giovedì 9 maggio 2013

Dark Water (2002)



Dark Water di Hideo Nakata - Genere: thriller - Giappone, 2002.

Basato su uno dei racconti dell'omonima raccolta di Koji Suzuki, il film ne è il primo adattamento cinematografico, da non confondersi con il discutibilissimo remake americano fatto qualche anno dopo. Come per l'adattamento di The Ring (altra fortunata creazione letteraria di Suzuki), la regia è di Hideo Nakata, che con il suo adattamento del celebro romanzo è riuscito a cambiare le sorti di un intero genere e a creare il fenomeno dei primi anni duemila (qualcosa di paragonabile a Paranormal Activity quanto a risonanza, ma senza dubbio migliore per quanto riguarda la qualità).

L'accoppiata regista/romanziere aveva già funzionato e questo film non fa altro che confermare le aspettative: siamo di fronte a uno dei più bei film thriller (o horror, a seconda di come lo si intenda) che io abbia mai visto. Ciò che il regista riesce a fare, sfruttando magnificamente tutti gli elementi del linguaggio cinematografico che conosce, è trasmetterci delle sensazioni empatiche nei confronti della vicenda narrata; tutto è sapientemente calcolato con il solo fine di suscitare la nostra emozione, che sia paura, ansietà o semplice partecipazione. Il grande pregio di questa pellicola, oltre all'originalità della storia (ovviamente commisurata all'anno di produzione) e all'alta qualità della trasposizione (che si mantiene fedele all'originale, mantenendone cioè il quid), sta soprattutto nella caratterizzazione della protagonista femminile.

Pochi tratti sono sufficienti, qualche pennellata che viene dalla sceneggiatura, dalle inquadrature o dalle scelte cromatiche, per comunicarci tutta la storia di una donna sola, terrorizzata all'idea di perdere la figlia, una donna di cui ci viene detto molto poco (ma quel poco basta per farcene apprezzare l'umanità). La fragilità del personaggio si riverbera su tutto un microcosmo ambientale rappresentato con una sensibilità registica assolutamente fantastica. La fotografia e i cromatismi delle inquadrature sono freddi, cupi, umidi e confezionano veri e propri momenti visivi puramente estetici. 

Nel complesso un film assolutamente fantastico, che meriterebbe di essere visto praticamente da chiunque per la particolare modalità di resa della diegesi. Il finale è la vera e propria summa di tutte queste modalità e unisce a tutti gli elementi già delineati una sensibilità tutta orientale per il rapporto con la figura genitoriale e con i trapassati. Consiglio fra l'altro anche la lettura dei racconti di Koji Suzuki, tutti molto belli e tutti potenzialmente degli ottimi film.
VOTO: 9/10

mercoledì 8 maggio 2013

Imaginaerum by Nightwish



Imaginaerum by Nightwish di Neil Dunn, Jukka Helle, André Rouleau, Markus Selin - Genere: fantasy/musicale - Finlandia, Canada, 2012.

Quando ho letto la trama di questo film ho pensato che prendere come colonna sonora le canzoni dei Nightwish, gruppo che non conosco molto bene ma che comunque trovo discretamente interessante, potesse essere una cosa interessante. In effetti questo lavoro internazionale che fonde bene realismo e grafica computerizzata, è secondo me una buona resa cinematografica delle atmosfere evocate da questa compagine musicale. La trama è interessante e, anche se non profondamente innovativa, riesce tutto sommato a interessare anche grazie a delle belle ambientazioni e - più in generale - a delle atmosfere molto ben costruite.

