lunedì 9 settembre 2013

Comic Movie



Comic Movie di autori vari - Genere: commedia - USA, 2013

La forma del film antologico è senza dubbio fra le meno frequenti del cinema odierno; lo era molto di più tempo fa, soprattutto per quanto riguarda il cinema italiano (numerose commedie, ad esempio, seguivano questo schema anche tenendo ferma una unità di personaggi e topoi narrativi, come succede in tutti i film della saga di Fantozzi). Questo tipo di prodotti sembra essere legato al passato e gli anni Duemila, salvo rare eccezioni (tutte legate al mondo horror come ad esempio V/H/S) hanno confermato questa tendenza. Comic Movie rappresenta quindi una gradita novità nel panorama dei prodotti comici attualmente disponibili sul mercato e si assicura una fetta di pubblico non indifferente grazie al titolo e ai contenuti che ammiccano alla fortunata formula sperimentata dai vari Scary Movie; mentre in quel caso la parodia era rivolta solamente a un certo ventaglio di titoli tutti accomunati dal medesimo genere, in Comic Movie la scelta si fa più ampia e le situazioni comiche derivano non tanto dal rovesciamento umoristico di stereotipi ormai consolidati, quanto dalla demenzializzazione di elementi quotidiani che tutti viviamo ogni giorno. 

La presenza della cornice narrativa (la ricerca del Movie 43), lega insieme le disparate situazioni che i vari episodi vanno a proporre, anche se la costante riproposizione della medesima modalità di avvio delle sequenze risulta in fin dei conti abbastanza noiosa. Per quanto riguarda i singoli episodi, data la diversità delle mani registiche, è difficile fare un discorso che ne riassuma in pieno le differenze; basti dire che una buona parte è sinceramente divertente e solo alcuni lasciano un po' storcere il naso solitamente per una volgarità più accentuata. La presenza di un cast importante garantisce quantomeno una buonissima prova attoriale da parte di tutti i partecipanti, cosa che compensa la semplicità della messa in scena, sempre sacrificata in titoli del genere.

Nel complesso un film divertente e valido, ovviamente da guardarsi in compagnia se si cerca una serata all'insegna del disimpegno. 

VOTO: 6/10

domenica 8 settembre 2013

I spit on your grave 2



I spit on your grave 2 di Steven R. Monroe - Genere: horror - USA, 2013

Quando nel 2010 Steven R. Monroe si mise alle prese con il remake del capolavoro dell'horror Non violentate Jennifer, vero e proprio caposaldo che ha rinnovato un genere contribuendo a ripensarlo nel profondo, la mia reazione fu abbastanza sconcertata. Il lavoro era approssimativo e tradiva una forte incapacità di ricreare le stesse atmosfere disturbanti del film ispiratore. La colpa, a ripensarci, non era tanto di Monroe quanto dello statuto ontologico della pratica del remake che, se non è condotta con sapienza e capacità, spesso si rivela fallimentare. Il motivo è presto detto: non è possibile riproporre dopo due decadi di distanza o più un film di successo solamente per motivi commerciali; il fallimento è quasi matematico, proprio perché è molto difficile proporre i ritmi e le modalità di un certo cinema se non si vive quell'epoca dall'interno. 

Questo secondo capitolo, dunque, si lasciava immaginare come un completo disastro essendo, per inciso, il "sequel di un remake", vero e proprio monstrum cinematografico insomma. Invece non solo non è stato così, ma con mia grande sorpresa Monroe è riuscito a confezionare un prodotto decisamente valido e nel complesso non eccessivamente scontato (il che, per il panorama horror odierno, è già un ottimo risultato!). La durata leggermente più avanzata rispetto a quella media del genere ha consentito una gestione felice della struttura diegetica, che appare bipartita almeno per quanto riguarda la localizzazione geografica (New York per la prima parte, Bulgaria per la seconda). Il cambiamento di ambienti ha consentito al regista di divincolarsi dall'ingombrante eredità dell'originale I spit on your grave e gli ha permesso di ricreare uno stile nuovo, che mantenesse comunque fede al dettato del film-modello. 

