto scontata e prende a prestito stilemi e topoi narrativi da altre pellicole; personalmente collocherei insidious al crocevia fra Paranormal activities, L'esorcista e Nightmare tutti film (a parte il primo...) più che degni, si potrebbe dire. Il film in questione però, fondendo insieme questi elementi narrativi, li banalizza e crea un cocktail che sa di già visto e - soprattutto - di insipido. Salvando solo qualche momento spaventevole, realizzato giocando sul registro delle apparizioni a sorpresa (un po' vecchiotto, ormai) il film non offre spunti adrenalinici e - a tratti - finisce col risultare piuttosto noioso.

Il montaggio è regolare: fabula e intreccio si accompagnano beatamente per tutta la pellicola, non c'è alcuna ricerca di elaborazione del dettato registico e anche la fotografia non brilla certo per qualità o originalità delle pose. C'è una netta prevalenza del rosso, che risalta visibilmente su uno sfondo a colori volutamente tenui, probabilemente in omaggio a Dario Argento (come si può facilmente constatare). Tecnicamente il film è mediocre quindi e non fanno eccezione neanche le performance degli attori principali, che risultano veramente impostate (i dialoghi sono - a tratti - molto banali). Una menzione alla colonna sonora, che risolleva leggermente le sorti di questo film che, personalmente, non mi sento di consigliare se non agli appassionatissimi del genere.

VOTO: 4/10

Il film in una frase:
Non è la casa ad essere infestata

martedì 24 gennaio 2012

Last days - Recensione


Last days di Gus Van Sant - Genere: drammatico - USA, 2005

Blake alter ego di Kurt Cobain, negli ultimi giorni della sua vita. La cronaca lirica e monotona della sua solitudine esistenziale interrotta da un venditore di Pagine Gialle che gli pone quesiti inserzionistici, da un detective che rivela storie e aneddoti dimenticando il soggetto investigato e dalla madre di Blake che lo supplica di andare via con lei. Intorno alla casa, che lo contiene insieme alla sua musica, respira la natura, scorre l'acqua in cui Blake monda i peccati e fa scivolare il dolore. Circondato da giovani coinquilini indifferenti, Blake compone il suo requiem e si congeda dal suo corpo.

Gus Van Sant, nell'ormai lontano (parlando nei tempi del cinema) 2005, confeziona questo efficace video-ricordo del mito della musica Kurt Cobain. Punto terminale della parabola iniziata da Gerry e continuata con Elephant, Last days rappresenta l'epilogo di una virtuale "triologia della morte", in cui il momento culminante della pellicola coincide con quello dell'abbandono del corpo (o dei corpi). Il film è stato pesantemente criticato per l'assenza di una trama vera e propria; obiezione legittima, si potrebbe dire ma vorrei ricordare che qui - come altrove in Van Sant- la trama non si basa sulla narrazione di fatti, quanto più sulla pura esplorazione dei tipi umani coinvotli (cfr. Elephant). L'occhio attento di un regista che ha un elevatissima coscienza di sé, percorre in maniera disincantata e tagliente le vicende della varia umanità che si muove brulicando sotto i suoi occhi. E' in questo contesto che deve essere letta l'apparente mancanza di impianto narrativo del film in questione, che comunque è strettamente connesso alla vicenda del protagonista.

Van Sant realizza qui un procedimento ardito. Il film non può essere caratterizzato né come una biografia, né come una riproposizione fedele degli ultimi giorni di Cobain. Quello che il regista fa (dantescamente parlando) è rendere i suoi personaggi "figure" dei loro corrispettivi reali. Michael Pitt non è Kurt Cobain; è Blake (il quale, però, è figura in senso auerbachiano di Cobain stesso). Si realizza così un complesso gioco a tre fasi in cui l'attore, nella sua azione performativa, interpreta una figura la quale a sua volta interpreta un referente; potremmo quindi parlare di "recitazione a due livelli".