La scelta di strutturare la narrazione su diversi piani temporali che si scambiano di continuo risulta vincente ed è facilitata anche dall'utilizzo molto saggio della grammatica cinematografica. La fotografia è buona, soprattutto nelle scene dell'ospedale dove la scelta del monocromatismo bianco e di una calma quasi sepolcrale risulta perfettamente applicabile alla situazione narrata. Anche la caratterizzazione dei personaggi è tutto sommato buona, anche se la situazione che da' origine alla vicenda è in sé abbastanza didascalica; più piacevoli sono invece gli intermezzi più onirici, che mi hanno ricordato molto alcuni passaggi un po' allucinati in stile Alice nel paese delle meraviglie.

Va da sé che la colonna sonora sia di ottima qualità, sia in generale che nel caso specifico dei pezzi dei Nightwish. L'unica cosa che non ho particolarmente apprezzato è però il protagonismo che questi ultimi si ricalcano sul palcoscenico del film, in particolare nella sequenza del circo. Questo non deriva tanto da un mio particolare disamore nei loro confronti o verso il musical in sé, ma trovo che sia stata una scelta poco adeguata in quanto non contribuisce in alcun modo alla costruzione della trama o allo svolgersi della progressione drammatica della storia. 

Questa critica si inserisce più nel dettaglio in una presa di coscienza che secondo me va fatta in questa sede dell'abuso del registro linguistico del gotico che, da Tim Burton in poi, ha sempre avuto un posto privilegiato all'interno di un certo cinema d'animazione e non solo. Basti dire che il pupazzo di neve che è un po' l'antagonista della vicenda assomiglia inquietantemente al ben più noto Jack Sckeleton, del quale non ha però il carisma o la presenza scenica. Quello che si respira in questo film (e questo secondo me è il suo grande problema) è un certo autocompiacimento degli sceneggiatori che hanno inserito a più livelli nella trama delle immagini (quindi non solo a livello narrativi) elementi attinti da una sensibilità ormai stanca e destinata presto a ripiegarsi su sé stessa. 

In generale quindi un film che, sebbene sia stato realizzato evidentemente molto bene, appare viziato da alcune ingenuità a livello diegetico (come il finale piuttosto banale) e al livello più generale della sensazione e delle fonti che utilizza per rappresentare sé stesso. Un peccato, perché se i quattro (!!!) registi avessero voluto spingersi oltre, avrebbero avuto tutti i mezzi a disposizione per creare un prodotto di ben altra levatura.
VOTO: 6.50/10

Tirannosauro



Tirannosauro di Paddy Considine - Genere: drammatico - Gran Bretagna, 2011

Film molto discusso, molto duro e da molti ritenuto un piccolo capolavoro della cinematografia contemporanea. Tirannosauro è un film inglese e si vede. Ce lo dicono i colori, l'aria plumbea delle sue ambientazioni e una generale tendenza all'autodistruzione e a rappresentare la gioventù con quell'aria perturbante che caratterizza anche questa pellicola. Chi ha gridato alla magnificenza dopo aver visto il film non aveva tutti i torti: le immagini sono molto belle e comunciano appieno un senso di vuoto esistenziale che domina incontrastato in tutte le sequenze. L'autodistruttività è la cifra essenziale di una pellciola profondamente interiore, che però lo è senza averne l'aria.
La storia è piuttosto semplice e si biforca molto presto nelle vicende dei due protagonisti, le cui similitudini appiaono sin da subito molto spiccate. L'unico problema riguardo a ciò è - soprattuto in alcuni tratti più avanzati nella diegesi - una certa prevedibilità delle situazioni, che in effetti appaiono pesantemente attinte da un repertorio ampiamente sperimentato dalla cinematografia e dalla televisione.
Al di là di questo però siamo certamente di fronte a un film ben realizzato che, come ho già detto, mi ha impressionato sopratutto per i colori e - in alcuni punti - per la fotografia, essendo il cromatismo scelto decisamente funzionale alla rappresentazione del contenuto diegetico della pellicola. In generale, quando il regista riesce ad utilizzare gli elementi della grammatica visiva per raccontare qualcosa senza che ci sia bisogno di dirlo, siamo certamente di fronte a un bel film, cui perdoniamo volentieri anche alcune ingenuità come la costruzine (in sé abbastanza ovvia) del finale.
VOTO: 7/10

martedì 7 maggio 2013

Hellraiser 3: Inferno sulla città



Hellraiser III: Inferno sulla città di Anthony Hickox - Genere: horror - USA, 1992