La struttura della diegesi è infatti grossomodo inalterata e l'impressione che si ricava è proprio che quando la regia è in grado di slegarsi dalle aspettative e di cercare strade personali il risultato sia decisamente gradevole. Tenendo ferma la costante del contrappasso secondo cui la Jennifer della situazione si lascia andare a una cruda vendetta nei confronti dei suoi aguzzini, Monroe calca la mano e regala nella seconda parte del suo lavoro momenti di puro terrore: l'aspirante modella Katie sperimenta su di sé la regressione allo stato larvale e grazie ad un sacerdote (passaggio questo, piuttosto aneddotico e prevedibile), si instrada verso la ricerca della vendetta. Tutto ciò che esula da questo piano (il poliziotto, lo stesso prete ortodosso che cerca di aiutare la ragazza), è inutile e secondario e viene anche gestito con poca attenzione da parte del regista.

I colori tetri e verdastri e la crudeltà sadica di Katie non possono non ricordare alcuni dei titoli che hanno segnato la prima decade del XXI secolo, come Saw e Hostel, vere e proprie miniere di situazioni e aneddoti cui tutti i registi successivi sembrano essersi ispirati. Per quanto riguarda il nostro caso possiamo parlare di un tentativo riuscito di sfruttare un bacino narrativo e drammaturgico ormai ben collaudato, pur riuscendo a districarsi con sufficiente indipendenza all'interno di legami spesso troppo costrittivi. Nel complesso I spit on your grave 2, anche grazie a una discreta fotografia e a una buona caratterizzazione dei personaggi, si lascia guardare con piacere e alla fine dei conti si rivela come un modello che si dovrebbe tentare di imitare, perfezionando una strada ancora tutta da tracciare. Un buon lavoro, che si congeda con la speranza che un eventuale successo di pubblico non porti il regista a volerlo rendere parte di un progetto a episodi più complesso.

VOTO: 7/10 

sabato 7 settembre 2013

Cosmopolis



Cosmopolis di David Cronenberg - Genere: drammatico - Canada, Francia, Italia, Portogallo, 2012

Ammetto che al trailer di questo film, uscito ormai da un anno abbondante, ero rimasto molto colpito dalle immagini che venivano proposte, dalle belle atmosfere contemporanee ma decadenti ed ero portato a sperare dall'importanza della firma registica di Cronenberg (Videodrome, Il pasto nudo etc.). Anche le rimostranze che avrei potuto avere su Pattinson come protagonista erano state fugate avendo visto il bellissimo Little Ashes, in cui il protagonista di Twilight da' sfoggio di una capacità attoriale insperata. Come si dice però, a doppia superbia doppia caduta e Cosmopolis si è rivelato piuttosto deludente. 

L'idea di base pareva non prospettare una situazione di questo genere e, anzi, lo schema compositivo di fondo regge ed è piacevole. Il personaggio di Eric Packer è la perfetta rappresentazione del topos letterario e cinematografico del miliardario arrivista e spietato, perfettamente inserito nella società delle reti postmoderna, in cui il capitale e la merce di scambio principali sono le informazioni, che Pattinson padroneggia con capacità all'interno di una limousine che diventa abitazione (e non può non ricordare a fortiori quella di uno dei film più riusciti dell'anno, lo splendido Holy motors). Tutto il film, ripreso con colori caldi ma allo stesso tempo alienanti si basa su inquadrature che conferiscono alle ambientazioni un'aria perturbante e asfissiante, come se tutti gli spazi in cui Eric si muove, anche quelli potenzialmente più familiari, diventassero ostili; questo ricercato effetto è ottenuto attraverso un posizionamento sapiente del punto di ripresa, spesso individuato in maniera volutamente troppo vicina al volto dei protagonisti. 

Il mondo di Cosmopolis è un mondo in continuo movimento, ma il ritmo del film è tutt'altro che veloce; con un effetto di inversione decisamente piacevole anche se a tratti un po' troppo accentuato, la giornata di Pattinson occupa l'intera pellicola e questa scelta comporta una dilatazione estrema del ritmo narrativo. La cosa non è di per sé spiacevole e, anzi, costituisce una trovata molto interessante; il problema è che il comparto dialogico amplifica eccessivamente la sensazione di immobilismo che deriva da questa componente, finendo a lungo andare con il favorire l'insorgere di una noiosa sonnolenza. Il punto debole del film sono forse proprio i dialoghi, non so in che percentuale mutuati dal testo di De Lillo cui il lavoro di Cronenberg si ispira. 