Dal punto di vista tecnico-registico il lavoro svolto da Gus è - come al solito - ottimo e si caratterizza, in questa specifica realizzazione, per un abbondante uso del pianosequenza e per dei ritmi meno rapidi è più pacati rispetto a quanto accaduto in lavori precedenti. Anche qui come in Elephant Van Sant gioca con la frammentazione della storia e si diverte a mostrarci gli eventi da diversi punti di vista, provocando un piacevole effetto straniante. La colonna sonora, ottima, è composta da tracce tutte molto adatte alla vicenda che si innestano bene al tessuto della narrazione. Buona la performance di Micahel Pitt, credibilissimo in un ruolo non facile (il personaggio di Blake, peraltro, riprende molto la figura del gringo di Mala Noche), mentre sorvolerei sulla prestazione incolore della Argento.

VOTO: 7.50/10

giovedì 19 gennaio 2012

Hans - Recensione



Hans
di Louis Nero - Genere: thriller - Italia, 2005.

Hans Schabe è un giovane dirigente in una società di smaltimento dei rifiuti. Il suo passato, segnato da una madre violenta e poco amorevole, tornerà a farsi sentire con violenza quando la sua follia comincerà a consumarlo, facendogli credere di essere condannato a ingurgitare tutta l'immondizia prodotta dall'uomo.

Interessante produzione italiana che conta, fra gli altri, la partecipazione illustre di Franco Nero (idimenticabile in Querelle de Brest di Fassbinder), Hans è un'opera criptica, di difficile lettura ma per molti aspetti interessante ed originale. La storia segue la discesa nell'abisso della follia di Schabe, dalla sua infanzia in giù. La pellicola è densa di interessanti riferimenti e sicuramente dal punto di vista contenutistico-concettuale è una produzione validissima. Numerosi sono i riferimenti espliciti ai padri della psicanalisi Freud e Jung e non a caso questa disciplina svolge un ruolo preminente nel film: non come mera strizzatura di un cervello bacato. Tutto il film può essere letto in chiave psicanalitica sotto il comun denominatore del sogno. In Hans i deliri onirici di Schabe sono indistinguibili dalla realtà e ne costituitscono, anzi, una parte integrante.

Le parti oniriche del lavoro di Nero sono anche le più interessanti dal punto di vista della realizzazione tecnica: in esse si fondono efficacemente scelte musicali appropriate (la colonna sonora è il fondamentale meglio riuscito del film), alcune pose fotografiche molto riuscite e delle soluzioni di montaggio e ripresa di tutto rispetto. Nella media però il lavoro mi sembra minato da alcuni difetti che ne pregiudicano il potenziale, prima fra tutti una capacità recitativa non sempre all'altezza del compito, soprattutto nella prima parte. In particolare ci sono situazioni in cui la ricerca estetica di Nero si spinge, io credo, troppo oltre andando ad assumere una staticità fossilizzante, che non permette al film di muoversi fluidamente. Ne risultano sezioni molto interessanti, contrapposte però ad ampi quadri narrativi che si immobilizzano in un autocompiacimento estetico che risulta a tratti pesante ed eccessivamente lento.

Hans in definitiva mi sembra un bel film, che io consiglio soprattutto per l'originalità di alcune trovate. I problemi che ho velocemente tratteggiato però mi hanno fatto rendere conto che ci si poteva spingere ben oltre, dato che i presupposti c'erano ed erano buoni. In ogni caso, come tengo sempre a dire quando vedo una produzione italiana del genere, decisamente meglio del 75-80% del cinema nazionale attuale.

VOTO: 6/10

mercoledì 18 gennaio 2012

9: Nine - Recensione

9 (Nine) di Tim Burton - Genere: animazione - USA, 2009.