Clive Barker è un registra estremamente interessante: nonostante abbia realizzato pochissimi lungometraggi, il suo stile e la sua firma sono stati lungamente imitati o sfruttati in senso generativo. Il suo Hellraiser è stato il capostipite di una fortunatissima saga horror che si è arricchita nel 2011 di un nuovo capitolo e della quale Inferno sulla città rappresenta il terzo episodio. E' una saga che, sebbene si inserisca perfettamente nell'ambito della serialità di genere anni Ottanta/Novanta, sviluppa delle caratteristiche peculiari, inedite rispetto ai vari Nightmare e altri. La specificità di Hellraiser è infatti un maggiore utilizzo di effetti speciali che si prestano molto bene a rendere il clima di incubo intriso di religiosità perversa che percorre le storie dei cenobiti. Il capitolo pilota della saga aveva poi la straordinaria caratteristica (se confrontato con film isomorfi narrativamente), di avere una dimensione claustrofobico-intimista per quanto riguarda le ambientazioni e di non utilizzare meccanismi spiccatamente slasher. 

Anche Inferno sulla città utilizza grossomodo le stesse strategie di realizzazione, mettendo al centro un ampio uso degli effetti speciali che, sebbene oggi appaiano piuttosto ridicoli, manifestano comunque una certa abilità nel loro utilizzo. In questo film aumenta poi leggermente il tratto sanguinolento, ma considerando che si tratta di una tendenza comune a tutti gli episodi "figli" delle grandi saghe horror anni ottanta, il risultato è ancora piuttosto limitato e quindi apprezzabile. A ciò si deve aggiungere la grande innovazione di Inferno sulla città, che consiste nell'abbandono delle ambientazioni chiuse, sostituite - soprattutto nella seconda metà del film - da scenari urbani aperti. Questa inversione di tendenza (che poi si capovolgerà di nuovo in alcuni degli episodi successivi) costituisce un'importante variazione sul tema, che soprattutto gli affezionatissimi dei carismatici personaggi cenobitici dei film avranno certamente apprezzato. Lo scorcio cittadino infatti permette di apprezzare un distruttivo (e a tratti, è bene dirlo, troppo calcato) potere distruttivo di Pinhead, l'antagonista principale della saga. 

Nel complesso siamo quindi di fronte a un film godibile, certamente da vedere per tutti gli appassionati del genere. Uniche pecche, in una pellicola tutto sommato ben realizzata anche dal punto di vista tecnico, sono alcuni dialoghi poco riusciti che ricalcano in maniera un po' troppo pedissequa uno stereotipo tipico del genere. Su questa stessa linea va notato che anche la protagonista risulta, sopratutto oggigiorno, un personaggio piuttosto scontato e prevedibile.
VOTO: 7/10

lunedì 6 maggio 2013

Hansel e Gretel cacciatori di streghe



Hansel e Gretel cacciatori di streghe di Tommy Wirkola - Genere: fantasy - Germania, USA, 2013.

Insieme ai supereroi gli altri grandi protagonisti del cinema contemporaneo sono senza dubbio i personaggi delle fiabe: è cominciato tutto con Cappuccetto rosso sangue e questa pellicola statunitense non fa che confermare questa tendenza. Sui motivi di questa scelta si potrebbe discutere ampiamente e penso che, in generale, i personaggi e la struttura della fiaba classica si adattino molto bene all'idea di cinema che la contemporaneità ci sta trasmettendo, ovvero quella di una macchina incantatrice. Al cinema vediamo costantemente nuove favole, testi di ultima generazioni che però le ricordano in tutto e per tutto; quindi perché non trasportare anche i vecchi canovacci (in questo caso quello dei Grimm) sul grande schermo?