L'ostentato filosofeggiare di Packer e del suo entourage si traduce molto presto in un vuoto chiacchiericcio incomprensibile allo spettatore; ho più volte sostenuto che l'immedesimazione totale nell'immagine non è di norma una buona cosa perché è sinonimo di uno spettatore disattento, ma da un maestro come Cronenberg ci si aspetterebbe il raggiungimento di una maggiore dialettica fra coinvolgimento del pubblico e la costruzione di un discorso cinematografico o metacinemtografico coerente e importante. Ciò che resta di Cosmopolis è la spiacevole sensazione di un lavoro che sarebbe potuto essere molto valido ma che alla fine non si lascia ricordare per nessun motivo particolare, fatta salva comunque la buona qualità della fotografia e una prestazione di Pattinson comunque non indecorosa. 

VOTO: 5/10 

giovedì 5 settembre 2013

Akira



Akira di Katsushiro Otomo - Genere: animazione - Giappone, 1988

Capolavoro indiscusso dell'animazione giapponese recentemente riproposto al cinema in occasione del suo venticinquesimo anniversario, Akira è un film che ha senza dubbio segnato la storia del genere e l'impressione è stata decisamente confermata dal fatto che, alla visione, esso manifesta tutta una serie di situazioni archetipiche che saranno riproposte anche da molti film e anime successivi. La corrispondenza più prossima, per situazione ed evoluzione della vicenda, è senza dubbio con Neon genesis: Evangelion, il cui debito si manifesta sopratutto nel finale del film, quando la trasformazione di Tetsuo in un organismo ameboide non può non richiamare alla mente di chi conosce la fortunata serie (presto al cinema con il terzo capitolo della tetralogia Rebuild of Evangelion) la struttura interna delle unità EVA. 

Sarebbe interessante cercare di capire il motivo per cui una così larga parte della filmografia giapponese sia così fortemente ispirata dalla situazione narrativa della rinascita della civiltà dopo un disastro distruttivo: la terza guerra mondiale che ha distrutto il mondo di Akira portando alla nascita di una Nuova Tokyo (o il Second Impact di Evangelion) sono probabilmente il riflesso ritualizzato delle immagini sconvolgenti di Hiroshima e Nagasaki, come se il Giappone non potesse più fare a meno di richiamare quegli episodi che ne hanno segnato in senso traumatico l'esistenza. Un'esplosione che è anche un momento di rinascita, un momento di crisi profonda dalla quale l'arcipelago nipponico ha saputo risollevarsi sino a imporsi, oggi, come una delle nuove potenze leader dell'economia mondiale.

Nel 1988 questo non si poteva ancora prevedere, forse. Sta di fatto che Akira propone un mondo fortemente contemporaneo e che appare grossomodo valido anche oggi, con le sue ipocrisie e i suoi sogni di progressismo infinito. E' straordinario notare come un cartone animato, solitamente considerato un prodotto non artistico, possa riuscire a tratteggiare con una così tagliente sagacia un ritratto del mondo (seppure condensato in una sola città) che, al di là di alcuni cambiamenti intercorsi negli ultimi venticinque anni, è rimasto isomorfo a sé stesso. Akira rappresenta questo organismo decadente con l'eleganza e la compostezza formale di un film vero e proprio, mentre l'organizzazione delle immagini segue criteri compositivi non dissimili da quelli della classica inquadratura. Tutto questo porta allo straordinario risultato di un prodotto ormai divenuto culto e simbolo di un'intera generazione che riesce a intrattenere sulla smodata lunghezza di circa 130 minuti, superando in qualità non solo prodotti consimili ma anche pellicole cinematografiche non animate.