In un mondo distrutto dalla guerra fra gli umani e le macchine, un piccolo organismo robotico dotato di identità personale, 9, scopre di non essere il solo della sua specie. Purtroppo, sveglierà qualcosa più grande di lui e di tutti i suoi simili: Il Cervello.

Il genio polimorfo di Tim Burton, già regista del capolavoro Nightmare before Christmars e dei due efficacissimi Batman e Batman-Returns (oltre a tutta un'altra serie di titoli ben riusciti), ci regalava, ormai tre anni fa, un altro piccolo capolavoro della computer grafica. Burton fa convergere, in poco più di un'ora di film (misura canonica per i film d'animazione dalla Disney in poi), tutte le ansie e le suggestioni che hanno animato i suoi capolavori.
Il conflitto uomo macchina, costante sia del primo cinema di fantascienza sia di un filone letterario che si può far risalire al Frankenstein di Mary Shelley, fa da sfondo a un pianeta Terra del tutto cancellato, ridotto a un cumulo di macerie dalla cieca volontà progressista dell'uomo. La pellicola di Burton è una denuncia per l'uomo di oggi, un monito per ricordare a noi e ai nostri figli che la Terra non è nostra e che le nostre facoltà conoscitive hanno dei limiti.

I personaggi che fanno da protagonisti alle vicende, versione rinnovata dei classici homunculi alchemici, sono la riproposizione esatta di una piccola società che, dopo un periodo di crisi, cerca di recuperare la propria identità perduta all'interno di un mondo in rovina. I piccoli "androidi" ricalcano perfettamente una serie di tipi umani ancora oggi attuali e manifestano una volontà chiaramente semplificatoria e probabilmente pedagogica: attraverso questi tipi (non personaggi!), il regista sembra volerci insegnare che la ricostruzione della società, durante e dopo i periodi di "stato di natura", segue le medesime dinamiche. Nella fattispecie, soprattutto, ci si affida incondizionatamente alla figura di un capo carismatico (in questo capo, 1, il quale porta in maniera emblematica i simboli del potere religioso ed è non a caso refrattario rispetto al potere dello sviluppo tecnologico) che possa guidarci fuori dalla crisi. E' vero che non si tratta di invidividui sviluppati a tutto tondo (d'altronde è difficile farlo in un film d'animazione) ma sono tratteggiati con sufficiente precisione da far percepire allo spettatore che c'è un po' di ognuno di loro in ciascuno di noi.

Il film scorre piacevolemente, non risulta mai estremamente macchinoso e si muove con una certa agilità all'interno di un universo che è tratteggiato ma non approfondito al punto da destatre troppe domande nello spettatore medio. Le motivazioni della guerra uomo-macchina sono specificate in un apposito excursus che ricalca fedelmente le modalità di inserimento e di narrazione di questa scena (che ritorna in tutti i film che trattano questa materia; si veda p.e. The matrix), la quale costituisce la chiave di volta dell'intento pedagogico del film.

Tim Burton insomma ha confezionato un prodotto di tutto rispetto, che riprende in maniera forse un po' pedissequa dei topoi già un po' inflazionati. Ciònonostante, il suo stile inconfondibile, a metà fra lo steampunk e il gotico, rende tutto più interessante e caratteristico e questo aumenta l'attrattiva di una pellicola che gioca amabilmente fra l'intrattenimento e gli avvertimenti sui pericoli di un'esasperazione della volontà progressistica dell'uomo.

VOTO: 7/10
Il film in una frase:
"Hai risvegliato qualcosa di terribile!".

martedì 17 gennaio 2012

Paranoid Park - Recensione

Paranoid Park di Gus Van Sant - Genere: drammatico - Francia, Stati Uniti, 2007.

Alex è un sedicenne che vive a Portland negli USA. La sua passione è lo skateboard e tutta la cultura che ci sta attorno. Con l'amico Jared comincia a frequentare il Paranoid Park, un posto conosciuto da tutti gli skater della città. Lì conosce altri skater che, una sera, gli propongono nuove emozioni forti: saltare sui treni merci in transito nella vicina stazione.