A parte le ragioni ideali che possono aver spinto in questa direzione, il film in questione si presenta piacevole e scorre molto bene. Prende come punto di partenza la favola originale e la sviluppa in diacronia, mostrandoci (dopo un prologo piuttosto inutile che riassume in tre minuti al massimo la vicenda di base) i due protagonisti cresciuti, che hanno fatto della lotta alle streghe la loro ragione di vita (in realtà, il loro lavoro visto che non sono mossi da alcun idealismo se non da quello per il denaro). 

Comunque la trama è gradevole, anche se in alcuni punti piuttosto scontata. Anche i personaggi, nel complesso abbastanza ben caratterizzati, cadono paurosamente in alcuni punti dove ad esempio Hansel non riesce a non diventare il classico protagonista insopportabilmente tamarro dei classici film d'azione americani. Su questa linea vanno anche considerate le numerosissima scene di lotta, alcune delle quali sono molto ben fatte; c'è però da dire che una buona parte di queste ultime si basa praticamente solo su scontri corpo a corpo e la magia finisce con l'avere un ruolo molto marginale (il che non è certo un male di per sé, ma non stiamo parlando di un film di Jackie Chan...).

In ultimo segnalo la presenza, apparentemente inspiegabile, di alcune sequenze piuttosto cruente. Non siamo ancora nel vero splatter ma, essendo la riproposizione filmica di una trama, mi sarei aspettato qualcosa di più delicato. Non che la cosa mi abbia sconvolto ma, anche in questo caso, ravviso una tendenza comune anche ad altri film del genere che tendono a presentare la fiaba come tinta di nero. In questo caso specifico, mi sembrano inserti che non hanno molto senso, sinceramente anche se nel complesso non rovinano un film tutto sommato piacevole se si cerca qualcosa di non impegnativo.
VOTO: 6/10

domenica 5 maggio 2013

Dark Skies



Dark skies di Scott Stewart - Genere: thriller/fantascienza - USA, 2013

Uscito a febbraio nelle sale americane, Dark skies si fregia di avere all'interno del suo entourage produttori che hanno collaborato alla realizzazione di Paranormal activity e del discutibilissimo Insidious. In effetti si vede abbastanza bene e questo, a diversi anni dall'uscita del film-evento, forse non è più un bene. Il film di Stewart ha la caratteristica fondamentale di essere densissimo da un punto di vista diegetico: in un'ora e trenta di film si succede un numero di eventi decisamente elevato, con una concentrazione ulteriore, ai limiti del disorientamento, sul finale.

L'inizio è nel complesso abbastanza promettente e preme molto su elementi attinti dal genere del thriller psicologico; non siamo certo di fronte a una grande novità ma quantomeno la grammatica del genere è utilizzata correttamente. La tensione narrativa si mantiene buona anche se ci sono alcuni snodi che risultano abbastanza inutili e che probabilmente sono stati inseriti nella sceneggiatura solamente per coinvolgere emotivamente lo spettatore (come la questione delle difficoltà economiche della famiglia e dei problemi coniugali, che a livello di trama non serve assolutamente a nulla). 

Nella seconda parte invece il linguaggio diventa pasticciato e tutto assume un'aria abbastanza accademica: la vicenda vira sensibilmente verso il registro sci-fi che viene riproposto praticamente senza modifiche, cosa che è evidenziata bene dalla sequenza del colloquio con l'esperto ufologo. Anche la lunga sequenza in cui la famiglia si confronta con i Grigi è abbastanza prevedibile, eccettuati alcuni momenti in cui - nonostante non si capisca bene cosa stia succedendo - la qualità dell'immagine migliora sensibilmente; un peccato che si tratti soltanto di pochi casi isolati. Tutto si ripiega poi frettolosamente sul prevedibilissimo finale, che conferma la sensazione che già si andava adombrando in precedenza, ovvero di essere di fronte a una puntata di X-Files dilatata all'inverosimile. 