Al di là dell'innegabile valore storico che ha acquisito, Akira è il titolo ideale per le persone convinte che il cinema di animazione sia qualitativamente inferiore alla filmografia normalmente intesa. Le loro capacità di raccontare e di mostrare non solo sono quantomeno equipotenti; nel caso in esame, in effetti, la capacità creativa dell'animazione è addirittura superiore, in quanto slegata dalle contingenze di un referente fenomenico reale e ancora non del tutto manipolabile (ricordiamo che il film è del 1988 e l'immagine digitale era ancora ben lontana dalle sue possibilità odierne). 
VOTO: 8/10 

mercoledì 4 settembre 2013

Andarevia



Andarevia di Claudio di Biagio - Genere: drammatico - Italia, 2013

Quando ho visto questo film disponibile per la visione ho cercato di informarmi, leggendo i commenti, spesso poco autorevoli, che gli utenti lasciano dopo aver guardato i titoli. Il diritto d'espressione è sacrosanto e il dialogo fra autore e pubblico costituisce una delle punte di interesse della produzione sociale e dei riti di consumo contemporanei, ma molto spesso la violenza con cui alcuni prodotti vengono stroncati dovrebbero far riflettere. Nel caso di Andarevia, leggendo le valutazioni di chi lo aveva visto, c'era da aspettarsi di tutto; commenti decisamente poco carini in merito al regista, colpevole di essere stato lanciato da una web-serie, si fondevano a critiche piuttosto taglienti sulla qualità del suo lavoro.

Intendiamoci, la pellicola non è esente da difetti e questo è bene evidenziarlo sin da subito. La fotografia è discreta, ma la scelta di alcune inquadrature sembra onestamente casuale, tanto che in alcuni punti l'occhio dello spettatore è ostacolato da elementi della scenografia che sembrano essere lì per errore. Anche la caratterizzazione dei personaggi, aspetto fondamentale per un film che tratta la delicata ma inflazionatissima materia del disturbo psichiatrico, lascia in parte a desiderare: sebbene il tentativo di di Biagio sia pregevole e nuova nella direzione del rendere il delirio dei suoi protagonisti con i mezzi linguistici dell'arte cinematografica, il risultato poteva essere migliore. L'inesperienza del regista può aver giocato a suo sfavore e il risultato è una truppa di pazzi che non riesce a convincere fino in fondo, facendo rimanere in chi guarda il senso a tratti sgradevole della recitazione. 

L'ambientazione del film è piacevole e credibile, ma lo sviluppo della storia è a tratti piuttosto scontato: l'episodio chiave (vale a dire l'incidente che costa la vita ad uno dei conducenti dell'imbarcazione e fa precipitare tutta la compagnia nella spirale della paura) è in effetti abbastanza elementare e poteva essere gestito in maniera diversa. Anche lo svolgimento in generale è prevedibile, ma l'impressione complessiva è comunque di un prodotto che si lascia guardare e anche grazie alla fotografia risulta ben lontano da quella bruttezza che il pubblico pareva avergli attribuito. 

VOTO: 5/10 

lunedì 2 settembre 2013

The dreamers



The Dreamers di Bernardo Bertolucci - Genere: drammatico, erotico - Gran Bretagna, Francia, Italia, 2003

Vero e proprio film culto degli anni Duemila, l'opera di Bertolucci trasmessa ieri sera da Iris in occasione della maratona dedicata al regista si rivela già dai primi minuti interessante e soprattutto perturbante. Sullo sfondo di una Parigi progressivamente infiammata dai moti sessantottini, l'occhio registico ci accompagna entro le stanze di un bell'appartamento dall'aria bohemiene in cui vivono due fratelli, insieme ad un ragazzo americano conosciuto da poco. A partire da questa situazione il regista descrive senza commentare la discesa dei tre in una spirale di autocompiacimento solitario che li isola in maniera irreversibile dal mondo esterno. L'effetto che se ne ricava, in generale, è di un rovesciamento del senso di realtà, come se ciò che accade fuori da quelle stanze non fosse altro che un sogno o una proiezione; la verità è invece quella di Isabelle, Theo e Matthew. 