Quattro anni dopo il suo capolavoro (Elephant - 2003), Gus Van Sant riprende in mano un tema che evidentemente gli è molto caro e in questo lavoro fa esplodere (di nuovo, anche se in misura ridotta) tutti gli escamotages estetici e registici che hanno decretato il successo dell'opera realizzata nel 2003. La narrazione muove da un episodio che coinvolge direttamente il protagonista e che - come al solito - voglio evitare di rivelare. A partire da questo evento traumatico si dipana la narrazione che si frammenta in un pulviscolo di percezioni e avvenimenti dove la fabula viene sovvertita, a costruire un intreccio a piani comunicati (o, in questo caso più propriamente, a scatole cinesi) che contribuiscono a un progressivo e mai banale svelamento del fulcro narratologico della vicenda. Come al solito in Van Sant, quindi, il montaggio è essenzialmente narrativo e costituisce il motore principale attraverso cui veniamo a conoscenza delle pieghe della storia, che viene costruita dai personaggi attraverso una progressione di elementi incasellati.

La fotografia è di buona qualità e tende continuamente alla ricerca dell'artisticità: da segnalare soprattutto le ampie vedute d'esterno e gli intermezzi più "intimistici" girati probabilmente con una telecamera amatoriale, che contribuiscono a dare un'area più "underground" al melange complessivo. Van Sant ha il pregio di aver scelto un terreno d'indagine estetica molto interessante e al tempo stesso connotato, riprendendo bene e in maniera mai banale la sottocultura urbana degli skaters americani, senza incappare nei soliti stereotipi triti e ritriti.
Mi sembra necessario segnalare la splendida colonna sonora, che conta su più di una traccia di grande impatto e di adeguata collocazione all'interno della narrazione. Buone le interpretazioni del cast, in particolare del protagonista.

VOTO: 8/10

lunedì 16 gennaio 2012

Dune - Recensione


Dune di David Lynch - Genere: fantascienza - USA, 1984

Nell'anno 10191 l'umanità è diffusa tra le stelle e l'universo conosciuto è retto dal Landsdraad, un sistema di tipo feudale in cui le grandi casate, che possiedono interi pianeti, sono in perenne lotta per il potere. Gli Harkonnen hanno abbandonato il pianeta, che avevano spietatamente sfruttato per estrarre la preziosa Spezia, sostituiti dagli Atreides, loro avversari, per ordine imperiale. La trappola è tesa e la strage sarà inevitabile. Arrakis, pianeta desertico e inospitale, è popolato da un misterioso popolo, i Freme, in grado di cavalcare i giganteschi vermi delle sabbie . I Fremen, che chiamano il loro pianeta Dune, hanno atteso a lungo la venuta di un Messia, il Mahdi, che li guidi, dopo secoli di persecuzioni, in una sanguinosa jihad alla conquista del pianeta. Chi controlla la Spezia, controlla l'universo.

Dall'omonimo romanzo di F. Herbert parliamo oggi di uno dei capolavori della fantascienza degli anni '80 e non solo, capace ancora di appassionare una fitta serie di fans in tutto il mondo. L'abile mano registica di Lynch, che si percepisce in alcune sequenze e soprattutto in alcuni stilemi estetici che conferiscono al film un'apparenza molto steampunk (come la frequente presenza di vapori e sostanze evanescenti, riprese nella londra de The elephant man). Devo ammettere subito che non ho letto il romanzo quindi mi è impossibile definire l'esito del lavoro di riadattamente, che presumo buono non volendo mettere in dubbio l'abilità di Lynch. Mi limiterò quindi a un giudizio puramente relativo al film.