Se il regista avesse tenuto fede alle premesse iniziali che, seppure non eccellendo in qualità si mantenevano interessanti e coinvolgenti, e avesse evitato in particolare la chiusa telefilmica, il prodotto avrebbe avuto senza dubbio una qualità migliore e sarebbe riuscito a sfruttare decisamente meglio dei suggerimenti che venivano direttamente dalla diegesi, comunque non originalissima. Nel complesso quindi un film mediocre, che si lascia dimenticare abbastanza in fretta. 
VOTO: 5/10

sabato 4 maggio 2013

I fiumi di porpora



I fiumi di porpora di Mathieu Kassovitz - Genere: thriller - Francia, 2000

Ho visto questo film un po' di anni fa, nei primi anni duemila, e ho pensato che sarebbe stato interessante rivederlo con maggiore cognizione di causa. Certamente si tratta di un film che riesce a intrattenere ma cos'altro è in grado di offrire allo spettatore? Purtroppo non molto. E' bene intenderci: il thriller si segue bene, è interessante perché propone un buon numero di colpi di scena e una storia articolata che almeno all'inizio sembra irrisolvibile. Da questo punto di vista, almeno, siamo perfettamente in linea con una visione nel complesso gradevole.

Un altro punto interessante del film sono le inquadratura monumentali che, accompagnate da musiche nel complesso appropriate anche se a volte un po' aneddotiche, fanno respirare alle immagini un'aria in stile Il codice da Vinci. Ovviamente si tratta di una similitudine a posteriori, ma i riferimenti alla sfera del sacro e il tono messianico-escatologico generale potrebbero far intendere una filiazione della trasposizione filmica del best-seller di Brown proprio da qui. Anche la fotografia, soprattutto in esterno, è buona; in particolare per quanto riguarda le scene montane, anche se a volte cadono in luoghi comuni da film d'azione all'americana.

Fin qui niente di strano. Il problema invece si registra nella sceneggiatura e in particolare nella costruzione di alcuni personaggi che, spesso, appaiono completamente inutili. Così i due galoppini di Vincent Cassel, che peraltro incarna a sua volta uno stereotipo narrativo anche troppo inflazionato, vanno ad assomigliare paurosamente ai personaggi dei peggiori telefilm polizieschi francesi (di quelli che si vedono su Rete4, per intenderci...) e il film assume un'aria che - sebbene non sia tutto sommato spiacevole - appare a tratti troppo televisiva.

Questo fra l'altro è un grande peccato, dal momento che Kassovitz sembra aver avuto anche intuizioni decisamente felici, come la scena di combattimento corpo a corpo (sequenza di per sé poco interessante), che viene trasfigurata grazie al comparto sonoro nella sequenza di un videogioco di lotta. Questo apre a tutto un discorso di contaminazione linguistica transmediale ancora tutto da svilupparsi nel 2000; un vero atto pionieristico. 
VOTO: 6/10

giovedì 2 maggio 2013

Non violentate Jennifer (1978)



Non violentate Jennifer di Meir Zarchi - Genere: thriller - USA, 1978

Censurato in tutto o in parte in vari paesi del mondo, Non violentate Jennifer (I spit on your grave) è uno dei titoli cinematografici cult degli anni Settanta, sull'onda di un più generale interessamento a quel sotto-genere che sono i film di tipo exploitation. Siamo quindi di fronte a un film che è pensato per l'intrattenimento, squisitamente di genere ma che non per questo non riserva qualche sorpresa. Sull'onda del successo di questa pellicola, ne è stato riproposto un mediocre remake nel 2008 che, come spesso accade, non ha eguagliato le glorie del predecessore.