L'isolamento dei tre "sognatori" dal resto del mondo si consuma in giornate dal sapore decadente che ben si sposano con l'aria di antico splendore che gli splendidi interni dell'appartamento ancora conservano. La mollezza dei loro costumi e delle loro abitudini non è comunque priva di riferimenti costanti al mondo della cultura, del cinema e delle arti che vengono però usate come anticamera narrativa per accedere ai momenti veramente disturbanti del film, che lo rendono facilmente classificabile come erotico. Il più naturale dei divertimenti per i tre è l'ostentazione di una sessualità libera e per certi versi estrema, che esprimono nei modi più svariati. Al di là dell'aspetto narrativo della questione, gli episodi in cui i giovani citano le opere d'arte o le scene di celebri film (su tutti Scarface lo sfregiato) sono particolarmente interessanti proprio perché il regista decide, per informare lo spettatore, di inserire all'interno della trama delle immagini alcuni brevi frammenti dei film in esame. Questo inserimento in discontinuità mette il regista in diretta comunicazione con lo spettatore, che contribuisce in questo modo a definire il senso del film in modo negoziale.

The dreamers è un film potentemente disturbante, che mostra senza difficoltà atteggiamenti sessuali profondamente personali e che raramente il cinema ha scelto di indagare con simile intensità. La fortunatissima scena della vasca da bagno è in questo senso emblematica, non tanto a livello figurativo quanto da un punto di vista dialogico: il regista è come un voyeur che per soddisfare il proprio bisogno deve guardare dal buco della serratura nelle stanze degli altri. Ecco la chiave di volta del film, un lavoro in cui Bertolucci varca la soglia pur senza forzarla e ci mostra in maniera quasi anonima il volgere degli eventi entro le pareti ermetiche del bell'appartamento parigino. Non c'è giudizio morale nei movimenti della sua macchina da presa e questo contribuisce a sottrarre il film dalla pura aneddoticità dei fatti. 

Il senso di opprimente disgusto che ha accompagnato la visione delle immagini bertolucciane non solo non mette in discussione l'indubbia qualità del film, ma ne è per certi versi la riprova. La capacità mimetica dell'occhio registico lascia che le immagini parlino da sole grazie ad un uso intelligente e molto buono della fotografia e del comparto musicale. Tutto è perfettamente costruito per raccontare l'asfittica fuga dei tre protagonisti dalla realtà, chiusi come sono nella sterile contemplazione delle metastasi della loro egoità. Soltanto Matthew (un ottimo Michael Pitt) alla fine si allontana (o viene allontanato?) dai due fratelli e, sullo sfondo di un fiammante Sessantotto francese, rimane solo. Egli è comunque il personaggio più positivo del film, considerando l'ala di mortifera e anarcoide desolazione che accompagna l'esistenza di Theo e Isabelle.

Nel complesso un film ottimo, giustamente depositario di un valore cultuale, che dietro alla patina comunque ben costruita di decadente disinteressamento nasconde una chiave di lettura interessante per il senso del fare cinema. La grandezza di The Dreamers sta forse proprio nella sua capacità respingente di proporsi come un prodotto stratificato e dai molteplici livelli di lettura?
VOTO: 8.50/10 

domenica 1 settembre 2013

Il Cartaio



Il Cartaio di Dario Argento - Genere: thriller - Italia, 2004

Che io non sia un grande estimatore delle produzioni più recenti di Dario Argento è risaputo. Dopo l'atroce conclusione del ciclo dedicato alla stregoneria cominciato con il bel Suspiria e la vergognosa riproposizione dell'opera di Stoker in Dracula 3D, vedere Il Cartaio proiettato in televisione è stato al medesimo tempo divertente e fastidioso. Divertente perché l'ingenuità della trama e la costruzione linguistica del film non lascerebbero mai immaginare che dietro alla macchina da presa ci sia stato un regista in realtà navigato come Argento, che è riuscito a partorire un'opera validissima e autenticamente inquietante come Profondo rosso. Fastidioso perché non ci sono altre parole per definire un film stupido e scontato come questo.

L'idea di base poteva essere originale, ma il fatto che l'opera argentiana sia uscita nel medesimo anno del ben più fortunato Saw: L'enigmista, episodio pilota di una serie non altrettanto valida, lascia intravedere nelle intenzioni del cosiddetto maestro del brivido la volontà di cavalcare l'onda di un annunciato successo di pubblico. Peccato che il prodotto sia scadente sotto tutti gli aspetti, a partire da una sceneggiatura semplice e lineare, che non ha nulla a che vedere con i complessi collegamenti interepisodici a cui la saga di Jigsaw ci ha abituati. Qui tutto si esaurisce in maniera rassicurante nel finale di una pellicola che si mantiene tranquillamente sui toni del telefilm in stile Canale 5; non c'è suspence e sembra più che altro che il regista non voglia prendersi la responsabilità di scegliere una strada lungo la quale sviluppare il suo film.