La vinceda narrata è lunga e articolata, non particolarmente originale ma comunque convincente inserita nel contesto sci-fi che abbiamo qui di fronte. In realtà, salvo l'ambientazione, potremmo dire che Dune ricalca in pieno l'andamento di alcuni fra i più moderni conflitti, se seguissimo l'equazione "petrolio = spezia". L'attualità simbolica della narrazione conferisce alla pellicola un aspetto più contemporaneo e le consente di sorpavvivere e di destare interesse anche dopo trent'anni di vita alle spalle.

Tecnicamente il film non si fa decisamente ricordare, però. Eccezion fatta per la colonna sonora, di cui voglio attenzionare il bellissimo main theme, la fotografia è piuttosto scarsa e gli effetti speciali sono piuttosto carenti, considerando che eravamo già nel 1984 e la storia della fantascienza e del cinema tutto era già stata segnata dai primi episodi di Star Wars ad opera di Lucas, che offrono - a mio avviso - degli special effects più convincenti. I personaggi, comunque, sono ben caratterizzati e assolvono bene alla loro funzione, all'interno di uno schema narrativo piuttosto semplice che riesce però a dipanarsi lungo più di due ore di narrazione, con elevata accentuazione della funzione bardica del testo.

Un film da vedere, anche solo per il suo valore storico. Conserva ancora qualche elemento di grande godibilità, ma mi sembra che Dune abbia fatto un po' la sua epoca. Ciònonostante non mi dispiacerebbe vederlo trasmesso un po' più spesso in televisione: è comunque migliore di molte porcate che ci vengono propinate dal cinema attuale.

VOTO: 6.50/10
Il film in una frase:
Il dormiente deve svegliarsi

domenica 15 gennaio 2012

Melancholia - Recensione




Melancholia di Lars Von Trier - Genere: drammatico - Danimarca, Francia 2011.

Justine arriva con il neomarito alla festa delle nozze che il cognato e la sorella Claire le hanno organizzato con un ritmato protocollo. Justine sorride molto ma dentro di sé prova un disagio profondo che la spingerà ad allontanarsi in più occasioni dai festeggiamenti provocando lo sconcerto di molti, marito compreso. Non si tratta però solo di un malessere esistenziale privato. Una grave minaccia incombe sulla Terra: il pianeta Melancholia si sta avvicinando e, benché il mondo scientifico inviti all'ottimismo, il rischio di collisione e di distruzione totale del globo terrestre è più che mai realistico. Tempo dopo, con Melancholia sempre più vicino, sarà Claire a invitare a casa sua la sorella.

Avevamo lasciato Von Trier dopo il discusso (almeno da me) film Antichrist, gigantesco e criptico labirinto mentale in cui uno spettatore medio non poteva che perdersi. Due anni dopo lo ritroviamo qui, dopo la querelle che lo ha visto protagonista al Festival di Cannes, di nuovo con la Gainsbourg a ricoprire un ruolo di primo piano. Sicuramente un film più fruibile anche per uno spettatore medio che, comunque, non dev'essere disattento (stiamo parlando di Von Trier... anche la linearità più semplice nasconde sfaccettature e interpretazioni impreviste).

In questo film ho trovato molto di quel Luis Bunuel di cui ho amato particolarmente due pellicole, tutte e due rivolte a pugnalare al cuore la classe dominante: la borghesia. Sia ne "L'angelo sterminatore" che ne "Il discreto fascino della borghesia", il regista padre del surrealismo dipinge con gelida freddezza, ma con non poco sarcasmo tutte le ipocrisie della sua società. Lars riprende il portato di queste grandi opere, che ho apprezzato molto per la coniugazione del gusto surrealista a tematiche di più stringente critica sociale, e le trasporta nel nostro mondo contemporaneo. Von Trier critica senza remore i portati fondanti della nostra realtà, a partire dal matrimonio che rappresenta ancora l'istituto fondante della famiglia, almeno in linea di principio.