E' bene precisare che il film, tipicamente americano per impostazione e sviluppo, non sorprende eccessivamente da nessun punto di vista. La trama è chiara, scorrevole e senza troppe sorprese ripercorre lo schema caratteristico della tragedia di vendetta, sperimentato già nel teatro e nella letteratura. Ciò che maggiormente impressiona di questo film si trova negli interstizi figurativi, in quei piccoli dettagli che presi separatamente appaiono irrisori ma che, nel complesso, trasportano il lavoro di Zarchi a un livello superiore, che probabilmente giustifica almeno in parte il suo valore cultuale. 

Anzitutto il ritmo, strutturato con attenzione per accompagnare il dispiegamento della storia: la lentezza diventa quasi insopportabile quando Jennifer si trova sola, a dover fare i conti con il suo corpo violentato e con la sua debolezza. La dilatazione del tempo diegetico impressiona lo spettatore e dona alle immagini una potenza evocativa che altrimenti non avrebbero. Lo schema si fa invece decisamente più concitato nella seconda parte del film, che perde un po' per quanto riguarda la solidità narrativa ma guadagna in velocità.

La costruzione dell'inquadratura e la fotografia sono buone e, pur non eccedendo in sperimentazione e senza abbandonarsi a elevati autocompiacimenti estetici, cerca di darsi qualche slancio ulteriore in alcuni momenti particolari, localizzati soprattutto sul finale del film. Anche questi piccoli tentativi, seppure isolati, garantiscono una maggiore qualità complessiva della pellicola, sottraendola alle pure logiche del divertissement da sala. Certamente si tratta di un film senza particolari pretese, che però appare nel complesso ben realizzato e, riuscendo a intrattenere lo spettatore, soddisfa comunque il suo obiettivo principale. 
VOTO: 7/10

Dream Work



Dream work di Peter Tscherkassky - Genere: sperimentale - 2001

Dream work, ovvero il cinema artigianale. Sì perché questo, come gli altri lavori del noto regista grande sperimentatore dei limiti della visione presuppone necessariamente una concezione del film strettamente legata al dominio e alla modifica di un supporto materico, incarnatosi nella pellicola. Tscherkassky compone un film prendendo pezzi di altre piccole, lavorandoci sopra meticolosamente con sovrapposizioni e altre amenità che danno all'intera composizione l'aspetto violento che la contraddistingue.

Inutile quindi parlare di trama o di sceneggiatura, naturalmente assenti in un film che pure durando soltanto poco meno di dieci minuti, si offre allo spettatore come un enorme manifesto sulle possibilità e sui limiti espressivi del mezzo cinematografico. Ellittico, criptico, a tratti perfino astratto, Dream work è un inno al cinema come mezzo di comunicazione mediata fra individui, in questo caso un regista e il suo pubblico. E' un cinema che rifugge dalle categorizzazioni e dalla comprensione del pubblico di massa, è - in un certo senso - l'anticinema pur riuscendo a mantenere intatte le peculiarità che distinguono la settima arte dalle altre sei. 

Oltre a questo non c'è molto da dire, essendo Tscherkassky un regista tanto complesso - nonostante la brevità dei suoi lavori - da risultare difficilmente imbrigliabile nella lunghezza media di un post. Vanno almeno citate le splendide rayografie che il regista realizza seguendo l'esempio di Man Ray ed esponendo sulla pellicola degli oggetti. In questo caso si tratta di chiodi e puntine che, in conformità con tutto il messaggio del film, rappresentano idealmente l'organo sessuale maschile e femminile in congiunzione copulativa. 