La caratterizzazione drammatica dei personaggi è scontata o eccessiva e in ogni caso non contribuisce a migliorare la situazione di questo fallimentare progetto cinematografico: un esempio lampante è quello del medico legale, macchietta didascalica che strizza l'occhio a tutti quei personaggi da telefilm che negli ultimi anni hanno portato la corsia degli ospedali o la sala degli obitori alla ribalta del pubblico (Dr. House, Grey's Anatomy etc.). Non c'è molto altro da dire in merito, se non che il film è da evitare a tutti i costi, soprattutto per chi è appassionato del genere: la visione de Il Cartaio ha confermato la mia ormai salda sensazione che la fortuna di Argento si sia esaurita e che gli onori che gli vengono tributati siano in larga parte relativi a un passato più felice o in gran parte immeritati.

VOTO: 3/10 

sabato 31 agosto 2013

La quinta stagione



La quinta stagione di Peter Brosens e Jessica Woodworth - Genere: drammatico - Belgio, Paesi Bassi, Francia, 2012

Un piccolo villaggio nelle Ardenne è lo sfondo di questo pregevole e lirico film presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. In una società dove sempre di più si fa pressante l'esigenza di ragionare su temi ambientali e dove diventa irrimandabile la necessità di trovare delle soluzioni alla crescita non più sostenibile che il genere umano ha cominciato, il film della coppia Brossens Woodworth ragiona su questi temi finalmente in maniera matura e antianeddotica. Rifuggendo dalla classica location metropolitana, così come dal classico format catastrofista/allarmista, La quinta stagione è un serio tentativo di tracciare per immagini l'itinerario della decadenza del naturale e dell'umano, tramutando in idea l'urgenza materiale che infiamma molti animi soprattutto fra i più giovani. Niente di male in un interesse che ha la sua teologia nel desiderio di salvarci dall'autodistruzione, ma per una volta è bello vedere sullo schermo un prodotto veramente artistico che fa proprie queste attualissime tendenze.

La stagione del titolo diventa quindi il simbolo di una atemporalità sterile, un minimo comune denominatore che accompagna il succedersi sempre uguale delle altre quattro. Nonostante il ciclo solare prosegua nel suo corso, le attività umane non riprendono il loro movimento circolare e questa mutazione nei tempi e nei modi si rivela in breve tempo fatale. L'incapacità di germogliare delle sementi e dei bovini di fornire materia prima accompagnano la comunità rurale nel torbido gorgo della disperazione, che tramuta un consorzio umano in apparenza unito dal caldo legame di tradizioni legate ai cicli naturali in un gruppo di sconosciuti legati solo dall'odio e da un tragico senso di fastidio. La freddezza dei rapporti umani viene ricalcata dalla messa in scena, che predilige ampie riprese in esterno con colori lividi e mortuari, simbolo perfetto di una natura che non è più in grado, nei fatti, di rigenerarsi. 

Non sappiamo cosa accada nel resto del mondo, perché per la durata del film noi siamo parte di quella comunità, condividendone ansie e aspettative. Non importa cosa succeda al di fuori, perché il mondo per noi e per i protagonisti de La quinta stagione è tutto in quei campi e in quelle stalle ormai vuote. Il deterioramento delle condizioni di vita si accompagna all'illogorirsi dei rapporti umani, che diventano sempre più difficili. Emblematico e quanto mai realistico il caso dell'apicoltore che, ritenuto colpevole delle sciagure occorse alla comunità, diviene protagonista suo malgrado di un rito alle soglie del paganesimo. E' proprio in questo frangente, superata la metà, che il film raggiunge il suo punto di massimo sviluppo figurativo: abbandonata la materia concreta, i volti dei personaggi si trasfigurano in maschere deindividualizzanti che sembrano voler far eco alla celebre sequenza di Eyes wide shut. Solo dietro a queste coperture i paesani mostreranno la loro vera natura e si renderanno capaci degli atti antiumani di cui si macchieranno.