Attraverso le crisi di Justine e il comportamento crudo ma realista di sua madre il regista dipinge la crisi della borghesia occidentale attraverso il crollo delle certezze. Mentre il pianeta Melancholia si avvicina inesorabile, il mondo cade lentamente a pezzi, senza bisogno di nessuna apocalisse da decine di milioni di dollari. Fino all'ultimo la crisi dipinta dal regista in questa sua ultima fatica è silenziosa e intima, ma non per questo meno destabilizzante. L'implosione dell'umanità avviene attraverso l'esplosione dei suoi difetti e delle sue ipocrisie. L'umanità sull'orlo della crisi di nervi (o del fallimento ontologico) è l'umanità del futuro, la visione che Von Trier probabilmente ha di noi.

E' un' umanità insicura e spaventata, incapace di muoversi e di compiere i più elementari passi all'interno del mondo senza rischiare di cadere, non in grado di impegnarsi in alcun tipo di legame senza sentirsi costretta (Justine). E' l'umanità della scienza che vive di assoluti e di certezze inoppugnabili, che giorno dopo giorno si vedono disintegrate dalle crisi multiple che ci stanno colpendo senza remore (il marito di Claire). E' l'umanità spaventata dal domani, che non è più in grado di vedere un futuro per sé stessa (Claire). L'elenco potrebbe continuare: Lars compone un quadro della crisi umana complesso e variegato, unendovi una brillantissima tecnica cinematografica.

A conclusione di questa recensione voglio consigliare a tutti la visione di questo film, che ho ritenuto splendido. Penso che al suo interno ci sia ancora molto da scoprire; probabilmente ci vorranno visioni plurime per riuscire a scavare nel portato complessivo di una pellicola che si vuole ampia e complessa. Voglio soltanto ricordare, alla fine di un resoconto che non si è speso molto sulla tecnica - comunque ottima - la splendida colonna sonora (in particolare il main theme) e le bellissime interpretazioni delle due protagoniste femminili Dunst e Gainsbourg (quest'ultima visibilmente arricchita dall'espserienza di Antichrist, pellicola che - mi sembra - dialoghi molto con quest'utlima).

VOTO: 9.50/10

venerdì 13 gennaio 2012

Ovosodo - Recensione




Ovosodo di Paolo Virzì - Genere: commedia/drammatico - Italia, 1997


Cresciuto in un quartiere popolare di Livorno, detto Ovosodo, Piero arriva faticosamente al liceo classico, diventa amico del ricco e irrequieto Tommaso, sbanda per una cugina dell'amico, è bocciato alla maturità e, dopo il servizio militare, trova lavoro nella fabbrica del padre di Tommaso finché gli tocca in premio la coinquilina Susy. E si trova sistemato: marito, padre e operaio.


Cinema italiano che ha già qualche anno, ma che risulta ancora valido, attuale, divertente e fonte di interessanti riflessioni, l'opera di Virzì si inserisce bene in un filone pseudo-sperimentale che ha il merito di aver riprotato in auge il ruolo della vecchia commedia all'italiana. Come i film di Dino Risi o di Paolo Villaggio, il lavoro di Virzì ha il merito di saper coniguare efficacemente un umorismo non idiota con delle vene anche drammatiche, facoltà questa che sembra aver abbandonato il nostro cinema, in balia di titoli come "Box office" e i vari cinepanettoni.


Come un piccolo romanzo di formazione, "Ovosodo" allunga i suoi tentacoli lungo la vita di Piero, dal quartiere omonimo di Livorno, fino alla sua assunzione in fabbrica. "Ovosodo" è la rappresentazione dell'Italia della crisi, che negli anni Settanta assume le fattezze dei problemi energetici del '73, delle stragi terroristiche, della marcia dei Quarantamila.Come un Forrest Gump del belpaese, Piero si trova a vivere uno snodo fondante della nostra storia, attraverso non i grandi eventi storici ma i piccoli grandi eventi della vita quotidiana. "Ovosodo" non è un film che si ricorda per indubbie qualità tecniche, ma conta su un buon cast di riferimento e personaggi ben strutturati, che contribuiscono a dare al film un discreto spessore narrativo. In particolare vorrei ricordare il personaggio della Prof.ssa Giovanna, teneramente venerata e costantemente ricordata da Piero in tutte le fasi della sua vita, perfettamente interpretata; si tratta senza dubbio della migliore performance recitativa della pellicola, profondamente drammatica ma comunque estremamente dignitosa."