Il tutto culmina con una sequenza a dir poco geniale in cui il regista, mettendo in mostra sé stesso, con le sue nude mani che lavorano sulla pellicola, rompe del tutto il tradizionale senso di aurea sacralità che investe l'oggetto cinematografico. Il cinema non è il fuoco degli dei, ma un lavoro intimamente umano e profondamente artigianale che Tscherkassky si mostra nel suo dispiegarsi. Poi, il suono della sveglia. e il sogno del cinematografo finisce. Una chiusa che oggi, a più di dieci anni di distanza, si tinge di un colore drammatico, del colore di chi sa che un cinema come questo - dopo l'avvento del digitale- non è (quasi) più possibile.
VOTO: 10/10

mercoledì 1 maggio 2013

La Casa (2013)



La Casa di Fede Alvarez - Genere: horror - USA, 2013

Nel mese di aprile ci eravamo preparati ad accogliere questo attesissimo titolo, remake del classico dell'horror, recensendo il titolo originale di Sam Raimi, che ha scelto di non dirigere questo capitolo ritagliandosi solo un ruolo (seppure importante) all'interno della produzione. Confrontarsi con uno dei film che hanno segnato la storia di un genere, mostrando fra l'altro importanti meriti estetici, non è certo un'impresa facile.Va innanzitutto specificato che la pellicola di Alvarez si presenta non tanto come una copia esatta dell'originale, ma come una riscrittura personale a partire da un canovaccio che rimane comunque ben consolidato. Sono cioè riconoscibili gli elementi base che costituiscono l'ossatura del film degli anni Ottanta, ma il regista si ritaglia ampi spazi di manovra e di variazione rispetto al tema originale, non sempre con successo. 

Il motivo di questo cambiamento è da imputarsi probabilmente a una più generale modifica dello spirito cinematografico e del modo in cui lo spettatore si rapporta al prodotto distribuito in sala. Considerando che viviamo in un'epoca profondamente diversa rispetto a quella in cui La Casa è stata concepita, questo è abbastanza normale e si potrebbe addirittura ritenere che la mediocrità su cui si situa il rilancio di Alvarez sia da rintracciarsi in un mutato contesto sociologico. Il Duemila è il millennio della velocità, della rapidità comunicativa e informazionale, dove tutto è subito disponibile e dove c'è una risposta pronta a tutto. Anche il cinema è stato colpito da questo cambiamento e La Casa del 2013 lo dimostra bene: il ritmo è profondamente cambiato, non c'è più il tempo di indulgere sulla costruzione dell'immagine (che, al di là di alcune buone trovate in ambito di fotografia, è assolutamente anonima) e si deve soddisfare l'ansia di adrenalina dello spettatore.

Alvarez crea un film commerciale, frenetico, non spiacevole in generale ma eccessivo dal punto di vista della violenza evidenziata. Raimi, coi suoi effetti speciali oggi piuttosto ridicoli, non aveva avuto bisogno di strafare sconvolgendo lo spettatore con bagni di sangue, cosa che invece Alvarez non si risparmia: gli ultimi venti minuti buoni del film sono occupati quasi completamente da una carneficina che serve solo a soddisfare l'ansia di potenziali risposte del pubblico (per intenderci, che bisogno c'era di mostrare all'opera tutti e tre i modi di scacciare la presenza maligna se non in base alla necessità di mostrarli allo spettatore dopo averli evocati?). 

Il risultato è un film che riesce a intrattenere ma che non riesce (e credo neppure vuole) raggiungere i livelli del suo punto di riferimento. Non si può biasimare il regista per aver fatto un film che riflette appieno la mutazione della sensibilità autoriale e del pubblico nei confronti dell'immagine ma nonostante questo non si può non notare con una certa amarezza che il nostro cinema esige questo genere di immagini. La visione de La Casa quindi dovrebbe - nonostante si tratti di un film di genere al 100% - portarci a riflettere sul ruolo che assegniamo al cinema e su che cosa vogliamo dal cinema. Se cerchiamo puro intrattenimento allora il lavoro di Alvarez è tutto sommato accettabile, ma se ci si spinge anche solo leggermente più in profondità vengono a galla tutte le difficoltà del mondo cinematografico odierno.
VOTO: 5/10