Un film pregevole, potente da un punto di vista delle immagini e prezioso per quanto riguarda le finezze linguistiche. Assolutamente consigliato.
VOTO: 9/10 

domenica 25 agosto 2013

La grande bellezza



La grande bellezza di Paolo Sorrentino - Genere: drammatico - Italia, Francia, 2013

Raramente mi è capitato di vedere accatastati tanti giudizi positivi attorno ad un'unica pellicola. La soggettività del giudizio estetico è normalmente una caratteristica sufficiente a fare in modo che la critica si divida in maniera abbastanza equanime fra gli ammiratori e i denigratori. Persino nel caso di film veramente brutti è possibile, scavando oltre la patina terrosa della stampa impegnata, trovare un sottobosco di fans che magari di quella pellicola aberrante apprezzano proprio la volontaria scalcinatezza (il caso storico di Ed Wood ce lo ha ampiamente dimostrato). Nel caso del film di Sorrentino, presentato in concorso all'ultimo Festival di Cannes, le voci discordanti sono state ben poche e il voluttuoso scorrere delle immagini di una Roma decadente me ne ha svelato senza dubbio i motivi. 

La grande bellezza è una ricerca, ancor prima che un film. Come tutti gli itinerari della scoperta esso si esprime attraverso un viaggio, che lo spettatore segue completamente ammaliato dalla maestria compositiva di una regia sicura, mai ridondante per quanto spesso incline a concedersi lussi stilistici che i più potrebbero solo sognare. La narrazione è strutturata in maniera fluida, a tal punto che risulta difficilmente imbrigliabile, per quanto le maglie adottabili possano essere ampie, come a confermare ancora una volta il grande assunto di tutto un certo cinema, per cui la narrazione è spesso solo una sovrastruttura da cui è bene liberarsi. Il passeggiare di Jep Gambardella è un filo sufficientemente solido per tenere insieme l'arazzo istoriato che Sorrentino dedica alla città di Roma. 

Com'era stato per L'amico di famiglia, film da poco proposto agli occhi dello spettatori televisivi, anche in questa sua ultima fatica il regista tratteggia un mondo in disfacimento che, come un muro esposto alle intemperie da troppo tempo, si trova perennemente in bilico fra il desiderio ottuso o ostinato di esistere e la consapevolezza dell'oblio che lo avvolge. Roma notturna, illuminata da feste assordanti e accecanti che zittiscono almeno per un po' il sordido vociare degli arrivisti alotoborghesi è una splendida cornice per rappresentare, con tratti quasi dechirichiani nella fotografia e nella gestione degli spazi aperti, una realtà marcia e sordida, doppiogiochista e sporca. 

Jep Gambardella, re della mondanità tiberina, ne è l'esempio più lampante e recupera alcuni dei tratti distintivi dei famosi personaggi sorrentiniani, come la loro titanica e solitaria grandezza. Sì, perché il sessantacinquenne interpretato splendidamente da Toni Servillo, perfetto esempio dell'uomo contemporaneo, si ritrova sempre solo e insoddisfatto, condannato a vivere con un acume acre ma passionale la fastidiosa sensazione di uno scollamento fra il reale e l'ideale che gli altri, persi nel loro smodato desiderio di apparire, sembrano non percepire. Sul suo volto antidiluviano si inscrivono le sofferenze e le delusioni di una sensibilità strozzata dalle contingenze, che solo a tratti, quando il montaggio si fa più libero dal racconto del reale, viene recuperato attraverso le immagini di una gioventù dai tratti quasi irreali. Un ricordo, un breve baluginio che tuttavia è sufficiente per continuare ad esistere, con fatica.

Lo splendido cast messo in piedi per questa antinarrazione dal sapore così drammaticamente nichilista (eccelsa la prova recitativa di Isabella Ferrari fra gli altri, mentre abbastanza deludente perché troppo sopra le righe quella di Sabrina Ferilli) rappresenta con un occhio quasi hopperiano una fiera delle vanità e delle mostruosità che sembra fare eco ad alcune sequenze del vecchio Freaks di Tod Browning. Organismi ai confini dell'umano che fanno di un'esasperazione della loro corporeità il simbolo di un'intera esistenza, come si vede nell'ombrosa sequenza del botulino. 