Ovosodo" è un film che consiglio perchè è in grado di unire diversi registri stilisti e linguistici per creare un interessante "pastiche" cinematografico, che da troppo tempo non si vedeva in Italia. Ho avuto modo di vederlo durante un incontro di cineforum negli anni del liceo e credo che esso trovi la sua ragion d'essere anche in quel contesto, perchè stimola la riflessione e può essere un modo per gli studenti di essere accompagnati dentro la "cultura sottile" di un periodo storico spesso poco esplorato.


VOTO: 7/10

mercoledì 11 gennaio 2012

Twilight - Recensione

Twilight - USA, 2008

La giovane Bella va a vivere con suo padre a Forks, una piccola e piovosa cittadina. Presto rimarrà affascinata da Edward, suo misterioso compagno di corso. Quando degli strani avvenimenti cominceranno a verificarsi, Bella capirà che Edward e la sua famiglia nascondono qualcosa…
Ed eccoci a parlare di uno dei film più chiacchierati degli ultimi anni: dalla penna di S.Mayers arrivano sul grande schermo i vampiri di Twilight ma cerchiamo di capire con quale risultato. La storia in sé non è certo innovativa: già nella celebre trasposizione cinematografica di Dracula realizzata da Coppola la storia d’amore fra un essere umano e un vampiro era ben presente nei temi. L’aggiunta (cioè la contemporaneità, il vampiro buono e il vampiro teenager) vengono dal filone fortunato inaugurato dalle serie TV in stile Buffy. Una confluenza di immagini e suggestioni che si uniscono in queste due ore di film, ma non senza problemi. La storia è scontata, banale e procede per accumulazione di eventi irrealistici (è giusto premiare i buoni sentimenti ma certe scene perdono davvero di veridicità!) e stereotipati.
Il montaggio è banalissimo, senza nessuno spunto d’analisi e completamente anonimo. Ne segue come si diceva che il film è senza struttura, un’invertebrato che striscia negli strati bassi della cinematografia. La fotografia non è da buttare completamente ma, rispetto ad altri film del genere (e non solo) è largamente insufficiente. Buoni i colori di alcune scene e i giochi di luci ed ombre nella scena della sala da ballo ma è ben poca cosa in una nave che sta affondando.
La colonna sonora è accessoria, strumentale e strumentalizzata a creare l’immagine del bel vampiro gentiluomo. Immagine affascinante ma che non emerge completamente in un’ambientazione contemporanea come quella proposta dove la gentilezza e la galanteria sono ormai estinte. La recitazione è insufficiente nella media ma il picco di bassezza si raggiunge in Bella. Senza voler esagerare credo che una tavola di compensato sarebbe più espressiva, convincente e brava di lei. Un personaggio che non ha neanche senso di esistere e che non compie MAI un’azione che non ci aspetteremmo. Piatta, scontata, banale: Bella è l’anti-personaggio per eccellenza.
Infine una riflessione sulla mitologia del Vampiro: il fascino dei non morti come appare da questo film? Devo ammettere che nel complesso non è spiacevole l’immagine urbana del Vampiro che è stata data e che, comunque è funzionale a una rilettura di questa figura nel contesto odierno. Diciamo che l’idea era buona ma la realizzazione è stata quanto di peggio ci si potesse aspettare. Se questo è il film-cult di questa generazione, che generazione dobbiamo aspettarci?
VOTO: 2/10