A rendere questa rappresentazione l'affresco memorabile che è ha concorso senza dubbio una sapienza registica fuori dal comune, attraverso la quale il regista è riuscito ad orchestrare immagini e spazi di una narrazione talmente debole da riuscire solo a promettersi nello spazio ampio di più di due ore di pellicola. L'uso liberissimo della scrittura cinematografica ha permesso di rappresentare la permeabilità degli spazi e delle cose che caratterizzano una Roma aperta, visibile ma al tempo stesso assente e lontana, che solo di notte e per brevissimi momenti riesce a far recuperare una sensazione di vivibile calore. 

Il montaggio organizza luoghi e tempi in modo intelligente e mai banale, ricercando anche attraverso l'uso inusuale delle inquadrature una flessibilità dell'immagine che mette a dura prova lo sguardo di uno spettatore abituato a un cinema italiano semplice e basato sullo strapotere della trama. La scelta delle musiche e la caratterizzazione dei personaggi conferiscono all'insieme dei tratti a metà fra il kubrickiano e il lynchano che fanno esplodere quella sottile vena perturbante che percorre tutta la vicenda, in una continua forzatura dello schema cinematografico tradizionale, certamente non adatto a contenere la bellezza debordante e impetuosa di uno dei film italiani migliori degli ultimi dieci anni. Senza dubbio, uno dei film migliori (se non il migliore) che abbia visto quest'anno
VOTO: 10/10 

mercoledì 21 agosto 2013

La notte del giudizio



La notte del giudizio di James DeMonaco - Genere: thriller - USA, Francia, 2013

Dai produttori di Paranormal Acticity ci si sarebbe potuti aspettare un ormai classico film basato sul footage e sulle riprese in soggettiva con macchina da presa amatoriale. Per fortuna La notte del giudizio si è rivelata una piacevole sorpresa rispetto alla produzione di genere corrente, anche se non mancano dei richiami piuttosto evidenti a lavori anche pregevoli di decadi passate. L'idea di base è molto buona e si ricollega a tutto un filone di film che forse a partire dal meraviglioso Battle Royale dipingono un ipotetico futuro in cui il governo prende delle misure preventive per la gestione della paranoia nevrotica collettiva; nel caso de La notte del giudizio, gli organi governativi di una rinnovata confederazione americana avrebbero varato una legge per cui annualmente, la notte del 21 Marzo, ogni crimine diviene legale.

Quello che funziona in questo film non è tanto il preteso realismo, che viene meno all'apparire abbastanza fantascientifico di tecnologie di domotica ai livelli di Star Trek; quello che davvero convince è il fatto che, in fondo, lo spettatore sa benissimo che il panorama profilato da DeMonaco è possibile e che anzi, ne stiamo vivendo tutte le premesse. Il classismo sempre crescente, la forbice economica e dell'alfabetizzazione intesa in senso lato che si allarga sempre di più, l'apertura di gated communities che rendono geograficamente situato uno status quo che è in primis economico e sociale. Il vero filo di ansietà che percorre questo film deriva proprio dal fatto che forse, un giorno, la diegesi prenderà corpo? 

Forse. Sta di fatto che, anche al di là dei riferimenti al bel Funny Games, che tutta la seconda parte mima esasperandone i toni, il film è decisamente piacevole. Anche se nella seconda parte il tutto risulta un po' meno convincente soprattutto a causa di un aumento esponenziale del ritmo conseguente alla crescita della componente action, siamo senza dubbio di fronte a un titolo valido, che forse non si farà ricordare grazie a un numero imprecisato e spesso imbarazzante di sequel ma che costituisce senza dubbio un valido terreno per successivi approfondimenti. Il profilo tecnico è curato, anche se a livello recitativo la prova dei due attori più giovani non è sempre eccellente e la loro caratterizzazione risulta a tratti un po' eccessiva; meraviglioso invece il personaggio biondo che fa da capo ai maniaci mascherati che rende ancor più chiaro il riferimento al Funny games di Haneke ma che comunque risulta sinceramente inquietante.
VOTO: 7/10